Puer

Non ci vorrei proprio andare al lavoro, domani. Vorrei stare qui stanotte, sospeso nella notte, a fantasticare su argomenti a piacere. Vorrei starmene a letto. Sveglio, a fantasticare ancora, guardando fuori dalla finestra. La luce bianca e ferma dietro la tenda. La colazione che arriva solo quando ho voglia di tornare verticale. No che non mi voglio alzare. Lasciami dormire, sveglia. E tu lasciami in pace, dovere. Non ho voglia di essere un bravo androide responsabile, domani. Ho voglia di fallimento. Per mio conto, senza compatimento. Ho voglia di una scusa. Ho voglia di stare a casa. Lasciatemi stare. Lasciatemi piagnucolare. Meglio patetico che regolare.


(facebook status, 12 feb 2010)

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When my legs no longer carry

oggi ho capito che la mia avventura, lì dove lavoro, deve finire entro la fine di quest’anno. o perché no: entro l’inizio del mese prossimo, se mi pagassero quanto vorrei. per cominciare, che aggiungano duecentoventi euro alla mia buonuscita, visto che sono così stanco che mi addormento sempre sui treni. e sul treno, oggi, mentre dormivo, m’è sparito il mio netbook. era praticamente nuovo, e devo pur dar la colpa a qualcuno o qualcosa: al sonno, al lavoro, ai treni, ai passeggeri ladri. figurarsi se la do a chi quel povero aggeggio se l’è dimenticato sul vagone, di fianco al sedile. quel rimbambito.

comunque sia, la giornata di oggi ha fatto davvero schifo.

fortuna che il mio profumo non svanisce nemmeno dopo tanta fatica. i miei fiori continuano a crescere, e sento che sono sempre più belli, anche quando non conosco o ricordo la loro forma. fortuna che alla fine torna sempre la luna. ed è di nuovo tempo di papaveri. fortuna che alla fine arriva sempre la sera. la luna illumina le assi di legno del ballatoio. luna che entra da tutte le finestre, e grande dorme anche di fianco al mio, di letto. è tempo di erba matura e di grilli adolescenti. evviva, alla fine arriva sempre il momento di ascoltare la musica.
tutte cose che valgono molto più dei miei stipendi e delle mie liquidazioni. più dei miei sciocchi averi, conservati o rotti o perduti. tutte cose che no, non puoi mica farne a meno. non puoi perderle perché non le puoi ricomprare. sarà perché arrivano alla fine. quando tutto comincia.

(18 maggio 2011)

To die, to sleep

Ho bisogno di sfaldarmi, cadere in fiocchi nel sonno e dimenticare chi io sia per otto, nove ore.

So già che fallirò.
Il crimine più grande che la stanchezza può compiere verso di noi è quello di fiaccare la nostra testa. Il paradosso della mente stanca che diventa incapace di comandare per riposare sé stessa.
Dormi con i muscoli tesi e ti svegli spesso. Apri gli occhi e sei già un tutt’uno con la realtà. Temi la sveglia e la odi, ché se tace al mattino trilla nei sogni, e viceversa.

La logica dello stand-by, logorante e dispendiosa, si è impossessata anche del nostro sonno. Dormire, cos’è che è diventato?
Una lotta contro il tempo,
una scazzottata con il materasso,
una sfida persa contro la lucetta rossa;
ancora nero fuori nel bianco gelo, ora verde.
Non ti accanire su di me, ma staccami dolce la spina.

 

 

(3 marzo 2009)

Tregua

Ho riscoperto quanto calore c’è nel centro del palmo della mano
ho allungato le maniche alle magliette
ho finalmente i capelli dell’anno scorso
ho voglia di raggiungerti nel letto
ho trasformato quadrati di polvere in dischi da riascoltare
ho convertito soprammobili rettangolari in libri che a breve leggerò
ho una borsa che non si bagna e un thermos che non si raffredda
ho la sensazione che ti stanchi di meno a rincorrermi nei pomeriggi
ho ricordato l’importanza di non sottovalutare le persone
ho problemi che restano irrisolti, ma anche la forza di non esserne ossessionato
ho idee semplici e obiettivi concreti
ho perso un po’ di fantasia ma ritrovato un po’ di lucidità
ho molte tasche in più addosso
ho un sorriso in più grazie al tuo regalo a quattro dimensioni
e ho ancora voglia di raggiungerti nel letto, e mostrarti quel sorriso
ho finalmente qualche buon motivo per lamentarmi
ho nuovamente qualche buon momento per scrivere
e tutto questo e anche di più
si chiama ottobre
ed io
sto quasi bene.

E allora non tradirmi, ottobre
con le settimane di pioggerellina incessante
con le pozzanghere nascoste
con i treni che ritardano
con gli autobus che non passano
non punirmi col vento,
se ho voluto darmi delle arie
con la giacca più leggera
non startene in agguato minacciando nebbia e monotonia
non esagerare con la malinconia
né con il traffico
e resisti fin che puoi
ché temo
che i miei pori siano sempre meno impermeabili all’umidità
e i miei occhi sempre più allergici al grigio
i miei novembre all’apatia
i miei dicembre alla noia
i miei umori alle cattive notizie
ed è sempre più difficile impedire
ai miei amici di allontanarsi
ai miei ricordi di sbiadire
alla mia conoscenza di imbarbarirsi
ed il mio volto sembra più bello
ma la mia anima la sento imbruttire.

Non sono pronto ad alcun inverno,
né a quello che allontana da sole
né a quello che ghiaccia i sentimenti
e anziché adeguarmi al gelo
mi intestardisco nel continuare a cercare
un po’ calore
nei palmi delle mani
nelle maniche
nei letti
nella musica
nelle parole
nelle notti
nei pomeriggi
nelle tasche
nei sorrisi
e in quel che resta degli amici, e della memoria
ed è caldo e non sbiadisce il ricordo
d’una giornata d’un ottobre di due anni fa
e in fondo è da allora
che fa un po’ meno freddo

(10 ottobre 2006)

 

Sole sgonfio

luglio era gonfio di luce e di ubriachezza
il caldo che sprangava la porta
costretti dentro casa.
 
la sera arrivava più tardi
e le vacanze, solo immagini appese,
sono ora necessità attese con ansia, stanchezza.
 
agosto mi ha rubato qualcosa.
forse la scrittura, forse proprio la sera
rendendola più repentina e meno rosa, più nera.
forse mi ha tolto la fantasia
i sogni d’acqua per il mare
la voglia di prendersi e portarsi via.
e ancora lo sento rubare
qualche cosa mai stata mia
di certo mi ruba l’estate
come ogni estate.
 
rimango solo
altrimenti smarrito
come un costume dismesso
mentre si presume, là fuori, l’arrivo
dell’autunno coi suoi colori mentre
in fondo a me stesso io
mi sento sempre
più sbiadito

(2010, primi di settembre)
 

Io di celluloide (cut)

I

Voglio una vita come quelle dei film
personaggio di me stesso
un poco malinconico dietro al broncio
(beh, come nella realtà)
ma bello, fascinoso
col passo sicuro, padrone della scena
(beh, non proprio come nella realtà).
 
Sempre con la colonna sonora perfetta
il ritmo giusto
una bella canzone nelle orecchie
anche se sei per la via o in ufficio
e non hai le cuffie in testa
e la musica scandisce i momenti
crea perfette atmosfere
e, a volte, è scritta apposta per te
e se ti annoi
arriva il pezzo giusto, in diffusione
scelto tra gli archivi musicali
di tutto il mondo
di tutti i tempi
tutte le culture
e colori.
Tutti gli strumenti, suonati dai più grandi
tessono il sottofondo delle mie giornate
e sottolineano stati d’animo e d’azione:
un giro serrato di basso quando sono teso
e chi mi vuol ferire cammina su una batteria
ch’io possa sentire i suoi passi;
un lancinante chitarra blues quando ‘ho i diavoli’
o un morbido sax tenore quando guardo la città dai tetti
o quando il mio passaggio squarcia il vapore che sale dai tombini
un contrabbasso legnoso mentre mi aggiro in quartieri lussuosi
o quando io e una bella ragazza ci divertiamo
un pianoforte leggero e triste, e scorrevole, e cromatico
quando scrivo di me stesso
o quando piango in silenzio
e poi un potente e gotico coro di baritoni
una voce tragica
per sottolineare la mia fine.
 
Sempre con le luci giuste:
calda e perpendicolare di giorno,
traccia ombre brune e segni decisi sul mio volto
e poi di notte,
in casa, in un bistrot, o per le strade di città
sempre quella luce d’un blu chiaro
che dipinge due quarti
di me, del mio trequarti
nero sarà il quarto centrale
e rossa lultima fetta
o la sola linea di contorno della testa
come un ipotetico lato oscuro della luna
illuminato da un pianeta in fiamme.
Oppure un film in bianco e nero
poco bianco, molto nero
grigio pochissimo, se non quando la nebbia m’avvolge le membra
o quando il pennacchio d’un treno a vapore riga la notte
ed il mio ed il tuo ed ogni altro corpo
saranno maestose fotografie, sempre un filo sottoesposte
oppure tavole a china, fumetti
sempre ben disegnati e pieni d’invenzioni
e dalla bocca non più voce, ma lettere
un bel film adattato in albo
cartonato, pubblicazione specialissima e numerata
posto di rilievo nella libreria
qualcosa da conservare, insomma
come una vita indimenticabile
in edizione limitata.
 
E avrei un lavoro appassionante e terribile insieme
come quelli di Redford o di Russell o di Eastwood
o i migliori in assoluto, forse, se fossi collega di Ford
ma quelli troppo espressivi di Brando e De Niro
di Hoffman e Pacino
no
non ne sarei all’altezza.
O ancora ladro di pasta e fagioli,
scuola serale dal più grande comico del mondo
o mille altri lavori da film
sempre ideali
vi basti pensare
che ti lasciano sempre un sacco di tempo libero.
Oppure disoccupato, va bene
se poi hai il mento di un Travolta
ed anche le sue anche
e le mani di un Fonda
la chioma dun Redford, la barba dun Russell, il naso dun Eastwood
(sì, gli stessi tre che avevo fatto licenziare)
e la fronte di un Connery
le sopracciglia di un Nicholson (ed i suoi denti pure)
i baffi di un Selleck
il broncio di uno Steiger
gli occhi di un Newman
o anche solo
lo sguardo di un Dean
che non invecchia mai.
Una visione vagamente viso-centrica
ed ultra-virile (misogina? chissà)
ma questo passa oggi il convento dei “voglio”
è necessario giustificarlo?
Se fossi un personaggio
uno come quelli che cerco di raccontarvi
non mi chiedereste nulla
vi basterebbe la mia sola presenza scenica
né io perderei tempo a spiegare quel che faccio
per primo a me stesso
come invece ora
perché non sto dentro ad alcuna pellicola
ma sono fuori
fuori di senno
fuori corso in questa vita fin troppo poco finta,
Fuori orario.
 

II

Voglio una vita così
come Steve McQueen
su macchine rombanti a stelle e strisce, un attimo prima
in prigioni esotiche ed allucinanti, un attimo dopo
ma sta bene, “è solo un film”
anche se è una storia vera, non ha importanza.
Una vita dove non devi perdere il tempo a dire cosa vuoi
dove non c’è bisogno di ventilatori, se fa caldo
o di indumenti ridicoli e goffi, se fa freddo
una vita
con dodici mesi d’estate
e tre mesi d’inverno
(si, sono brevi questi anni veri)
un’estate così lunga che racconterò altrove
e un inverno piccino
che si chiude in un Dolcevita

o nella tasca di un cappotto
sempre con la neve, che invece già raccontai.
 
Lunatico ed istrionico figlio di buona donna
cattivo e divertentissimo
o tenebroso antieroe
ammalato di solitudine
eppure da essa ingigantito
ma smarrito
in fumosi e malfamati bar
o colorati e accoglienti diners
o solitari e lampeggianti motel
o in metropolitane buie e delittuose
ai piedi danzanti calzature impeccabili
sulle larghe spalle un impermeabile calzante
per ripararsi dalle gocce
d’una pioggia formato Niagara
e niente piedi nelle pozzanghere e grigiore
né ombrellli rotti, né raffreddore;
una pioggia che vuol dire
cieli bianchissimi, pettinature perfette, muscoli guizzanti
e rivoli d’acqua che solcano i vetri d’un finestrone
e che ridisegnano il mio volto, per voi che guardate dall’esterno
e reinventano il paesaggio, per me che sto dall’altra parte
con l’asciugamano al collo ad ammirare corrucciato
alle mie spalle un fuoco acceso in un camino
e quel trench, sulla sedia, ancora in piega perfetta.
 
Affaccendato tra carte e ritagli e nastri
o in cerca di tesori inimmaginabili
comunque con la giusta battuta
la giusta situazione
sempre protagonista
scivoli teatrale da uno sguardo all’altro
come in uno storyboard di meccanica precisione
e sei sempre, o quasi, vincitore delle battaglie
e autore di imprese
rese eterne da inquadrature leggendarie
e magistrali carrellate.
Ti guardano gli altri
con gli occhi di un grande regista
scegliete voi quale
e danno significati particolari a tutto ciò che dici
e vedono una grande metafora nella tua vita
e ciò che fai è allegoria dei loro fantasmi
e molto, moltissimo altro ancora
che non si può scrivere tutto in una volta
già così è pressoché banale
eppure magico, contemporaneamente
atificioso e stupefacente
come un effetto speciale.

cut
 
 

 
(luglio 2005)

Riverso

Arriva sempre un po’ tardi, maggio
quando ti sei già troppo stancato di aspettarlo.
Non me n’ero nemmeno accorto, di questi alberi gonfi:
il sole s
infila tra i loro rami rigogliosi, accarezza la loro chioma
la schiena delle foglie è ombra che dipinge macchie blu sulla strada grigia.
 
Dove c’è luce c’è vita,
dove c’è vita c’è nostalgia
il ricordo delle luci già vissute.
 
Mi sciolgo e mi verso
nei prati che mi scorrono accanto
sono acqua calda che scioglie le camomille
evaporo tra l’erba. Come un infuso incapace di calmare
come un urlo, uno spavento un
dolore. Come una lingua che si scotta
il terrore di non esserci
di evaporare di fronte a chi mi aspetta
di mancare all’appuntamento con questa primavera
che scorre via, scorre via
non riesco ad afferrarla
come un incubo
come la febbre alta
le mani non hanno forza.
 
La strada si è aperta
il sole si infila tra i cumuli soffici
e gli alberi scappano via dall’acqua bollente
mio sguardo, mio sangue, mia paura
mio amore scivolato via
e tra i prati con le margherite
un’esplosione verde
una mongolfiera che fluttua
ma non si leva nel blu
che si offre al vento
balla un lento
con lui
vorrei essere di brezza
vorrei fermarmi
gettare l’auto nel fosso
o ripiegarla nella mia mano
vorrei raggiungermi nel prato bianco
vorrei fermarmi dinanzi all’olmo gravido
ammirarne il fuoco d’artificio che mormora quieto
e frusciando, nascondermici dentro
ad ascoltare il rumore da cui provengo
a guardare la scia da cui sono emerso, lontana
aggrappandomi alle foglie, seduto in cielo
contemplando maggio dall’alto
osservandomi un po’
prima di scordarmi
prima di tornare
a mancarmi
come un bersaglio mobile
come un ritardo
forse per avere
ancora una
scusa
pronta

Ghost in the machine

Sono lì davvero, oppure no
certe sere alla guida
nel controesodo d’una giornata
mi faccio domande
sorpasso un autotreno e lo fisso
ma è come se guardassi oltre
mentre lui taglia a me la strada io la taglio alla mia concentrazione
la mente imita il vortice d’una ruota motrice che gira veloce
io stordito mi chino
appoggio la testa sul volante
e dall’ulcera gastrica lascio che coli l’acido
che mi consuma, mi digerisce
e corrode anche l’auto, sotto di me
e ne vedo il fondo
e il fondo stradale.
Questa rabbia non mi stimola, mi zavorra
e butto tutto il suo peso sull’acceleratore,
e schizzo veloce, ancora di più.
Questa rabbia che cova sotto la cenere
provo a farla esplodere annaffiandola di benzina
si accende un fuoco
no
è solo la costellazione di luci rosse
del moto delle macchine accanto
credo di squarciarne la scia
e invece ne faccio parte
e rotolo verso casa.
Ormai ubriaco di malinconia sbando sulle statali
e ci sono sere che la sbronza è più violenta
e stordente
e l’abitacolo è vuoto
un corpo meccanico comanda la macchina
mentre il mio spirito trasuda dal parabrezza
e si posa su un semaforo si sdraia su un incrocio si getta in un fosso
si nasconde in una cabina del telefono
dorme in un’aiuola
la macchina torna a cercarmi, a prendermi
forse un’anima più grande della mia abita in quel metallo
in quelle quattro ruote, se mi accompagnano per l’universo
non sano ma sicuramente salvo
nonostante
la mia disattenzione costante
poso gli occhi ovunque fuorché davanti
ora su di un ratto che scampa verso i campi
ora su qualcosa di indefinito, distante
poi guardo da vicino le mie mani sul volante
mentre
qualcosa o qualcuno
frena per me.
 
Poi la rabbia finisce
a cosa mi ha portato?
mi ha solo sfibrato
un altro po’
e penso a questo e sono ancora là
in orbita intorno alla città
in questo eterno vagabondare di auto
e luci e fumi e suoni
e le strade si consumano
noi esausti come l’asfalto
ci sfaldiamo
diventiamo piatti
come le scolpiture degli pneumatici consunti
e i pensieri come il traffico
circolano dentro arterie prossime al collasso
e i tarli scavano gallerie nel cervello
ecco perché mi rimbomba la testa…
E intanto le idee nuove se ne stanno in coda anche loro
forse muoiono in tremendi incidenti
forse dormono in qualche area di servizio
comunque non arrivano a noi
che aspettiamo – cosa aspettiamo?
non lo sappiamo
e mentre ce lo chiediamo
ce ne stiamo in apprensione
come madri che aspettano i propri figli
e vegliano accanto al telefono
o sulla soglia, a braccia conserte
e l’ansia cresce e i figli sfrecciano, quasi più sciocchi e rabbiosi di me:
magari arrivano prima
ma magari sbattono
e uccidono il figlio di un’altra madre.
Cosa vi dicevo?
il sangue può scorrere in un cervello così come su un’autostrada
e in entrambi i casi
non porta con sé nulla di buono.
 
Che ore sono?
è tardi
le strade si svuotano
le energie parcheggiano
e i semafori lampeggiano
noi come loro
soli ad un in incrocio
brilliamo ad intermittenza
di una tiepida luce arancione
che doniamo a quelle poche persone
che ci attraversano l’esistenza
che ci danno precedenza
e che ci perdonano se siamo un po’ ripetitivi
a corrente alternata
con il vizio della rima baciata
con il vezzo della similitudine
pieni d’ansia e solitudine.
Cari semafori umani, amici miei lampeggianti
probabilmente va bene così
chiediamo un po d'attenzione in più, sì
ma lasciamo passare tutti
molto poco autoritari
magari un po’ noiosi e sbadati
forse menefreghisti
lasciamo che le cose accadano
e diciamo “io non c’entro”
ma prima o poi, vedrete
ci sostituiranno con una grande rotonda
magari adornata da fiori e lampioncini
insomma bella e brava
la prima della classe
più o meno rispettata da tutti.
Intanto noi
dismessi, obsoleti
spenti e arrugginiti
chissà che fine facciamo.
 
Ho l’anima in manutenzione
e sono triste
perché so
che spesso i lavori in corso
non servono a rendere le cose migliori
se ti va bene diventi più funzionale
più razionale ma
sempre più uguale
a tutto il resto
standardizzato
privo di quell’imprevisto
che rappresenta un bivio
o un crocevia
o un incrocio con scarsa visibilità.
Pensiamo solo a sentirci più sicuri
ci lasciamo ingabbiare in prigioni di ovatta
come i matti
così se sbagliamo non sentiamo il dolore
e non moriamo più
ciò nonostante
siamo sempre meno vivi.
 
Se ho paura di soffrire
ho paura di esistere:
questo dico io.
Ma questo è quelli che forse dicono migliaia di altri individui
però entro nelle loro case
e vedo i loro armadi che esplodono di antidolorifici e sedativi
ed altre droghe a forma di cibo
e poi alcol e ancora alcol
e chissà quante altre medicine potrei trovare
quanti espedienti con cui la gente prova a dimenticare.
È così, e non c’è niente da fare
e scusate il giro di parole
volevo solo dire
che gli androidi sono qui, adesso.
Li incontri per strada
ma anche a casa, quando torni
e se ora spegni il monitor
ne vedrai di certo un altro
nel riverbero scuro
lì, davanti a te
e penserai “Accidenti,
sembra quasi
umano”
 

 

(28 marzo 2007)

 

Cosa mi sfugge. *Statua di sale. **Lifeline.

Sapete cosa mi sfugge? Il tempo.
Non mi riferisco all’eterno dilemma del tempo che scorre dall’esistenza, scivola da mani e occhi, gronda dalle nostre giornate sui nostri ricordi, gonfiandoli; come lacqua la schiuma. (ecco perché poi rimane solo la memoria: a volte soffice e impalpabile, a volte ingombrante, soffocante)
No, è il tempo altrui a sfuggire alla mia comprensione.
 
Come fate, Voi?
Voi che
vi incontrate
vi associate
vi scambiate messaggi, e oggetti, e persone
organizzate incontri
ballate balli
studiate, lavorate, aiutate
amate animali, e curate
amate umani, e seguite
odiate umani, e ferite.
Vedete cose
desiderate cose
comprate cose
mangiate cose
bevete una cosa
nel sangue avete… cosa?
E ancora tempo avete
per ascoltare mille melodie che non conosco
leggere mille libri, nemmeno la recensione ne ho letto
vedere mille film, nemmeno il tempo per procurarmeli avrei
e
scrivete fotografate
disegnate dipingete
insomma, create:
un atto che affermo in giro di fare
che vorrei fortissimamente fare
che in qualche sua applicazione, mi dico, so fare
ma che poi molto meno di altri riesco
a mettere in pratica, quotidianamente.
E invece voi mi rubate il mestiere
mentre io, pensandoci, mi rubo il tempo
e rimugino, e rimando ancora
come si rimanda un appuntamento importante
perché c’è la paura di arrivare impreparati
perché in fondo non si è mai pronti;
così facendo non mi butto mai,
così facendo mi butto via.
E resto indietro,
annaspo.
 

*

Me pigro
dalla realtà avulso
inerte apatico ignavo
me immoto
incastonato nelle solite cose
quello che faccio
quello che dico
non è che un’eco del giorno prima
del mese prima
dell’anno prima.
Mi riempio testa e cuore di promesse che poi non mantengo.
Non potendo poi farmi da me stesso lasciare, devo per forza giustificarmi
ingannarmi, tenermi buono, coglionarmi.
Allora penso che al mondo ci siano due categorie di persone:
gli attori
e gli spettatori.

Quindi mi dico: tu sei nato per assistere allo spettacolo
guardati, con la bocca socchiusa
la lingua fra i denti
lo sguardo incantato
talvolta annoiato, sì
ma ancora capace di restare ammirato
di provare stupore
di fermarti ad assaporare le cose che puoi
avaro di cose da dare ma devoto verso coloro da cui hai ricevuto
come oggi. Riemergo dalla metropolitana
una luce calma e tiepida si posa sulla coda del mio occhio sinistro
giro la testa
il cielo è un camino: grigio fumo le nuvole, sopra
scendono verso l’orizzonte diventando chiare come la cenere
un lembo tra loro e la terra
un’apertura in cui si intravvedono le brillanti braci del crepuscolo.
Su questo fondale quieto si stagliano le sagome nere dei rami nudi di foglie,
alberi già diventati carbone.
Il focolare del pomeriggio non scalda più l’aria, che pietosa non infierisce
fa breccia nella cerniera dischiusa
la sento pizzicare
mi si tuffa dentro, da sopra lo sterno
ma è frizzante come quella che mi bacia le guance
e la panchina laggiù sarà anche sola e gelida, però
l’inverno non è affatto male, certi giorni
e mi sorprendo ancora con quell’espressione inebetita
e per essa e ad essa
sono grato.
 
Questo è un dono. Con questo io non sto cercando di dirvi che io abbia un particolare talento nel saper apprezzare le cose, ma
c’è un corredo che la natura ci ha donato alla nascita:
è il nostro debito
e in cuor nostro sentiamo che il peccato originale sia in realtà lo spreco di questa dote
ecco perché ci diamo da fare
come quando proviamo a dimostrare a noi stessi che valiamo qualcosa
e ci promettiamo che la nostra vita non sarà un insuccesso.
Poi ci sono i regali che il mondo ci offre
come un cielo un sorriso una risata un
amore.
Il mio dono di oggi non era bravura, era solo una sensazione.
È giusto accontentarsi?
Forse sì, certe volte.
Rifiutiamo perle che il caso ci porge
non scartiamo certi regali solo perché non sono quelli che stavamo cercando.
Rischiamo di non accorgerci neanche di essi
forse perché troppo impegnati a correre,
a cercare di mantenere quella promessa.
Poi?
Magari finisce il fiato
la milza dolorante
l’aria gelida schiaccia i polmoni
la corsa rallenta
quindi ti fermi
la lingua penzoloni
curvo su te stesso
le mani sulle ginocchia
e pensi:
Ne sarà valsa la pena?
Tutta questa fatica, ma dovè che dovevo arrivare?
Magari non te lo ricordi neanche più.
Avremo fatto abbastanza?
E se anche fosse, saremo in grado di realizzarlo?
Realizzare qualcosa nella vita
per realizzare sé stessi
una possibilità che potrebbe anche stimolarmi
ma che se diventa una necessità può terrorizzarmi
ovvero farmi venir voglia di scappare dall’ennesimo obbligo
l’ennesima assenza di ogni senso, ogni desiderio.
 
Viviamo schiavi di quest’ottica del cammino
della vita come progetto
del suo senso posto per lungo, verso un traguardo da raggiungere.
Ma siamo sicuri abbia un verso, una direzione?
La vita mortale percepita come se in movimento
una visione dell’esistenza che condiziona il nostro modo di viverla
come quando, appunto, crediamo che il tempo sia qualcosa che ci sfugge
e crediamo sia nostro dovere rincorrerlo.
Ma come potremmo mai raggiungerlo?
Non siamo in grado di tenere il suo passo, anzi,
pare così veloce che, al suo cospetto, ci sentiamo fermi;
oppure non saremmo in grado di comprenderlo
se il suo passo stesso non fosse come il nostro
ma, per assurdo, fosse il nostro.
Che cosa cambia? Siamo stupidi e incompetenti
o quantomeno, più semplicemente
siamo privi di strumenti.

Come quando diciamo di sentire il peso dell’esistenza:
l’esistenza come un corpo che si può, si deve misurare.
Questa stolta necessità di calcolare
questa moda di definire tutti i numeri del creato, e mi chiedo:
che non siano proprio questi valori che all’esistenza applichiamo a zavorrarla,
a creare la suggestione di questa forza che pare tirarci l’anima verso il basso?
Sembra tirar così forte a volte, e con violenza
e se ci prende nel giorno sbagliato
inermi, siamo tentati di non opporre resistenza
di
lasciarci andare
con un tonfo
un masso nell’acqua.
 

**

Mi sentivo così stanco all’inizio di questo mio pensiero
adesso anche di più.
Nel patetico tentativo di trovare una scusa nuova,
ho trovato qualcosa su cui meditare.
Continuo ad ammirare voi, un poco geloso probabilmente
nel credervi – a ragione o torto – così industriosi
mentre io,
che per adesso mi tengo questa vita stritolata fra molteplici unità di misura,
viaggio lento.
Io sono un tale
il tale che troverete sul tram addormentato,
con la testa ciondolante, o la guancia contro il vetro;
sarò quello che si guarda la punta delle scarpe mentre cammina
quello dotato sì di due mani, ma solo con un guanto;
quello che sorprenderete col naso all’insù
forse starò fissando un manifesto
o la cima di un palazzo, o qualcosa che
sta in cima alla mia mente soltanto.
Io sarò quello che intralcerà il vostro marciapiede
perché capita che io mi fermi di colpo a cercare chissà cosa nella borsa
oppure che io mi areni davanti ai tornelli del metrò
in cerca di un biglietto che non trovo
che non
c’è.
Sarò quel tale solo-solo che si aggira per le vie della città
che sorride senza un motivo apparente e non fa nulla per dissimularlo
quello cui difficilmente squillerà il telefono nella tasca
e sarà ancor più strano se questo tale incontrerà qualcuno
un conoscente qualsiasi cui chiedere “come va, tutto bene?”;
quello di cui quindi raramente sentirete la voce;
quello che probabilmente nemmeno noterete
sempre che non dobbiate dirmi:
“scusi, permesso”
o “e levati dai coglioni”.
Io vi sentirò
mi sposterò
vi guarderò
e immaginerò
mi gusterò quest’idea che già adesso ho
ossia di aver incrociato proprio voi
cioè uno chiunque fra coloro che abbiano letto questo mio messaggio;
magari proprio tu
che mentre leggi, pensi:
magari proprio io.
Capito, che razza di presunzione?
È in questo genere di pensieri che amo specchiarmi
ahahah
presunzione, amo specchiarmi
sono le mie stesse parole a tradirmi
a tradire il mio narcisismo (per sua definizione contorto, perché deformante)
quindi a suggerirmi che, dietro alle maschere, io sia in fondo uno che si compiace
come per quella trovata di reinventarmi spettatore non pagante,
scelta più appagante, di certo più confortevole e magari più vigliacca

di quella di chi si ritaglia un ruolo da comprimario sul palcoscenico.

Credo di essere così acuto, ma mi viene il sospetto che io sia bravo
solo o soprattutto quando devo trovare giustificazioni per la mia accidia:
come ora, stanotte, in queste righe.
Ancora mi fisso le scarpe
ancora alzo la testa verso il cielo
un’altra richiesta di farmi da parte
e mentre i neuroni la traducono per i muscoli
mi aggrappo a un’idea che mi porti ad immaginare
quale sarà il prossimo omaggio del caso,
dietro a quale angolo, svoltando
potrò assistere a una nuova delizia inaspettata.
Mi scosto, e nel far passare il mio inseguitore
abbasso la guardia.
Il
mio senso d’inadeguatezza incalza.
M’inchiodano al muro i pensieri sulle troppe cose da fare
sugli impegni che mai rispetterò
sulle burocrazie invincibili
le occasioni perse e le occasioni che non mi sono creato
quelle che non riuscirò a strappare
i rimpianti, passati e futuri
ed altri cazzotti tremendi.
Alle
corde.
Qualcosa
mi spinge o mi tira
mi butta giù.
Eccolo, strattona forte.

Al tappeto, mento a terra
ancora più a fondo, sotto la linea di galleggiamento
il
masso nell’acqua.
La consapevolezza di una vita in cui non si debba per forza essere speciali
il mio boccaglio nuovo di zecca.
Non varrà molto, ma adesso n
on importa.
Prendo una profonda boccata di ossigeno e torno a galla, lentamente.  

Videoterminalismi

sono un lavoratore videoterminalista.
di cosa si occupi il mio lavoro non è poi molto importante. è il videoterminale il tramite di tutto ciò che attiene al mio lavoro ed il fulcro di tutto ciò che riguarda questo breve racconto.
 
eccomi qui.
la luce bianca, girando attorno alle lettere nerastre, pare esca dallo schermo.
si concentra in due coni freddi che puntano dritto sui miei due occhi. le punte,
smussate dalle ciglia e dalla “626”, non riescono a trafiggermi. però spingono
con forza, e mettono sotto pressione le mie cornee doloranti.
scriverne, che pessima idea. di certo non aiuta.
 
fermo tutto.
scollo la destra dal mouse.
spengo il monitor e chiudo gli occhi.
li riapro. davanti a me non più luce policroma, né forme complesse e sovrapposte, né punti diversi di messa a fuoco. solo le mie mani, chiuse a giumella, sono una tenda semisferica fissata alle due tempie. dove le dita son meno serrate, si creano minuscoli varchi tra l’antracite vibrante della piccola camera oscura. piccole feritoie di luce tenue, carminia, sfumata, che impressiona la mia rètina senza tornare a bruciarla. intorno, le solite voci ed il battere delle altrui dita sulle tastiere. i pollici intanto raggiungono le orecchie per tapparle, e diventano così i tiranti della tendina panciuta, ora un poco scostata dal centro della fronte a scoprire il naso. il suono adesso arriva ovattato, inoffensivo: del tutto simile al soffice spettro rossastro che gli occhi percepiscono appena. i sensi si confondono. si compenetrano, scopano, si perdono; cadono infine stanchi in cerca di riposo.
 
immagino che un grembo materno possa essere una sorta di bellissima copia di
questi cinque minuti che ho tentato di descrivere.
un piccolo utero fai-da-me, coi minuti fottutamente contati… uno schermo contro il brusìo, i neon, i cristalli liquidi; un filtro contro la polvere; una membrana tiepida di pelle che protegga un poco lo spirito da questo ufficio abbagliante, così spento.
 
non capisco se sia più incoraggiante la libertà che offrono certi pensieri
o se sia invece più sconfortante la consapevolezza che essi non debbano,

non possano durare più di qualche dannato istante beato.

(novembre 2008)

Naufragio

Intento a sbrigare le ultime pratiche per archiviare questa giornata, fatta di pensieri guasti
inevitabilmente rumorosi – prova che son davvero rotti.
Il fatto è che non puoi tirarti indietro
non puoi ruotare gli occhi, fischiettare e buttarli via
sono lì, da affrontare
spero almeno di trovare gli attrezzi adatti prima che cedano del tutto
prima che ricapitino altre notti come ieri
di quelle in cui rimani a piedi nel mezzo d’una notte
passata in bianco, a cercare di capire.
Metafore deboli
le cose meccaniche non provano dolore
fanno un po’ di fracasso, sì
ma non ansimano
non hanno il tormento
rischiano di spaccarsi se non sono ben lubrificate
ma spiegateglielo voi ad un congegno o ad un motore
che cosa sia un senso di colpa
raccontategli voi di come sia possibile
che non esista olio che possa impedire
l’inevitabilità di certe cose
e non c’è meccanico che possa riparare la paura
forse un abbraccio
come quello in cui ho poi trovato sollievo, e affetto c
on cui ho ritrovato il sonno
eppure rimane
tutto
tremendamente
difficile.

Mattina iniziata troppo presto
tanto che quasi non mi accorgo di come non ci sia nessuno per le strade nessuno nelle stazioni
nessuno sui treni
però poi apro gli occhi e vedo
allora penso a tutti quelli che sorridono nei loro letti, al riparo dal mondo
ma non sono i loro giacigli caldi a scaldarmi l’umore
quanto l’accorgermi che non è affatto una mattina così malvagia.
Le rotaie scivolano lucide, le stazioni scorrono rapide
e la pioggia ha sciacquato il cielo
che è meno grigio di certi giorni di sole
anzi, è bianchissimo
e l’aria sembra più leggera
per ogni goccia un granello di smog
in ognuno di quei letti una briciola di stress.
Così uno prova a sorridere
ma quello che scompare fuori, lo si ritrova dentro
un luogo dove la moquette si tiene la polvere stretta stretta
e non ci sono bianche gocce a spingerla giù
a portarla con sé.
Un luogo fatto di mezzucci e omuncoli
e di piccole cattiverie per minuscoli pezzi di potere.
Provo a coprire l’amaro con brioche e caffè caldo
aspetto la campanella
poi via
tra file di macchine che oggi non solcheranno l’asfalto
tra panchine zuppe e solitarie
tra file di alberi gocciolanti e bui
scappo dalla città vuota, in cerca di casa.
Ma tanta attesa mi attendeva, in quella stazione dei pullman:
desolata, dimenticata
tra facce che si cercano per farsi un po’ di compagnia
tra braccia che s’intrecciano per ripararsi un po’ dal freddo
ed io immerso in molta acqua
in troppe preoccupazioni
piove ovunque sulla testa
una pioggerellina fattasi quasi vapore, fina
e piovono i Cure nelle orecchie
ed è un suono liquido per davvero
e piovono immagini negli occhi
come quella del mio volto che si specchia nelle pozzanghere
come le impronte delle mie scarpe con cui gioco a timbrare il marciapiede
e piovono frasi nella mente
così semplici e belle che le vorrei fotografare con una penna,
sulla pellicola a quadretti del blocco
e penso che in serata potrei posarle sulla rete
un post un po’ triste scritto con parole felici.
Ma le braccia non si vogliono districare
ché l’umido vuole entrare
nelle ossa nelle tempie
ossa ossidate
rugiada che arrugginisce
no, oggi non è il caso
né di questi piatti giochi di parole
né di quest’autunno che vedo là fuori
che sento qua dentro
e ora forse lo capisco, il perché
delle foglie che in questo periodo hanno il colore morente della ruggine
o quello dimenticato del rame uguale a quelle pentole che non si usano più
e mentre mi avventuro in questi paragoni avventurosi,
la mia attesa si esaurisce
come il mulinello d’acqua in quel tombino che fisso inebetito.

Poi tutto il resto
un viaggio che sa di tregua
al capolinea il paesino pieno di turisti
per loro il cimitero come la riviera per i tedeschi
questa via piena di gente che non vuoi incontrare
approdi al portone su per le scale, a perdifiato
varchi la soglia e chiudi forte e veloce la porta dietro di te
come per spingere fuori la malinconia
come per vincere una corsa ed entrare
prima che quelle persone, quell’acqua, quei pensieri ti raggiungano
come se quel legno potesse davvero proteggerti in qualche modo
eppure davvero ti senti già meglio.
La casa non è però un focolare già acceso
è vuota di persone, ma zeppa di cose da sbrigare
le mura umide da scaldare ma
c’è anche il suono del pentolino che borbotta e
dentro c’è l’acqua fumante per il tè e
c’è lo zucchero che aspetta sul fondo della tazza e…
Insomma, un po’ di pace
scocca anche per me l’ora del giorno festivo
e anche se è già buio, che importa.
Così finalmente mi assopisco
dopo ore mi risveglio col volto livido e tragicomico di Benigni
e il canto commovente e ipnotico di Offenbach.
Intanto mi accorgo che quasi non ricordo più nulla di oggi ma
ecco che – incosciente! – mi viene il tarlo di salvarne il salvabile
perché lo voglio buttare giù
nel senso di renderlo testo, sì
ma anche inteso come un tappo da ingoiare
o una zavorra che ci si scrolla di dosso
proprio come gli alberi odierni,
che si liberavano di foglie e goccioloni
magari per sentirsi l’animo meno morto
ma forse ci son cose che vanno fatte sgocciolare verso il dentro
che bisogna buttare giù
per deglutirle, digerirle
e farle proprie
come le esperienze. Com’è che si dice?
“Chi non sa ricordare il passato, è condannato a riviverlo”
qualcosa del genere.
E allora no
domani sia pure un giorno ordinario e noioso
e oggi rimanga oggi
sapendo che tornerà a breve a trovarmi, va bene
ma nel frattempo riprendo fiato
mi concentro
chiudo gli occhi e poi
pronto ad immergermi
a guardare negli occhi tutto quel che ho sommerso
e che ora spinge per tornare in superficie
per vedere la luce
come quella che tra poco farà capolino
eccola, dietro l’orizzonte.
Buongiorno,
ieri è passato.


(2005, notte tra ognissanti e i morti)