Periferia del pensare

È rincasato mio fratello, un paio di minuti a parlare del più e del meno, e intanto mi sono perso le parole per strada. A cosa stavo pensando? Forse dovrei chiederlo ad A., se entrando in casa abbia per caso trovato qualche parola sul pavimento che valga come indizio. O forse dovrei interrompere le ricerche e andare a dormire, anche se domani la mattina sarà generosa e non verrà a svegliarmi. Ma poi guarderò l’orologio, e penserò qualcosa come « Ma non avevo detto che sono una persona migliore, quando vedo le prime luci del giorno? E se davvero l’ho capito, perché sono già le dieci e non più le sette? ». Poi certamente smetterò di interrogarmi, qualunque sia la domanda. Con un movimento sgraziato scenderò da letto, e mi trascinerò faticosamente verso il bagno. Assieme alla vescica mi si svuoterà anche la testa dai residui dell’irrealtà onirica. A cosa staro pensando, poco prima di afferrare la saponetta asciugata dalla notte? Forse alla barba lunga, forse alla colazione. O forse avrò già paura, di nuovo questa paura, e non mi piacerà guardarmi allo specchio. Vorrò soltanto tornarmene a letto, con le ginocchia che friggono e che mi chiedono di buttarmi ancora giù; quindi dovrò resistere alla mia indolenza, mentre penserò alle lenzuola bianche ed alla mia voglia di non avere alcuna voglia. Eccomi là, investito in pieno, in pieno giorno: il mattino è un’auto pirata. Mezzo morto di stanchezza e vigliaccheria, riverso su un fianco, nel lavandino, come una sbrodolatura di latte sul tavolo: sarò una lacrima bianca, e a cosa avrò pensato? Forse alla ovvia possibilità di rialzarmi da solo, al bisogno di essere fermo e sincero, alla stretta necessità di non rimandare la vita per tutta la vita. O forse a questo cazzo. Sì, proprio a questo.
mentre mi avvito come un cavatappi nel sughero di queste banalità, non ho ancora ritrovato la strada dove scorrono le parole a cui stavo pensando.

 

 
(12 ottobre 2009) 

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Un copione esausto

ho perso tutti i numeri della rubrica
e qualcosa come 1500 sms.
parole e numeri.
dati ormai inutili, nella maggior parte dei casi.
informazioni anacronistiche – ma erano mattoncini d’affetto.
ieri mi faceva male, ero incredulo.
oggi mi fa rabbia, e scrivo.
domani mi darò da fare.
qualche decina di giorni ancora
e mi convincerò sia stato meglio così.

(poco più di un anno fa)

 

Petit monde laid

http://www.youtube.com/watch?v=atejQh9cXWI&feature=related

Sì, la bellezza.

Ma
ha sempre una vita così
breve
investita sotto ad un treno di lancette
illusa dall’amore che non è amore
morta ammazzata in un film porno
accecata dai flash e dai riflettori
perde l’equilibrio e vola giù

sfracellandosi al suolo.
A volte sopravvive all’ingenuità
per farsi poi massacrare dal denaro
o da quella vanità
che la svuota della sua essenza
come le milioni d’anime stomachevoli
che abitano in certi corpi d’angelo
compiaciute e stupide in sorrisi di cera
contenitori seducenti
come note di pianoforte

come funamboli sopra a un filo
che danzano
con la morte.
Ma quei sorrisi non sono musica
e anche gli angeli che non sono angeli

pure precipitano
prima o poi:
un cerchio d’asfalto si espande a macchia d’olio

spostando file concentriche di passanti
poi il tonfo sordo
un’insensata eco muta

un abbaglio di tenebra.
La dimenticanza sciacqua via il sangue
e con esso, quel che resta del senso
divorato dall’abitudine e dalla paura
un pezzetto in meno ogni giorno
fino a che
questa esistenza ci apparirà
per quel che temevamo fosse
una trappola
un’oscena mascherata
e non avremo nient’altro che

un orrore che non è orrore
un negativo senza positivo
orfano della sua definizione
come un raccapricciante vuoto
uno spazio senz’aria
in cui fluttuare, senza poter cadere o volare
nessun equilibrio e nessuna grazia
solo la deriva di una corrente invisibile
un guinzaglio di nulla
una corda deserta
tesa tra due palazzi crollati
dimenticata in un cielo sordido
ignorata da miliardi d’occhi polverosi
che più non si levan da terra.

Charles Bukowski disse:
La cosa più immensa della bellezza
è capire che è scomparsa.

(22 settembre 2009)
 

Sole sgonfio

luglio era gonfio di luce e di ubriachezza
il caldo che sprangava la porta
costretti dentro casa.
 
la sera arrivava più tardi
e le vacanze, solo immagini appese,
sono ora necessità attese con ansia, stanchezza.
 
agosto mi ha rubato qualcosa.
forse la scrittura, forse proprio la sera
rendendola più repentina e meno rosa, più nera.
forse mi ha tolto la fantasia
i sogni d’acqua per il mare
la voglia di prendersi e portarsi via.
e ancora lo sento rubare
qualche cosa mai stata mia
di certo mi ruba l’estate
come ogni estate.
 
rimango solo
altrimenti smarrito
come un costume dismesso
mentre si presume, là fuori, l’arrivo
dell’autunno coi suoi colori mentre
in fondo a me stesso io
mi sento sempre
più sbiadito

(2010, primi di settembre)
 

(one) Imaginary girl

S. non esce quasi mai di casa.
resta tutto il giorno in una stanza chiusa, in una penombra rischiarata dalla luce fredda di un televisore e da un'altra più debole, quella solare, che entra da una finestra coperta parzialmente da un paio di tende scure, probabilmente nere, lievemente scostate. un computer, uno stereo ed un vecchio videoregistratore a cassette completano la dotazione elettronica del locale. poster dei Cure alle pareti, intervallati da un calendario del 1979 ed alcuni fogli con disegni della padrona di casa – la cui visione è severamente vietata al pubblico – ed altri scarabocchi, fra i quali si confonde un autografo di Simon Gallup. dallo stereo la musica dei Cure, fonte alla quale S. si può figurativamente abbeverare infilando la testa nelle grandi e morbide cuffie vintage. da un nastro magnetico ormai sfilacciato, intanto, i video dei Cure si ricreano in loop sullo schermo ed animano un catodico spettro di luce colorata, pulsante, che scompone e ricompone i piani della stanza con brevi scatti regolari. sulla scrivania, accanto al PC da dove S. ci scrive, un blocco contenente alcuni collage di articoli e foto ritraenti Robert Smith e soci. una piccola sveglia meccanica, rotta, segna costantemente le ore 10:15. pile gotiche di appunti e libri di testo universitari completano lo sviluppo ascensionale del piano di lavoro. Appeso, il cerchio graffiato ed esausto di un LP di Seventeen Seconds funge da rosone dell’ideale cattedrale mobile.

ora il volto di vinile di S. è solcato una puntina di piccolo dolore. non si tratta tuttavia di commozione per un intimo raccoglimento musicato da Faith, né di preoccupazione per lo studio. allora, cosa la turba?
S. è consapevole del suo destino. può stabilire, con un margine di errore minimo, la frequenza e gli orari nei quali, prima o poi, l’incantesimo sarà spezzato da qualche autentico Rompipalle. la porta della stanza che si apre, senza che nessuno abbia bussato, prelude ad una fastidiosa richiesta, un’inutile lamentela o altre vibrazione negative, stridenti. è il Mondo Esterno che cerca di entrare, così geloso di quell'armonia sognante da volerla distruggere. quando ciò accade, il solco sulla fronte di S. diventa ancor più profondo. dalle corrucciate sopracciglia della ragazza si proietta un’ombra grigiastra, che prima rende cavo lo sguardo e poi si espande su il viso, fino ad annullarne i lineamenti. infine l’ombra, sempre più lunga densa, si getta sul pavimento e sulle pareti della stanza, inghiottendola nell’oscurità.


(2008)