Muto, non muto

Avrò avuto otto, al massimo nove anni. Lo stereo era il tipico parallelepipedo lungo e stretto, color grigio chiaro, tutto di plastica, col caratteristico frontale simmetrico: la cassa sinistra, la doppia piastra sovrastata dal rettangolino del frequenzimetro analogico al centro, la cassa destra. In testa, i jack delle cuffie e del microfono e la solita gamma di tasti, levette e ghiere: STOP, F.FWD, REW, REC, PLAY, PAUSE/STILL; Volume; Tuning; AM_FM; e così via. Immancabile poi l’antenna telescopica, tutta cromata, identica a quella del televisorino in bianco e nero, marca Philco, già allora dimenticato nell’armadio.

Avevo le orecchie ovattate dalla spugna morbida delle cuffione di plastica durissima. Ascoltavo la radio oppure una cassetta? Chissà. Di certo ascoltavo non so quale bridge o assolo di non so quale canzone. Ricordo di ricordare che rimasi stupefatto da quanto bella trovavo la melodia del tema principale (l’unica possibile: avevo ancora un paio di orecchie assai rudimentali… credo di essermi accorto dell’esistenza del basso non prima della seconda media, tanto per rendere l’idea). Non credevo a quante emozioni potesse suscitare una sequenza di note. Scorrevano veloci, una dietro l’altra, colorate, senza mai sembrarmi uguali, come alberi e case di un paesaggio osservato dal finestrino posteriore, durante un viaggio in autostrada. E quanto mi sospendeva in aria il suono di quella melodia! Ero piccolo, e tutto sommato, normale: sicuramente si trattava di un suono molto pulito e di una tonalità abbastanza alta… ai bambini piacciono i gusti dolci. Chitarra elettrica; un synth, forse. Di certo non era il suono di una voce. Già, perché in quel momento decisi che la voce umana non era abbastanza bella per sposarsi a quella prodotta da uno strumento; e nella mia nuova visione della musica, il testo cantato rappresentava l’elemento superfluo, o persino fastidioso, di tutti i pezzi rock esistenti.

Qualche anno dopo, in uno spogliatoio, mi stavo preparando per le mie due ore di allenamento. Di fronte, su una panca non distante dalla mia, c’erano due bambini più piccoli di me, che invece stavano riponendo l’attrezzatura nei loro borsoni. Chiacchieravano. Il più magro e occhialuto dei due stava esponendo al suo amico la mia vecchia teoria: “Ma la voce non serve a niente, potrebbero anche toglierla, che tanto la musica sarebbe bella lo stesso anzi di più”. [(pausa) Anzi, no, adesso che ci penso meglio, non era proprio questo il succo… “Le canzoni cantate in inglese non si capiscono, e a volte anche quelle in italiano, ma non importa, la musica è musica non è mica un libro, devi ascoltarla mica leggerla! Già, il concetto originale era più simile a quest’ultimo, ne sono convinto]. Sorrisi tra me e me: anch’io una volta lo credevo! Sì, avevo già cambiato idea a riguardo, e chissà da quanto tempo, come in quasi tutte le cose. Trovavo giusto che anche quel bambino attraversasse il suo periodo “strumentale”, magari era una cosa tipica degli otto anni, come il ribellarsi alla riga laterale dei bambini bravi a favore di quei fantastici capelli a spazzola che avevi visto la settimana prima sulla testa dell’amico di tuo fratello più grande. Sì signor barbiere, mamma ha detto che posso. 

Non avevo ragione né torto. Insomma, dipende. Ci sono pezzi cantati bene, pezzi cantati malissimo… e pezzi che, invece, migliorano addirittura se cantati “a cappella”. Ci sono testi stupidi, testi mediocri, testi insensati, testi del cazzo; ma ci sono anche canzoni che, di fatto, abbiamo cominciato ad apprezzare ‘solo’ per il significato delle parole che contengono. E spesso, non importano più di tanto la tonalità, il timbro, la qualità tecnica e la bellezza in senso astratto della voce che trasforma quei testi in note. Sarà che gli adulti sono un po’ ossessionati dai significati. E in alcuni casi, si scordano della pienezza con cui, da bambini, si trovavano ad amare le forme e i colori delle cose. Come la forma dei tralicci e le curve dei loro fili, come il verde screziato di bianco dei cartelli autostradali, come uno stereo a cassette grigio con i tasti neri e rossi.

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