Sentivo

Quando andavo ancora dal barbiere. Ricordo, era il 1996. Metà giugno, la scuola era finita da poco. Camminavo verso il centro del paese. Luce bianca, aria immobile. Da qualche finestra aperta arrivavano voci di commento e rumori di fondo di una qualche partita degli europei di calcio. Due ragazzi su due motorini mi sfrecciano di fianco. Uno spazio espositivo di un negozio di mobili, che in seguito sarà rimpiazzato da una pizzeria d’asporto, si apriva sul lato della strada opposto al mio. A segnalare l’esistenza di quel piccolo show-room c’era un’insegna provvista di orologio e un indicatore di temperatura. I pallini rossi del pannello a led dell’insegna componevano due numeri a doppia cifra suddivisi dal segno dei due punti, come 15:09, o una chissà quale altra combinazione indicante una chissà quale ora del primo pomeriggio, cosiddetto. I due ragazzi sui loro cinquantini passano accanto a me, quindi sotto l’insegna del negozio; proprio in quel momento, l’orologio lascia spazio al termometro. Il ragazzo che è in testa dice qualcosa in merito all’andare da qualche parte; l’amico che lo segue a ruota, alza il braccio verso l’insegna e dice, “Oh, ma dove vuoi andare, ci son quaranta gradi!”. Lo chiamavano Pier, e non ho idea di che fine abbia fatto. Mi stava tremendamente antipatico, era l’ennesimo fra i tanti mezzi bulli di cui era popolata la provincia; sebbene pure lui, a sua volta, all’epoca era sfottuto per via delle sue sopracciglia folte e unite al centro della fronte, altrimenti dette monociglio, come si usa in gergo, forse per risparmiar fiato e fatica lessicale. In sella al suo fifty, mentre dava velatamente del coglione al suo socio per via di quel caldo terrificante, Pier mi sembrò per la prima volta umano. Se quei due avessero avuto il casco addosso, che nel ‘96 non era ancora obbligatorio per viaggiare su cilindrate così piccole, probabilmente non avrebbero potuto dar vita a quel siparietto del tutto trascurabile, che pure avranno dimenticato e che molto probabilmente sono l’unico a ricordare. Io, da disumano vero, mi sentivo a mio agio in quella calura, in quella nuvola pesante, in quell’aria immobile che anche il tempo sospende. I due motorini erano ormai lontani, in fondo alla lunga via. In fondo alla tasca dei jeans avevo le diciottomila lire per pagare il barbiere, dal salone del quale sarei uscito con i capelli cortissimi e un’antiquata ricevuta scritta a biro. Assieme ai jeans chiari indossavo una semplice t-shirt bianca; ai piedi, un paio di clark’s taroccate. Mi piacevo, com’ero vestito. Sentivo il caldo umido molcermi gli spigoli, ancora giovani ma già duri, delle mie ossa; ed era come se ci nuotassi, dentro quel vapore avvolgente, che dilatava lo scenario a tal punto da renderlo irreale, trasfigurato, quasi psichedelico. Sì, stavo bene. Il pannello dell’insegna del negozio dei mobili dava una lettura chiara di quel pezzo di strada, in quello strappo di pomeriggio. Io avanzavo lento, sul marciapiede. Per qualche istante, su quella strada, era come se potessi arrivare e sentire ogni cosa. I miei pori erano spalancati, come le finestre che portavano in strada i televisori accesi. Quasi nessuno sarebbe uscito. Quasi tutto sarebbe entrato.


Oh they’re touching
They’re touching each other
They’re feeling
They push and move
And love each other, love each other
They fit together like two hands, two hands

I am a face
in the painting on the wall
I pose and shudder
And watch from the foot of the bed
Sometimes I think I can
Feel everything

The wind is blowing
My hair in their direction
The wind is bending my hair
There are no windows in the painting
No open windows, no open windows, no


(un anno fa – o meglio, diciannove)

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#leccare

La settimana scorsa ho comprato una confezione da 8 vasetti di yogurt. La marca è una di quelle che in genere snobbo o guardo con disprezzo, persino, tanto più considerato che si tratta di una nota multinazionale alimentare. Ma cosa non ti fa fare l’esselunga, decidendo di mettere in offerta una marca anziché un’altra. Potere del marketing, che con le sue offerte da mercante ti spinge a comprare 8 vasetti di yogurt quando nel frigo ne avanzi ancora 6 della confezione comprata in precedenza, col suo relativo sconto. Tant’è che solo oggi ho inaugurato lo yogurt che esportasi in tutto il mondo. Non è un segreto: la prima cosa che faccio, appena tolto il coperchio del mio vasetto, è quella di leccare avidamente lo strato di yogurt che inevitabilmente coagula sotto di esso. Ma mentre le più simpatiche e piccine aziende iogurtière del Trentino o del Südtirol sono rimaste al caro, vecchio, rassicurante coperchietto di carta stagnola ruvida come la lingua di un gatto, la multinazionale del latticino fresco ha soldi da spendere anche per studiare un packaging che faccia sembrare nuovo e assai trendy il suo yogurt magro del cazzo. Potere del marketing verso cui, in questo caso, sono fortunatamente immune, se non addirittura allergico. E così, vasetti vagamente squadrati chiusi da uno scialbo coperchietto di carta plastificata, liscia e piatta come l’acqua di una risaia in un mezzogiorno senza vento di inizio maggio. E fossimo matti, siamo una multinazionale noi, vuoi che non ci mettiamo qualche altra sirena, su quel lato interno del coperchio di finto alluminio che tu, consumatore, senz’altro leccherai? (perché lo sappiamo, che lecchi: siamo una multinazionale e studiamo le abitudini dei nostri potenziali acquirenti, noi.) E così, terminato il mio bacio francese coi fermenti lattici, sulla superficie lucida dell’interno del coperchietto sono sbucate un po’ di scritte. Al centro, la versione in bianco & nero del logo del prodotto preceduto da quel nauseante “I”. E i social, non ci vuoi mettere i social network, nel 2014? “Seguici su [f] [uccellino]”, sotto l’ai lov logo. E tanto per non sbagliare, sopra quest’ultimo ci mettiamo anche un bel (omissis: col cavolo che vi faccio un favore, colossi del latticino! Per quanto, questo post lo leggeranno in sei o sette al massimo).
Ma dimmi tu in che cavolo di mondo sono finito se, per risparmiare un euro e cinquanta, mi ritrovo a comprare un litro diviso per otto di uno yogurt antipatico e scipito. Ditemi voi, che razza di mondo è diventato, se appena alzato uno si trascina nella sua cucina e comincia la sua giornata lucidando, con la lingua, un pezzo di plastica refrigerato. Dimmelo tu, che cazzo di mondo, se un mattino accendo il computer per scrivere di quella volta che mi capitò di leccare un hashtag, nientedimeno. E raccontare il fatto per sentirmi un po’ meno scemo.

(circa un anno fa)

Amanuensi, specie protetta

Il corsivo vero, non lo stampatello minuscolo “sdraiato” che l’era dei computer ci propina, e che spesso è definito Italic. Ma di italico ha ben poco, questo, che usiamo per scrivere parole non tradotte da lingue straniere, titoli, concetti in senso lato o singoli termini su cui desideriamo focalizzare l’attenzione di chi ci legge.
Il corsivo vero è un altro. Il corsivo, lo conosciamo tutti, è lo stile che più di ogni altro ci aiuta a distinguere, se non addirittura a riconoscerla, la mano di chi ha scritto da quella di qualcun altro. Il corsivo è espressione della propria personalità. “La scrittura corsiva è come un orto: ognuno la coltiva in modo diverso”, mi hanno detto, in questo modo tanto brillante. Chissà com’è, la grafia corsiva di chi mi ha regalato questa similitudine dell’orto.
Certo, il corsivo perde di senso e dignità, se nessuno più insegna a scriverlo bene. Conosco persone della generazione precedente alla mia che sono arrivate alla prima media e che tuttavia possiedono un corsivo elegante ed estremamente leggibile, disciplinato eppure ricco. Conosco invece ventenni che studiano materie umanistiche all’università e che hanno una tale calligrafia da farmi dubitare del loro pollice opponibile.
Dove sono, i contadini della bella grafia? Quelli che sanno scrivere il vero corsivo, che ti consente di scrivere ogni parola senza staccare la penna da foglio, come in un’armonia di mano e polso e braccio, mentre la testa dirige. Il corsivo bello, in cui ogni iniziale maiuscola è una piccola opera d’arte e ogni lettera trova il modo migliore – ossia una curva morbida, un piccolo segmento o un ricciolo d’altri tempi – per legarsi bene a quella successiva. Nulla più del corsivo fa apparire la parola per ciò che è: una cosa a sé stante, una forma unica, e non una semplice somma di lettere messe l’una di fianco all’altra. Niente, come il corsivo, riempie di più le mani di chi scrive, o gli occhi di chi legge. Il corsivo è la scrittura che strizza l’occhio al segno e al disegno; o forse viceversa, ma non importa. Pur senza avvicinarsi ai picchi meravigliosi dei sinogrammi cinesi tradizionali – e dei loro corrispettivi nella scrittura giapponese, i cosiddetti kanji – il corsivo resta il culmine estetico della grafia occidentale. E al diavolo l’Occidente, per quel che è diventato; ma il corsivo, quello vero, conserviamolo fino al prossimo Medioevo. Per favore.

(19 maggio 2014)

Shelter from the storm

Vette himalayane per compensare le mie sciocche depressioni caucasiche.
Capanne di tronchi e foglie, dentro cui nascondere nidi d’erba e fango.
Proteggere ora gli stormi che riempiranno i cieli di domani.
Riparare dalle tempeste di oggi ciò che ora è ancor piccolo e delicato;
sottrarlo alla furia dei venti, ai pensieri violenti e alla barbarie degli umani.


I was burned out from exhaustion, buried in the hail
Poisoned in the bushes an’ blown out on the trail
Hunted like a crocodile, ravaged in the corn
‎”Come in”, she said, ‎”I’ll give you shelter from the storm”

Portami via

Oggi pomeriggio camminavo nel parco deserto, fra i rami caduti sotto il peso della neve e mai raccolti. Macerie verdi. Come dal nulla, ho pensato alla bellezza delle parole “Portami via”. Portami via. Dalle cose che non vanno, dalle persone che non mi fanno bene, finanche da me stesso, se io stesso ho disimparato, a volermi bene. Infine, incidi il tuo nome. Ma non sulla corteccia di quel povero albero, già ferito dall’inverno, coi rami ai suoi piedi come fossero figli perduti. Incidilo su di me. Scavami la pelle, senza pietà. Ecco, ho pensato: una persona che avesse il coraggio e la mano ferma per incidere il suo nome sull’arco debole delle mie scapole, poi avrebbe anche la dedizione per curarmi le ferite che lei stessa mi ha inferto. Giorno dopo giorno, senza disperare perché le ferite sono difficili a rimarginarsi. Senza fretta, perché non pensa che qualcun altro lo farà al posto suo. Io non lo so cosa sia l’amore, forse no; ma mi piace pensare sia qualcosa che è immune alla frenesia, ai facili entusiasmi; o meglio, alla mancanza di pazienza. E soprattutto, che sia qualcosa in cui si dà tutto, – anche il proprio nome – senza la minima avarizia d’animo, perché non si pensa più ci sia qualcosa da risparmiare, da conservare per chissà quale dopo, da tenersi per chissà quale altra vita. Pensare “Ci penso io, a te”, e trovarlo del tutto naturale. Naturale come medicare e cambiare le bende a chi amiamo, quotidianamente, senza pensare a quanto durerà e a chi lo farà al posto nostro, quando ce ne saremo andati. Impossibile, andarsene, quando ci si prende e ci si porta via. Senza però andare da nessuna parte; se non qua, in questo ovunque senza fissa dimora. Qua, dove vendono metri di garza pulita e io posso guardarti, mentre scavalchi i rami caduti.

Sottrazioni

Prima di pretendere d’avere ispirazione,
dovremmo concederci un po’ di espirazione.
Prima di avere l’ambizione di scrivere un romanzo,
dovremmo imparare a scrivere un biglietto di arrivederci.
Prima di prendere le parole e darle in pasto ai nostri tarli famelici,
dovremmo ricordarci di confezionarne un paio per chi abbiamo trascurato.
Prima di aprire la bocca, dovremmo ricordarci di alcuni perché:
a quale scopo possediamo una bocca,
perché ci è concesso di muoverne i cardini
e qual è il vero bisogno per cui vogliamo aprirla.
Per chi, perché, per cosa, in che modo
parlare comunicare esprimersi
o tacere, in attesa di avere
davvero qualcosa
da dire.

Like black holes in the sky

729665main_A-BlackHoleArt-pia16695_full Quando i figli dei nostri atomi saranno spaghettificati, nessuno più si ricorderà di esser stato vivo. Nessuna paura. Nessuna domanda. Nessun come, nessun perché. Nessun linguaggio e nessun pensiero. Come un buco nero supermassivo del senso – ma infinitamente più vicino a noi.

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É demais, é pesado, não há paz

e poi, alla fine, tutto si aggiusta.
le cose si rompono per farsi aggiustare
le giornate le fortune gli oggetti i coglioni
ma basta un pomeriggio ad aggiustare una settimana.

ricordarsi di non aver avuto tutto dalla vita
ma di aver avuto molto
un talento una possibilità
i soldi per un’auto
che sarà roba materiale
ma in questa vita materiale, serve
vale.
parlare nel pomeriggio e notare di aver avuto ancora altro
buoni maestri e buoni professori
buone compagnie e compagni buoni
la mostra dei lavori nell’atrio e un voto regalato
le risate sotto l’arco della finestra e una giornata di sole
una rogna che si rivela fortuna
un anno perso che diventa guadagnato
pagelle che s’impolverano e coccarde che muoiono
ricordi che vivono e amici che se ne vanno
ma che prima o poi ritornano
i traguardi svaniscono
le persone continuano a vivere
anche quando non sopravvivono.
le persone non sono auto
se investono (su) altre persone
non uccidono, ma (si) salvano
e mentre le strisce pedonali restano bianche
le righe mentali diventano nere
e penso e scrivo e parlo
con me
nel solco delle parole
scambiate con altri
e non voglio smettere mai
voglio solo scegliere con chi
ma voglio continuare a curare alberi
a raccogliere i frutti nelle notti
ricordandomi dei giorni di tempesta
del vento gelido che spezza i rami
e mentre mangio l’ennesima pesca
mi sbrodolo e guardo il pesco rimasto in piedi
e mi ripeto che poi, alla fine, tutto si aggiusta.

tornerò a guastarmi, a rompermi
così come ora mi sto rompendo di questa eco
che provo a coprire con la musica,
quella nelle cuffie
ché la musica delle parole
è incantesimo per serate migliori
quelle in cui mi aggiusto e sono in fiore
mentre oggi manca un po’ di acqua o smalto
come colore troppo secco o troppo acquoso
non riesco a dipingere come vorrei
ma non è importante
la musica, quella di prima, mi spinge fin dentro le quattro
e finché non finisce non finirò
di ticchettare sui tasti
mentre ho già dimenticato il motivo per cui ho cominciato
forse dovrei smettere di parlare senza dire niente
annacquando la goccia di colore
che mi ha portato qui.
qui, dove non mi diverto più
e allora tutto perde senso
e ritmo, e poesia
e allora, perché insistere?
e non un problema del chi o del come
né del perché
quando non ti diverti più devi smettere e basta
a meno che non si tratti di sopravvivere
ma tutto questo è così superfluo
e solo quando te ne allontani te ne rendi conto
e allora meglio aggiungere qualche altro metro di distanza
per evitare di farsi rompere
e di dover sperare in una serata o un poco di fortuna
per aggiustarsi ancora
anche se è solo una cicatrice che guarirà
come un segno di penna che non resterà
su una superficie che puoi lavare o coprire
con altri strati superficiali
che non restano
come i voti
la mete vuote
o altre minuscole guerre
inutili quanto le guerre grandi
per cosa, poi?
per una donna
un fazzoletto di terra
un rigurgito d’orgoglio
un momento di follia
una stupidità eterna
per le religioni e le sue distorsioni
per ostentare forza
perché meglio le bombe che ammettere
che forse ci si era sbagliati
per i soldi
per i soldi
per i soldi.
mille euro fanno comodo
per la prossima bolletta sbagliata
la prossima multa
ingiusta o no
la prossima tassa
il prossimo errore
la prossima debolezza.
ma quanto serve di più?
qual è il fondo dell’avidità?
io mi chiedo
se valgano di più i cinquemila euro
di un metro quadrato in zona Bovisa
o una notte estiva che non fa paura
che puoi perderti e non morire di freddo
e quando le gambe cedono
puoi fermarti a dormire sotto un albero
o all’ombra di un cartello stradale.
io mi chiedo se valgano di più
le royalties di un pezzo musicale
o la libertà di poterlo ascoltare
senza aver paura del mattino
e della sveglia
come io adesso
con la musica
che mi tiene tutto intero
infilandomi dentro alla sacca piatta e calma delle quattro e trenta
e scrivo e scrivo
e le note mi assecondano.
io mi chiedo se valga la pena
colpirsi alla spalle a vicenda
e conficcarsi punte di spillo a tradimento
per una promozione insignificante, per due lire bucate
per una scopata sopravvalutata, due ore buttate
per una briciola di potere, che di potere niente dà
per una vittoria morale, che di morale nulla ha
o altre ferite, altri rivoli di sangue dalla schiena
come di randagi incattiviti che si litigano l’osso
quanto vale, a cosa serve
quando poi là fuori
ci sono gli alberi e le pesche
e le stelle tremanti e i lampioni muti
le aurore le persone senza gli spilli
che non reclamano potere o sesso o soldi
ma chiedono solo un po’ di tempo
lo stesso che vuoi tu
per parlare
per ricordare
per riscoprire, lì accanto
gli oceani di bellezza
celati in fondo ad angoli di tranquillità
da riconquistare
per nascondertici dentro
quando hai voglia di farti aggiustare
cadendoci dentro
come una piuma sull’acqua
come una nota alla fine di una melodia
come questa, che inseguo
che ora sfuma
a cui devo questo pensiero
sfuma
come la visione tarda di uno di quegli oceani
e che mi fa pensare, giustamente
che non avrò tutto dalla vita
eppure
ho già avuto molto

(luglio ’10)

Rese, grazie

viviamo immersi nel liquido assordante di un’immensa illusione. non c’è scampo alle bugie di chi comanda questo pianeta; non c’è possibilità di riscattarsi davanti all’onnipotenza delle oligarchie. possiamo solo cercare di essere liberi a modo nostro: nel pensiero, come l’uccello Leonard Cohen sul filo della sua canzone; nella partecipazione, come Vittorio Arrigoni nella sua dimensione chiamata Gaza. oppure nasconderci e dimenticare. cos’è il vero amore che lega gli umani a due a due? è complicità e fusione reciproca, tanto per cominciare. ma è anche un rifugio comune. è un patto per scivolare insieme nell’oblio, come una piccola barca che si allontana silenziosa e solitaria dalla riva degli uomini e dei segreti troppo grandi da combattere, troppo orribili da meditare, spaventosi da ricordare. avere coraggio, o un dono, o una zattera che stia a galla; di queste cose abbiamo bisogno, se vogliamo portare a termine quest’esistenza in modo perlomeno decente.  ma vai a trovarle.
e se son difficili le cose, figuriamoci le persone. trovala, se ci riesci, una persona alla quale dire: Io ora mi arrendo a te. Così poi ci arrendiamo insieme.

 

 

 

(2011)

Addio all’adolescenza

faccio fatica ad innamorarmi delle cose.
del verde nuovo, di un vecchio treno, del cielo giovane
degli alberi che si curvano al vento, luccicando
quel vento che non spezza i fiori, soffiando
dell’aria che ora odora d’acqua
e grano e zucchero, letame, e polline e fiume
del giorno che sa di foglie e polvere
un autunno secco e luminoso e roseo
della mattina che suona di cucchiaini e clacson
di tutto
di niente.

quel che mi piaceva io
so solo descriverlo un po’
e neanche poi tanto bene, ora
e nemmeno in maniera tanto sincera
cercare le parole, poi farle giocare
mettendole in fila per i gradini
e in colonna per far le scale
che senso ha avuto mai?
il trucco c’è, ed è secco
e le croste mi danno fastidio
e le parole son sempre le stesse
le mie preoccupazioni, sempre uguali
come le mie maschere incrostate
e anche ora sto facendo fatica
a uscire dagli schemi scemi
ad appassionarmi di ciò che faccio, che scrivo
prima ancora di quello che vedo.
faccio fatica ad innamorarmi delle cose
e ho paura, paura da pisciarmi sotto
paura che un giorno possa perdere tutto
ossia la bellezza, ed il brutto suo doppio
ricavarne indifferenza per ogni cosa maledetta
persino per la gioia di essere, di riscoprirmi vivo
e smarrire così questa piena
mancanza di fretta
di morire, però
aspetta
ho ancora voglia.

faccio fatica, faccio solo più fatica
e allora fatico
gonfio il petto col fiatone e poi
aspetto
mi aspetto

 

 

(15 aprile 2009)

Cancelli e cerchi

c’è qualcosa
che viene a chiamarti nella notte
ti tappa il naso
ti tocca la spalla nel buio
e cominci piano piano ad emergere
a svaporare
da una realtà
all’altra
sospeso a metà
tra il mondo dei sogni e quello dei vigili
un magico tragico brevissimo istante
e solo in quel momento senza dimensione
quella cosa senza nome
quasi ti sembra di poterla vedere, sfiorare
forse persino capire, ma
nell’attimo appena successivo
già riapri gli occhi
riacquisti il senno con un respiro
ed essa
svanisce.
la cerchi nel cesso
nello scroscio dello sciacquone
la cerchi in cucina
la luce del frigo come fosse una torcia
la cerchi nel fondo della bottiglia
in un sorso d’acqua bevuto a canna
poi torni sui tuoi passi
e la cerchi ancora nella semioscurità
e nel tepore del letto
non ancora svanito
scivoli di nuovo dentro le lenzuola
la cerchi sulla pelle delle sue guance
o forse la cerchi nel gesto stesso della tua carezza.
in ogni caso, è troppo tardi:
qualsiasi cosa sia, sei sveglio, e corri al pc per
provare a raccontarla
per raccontartela ancora
senza riuscire a raccontare niente
se non il solo tentativo in sé
scrivendo tanto e quasi niente
in attesa di capire – illuso
o solo in attesa di ritrovare il sonno – stanco.
non hai trovato nulla
e non ci hai capito nulla
voi ci avete capito qualcosa?
perché
se così non è
diventa inutile continuare a parlarne
e più mi sveglio e più mi sfugge
così ora
sarebbe cortese da parte vostra
essere più rapidi di me
e raccontarmi che cosa vi sveglia nella notte
che cosa attraversa le vostre case
le vostre stanze
i vostri letti
le vostre guance o le guance vostre
le vostre coscienze.
siate svelti abbastanza affinché
scrivendo
non vi scordiate cosa e perché
stavate cercando
prima che si cancelli
magari al chiarore della piccola luce ispiratrice
della cappa aspiratrice
e cosa inseguite
nelle notti insonni
nel fondo siberiano dei frigoriferi
o in quello dei cerchi concentrici di centomila sogni
rimasti sbarrati dietro i cancelli del subcosciente
e poi scordàti
come una chitarra che suona male
come questi versi soporiferi
che suonano male
scordateveli
questi non sono quelli che avevo in mente
e questo non è quello
che stavate cercando
non è niente, mi stavo solo
svegliando

 

 

(28 marzo 2006)

Un aspro gelato

Credo che l’unico nero su bianco che un giorno ricorderò di questa giornata sarà quello del merlo che saltella sulla neve. Camminavo e nelle cuffie suonava “Over the Rainbow”, nella versione di John Martyn. Stavo andando a scuola. Ero agitato e quasi contento, proprio come se fosse un ritorno alle lezioni dopo tante vacanze. Mani in tasca e cappuccio sulla testa, andavo piano e mi domandavo per quante persone questa fosse la prima volta di elezioni passate sotto la neve. Per quante di loro, di noi, sarebbe stata l’ultima. Mi sono chiesto che cosa accade quando in una giornata così cadono cristalli senza pietà, visto che basta un poco di pioggia ad avere il solito governo ladrone.

Sono arrivato a scuola. Che cazzo vi ridete? La gente ride. Le gente è contenta. Io appartengo alla gente e non ho alcuna voglia di ridere. Non avevo voglia. L’ho scritto sulla bacheca di un’amica: non è un bel paese in cui vivere, quello che ti porta a provare disgusto per l’esercizio di un tuo diritto. Un diritto che, invece, dovrebbe essere bellissimo. I padroni di quest’epoca hanno capito una cosa fondamentale: che i diritti ignorati dai più sono facili da abolire, mentre per quelli conosciuti basta trovare un modo per renderli fastidiosi, indigesti, o per far credere che tali diritti non servano a niente.

Non ho mai capito perché alla sezione 1 e 2 non ci sia mai nessuno, mentre alla 3, dove voto io, ci sta sempre la fila. Come cazzo funziona? E non ho mai osato sbirciare al piano di sotto, dove ci stanno le sezioni mancanti. Poi non ricordavo la fila separata per maschi e femmine. Che senso ha? Domande domande domande. Certezze: le matite sono le solite, perfettamente regolari. Penso agli imbecilli che si sono portati il pennarello. Penso alle sedie e ai banchi, che sono rimasti gli stessi di vent’anni fa. Penso all’agghiacciante scritta appesa fuori, dove si ricorda che “alla 1a, alla 4a e alla 6a ora è vietato andare in bagno, come da disposizioni d’Istituto”. Altro che risolvere i problemi della scuola con un voto… mah. Insomma, penso a un sacco di cose, tranne a chi ho deciso di votare – come se esistessero reali decisioni, nell’incoscienza o nella rassegnazione. Poi entro in classe, mi faccio dare schede e matita, quindi entro nel parallelepipedo di truciolato con la tendina di stoffa pesante. Sono dentro una cabina che sta dentro un’aula che sta dentro un edificio che mi piace chiamare scuola. E la scuola sta dentro un paese, che sta dentro una pianura che sta dentro a un Paese, che una volta mi piaceva chiamare ma adesso non più. E mentre la mente vaga lungo la cartina geografica, la mano che prima stava dentro al guanto dispiega il primo di quegli enormi cartoncini freschi di tipografia, ripiegati come pacchetti pasta sfoglia, però del tutto privi di ogni possibile buon sapore. Parto dal voto per le regionali, che mi regala l’unico momento libero da incertezze. Poi la Camera, infine il Senato. [Ero così fuori di me che non sono nemmeno sicuro di aver beccato il simbolo giusto, nella scheda per la Camera]. Poi esco, riconsegno la matita e infilo i tovaglioli colorati negli appositi scatoloni. Una volta ci tenevo, e mi infastidiva quando il presidente del seggio cercava di infilare le schede al posto mio. Oggi ero penosamente passivo, ma nessuno ha provato a far nulla. Il presidente del seggio, che poi è una ragazza che prendeva il pullman con me ai tempi delle superiori, mangiava una mela. So per certo che le piacevano gli Oasis: ricordo che un giorno, sulla corsa del primo pomeriggio, la sbirciai seduta sugli ultimi sedili in fondo mentre cantava “Don’t Go Away”, canzone che a quell’epoca non mi dispiaceva ma che adesso trovo pallosissima e melensa.  Ah, i diciassette anni. Esco dalla classe C, ehm, dalla sezione 3. Io ero nella sezione A, quando di anni ne avevo dodici o tredici. Quindi l’aula in cui è praticamente iniziata la mia adolescenza è quella affianco, la semideserta sezione numero 2. Sempre che la memoria non mi inganni, o che io non mi sia completamente rimbambito.

Indugio, mi attardo lì. Non ho voglia di tornare a casa. Nevica ancora, fa freddo. Ho voglia di restare a scuola.
Le altre volte ci sono quasi sempre andato dopo cena, spesso con mio padre, in serate che sapevano già d’estate. Forse per il buio, o per la voglia di uscire, comunque non mi sono mai soffermato. A guardare la facce della sezione 2. A guardare i disegni appesi fuori dalle aule. Ad osservare fuori dalle finestre del grande corridoio. Ad accorgermi che il parcheggio della scuola, un tempo distesa informe di terra e ghiaia, adesso è una “L” completamente asfaltata. [O forse ci avevo fatto caso, ma senza una vera presenza mentale, in uno di quei tipici momenti in cui inquadri senza scattare o filmare, guardando senza vedere]. Sul lato lungo ci hanno dipinto delle strisce per farci una specie di pista di atletica. Sul lato corto della L, invece, c’è un campo di calcetto e pallamano con tanto di porte regolari. Quando ci venivo io, il campo coincideva quello di basket che sta all’interno, nella vecchia palestra col pavimento di linoleum verde, oltre il muro che divide le pallonate di oggi da quelle di ieri. Sotto le retine ferme dei canestri, le linee bianche si distinguevano da quelle gialle che delimitavano il campo di pallavolo. Sui lati corti del grande rettangolo bianco ci mettevamo le porte, che poi erano i soliti due birilli, con lunghezza dei pali ed altezza della traversa del tutto immaginari. Naturalmente, chi aveva più carisma giocava nella squadra che difendeva la porta con la traversa più bassa. Le scale che dal parcheggio portano al livello del piano rialzato sono rimaste le stesse. Ma ora c’è anche un ascensore, così, per dare una parvenza di civiltà.
Infine mi decido ad uscire. Mi rimetto la musica in testa e torno a camminare. Al voto non ci penso più. La sagoma nera del merlo sul marciapiede bianco e il cortile della mia vecchia scuola mi hanno regalato due brevi istanti di moderata poesia. Mi domando cosa davvero valga di più, in quest’esistenza. Forse un secondo di bellezza resta più impresso di una croce su un pezzo di carta. Forse un minuto di malinconia sincera conta di più della mia incazzatura di fronte alla milionesima tribuna politica, o durante l’ennesimo scoop di Report. Forse è meno astratto investire sulla propria economia emotiva – ah, che brutta espressione – anziché sperare nella ripresa di un’economia globale in mano ad oligarchi distanti, mai sinceri e infinitamente avidi. Forse è meglio cercare di far del bene alla propria sorte senza fidarsi troppo di chi ti promette che lo farà per te. Le piccole lotte fanno più di un voto. E vale di più quel che è autentico. Come un gelato al limon… almeno finché riusciremo a difendere quelle due lire per andare e comprarcelo, issato in cima ad un cono o ficcato sul fondo di una coppetta di carta, ché va bene lo stesso. Un gelato al limone d’estate te la cambia di più, la giornata. Come un bianco e nero a colori in una domenica di febbraio qualsiasi. Come un cortile di ieri. Come un paio di secondi di moderata poesia. E ‘sta vita, che forse non è un’epoca, ma la somma di tante singole giornate.

 

(24 febbraio 2013)

Troppo Slayer

Topic: Cosa ne pensate de…

I Mastodon?

I Mastodon! Me li ha fatti conoscere un ragazzo che lavora al punto assistenza dell’IperCoop del CentroSarca. GuardaCaso ero andato lì per portare il mio GiraDischi in garanzia. Con questo ragazzo peraltro simpaticissimo, polacco di nascita, ci siamo messi a parlare di questa sorta di bulimia con cui consumiamo la musica, in quest’epoca digitale, e di quanto invece ci fosse un rapporto molto più fisico con i vecchi supporti. Nonostante lui abbia sei anni meno di me, abbiamo scoperto la passione comune per il nastro magnetico, le musicassette. Poi lui mi ha chiesto se mi piacevano i vinili: ma certo, gli ho risposto, sono il supporto migliore che esista, e poi soddisfano sia le orecchie che gli occhi. Mi ha raccontato di quando suo padre si faceva 800 km per andare a Danzica più altri 800 per ritornare; andava con il camion e si portava a casa scatoloni di merce varia, scatoloni con il doppio fondo per nasconderci quei dischi che in Polonia erano proibiti, come “Paranoid” dei Black Sabbath. Sai com’era contento mio padre, mi raccontava. Un solo disco e ti sentivi un uomo realizzato, completo. Vero, gli ho risposto, che anch’io quando compravo una sola cassetta mi sentivo a posto per almeno 6 mesi. Idem quando ho cominciato con i primi cd, che andavo alla Virgin e dovevo scegliere con la massima cura il modo in cui avrei speso le mie 19.900 lire, che se costavano di più cercavo altrove o aspettavo al giro successivo. Ma questo ricordo della Virgin l’ho solo pensato, non gliel’ho detto a voce. Comunque questo ragazzo mi raccontava di come fosse passato dai Led Zeppelin e Gary Glitter – Gary Glitter, lo conosci? Mi ha chiesto. E ora che ci penso, sia G.G. che i Led Zeppelin hanno inciso una “Rock and Roll”. Dicevo, anzi, diceva lui, del suo passaggio dal rock di suo padre al trash metal con tanto di battesimo del fuoco quando, al suo primo concerto degli Slayer, fu buttato in mezzo al pogo più brutale. Avevo 15 anni e conoscevo solo una canzone tratta dall’album meno amato ovvero “Stain of mind” da “Diabolus in Musica”, ed ero andato al concerto con lo zaino, mi raccontava, ero un bambino, anche se ero già alto più o meno come adesso. Però era seduto, e lui ha capito, e mi ha detto di essere alto un metro e 90. Tuttavia c’era gente anche più grossa o comunque più tosta di lui, ed era sempre per terra, ma il suo amico giovambattista trentenne lo tirava ogni volta su, e lui alla fine era pieno di fango e di ecchimosi, e c’era un tizio ben più grosso di lui che alla fine gli ha chiesto quanti anni avesse, e lui 15, gli ha risposto, e il gigante gli ha detto bravo ragazzo cresci bene, e gli ha offerto una birra, ma lui ancora non beveva ed era uno sportivo e il bestione gli ha detto ancora bravo ragazzo, fai bene a non bere. Comunque questo ragazzo polacco mi spiegava che adesso ascolta death metal e grindcore e tanta altra roba così, ma ci sono troppi generi e sottogeneri e a me questa cosa non piace, ha detto, ed io gli ho detto già, faccio fatica ad amare l’intera discografia di un unico gruppo figuriamoci se mi fido di generi ed etichette varie, e lui mi ha risposto già, comunque io ascolto merda. Ma come, dico io, non ascolti merda, e lui ha insistito di sì, e a me è venuta in mente la discussione su sanremo che c’è in questo forum, e allora ho pensato che quel ragazzo avesse da raccontare un po’ di cose ai paladini de i gusti son gusti. (la verità è che questa storia dei gusti è buona solo quando ci serve uno scudo per nascondere o difendere le nostre pochezze, i nostri limiti. mi può anche star bene, la filosofia del De gustibus non disputandum est; peccato che quasi nessuno se la possa permettere, perché quasi nessuno è dotato di una coerenza sufficiente ad applicare tale filosofia a prescindere dal contesto. eggià, comenò. la storia che i gusti personali siano sacrosanti e indiscutibili d’improvviso non vale più, quando di fronte abbiamo qualcuno che pensiamo sia al di sotto del nostro livello presunto. è buona solo quando ci viene il sospetto di esser noi, gli ignoranti di turno. e siccome l’inconscia idea di essere ignoranti ci disturba, ci gira il culo e ci mettiamo a rompere i coglioni facendo i finti equilibrati. magari rispondiamo seccati, come per far la voce grossa, al fine di non farci soverchiare. e nel frattempo ci giochiamo questa carta di pura ipocrisia; un concetto che non pare del tutto stupido solo perché richiama alla mente l’aulicità tipica delle locuzioni latine.) Però questa parentesi è postuma, cioè, precedente come pensiero ma attaccata in seguito a questo racconto. Non esisteva, la parentesi, mentre parlavo con il ragazzo dell’assistenza; mentre gli dicevo, vedi, l’importante è la consapevolezza di ciò che ascolti, e comunque te lo sei scelto, e apprezzi anche altre tipi di musica, come alcune espressioni di quel rock anni ‘70 che io tanto amo, e guardacaso se tu portano a vedere i Mastodon non ti fanno molto effetto però poi torni a casa e ti scarichi “Crack the Skye”, e li ascolti e ne rimani folgorato, e guardacaso poi mi ha spiegato che il papà di un suo amico lavora alla Scala e ogni tanto gli regala qualche biglietto, e lui è superfelice di andarci ad ascoltare i concerti di musica classica, ed io gli ho detto visto? Tu ascolti musica, e anche se i Carcass o chi cavolo ascolti tu forse non equivalgono a Chopin te li sei scelti, e guarda un po’, non sei privo di cultura e riesci anche a dire che la merda resta merda anche se ti piace, perché i gusti esistono ma non sostituiscono i valori, ossia quelle verità che anche un essere umano è in grado di raggiungere. E intanto li ha fatti ascoltare un po’ anche a me questi Mastodon, grazie a YouTube, cosa che ai tempi delle cassette ci saremmo sognati di fare, ma forse ci saremmo rivisti e lui mi avrebbe fatto una copia della sua cassetta già copiata. E intanto avevo i marchi BASF e TDK in testa ed ascoltavo i Mastodon con lui, ed ho pensato prima ai Tool e poi al Progressive Rock, ed io ho pensato adoro le suite, ma intanto fuori si faceva sera e c’era il traffico che si ingrossava come un cazzo su YouPorn e mi aspettava all’uscita per riempirmi di calci e sberle, altro che il pogo degli Slayer, ho pensato, e che se mi fossi lasciato andare il discorso sarebbe durato ben più di un pezzo prog lungo, ovvero lunghissimissimo. E di certo c’è qualcosa che ho omesso, e cioè molto, come quell’aneddoto riguardante un altro fan-atico enorme degli Slayer che a un concerto si era buttato nella mischia per prendere le bacchette di Dave Lombardo, e si erano pestati di brutto, e il ragazzo polacco lo aveva visto rialzarsi ed era una maschera di sangue, e gli aveva fatto un cenno, e il gigante simpatico si era toccato con la mano e aveva visto il rosso, e facendo il gesto delle corna ha detto tutto felice MINCHIA, TROPPO SLAYER! Oppure di quella ragazza che su un forum aveva scritto che justin bieber, o come cazzo si chiama, era il suo idolo, l’esempio della sua vita! E quindi uno gli aveva risposto che magari sarebbe stato meglio se i suoi esempi fossero state persone come Gandhi, o Martin Luther King, o magari Nelson Mandela, e questa bimbaminkia, per dirla come la direbbero i giovani e i bimbiminkia, gli aveva risposto Oh, ma che musica del cazzo ascolti? E ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti cristo, una volta le ragazzine impazzivano – per i Kiss ho detto io, che sono un vecchio – per i bon jovi ha detto lui, che è più giovane. E comunque almeno Mandela l’avevano sentito nominare, o quantomeno non l’avrebbero scambiato per cantante pop. Ok, forse. Ché magari lo avrebbero confuso coi Simple Minds.

Ma questo c’entra poco con il mio intento, che volevo solo sapere se ci fosse qualcuno qui che conosce i Mastodon e che magari li apprezza pure, e non so nemmeno se ho scelto il topic giusto, ma di crearne uno nuovo non mi sembrava il caso visto che ce n’è già un milione.

(24 feb ’11)

Anima o stenti

perché
io ve lo dico
anche se non vi interesserà
ma
ci sono ogni notte, sempre
anche quando
non faccio rumore
a meno che non mi sentiate
respirare
di nascosto
lieve
come la neve
a meno che non vediate
lo sbuffo d’anima tiepida
danzare nella tenebra gelida
una notte livida e limpida
dove la poesia giace
in letargo
sotto una teca di ghiaccio
dove anch’io, in fondo, giaccio
(se almeno riuscissi a trovarmi).
eccola là
abbandonata ad un sonno
stanco
perduta in un sogno
bianco
eccola
cristallizzata, sospesa
langue
e non riesco a scioglierla
no so liberarla
dalla prigione trasparente
dalla paralisi latente
langue

Io anche

 

 

(fine del 2005)