Communication breakdown (it’s always the same)

Oggi ho inanellato solo incomprensioni e insuccessi verbali, come se le mie corde vocali o le mie dita sulla tastiera si fossero messe a partorire parole molto diverse da quelle che avevo loro comandato. E senza volerlo né accorgermene – com’è stato? – non lo so, mi sento equivoco, o forse equivocato. Come un mancino che usa la destra, come un re Mida all’incontrario, come il gallo che visse senza testa; come l’acqua del Pacifico in un acquario angusto, come la mente che si pensa nel giusto quand’è in fallo; come un motore robusto che inquina niente, ma va a ritroso e non è omologato.

(13 mesi fa)

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L’illusione

http://www.youtube.com/watch?v=2cqO1uL0DCk&feature=related

Miti. Di celebri, ne esiste almeno uno per il Passato ed almeno un altro relativo al Futuro.
Ma il ‘Mito del Presente’? Forse sbaglio o sono poco informato io, ma non mi pare goda o abbia goduto di molto successo. Del resto, come espressione in sé, non mi pare suoni granché bene: anzi, si direbbe quasi un ossimoro.

Il presente è l’unico tempo a noi più evidente, e al tempo stesso il più illusorio. Non può sublimare in fondo allo spirito come un ricordo, né dipingersi in cima alla fantasia come un sogno: a meno che non si scelga di vivere in un’eterna differita, rinunciando ai legami con il tempo e rinnegando la realtà, ancorché valori soggettivi. Siamo eternamente insoddisfatti del nostro eterno presente, non potendolo cogliere; per questo posiamo la nostra idea di felicità nei contorni immaginari dell’alone di luce che ci circonda e ci segue, il nostro minuscolo arco perduto dentro all’infinita scia cui apparteniamo.

Qualche volta esitiamo e ci domandiamo perché siamo lì, in quel preciso momento. Ci fermiamo, ci scopriamo a guardarci negli occhi; ci chiamiamo per nome, sussurrando. Ci sembra quasi che sia possibile fermarlo, il tempo, arrestando per un secondo il fiammeggiare perpetuo di quella pulsante scia brillante. Ci trasformiamo in una boccata di denso fumo azzurrino e per un attimo usciamo fuori da noi stessi, lasciando esalare l’anima attraverso i denti. Dall’esterno ci osserviamo con attenzione e stupore, come fossimo alberi o farfalle, o nuvole o ponti sopra a un fiume. Infine fissiamo la convessità della nuca, il pulsare concavo di una tempia, e ci sforziamo di spingere il nostro sguardo oltre la barriera opaca della fronte; ci domandiamo cosa accada dentro a quella diabolica scatola multiforme che chiamiamo Testa, lo scrigno ed insieme la struttura portante di quello che definiamo Io.

Difficilmente ne ricaviamo risposte del tutto soddisfacenti; ma ci sentiamo vivi, manifestazioni di una meraviglia, appartenenti a qualcosa di più grande dell’orizzonte e del cielo… delle stesse parole con cui cerchiamo disperatamente di esprimerci, e che invece sentiamo morire in quello stesso mentre, spirate nella eco del loro stesso suono. Capiamo che nulla è reale fuorché quello stesso momento che già non è più.

La vera felicità non è incosciente o stupida, ed è reale solo se comprendi che non potrà che appartenere a quel batter di ciglio in cui la vivi, e che potrebbe anche non sopravvivere al di fuori di esso. La felicità è una pausa consapevole ma stupefacente che prendiamo dalla nostra costante insoddisfazione di ciò che è oggi.
Presumere che la felicità possa essere trattenuta, posseduta; pretendere che possa entrare a far parte della nostra normalità; in fondo pensare che sia un punto d’arrivo, e non un lampo miracoloso ed assai casuale… è la peggior menzogna che possiamo raccontare a noi stessi, il modo più semplice per essere infelici e già morti, in piedi sulle nostre gambe.

(15 ottobre 2009)