Addio all’adolescenza

faccio fatica ad innamorarmi delle cose.
del verde nuovo, di un vecchio treno, del cielo giovane
degli alberi che si curvano al vento, luccicando
quel vento che non spezza i fiori, soffiando
dell’aria che ora odora d’acqua
e grano e zucchero, letame, e polline e fiume
del giorno che sa di foglie e polvere
un autunno secco e luminoso e roseo
della mattina che suona di cucchiaini e clacson
di tutto
di niente.

quel che mi piaceva io
so solo descriverlo un po’
e neanche poi tanto bene, ora
e nemmeno in maniera tanto sincera
cercare le parole, poi farle giocare
mettendole in fila per i gradini
e in colonna per far le scale
che senso ha avuto mai?
il trucco c’è, ed è secco
e le croste mi danno fastidio
e le parole son sempre le stesse
le mie preoccupazioni, sempre uguali
come le mie maschere incrostate
e anche ora sto facendo fatica
a uscire dagli schemi scemi
ad appassionarmi di ciò che faccio, che scrivo
prima ancora di quello che vedo.
faccio fatica ad innamorarmi delle cose
e ho paura, paura da pisciarmi sotto
paura che un giorno possa perdere tutto
ossia la bellezza, ed il brutto suo doppio
ricavarne indifferenza per ogni cosa maledetta
persino per la gioia di essere, di riscoprirmi vivo
e smarrire così questa piena
mancanza di fretta
di morire, però
aspetta
ho ancora voglia.

faccio fatica, faccio solo più fatica
e allora fatico
gonfio il petto col fiatone e poi
aspetto
mi aspetto

 

 

(15 aprile 2009)

Scritto, letto

Camminavo verso la stazione, convinto di essere in perfetto orario. Una volta giunto sul binario però, il treno del mio sonno era già partito. Nemmeno più la sagoma del ferro curvo, all’orizzonte.

Immobile sulla banchina deserta, mi sono un poco intristito al pensiero che avrei potuto uscire di casa con più calma, evitando la mia sfida già persa col freddo per qualche altra decina di minuti.

Mesto, sono tornato verso la sala d’aspetto. Mi sono seduto; ho cercato pazientemente di ingannare il tempo – sebbene poi sia sempre lui, a ingannare noi – scrivendo appunti e leggendo qualche articolo non molto interessante.  Ma ecco il segnale: sento chiaramente l’arrivo dello sbadiglio che annuncia la partenza del mio prossimo treno, l’ultimo. Devo andare. Mi affretto verso il sottopassaggio e mi ci tuffo dentro, poi inforco le scale che corrono verso la pensilina dove bivaccano, sparpagliate, le ultime parole della gior

(15 novembre 2009)

When my legs no longer carry

oggi ho capito che la mia avventura, lì dove lavoro, deve finire entro la fine di quest’anno. o perché no: entro l’inizio del mese prossimo, se mi pagassero quanto vorrei. per cominciare, che aggiungano duecentoventi euro alla mia buonuscita, visto che sono così stanco che mi addormento sempre sui treni. e sul treno, oggi, mentre dormivo, m’è sparito il mio netbook. era praticamente nuovo, e devo pur dar la colpa a qualcuno o qualcosa: al sonno, al lavoro, ai treni, ai passeggeri ladri. figurarsi se la do a chi quel povero aggeggio se l’è dimenticato sul vagone, di fianco al sedile. quel rimbambito.

comunque sia, la giornata di oggi ha fatto davvero schifo.

fortuna che il mio profumo non svanisce nemmeno dopo tanta fatica. i miei fiori continuano a crescere, e sento che sono sempre più belli, anche quando non conosco o ricordo la loro forma. fortuna che alla fine torna sempre la luna. ed è di nuovo tempo di papaveri. fortuna che alla fine arriva sempre la sera. la luna illumina le assi di legno del ballatoio. luna che entra da tutte le finestre, e grande dorme anche di fianco al mio, di letto. è tempo di erba matura e di grilli adolescenti. evviva, alla fine arriva sempre il momento di ascoltare la musica.
tutte cose che valgono molto più dei miei stipendi e delle mie liquidazioni. più dei miei sciocchi averi, conservati o rotti o perduti. tutte cose che no, non puoi mica farne a meno. non puoi perderle perché non le puoi ricomprare. sarà perché arrivano alla fine. quando tutto comincia.

(18 maggio 2011)

Tregua

Ho riscoperto quanto calore c’è nel centro del palmo della mano
ho allungato le maniche alle magliette
ho finalmente i capelli dell’anno scorso
ho voglia di raggiungerti nel letto
ho trasformato quadrati di polvere in dischi da riascoltare
ho convertito soprammobili rettangolari in libri che a breve leggerò
ho una borsa che non si bagna e un thermos che non si raffredda
ho la sensazione che ti stanchi di meno a rincorrermi nei pomeriggi
ho ricordato l’importanza di non sottovalutare le persone
ho problemi che restano irrisolti, ma anche la forza di non esserne ossessionato
ho idee semplici e obiettivi concreti
ho perso un po’ di fantasia ma ritrovato un po’ di lucidità
ho molte tasche in più addosso
ho un sorriso in più grazie al tuo regalo a quattro dimensioni
e ho ancora voglia di raggiungerti nel letto, e mostrarti quel sorriso
ho finalmente qualche buon motivo per lamentarmi
ho nuovamente qualche buon momento per scrivere
e tutto questo e anche di più
si chiama ottobre
ed io
sto quasi bene.

E allora non tradirmi, ottobre
con le settimane di pioggerellina incessante
con le pozzanghere nascoste
con i treni che ritardano
con gli autobus che non passano
non punirmi col vento,
se ho voluto darmi delle arie
con la giacca più leggera
non startene in agguato minacciando nebbia e monotonia
non esagerare con la malinconia
né con il traffico
e resisti fin che puoi
ché temo
che i miei pori siano sempre meno impermeabili all’umidità
e i miei occhi sempre più allergici al grigio
i miei novembre all’apatia
i miei dicembre alla noia
i miei umori alle cattive notizie
ed è sempre più difficile impedire
ai miei amici di allontanarsi
ai miei ricordi di sbiadire
alla mia conoscenza di imbarbarirsi
ed il mio volto sembra più bello
ma la mia anima la sento imbruttire.

Non sono pronto ad alcun inverno,
né a quello che allontana da sole
né a quello che ghiaccia i sentimenti
e anziché adeguarmi al gelo
mi intestardisco nel continuare a cercare
un po’ calore
nei palmi delle mani
nelle maniche
nei letti
nella musica
nelle parole
nelle notti
nei pomeriggi
nelle tasche
nei sorrisi
e in quel che resta degli amici, e della memoria
ed è caldo e non sbiadisce il ricordo
d’una giornata d’un ottobre di due anni fa
e in fondo è da allora
che fa un po’ meno freddo

(10 ottobre 2006)

 

Pencil-ine

Ho sognato un’estate
lunga dodici mesi
ma non questa estate.
Dodici mesi di caldo secco
e brezza marina
e sabbia dietro le orecchie
e temporali con la voce grossa
ma che non portino via
il tetto della mia piccola casa
dipinta di bianco
né il mio taccuino, la mia biro nera
tanto mi basterà per appuntare i desideri
estivi
per un’altra estate
che non sia questa.
Un’estate sotto una pensilina, nell’ombra tiepida
ad aspettare un autobus che mi porti fuori città
autobus che emergerà dalla strada liquida
salgo, fiaccato dal suo incalcolabile ritardo
mi addormento sul sedile
e sogno un
’altra estate ancora
poi una buca mi sveglia
vedo la fermata da lontano
mi avvicino alla portiera
quindi scendo

a fotografare graffiti in periferia
a disegnare i ruderi d’una vecchia fabbrica
e a prendere un panino
e una birra sudata
presso un baracchino
mi serve un vecchino sorridente
e sdentato
poi risalgo svelto
e addento il panino
è buono
e ingollo la birra
sembrava più fresca
non fa niente.
Poi finisco di mangiare
mi volto, ecco la stazione
scendo
salgo su un treno che mi porterà
ancora più in là
ma faccio il biglietto, prima
(perché il biglietto lo si fa per onestà
o per non viaggiare chiusi nel cesso)
assorto, col naso sul finestrino
passa il carrello delle bevande
prendo un caffè
me lo allunga un viso
rassicurante
è amaro e annacquato
bollente
ma non fa niente
finisco di berlo, mi giro
eccomi in arrivo
una piccola stazioncina di montagna
con la sua piccola pensilina,
stavolta l’ombra è fresca
attraverso la minuscola biglietteria
ed esco sul retro
mi piomba addosso l’orizzonte
la linea frastagliata delle vette arancioni
sbozzate da uno scalpello azzurro.
Riprendo fiato e mi incammino
ancora in cerca di un’estate
delicata ed avventurosa ed eterna
che faccia fare brutta figura alla mia fantasia
che superi di gran lunga queste parole
un’estate in cui camminerò ancora
per raggiungere quei monti
costeggiando laghi preziosi
di smeraldo e argento
e berrò acqua gelida e invisibile
sputata da bocche urlanti di roccia
e un vedrò un tramonto che durerà un giorno intero
e infine arriverà una notte nera e trapuntata d’oro
e il rumoroso ricordo della giornata vissuta
e il fastidio di piccoli insetti sulle mie gambe
e il peso dell’universo sulla mia testa
non mi faranno dormire bene
ma non avrà importanza.
La visione delle cime
e del vuoto sotto di me
mi brucerà gli occhi
e verrà così con me, a valle
non ci sarà bisogno d’incastonarla
in righe, in versi, in rime
che mai saranno all’altezza
di quei monti, tramonti
di quella bellezza.
I piedi non ti fanno male
nei sogni
così mi troverete ancora a camminare
nelle pianure
ai confini col deserto
tra rovine di civiltà antiche e misteriose
sulle Ande, o sulle Montagne Rocciose
sulle Alpi
sugli Urali, o più in là
insieme ad uno sherpa muto e sorridente
o anche solo sugli Appennini
un puntino nella macchia sibilante ed odorosa
poi giù ancora
verso un angolo di Mar Tirreno
a passeggio per quella strada
che da casa mia,
quella dipinta di bianco col tetto fatto male,
porta al mare.
Ma
non camminerò su quel peschereccio
seduto remerò per far riposare il vecchio motore
e forse non vedrete neanche
la scia troppo piccola di schiuma bianca
il piccolo solco chiaro in un blu impossibile da ricreare
e sarò solo, in altomare
e non i miei desideri, ma le onde incessanti
mi scorteranno verso isole ancora inesplorate
e atolli di cui solo io saprò l’esistenza
e che non troverete in nessuna mappa del mondo
in nessun’altra fantasia del mondo.
O forse naufragherò
su spiagge popolate
da donne antiche
sposate a mariti poveri
che pescano con l’arpione
e nei villaggi turistici delle zone
sarò io quel tizio di cui sentirete parlare
e che verrà coi mariti indigeni al vostro villaggio
a vendere pesce e indicazioni
oppure verrete voi a cercarmi
per un consiglio
un passaggio in barca
per fare domande sulla mia storia:
Raccontaci, tizio strano
che parli l’italiano
Racconta, ché nel villaggio ci annoiamo
come ci sei finito quaggiù?
Al quel punto voi avrete trovato me
ma a quel punto io l’avrò trovata,
l’emozione a forma d’estate che cercavo
con cui io possa riempire il bianco di questo foglio?

 

(luglio 2005) 

Passaggio a livello dimensionale

Me ne sto calmo
come in una fotografia
di un tardo pomeriggio estivo
la luce ingiallita
ritaglia un
ombra scolorita
dietro un convoglio merci
l’erba lunga e florida
dal caldo tramortita
nell
’aria non più torrida
frinisce una cicala rimbambita
il sole luccica su una rotaia
raggio di ferro che non abbaglia
una risata in lontananza
un domestico abbaiare
la tranquillità preserale
la frenesia, anche lei in vacanza
nelle case
c’è chi cena o chi attende
il telegiornale
il segnale vocale
il treno riparte
sul binario anche il sole
riprende a camminare
io sporgo la testa
l’aria ormai fresca
sul volto
strizzo gli occhi
mi volto
seguo le traiettorie dei cavi elettrici
le curve dei campi soffici
le spirali della mia immaginazione
poi torno a sedere
in attesa della prossima stazione.
Fuori imbrunisce
si accendono i neon tremolando
i grilli si svegliano cantando
io non li imito
m’addormento
ma vivo, non spento
il libro cade dalle mani.
 
Dal sedile inghiottito
da un incubo divorato
mi ritrovo catapultato
dentro un altro vagone
un neon pallido nella nebbia
un cane in lontananza urla indiavolato
la carcassa di un grillo crepato
su un binario morto,
ferro assassinato
senza più destinazione.
Il treno inchiodando
sferraglia fracassone
urla nella stazione
molta agitazione
dietro al convoglio merci arrugginito
tanto freddo che tremo al pensiero
un filo d’erba avvizzito
fuori è nero, nero di china
raccolgo il libro, ecco, mi chino
ma non riesco a riafferrar le parole:
risucchiate in
chissà quale voragine
congelate come brandelli d’animale
ormai inglobate dalla tenebra invernale.

Non bianche ma grigie, restan le pagine
grigie e umide, come me
che mi annoio
magari dopo
muoio.
O forse resisto
un’estate ancora
una stazione ancora
prima di lasciarmi andare
prima di addormentarmi
resto sveglio e ancora esisto
per un paio di versi ancora
righe da scrivere in cui immaginare
di starmene di nuovo calmo
come in quella fotografia
non più gialla ma arancione

più sbiadita via via
al trascorrer di ogni stagione

(febbraio 2007) 

Adiacenze Stazione

 

Scelgo il fiasco, no, il candelabro: tiro il dado e parto.
Alla prima occasione mi comprerò il Vicolo Corto.
Senza tante pretese e di poche spese, tutto mio.
Eh, sì: oggi una pedina del Monopoly ero io.

 
e

Le locomotive piovono sul vetro
e la pioggia suona, senza metro
la musica sferraglia sul binario
il giorno muore, senza orario:
respiro di un lumicino tetro,
visioni sonore fuori sipario.

Pagine arricciate

Le lacrime sono una spaventosa, meravigliosa lente d’ingrandimento.
Una lente così potente da far apparire tutto troppo vicino, e illeggibile.
La visuale si amplifica e si confonde ad un tempo.

È tremendamente bello e difficile leggerci un libro.
Ma poi le pagine si inumidiscono e rimane quella fastidiosa, patetica grinza
al posto della goccia.
Il controllore, con tempismo orribile, mi chiede il biglietto proprio nel momento
in cui sono totalmente nudo.
Sconvolto,
coi nervi scoperti,
non copro gli occhi
ma il testo.

Il vero pudore appartiene al pensiero, non al corpo.

 

(gennaio 2008, leggendo… una cosa.)

Motel Psiche. * Treno nel parco.

Nudo
così mi son sentito questo pomeriggio.
Sembrava tu vedessi tutto, anche e soprattutto le cose non belle.
 
Ma tu non giudichi: prendi atto.
E se hai un’opinione scomoda, hai la delicatezza di farla intravvedere
ma di non esplicarla crudamente.
O forse sono io che, accecato dal sole e dalla dolciastra follia del pomeriggio
non ho veduto bene negli spiragli che, volutamente o meno, mi mostravi?
 
Non so.
Non so nemmeno quanto noioso io sia riuscito ad essere.
Magari per niente.
 
Però ti devo ringraziare.
Tu non stracci i vestiti di dosso.
Tu chiedi il permesso di sbottonare, sfili gli abiti e, infine, li rendi lavati e stirati.
E quanto terrore avessi, è incredibile quanto sia riuscito a sentirmi sereno, dopo.
È stato utile, mi è piaciuto spogliarmi davanti a te.
 
È evidente che io usi metafore per aiutarmi a spiegare.
Sono uomo nudo in questo post, ma avrei potuto essere libro aperto.
Ma la difficoltà di spiegare sarebbe stata la medesima.
È che non so bene cosa scrivere, ma sentivo la necessità di farlo prima possibile.
 
Domani forse riderò di queste poche righe incomprensibili… insensate? Può darsi.
Adesso non riesco neanche a stabilirlo, un senso.
Per il momento mi godo il ricordo di questa bella giornata, e vado a letto con un sorriso che mi accompagnerà attraverso sogni stravaganti, o dolci, o entrambe le cose insieme, proprio come il nostro pomeriggio.
 

 

*
 
Una banchina vuota
incapace di tenere compagnia
e di farci coraggio
una mano rigida e timida
che non so ancora come sciogliere
metropolitane afone
occhi rumorosi
poi il sole
che trasforma il ghiaccio in acqua da bere
che conserverai in una bottiglia
fino alla tua ripartenza
quando la berrai
ignara del mio sguardo inopportuno.
 
Ma prima vennero
ascensori troppo lenti
e vuoti
bambini troppo adulti
e divertenti
caffè troppo brevi
e zuccherati
(la bustina era grande
o forse era la mia bocca?)
e vennero
treni senza passeggeri
e due biglietti impossibili da comprare
e acque
piene di riflessi dorati
di pennuti buffi
di pesci brutti come squali
di uccelli belli come cuccioli
di anatre eleganti
di isole che non ci sono
di alberi in mimetica
di granturco vermiglio fluorescente
che triste giace sul fondale
di un laghetto trafficato
senza targhe alterne
dove il cane con tre zampe
si sentirebbe ben accetto.
 
Poi il resto
ma è troppo
stasera rimarrà questo
e quella pellicola che brama
di ricordarci
un pomeriggio assolato
di cui ancora
non so fare il ritratto.
 
Vorrei anche dipingere
la fetta del tempo
che hai portato in dono
ma non ci sta nel foglio, e poi
non ho comprato il color oro.
 
Oro
Lo cercherò nei sogni
in cui vado ad avventurarmi
o forse basterà spremerlo
dal sole di questa memoria
o dal tuo sorriso di miele amaro
o dal tuo sguardo sincero
non è oro nero
verde, sì,
ma non come petrolio
bensì verde come quelle acque
quei giardini,
e aureo
come il tuo animo sensibile
che non so racchiudere
in questi versi sballati
che combattono col sonno
che mi sta vincendo
ma che ha già perso
contro il pensiero
di questa giornata
dorata
forse
mai finita
o forse
solo immaginata
 
 

(4 febbraio 2005)

Naufragio

Intento a sbrigare le ultime pratiche per archiviare questa giornata, fatta di pensieri guasti
inevitabilmente rumorosi – prova che son davvero rotti.
Il fatto è che non puoi tirarti indietro
non puoi ruotare gli occhi, fischiettare e buttarli via
sono lì, da affrontare
spero almeno di trovare gli attrezzi adatti prima che cedano del tutto
prima che ricapitino altre notti come ieri
di quelle in cui rimani a piedi nel mezzo d’una notte
passata in bianco, a cercare di capire.
Metafore deboli
le cose meccaniche non provano dolore
fanno un po’ di fracasso, sì
ma non ansimano
non hanno il tormento
rischiano di spaccarsi se non sono ben lubrificate
ma spiegateglielo voi ad un congegno o ad un motore
che cosa sia un senso di colpa
raccontategli voi di come sia possibile
che non esista olio che possa impedire
l’inevitabilità di certe cose
e non c’è meccanico che possa riparare la paura
forse un abbraccio
come quello in cui ho poi trovato sollievo, e affetto c
on cui ho ritrovato il sonno
eppure rimane
tutto
tremendamente
difficile.

Mattina iniziata troppo presto
tanto che quasi non mi accorgo di come non ci sia nessuno per le strade nessuno nelle stazioni
nessuno sui treni
però poi apro gli occhi e vedo
allora penso a tutti quelli che sorridono nei loro letti, al riparo dal mondo
ma non sono i loro giacigli caldi a scaldarmi l’umore
quanto l’accorgermi che non è affatto una mattina così malvagia.
Le rotaie scivolano lucide, le stazioni scorrono rapide
e la pioggia ha sciacquato il cielo
che è meno grigio di certi giorni di sole
anzi, è bianchissimo
e l’aria sembra più leggera
per ogni goccia un granello di smog
in ognuno di quei letti una briciola di stress.
Così uno prova a sorridere
ma quello che scompare fuori, lo si ritrova dentro
un luogo dove la moquette si tiene la polvere stretta stretta
e non ci sono bianche gocce a spingerla giù
a portarla con sé.
Un luogo fatto di mezzucci e omuncoli
e di piccole cattiverie per minuscoli pezzi di potere.
Provo a coprire l’amaro con brioche e caffè caldo
aspetto la campanella
poi via
tra file di macchine che oggi non solcheranno l’asfalto
tra panchine zuppe e solitarie
tra file di alberi gocciolanti e bui
scappo dalla città vuota, in cerca di casa.
Ma tanta attesa mi attendeva, in quella stazione dei pullman:
desolata, dimenticata
tra facce che si cercano per farsi un po’ di compagnia
tra braccia che s’intrecciano per ripararsi un po’ dal freddo
ed io immerso in molta acqua
in troppe preoccupazioni
piove ovunque sulla testa
una pioggerellina fattasi quasi vapore, fina
e piovono i Cure nelle orecchie
ed è un suono liquido per davvero
e piovono immagini negli occhi
come quella del mio volto che si specchia nelle pozzanghere
come le impronte delle mie scarpe con cui gioco a timbrare il marciapiede
e piovono frasi nella mente
così semplici e belle che le vorrei fotografare con una penna,
sulla pellicola a quadretti del blocco
e penso che in serata potrei posarle sulla rete
un post un po’ triste scritto con parole felici.
Ma le braccia non si vogliono districare
ché l’umido vuole entrare
nelle ossa nelle tempie
ossa ossidate
rugiada che arrugginisce
no, oggi non è il caso
né di questi piatti giochi di parole
né di quest’autunno che vedo là fuori
che sento qua dentro
e ora forse lo capisco, il perché
delle foglie che in questo periodo hanno il colore morente della ruggine
o quello dimenticato del rame uguale a quelle pentole che non si usano più
e mentre mi avventuro in questi paragoni avventurosi,
la mia attesa si esaurisce
come il mulinello d’acqua in quel tombino che fisso inebetito.

Poi tutto il resto
un viaggio che sa di tregua
al capolinea il paesino pieno di turisti
per loro il cimitero come la riviera per i tedeschi
questa via piena di gente che non vuoi incontrare
approdi al portone su per le scale, a perdifiato
varchi la soglia e chiudi forte e veloce la porta dietro di te
come per spingere fuori la malinconia
come per vincere una corsa ed entrare
prima che quelle persone, quell’acqua, quei pensieri ti raggiungano
come se quel legno potesse davvero proteggerti in qualche modo
eppure davvero ti senti già meglio.
La casa non è però un focolare già acceso
è vuota di persone, ma zeppa di cose da sbrigare
le mura umide da scaldare ma
c’è anche il suono del pentolino che borbotta e
dentro c’è l’acqua fumante per il tè e
c’è lo zucchero che aspetta sul fondo della tazza e…
Insomma, un po’ di pace
scocca anche per me l’ora del giorno festivo
e anche se è già buio, che importa.
Così finalmente mi assopisco
dopo ore mi risveglio col volto livido e tragicomico di Benigni
e il canto commovente e ipnotico di Offenbach.
Intanto mi accorgo che quasi non ricordo più nulla di oggi ma
ecco che – incosciente! – mi viene il tarlo di salvarne il salvabile
perché lo voglio buttare giù
nel senso di renderlo testo, sì
ma anche inteso come un tappo da ingoiare
o una zavorra che ci si scrolla di dosso
proprio come gli alberi odierni,
che si liberavano di foglie e goccioloni
magari per sentirsi l’animo meno morto
ma forse ci son cose che vanno fatte sgocciolare verso il dentro
che bisogna buttare giù
per deglutirle, digerirle
e farle proprie
come le esperienze. Com’è che si dice?
“Chi non sa ricordare il passato, è condannato a riviverlo”
qualcosa del genere.
E allora no
domani sia pure un giorno ordinario e noioso
e oggi rimanga oggi
sapendo che tornerà a breve a trovarmi, va bene
ma nel frattempo riprendo fiato
mi concentro
chiudo gli occhi e poi
pronto ad immergermi
a guardare negli occhi tutto quel che ho sommerso
e che ora spinge per tornare in superficie
per vedere la luce
come quella che tra poco farà capolino
eccola, dietro l’orizzonte.
Buongiorno,
ieri è passato.


(2005, notte tra ognissanti e i morti)