Should be

Quando qualcosa che non ci fa bene
o che non ci piace neanche un poco
ci disturba a punto che, se potessimo,
lo proibiremmo.
Al che diciamo: dovrebbe essere illegale.
E così
dovrebbero essere illegali tutti i singoli chilometri di distanza,
tutta l’educazione o la paura o la mancanza
compresa l’assenza di sincerità verso noi stessi;
storture varie che corrompono i pensieri, li filtrano,
oppure gelano la voce, nella gola
ossia, ci fanno dire il contrario di ciò che avremmo voluto dire
ovvero, non ci fanno dire niente.
Illegale tutto questo parlare e raramente dire,
tutto questo desiderare senza poi volere veramente,
tutto questo camminare senza mai arrivare,
o ancora arrivarci e poi scoprire di desiderare
soltanto il cammino in sé e per sé.
Dovrebbe essere illegale la confusione,
dovrebbe esserlo il desiderio stesso,
che ci fa collidere e poi allontanare,
che ci fa stancare e perdere tempo.
Sperare dovrebbe essere illegale.
Illegale volere oggi, e domani chissà.
Illegale domani chissà, e dopodomani no.
Illegale dopodomani no, tra una settimana di nuovo sì
e tra un mese un anno sei anni, chissà.
Avere intenzioni solide che poggiano su sentimenti gassosi.
Promettere dovrebbe essere illegale.
Amare dovrebbe essere illegale.
Anzi
tutto questo dovrebbe essere perfettamente legale,
come già è, che la legalità, a pensarci,
tanto giusta non lo è mica.
Babele di regole e burocrazia
rete fitta di lacci e lacciuoli
di cavilli e cavi
da cui magari ti cavi fuori
ma è meglio se li governi,
che sennò finiscono per legarti
per stringerti caviglie e polsi,
comprimerti il petto.
Ma anche considerata la mancanza di senso,
più che dichiarare fuorilegge ogni avversità
forse tutto dovrebbe essere solo semplificato
e semplicemente, delegittimato
sminuito, smitizzato
sbertucciato, ridotto a contorno
preso in molti modi fuorché sul serio.
Mancarsi e non cercarsi,
volersi e non aversi,
aversi e non volersi,
cercarsi e poi mancarsi:
mica la legge dovrebbe tutelarlo, tutto questo.
Ché la legge non tutela, così come
non ci tuteliamo noi.
No, non dovrebbe essere illegale:
semplicemente, non dovrebbe essere.

 

(un annetto fa)

Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

Communication breakdown (it’s always the same)

Oggi ho inanellato solo incomprensioni e insuccessi verbali, come se le mie corde vocali o le mie dita sulla tastiera si fossero messe a partorire parole molto diverse da quelle che avevo loro comandato. E senza volerlo né accorgermene – com’è stato? – non lo so, mi sento equivoco, o forse equivocato. Come un mancino che usa la destra, come un re Mida all’incontrario, come il gallo che visse senza testa; come l’acqua del Pacifico in un acquario angusto, come la mente che si pensa nel giusto quand’è in fallo; come un motore robusto che inquina niente, ma va a ritroso e non è omologato.

(13 mesi fa)

Emocromo

Notte

Sapete cosa. Non è solo un fatto di quanto sia lungo il giorno. È anche, o forse è soprattutto, la lentezza con cui cala la sera. Qui sul tetto, l’emotività è come il cielo e le cime degli alberi: più chiara e limpida, meno oppressa da ombre di palazzi o sagome di persone, più rassegnata e libera di tremolare al vento. Serata lunga, ostinata che non vuol farsi notte. Così malinconica, l’ostinazione. Come un campanile buio e solo, senza campane e senza chiesa; come un neon stanco che imita palpebre assonnate che sbattono, tentennando fra luce e ombra. Sbattono le ciglia della sera infinita. Se la melancolia fosse nuvola, come una di queste macchie di cenere sul drappo cremisi dell’orizzonte, stasera sarebbe fissa in mezzo al cielo. Nemmeno questa brezza vespertina che mi ruba l’acqua dai capelli, la sposterebbe. Domani è il solstizio, o forse è già oggi, o forse è una sera tanto lenta che adesso è già dopodomani, chi lo sa.


Giorno

Sapete cosa. Non è solo un fatto di quanto corta sia la notte. È anche, o forse è soprattutto, la velocità con cui si leva il mattino. Là sul tetto, l’emotività credo sia come il cielo e le cime degli alberi: rischiarata e in accensione, meno oppressa da ombre di palazzi o sagome di persone, ma anche già rassegnata ad seccarsi nell’aria calda che si farà. Nottata breve, smaniosa di rifarsi già giorno. Così poco malinconica, la smania. Come un campanile che suona sei rintocchi, appiccicato alla sua sciocca chiesa; come un neon nuovo e lindo, col suo bianco che mai si affloscia e mai singhiozza. Singhiozza il buio e s’attenua la sagoma dell’unghia di luna che resta. Se la melancolia fosse nuvola, come uno di questi cumuli che prendono il fuoco del sole per incendiare il vestito celeste che si spiega, stamane pioverebbe svelta a spegnersi da sé e a farsi rivolo d’acqua e polvere nei gomiti delle strade sudicie. Persino quest’umidità mattutina che mi inietta acqua nelle ossa, si sentirebbe di più. Oggi è il solstizio, o forse era domani, o forse sarà una giornata tanto lenta che adesso è ancora ieri, chi lo sa.



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Sentivo

Quando andavo ancora dal barbiere. Ricordo, era il 1996. Metà giugno, la scuola era finita da poco. Camminavo verso il centro del paese. Luce bianca, aria immobile. Da qualche finestra aperta arrivavano voci di commento e rumori di fondo di una qualche partita degli europei di calcio. Due ragazzi su due motorini mi sfrecciano di fianco. Uno spazio espositivo di un negozio di mobili, che in seguito sarà rimpiazzato da una pizzeria d’asporto, si apriva sul lato della strada opposto al mio. A segnalare l’esistenza di quel piccolo show-room c’era un’insegna provvista di orologio e un indicatore di temperatura. I pallini rossi del pannello a led dell’insegna componevano due numeri a doppia cifra suddivisi dal segno dei due punti, come 15:09, o una chissà quale altra combinazione indicante una chissà quale ora del primo pomeriggio, cosiddetto. I due ragazzi sui loro cinquantini passano accanto a me, quindi sotto l’insegna del negozio; proprio in quel momento, l’orologio lascia spazio al termometro. Il ragazzo che è in testa dice qualcosa in merito all’andare da qualche parte; l’amico che lo segue a ruota, alza il braccio verso l’insegna e dice, “Oh, ma dove vuoi andare, ci son quaranta gradi!”. Lo chiamavano Pier, e non ho idea di che fine abbia fatto. Mi stava tremendamente antipatico, era l’ennesimo fra i tanti mezzi bulli di cui era popolata la provincia; sebbene pure lui, a sua volta, all’epoca era sfottuto per via delle sue sopracciglia folte e unite al centro della fronte, altrimenti dette monociglio, come si usa in gergo, forse per risparmiar fiato e fatica lessicale. In sella al suo fifty, mentre dava velatamente del coglione al suo socio per via di quel caldo terrificante, Pier mi sembrò per la prima volta umano. Se quei due avessero avuto il casco addosso, che nel ‘96 non era ancora obbligatorio per viaggiare su cilindrate così piccole, probabilmente non avrebbero potuto dar vita a quel siparietto del tutto trascurabile, che pure avranno dimenticato e che molto probabilmente sono l’unico a ricordare. Io, da disumano vero, mi sentivo a mio agio in quella calura, in quella nuvola pesante, in quell’aria immobile che anche il tempo sospende. I due motorini erano ormai lontani, in fondo alla lunga via. In fondo alla tasca dei jeans avevo le diciottomila lire per pagare il barbiere, dal salone del quale sarei uscito con i capelli cortissimi e un’antiquata ricevuta scritta a biro. Assieme ai jeans chiari indossavo una semplice t-shirt bianca; ai piedi, un paio di clark’s taroccate. Mi piacevo, com’ero vestito. Sentivo il caldo umido molcermi gli spigoli, ancora giovani ma già duri, delle mie ossa; ed era come se ci nuotassi, dentro quel vapore avvolgente, che dilatava lo scenario a tal punto da renderlo irreale, trasfigurato, quasi psichedelico. Sì, stavo bene. Il pannello dell’insegna del negozio dei mobili dava una lettura chiara di quel pezzo di strada, in quello strappo di pomeriggio. Io avanzavo lento, sul marciapiede. Per qualche istante, su quella strada, era come se potessi arrivare e sentire ogni cosa. I miei pori erano spalancati, come le finestre che portavano in strada i televisori accesi. Quasi nessuno sarebbe uscito. Quasi tutto sarebbe entrato.


Oh they’re touching
They’re touching each other
They’re feeling
They push and move
And love each other, love each other
They fit together like two hands, two hands

I am a face
in the painting on the wall
I pose and shudder
And watch from the foot of the bed
Sometimes I think I can
Feel everything

The wind is blowing
My hair in their direction
The wind is bending my hair
There are no windows in the painting
No open windows, no open windows, no


(un anno fa – o meglio, diciannove)

Cancelli e cerchi

c’è qualcosa
che viene a chiamarti nella notte
ti tappa il naso
ti tocca la spalla nel buio
e cominci piano piano ad emergere
a svaporare
da una realtà
all’altra
sospeso a metà
tra il mondo dei sogni e quello dei vigili
un magico tragico brevissimo istante
e solo in quel momento senza dimensione
quella cosa senza nome
quasi ti sembra di poterla vedere, sfiorare
forse persino capire, ma
nell’attimo appena successivo
già riapri gli occhi
riacquisti il senno con un respiro
ed essa
svanisce.
la cerchi nel cesso
nello scroscio dello sciacquone
la cerchi in cucina
la luce del frigo come fosse una torcia
la cerchi nel fondo della bottiglia
in un sorso d’acqua bevuto a canna
poi torni sui tuoi passi
e la cerchi ancora nella semioscurità
e nel tepore del letto
non ancora svanito
scivoli di nuovo dentro le lenzuola
la cerchi sulla pelle delle sue guance
o forse la cerchi nel gesto stesso della tua carezza.
in ogni caso, è troppo tardi:
qualsiasi cosa sia, sei sveglio, e corri al pc per
provare a raccontarla
per raccontartela ancora
senza riuscire a raccontare niente
se non il solo tentativo in sé
scrivendo tanto e quasi niente
in attesa di capire – illuso
o solo in attesa di ritrovare il sonno – stanco.
non hai trovato nulla
e non ci hai capito nulla
voi ci avete capito qualcosa?
perché
se così non è
diventa inutile continuare a parlarne
e più mi sveglio e più mi sfugge
così ora
sarebbe cortese da parte vostra
essere più rapidi di me
e raccontarmi che cosa vi sveglia nella notte
che cosa attraversa le vostre case
le vostre stanze
i vostri letti
le vostre guance o le guance vostre
le vostre coscienze.
siate svelti abbastanza affinché
scrivendo
non vi scordiate cosa e perché
stavate cercando
prima che si cancelli
magari al chiarore della piccola luce ispiratrice
della cappa aspiratrice
e cosa inseguite
nelle notti insonni
nel fondo siberiano dei frigoriferi
o in quello dei cerchi concentrici di centomila sogni
rimasti sbarrati dietro i cancelli del subcosciente
e poi scordàti
come una chitarra che suona male
come questi versi soporiferi
che suonano male
scordateveli
questi non sono quelli che avevo in mente
e questo non è quello
che stavate cercando
non è niente, mi stavo solo
svegliando

 

 

(28 marzo 2006)

Anima o stenti

perché
io ve lo dico
anche se non vi interesserà
ma
ci sono ogni notte, sempre
anche quando
non faccio rumore
a meno che non mi sentiate
respirare
di nascosto
lieve
come la neve
a meno che non vediate
lo sbuffo d’anima tiepida
danzare nella tenebra gelida
una notte livida e limpida
dove la poesia giace
in letargo
sotto una teca di ghiaccio
dove anch’io, in fondo, giaccio
(se almeno riuscissi a trovarmi).
eccola là
abbandonata ad un sonno
stanco
perduta in un sogno
bianco
eccola
cristallizzata, sospesa
langue
e non riesco a scioglierla
no so liberarla
dalla prigione trasparente
dalla paralisi latente
langue

Io anche

 

 

(fine del 2005)

L’orso

A volte.
A volte ho l’impressione
che tu sia brava a inventare giochi nuovi
a far volare le cose più in alto
per sentire più rumore quando le lasci cadere
a trasformare una carezza in un coltello
a tirar fuori l’anima da un cilindro
per farla poi sparire, come un prestigiatore
a disegnare cerchi perfetti e concentrici in una radura
solo per prendere meglio la mira
e scoccare la freccia
per trafiggere l’orso.

A volte
a volte ho la paura che tu, come altri, vogliate ferirmi
per gioco o per cattiveria o per noia
non so
quello che non ho ancora capito
e che mi spaventa di più
è che io magari mi ci lascio anche, ferire.
Vedo l’assassino sorridente che mi viene incontro salutandomi
scopro il fianco
e lui mi abbraccia, mi cinge
mi stringe più forte
quindi mi lega
poi mi massacra
ma non ho voglia di opporre resistenza
come un incubo da cui non riesci a svegliarti
se non un attimo prima di
morire.

Tu che dici
saranno il cibo, il bere o lo smog
a farmi così male?
A farmi paura.
È la paura, a farmi pensare
così male.
O magari è solo colpa
del telegiornale.

 

(gennaio 2008)

Cenci

Niente dolcezza in un caffè molto zuccherato. Poso la tazzina ed esco.
Cammino, perduto tra le preococi decorazioni natalizie.
Già mi hanno stancato, mi scippano il sogno di bambino.
Forse è quest’aria tesa. Che cos’è? Tutta questa rabbia, questo crescente sospetto per tutto, cos’è.
Tutta quest’ansia, questa fatica che ti bracca e ti insegue fin dentro casa.
Tutti quei particolari complessi, unici, bellissimi. Immagini e sentimenti vecchi di qualche giorno soltanto. Dove sono?
Sfumati in un pensiero infetto, brutto e troppo stretto. Soffocati, ormai persi, più non li posso raccontare.

La bellezza muore così, in mezzo ad un viavai di occhi spenti e sacchetti pieni, o dentro uffici popolati di persone che di bellezza non ne hanno mai
incontrata.
Ne cerchi poi il cadavere nella notte. Senza criterio, come si cerca una
maglietta dentro ad un cassetto troppo grande e pieno e disordinato nella fretta del mattino.
Niente. Le parole a volte sono come le braccia nel cassetto: troppo corte per
arrivare in fondo.
Così le immagini, simili ad abiti sporchi e sgualciti nel cesto della
biancheria. Forse è tutto lì dentro.
Esci infreddolito, con la maglietta del giorno prima. Corri. Che vita sudicia.
Un altro giorno dimenticabile.
Domani penserò a come raggiungere le mie magliette linde e le mie memorie squisite, per perdermi con loro, i loro effluvi.
Oppure nulla si perde veramente.
Forse ogni cosa sparisce solo per un momento, o per un’epoca. Ha solo bisogno di riposare un poco, in fondo al cesto tiepido dei panni sporchi.
Abbiamo tutti bisogno di stare sporchi e inservibili, di confonderci nell’anonimato della confusione, di non esserci.
Poi torniamo. Tutto torna: lavato, stirato, profumato. Quasi come nuovo.
Non proprio.
I capi delicati, soccombono tra alte temperature, calcare e candeggina; e così le cose più fragili, le anime più sensibili: sono le più belle, ma soccombono prima, in questo mondo chimico.
Certi periodi sono come cicli di lavaggio sbagliati; certi episodi, come centrifughe troppo violente.
Anno dopo anno, prima o poi, tutti ci stingiamo, ci consumiamo, ci sfibriamo. Prima o poi ci ritroviamo infeltriti, scuciti, logori.
Diventeremo stampe sbiadite, elastici slabbrati, stoffa lisa sui gomiti.
Il meglio di noi sarà colato tra i fori del cestello.
A restarci, solo un gran bisogno di stenderci.
Accidenti

(23 novembre 2006)

Loser

Come tanti: ho bisogno di fuggire
Ho bisogno di andare per ritrovarmi sotto ad un albero accogliente,
dentro ad una città mai vista,
davanti a un orizzonte differente
sopra un oceano lontano.
Ne ho bisogno per respirare aria nuova di zecca,
perché senza stupore si può morire
perché questa routine è un’eco di azioni
ed in essa il mio briciolo d’umanità si sbriciola,
giorno dopo giorno.
Ho bisogno di ricominciare ad osservare con occhi veri
e non più a posare lo sguardo, assorto e distratto,
su luoghi e persone che non vedo da tempo immemore
perché conosco tutto a memoria
con le palpebre chiuse vedrei la stessa cosa: i miei pensieri che si rigenerano
infiniti
poi potrei anche non andare a sbattere
perché ho già ampiamente misurato il mio mondo
e quando anche l’ultimo gradino e l’ultima porta sono stati calcolati,
ecco che tutto diventa prevedibile
e la geometria ci nega la sorpresa della natura imperfetta
anche la più bella delle cose è così triste su un foglio di carta millimetrata
quindi niente più passi da ponderare o angoli dietro cui sbirciare
quand’è così
ogni cosa cessa di essere particolare, sfaccettata
niente è così grande come avevamo immaginato, sperato, creduto
è piccolo, e lo sappiamo
dati alla mano
ed ecco che ci sta stretto.
Scrivo sempre le stesse cose
perché mi rifaccio sempre alle stesse immagini
che sono ormai fredde e sbiadite fotografie mentali
ma non ho più la fantasia di un tempo per reinventarle
quindi ho un’urgente necessità di ricominciare a vedere
perché continuo a parlare con così poco da raccontare
perché non so più descrivere
o forse non ne sono mai stato veramente capace
però va bene
vada per il misero scrittore
ma non posso farmi inghiottire da questa catena di montaggio
non sono fatto per essere un ingranaggio
né voglio morire così
continuando a respirare
continuando a fare niente
due tacche in meno del pensare
due occhi sani ma non vedente

Svégliati, Dormiente.

 

(sette cazzo di anni fa)

This is disease

crescere è qualcosa che ci accade nonostante tutto.
tradirci è qualcosa che scegliamo di fare o non fare.
a volte non ce ne accorgiamo neppure.
a volte sprechiamo troppo tempo, pensandoci.
ognuno degli individui che siamo stati, vive
e rispettato o tradito che sia ce lo abbiamo
qui, lì, da qualche parte
dentro la memoria o nell’indole
nel sangue del petto nelle braccia nei neuroni nei geni
ogni singola parte di noi è ovunque, e da nessuna parte.
a volte ci affanniamo a riesumare cadaveri di persone che non eravamo .
altre volte ci incontriamo in un ricordo senza riconoscerci.
nessun noi muore del tutto fino a che non moriamo noi tutti.
purtroppo a volte diventiamo stupidi prima di ritrovarci.
crescere. a volte mi chiedo se l’età adulta non sia che una malattia
che, per sciocchezza o per pigrizia, troppo spesso sottovalutiamo
la trascuriamo, e questa ci spella e ci appiattisce piano piano
rendendoci ogni giorno un po’ meno unici e particolari
un altro po’ più stupidi e ovvi
sempre più svogliati, smemorati
fino a quando smettiamo di cercarci
fino a che diventa impossibile ritrovarci

(3 novembre 2009)

From all the unborn chicken voices in my head

nacque nell’abitacolo e in esso trovò la morte
il pensiero storto che visse meno a lungo di un viaggio
pensiero uguale a decine di troppi altri, embrioni mai fecondati.
no, no: il pensiero mai nato è ormai morto. mica la sua natura infelice.

cosa ne resta?
ricordo solo che
non ne potevo più
della pioggerellina, gocce fini
che sbriciolavano la luce in brillantini
il tergicristallo troppo lento, no, ora troppo veloce
gli occhi stanchi di inseguire il nero di troppe pozzanghere
da evitare, quasi fossero crateri pieni d’acqua
come laghi del centro Italia in cui nuotare o annegare.
e il tepore troppo caldo prima
la frescura troppo fredda poi
la mia faccia ora troppo magra
ora troppo scura
e di sicuro troppo livida
nella luce gialla della notte
nell’ombra bianca della foschia
in cui si confonde il mio aspetto
sotto alla barba incolta che non voglio farmi più
come le persone che non ho più voglia di coltivare
come le persone che non voglio farmi più
nemiche, ché il tempo delle questioni di principio è terminato
la stagione delle cause perse che s’è sciolta
come la neve tenera di marzo
e la voglia di gridare quanto stronzo sia questo o quello
che quasi pareva vitale, immortale
è ormai strappata, caduta
come la pagina di quest’inverno dal calendario.
a proposito: auguri di Buona primavera
anche e soprattutto a certe persone,
cadute in certe piccole battaglie
combattute a colpi bassi di tastiere di computer e telefoni
e parole. le parole come lance, le intenzioni come punte di sasso
scagliate con violenza, fendono la dignità di chi non può rispondere
eccoli i feriti, trafitti e muti dormono giù in metropolitana.
e poi magari stanno svegli di notte
per provare a ricucirselo,
l’amor proprio
e cercando aiuto in cosa, se non nelle parole?
parole che mandano all’ospedale
parole che guariscono dal male
come un medicinale
che ti spezza se lo usi male
ma poi lo ritrovi sullo scaffale
che mormora nella vetrina buia del dottore.
e quindi queste parole mediche
che dovrebbero avere la proprietà di rivelare…
cosa? la leggendaria mappa che porta alla gioia?
il profumo dei fiori che sbocciano in mondi troppo lontani?
la luce delle sere in fondo agli orizzonti equatoriali?
la definizione di quel che siamo
o quella di ciò che dovremmo essere?
una nuova possibile via per diventare persone libere
o la solita, vecchia casella in cui farsi rinchiudere?
le grandi verità per capire o le piccole bugie per sorridere?
domande, e intanto la strada scorreva
e la notte umida piagnucolava
e il pensiero svaniva
mentre la fantasia recriminava
per le immagini di seconda mano
ed io pensavo, e non so il perché
a quelle coppie fatte così male
a quei bravi ragazzi fatti a pezzi da donne di poco valore
a quelle brave donne massacrate da maschi di scarsa morale
o più semplicemente a certi visi incantevoli
appoggiati su guance ben più sgradevoli
come sorrisi di seta in secchi di facce da stracci;
equilibristi eleganti frustrati da domatrici sgraziate
o danzatrici armoniose intristite da pessimi pagliacci
ma nessuno mi ha invitato al circo, che mi lamento a fare?
posso solo imbruttirmi al pensiero di certe discrepanze
per esempio: quanto sia difficile piacere a chi ci piace
posso solo incazzarmi per un pensiero che cessa di scorrere
che sto forzando, sforzandomi di evocarne il suono originale
che poi nella notte provo a oliare
con una canzone ascoltata a ripetizione
come un pensiero inceppatosi sulla stessa frase
le stesse parole che non rivelano mai niente
anch’esse scritte e riscritte fino allo sfinimento.

sfinito da quelle mura imbiancate che ancora non mi contengono
sfinito da quelle persone ferite di cui parlavo prima
che trovano e ritrovano in me un amico
e che sembra quasi che dipendano da me, a volte
se è vero che mi cercano per raccontarmi le loro disgrazie
e poi mi affidano la loro idea di possibile felicità
quasi che fosse un pezzo rotto che io posso aggiustare
ma io cosa faccio? a volte scelgo di sparire
magari cercando anch’io conforto nelle parole ma poi
penso alle rivelazioni sepolte in libri che non aprirò mai
alle cose giuste rimaste ignote per pigrizia o delusione o noia
nascoste nella pagina successiva a quella in cui ho fermato la mia voglia;
e penso alle verità che invece ho letto distrattamente
o quelle che non sono stato capace di riconoscere
o che magari ho capito, ma di cui non ho saputo beneficiare
oppure a quelle che ho trovato anni fa e non riesco più a ricordare.

intanto l’ora s’è fatta davvero tarda
tanto che il pensiero si è ormai decomposto:
una carcassa sotto alla luna, vicino al mare
una sagoma che brilla di luce tenera e di sale
ma che ciò nonostante dà ugualmente il voltastomaco
e che di certo non ha più senso rianimare:
e chi ne ha voglia? sono così stanco.
sì, stanco…
anche di dire che sono stanco:
“sono stanco, sono stanco” per giustificare ogni cosa
“sono stanco, sono stanco” non giustifica ogni cosa
sono stanco, sono stanco di giustificare ogni cosa.
stanco di starmene qui a scrivere cose senza valore
a farmi ingobbire dalle parole sullo schermo
ancora loro?
a barattare il mio sonno
con che cosa?
un pensiero morto da ore
che ormai non ricordo più
e che forse solo per pochi minuti
ho sentito
poi non mi è servito
a niente
e non mi dice più
niente

(22 marzo 2010)

Prima che si sciacqui

Occhi serrati
calore e vapore
raggi liquidi e bollenti
bussano alla mia pelle
accordano i miei legamenti
mi addolciscono gli spigoli
delle spine delle vertebre.
Intanto
oltre la tendina
aldilà della finestra
dall’altro lato dei muri
immagino stia scendendo
una lieve pioggia
una strana danza
di bianchi magici e soffici
petali di fiori antartici
che ieri mi carezzavano la fronte
che oggi cadono sotto le palpebre
che domani, ahimè
il cielo terrà per sé.
Coriandoli come di seta
impastati con l’acqua fresca
che si fondono arrivati quaggiù
in questa invernale sciatta pianura
della quale si fan manto
cancellandone le linee
riprogettandone le forme
neutralizzandone i colori
una coperta di gelo
uno splendente velo
che rende brillante la notte
incantandola, incantandomi
e trasformando un momento
in un sogno ad occhi chiusi
privo di sonno
ma senza tormento.

Freddo inverno fuori
la neve plana ancora, dolce
mentre dentro
il getto caldo mi molce
mi irrora e dona
una sensazione di
protezione
binomio contrastante
piacere sognante
diventa così
piccolo pensiero
da collezionare.
Un giorno domestico
passato a riposare
ed a sbirciare fuori
da quelle finestre che
lasciano passare la luce che esplode
azzurro bianco ancora azzurro poi giallo
suolo che riflette il cielo che riflette il suolo
un’eco visibile e continua
che confonde la notte con il giorno
che cancella le ore nella sua bianchezza costante
prima che la pioggia la cancelli in qualche istante.

Un tempo
ero candido e quasi puro
come il foglio dietro queste lettere
come questo balletto
di fiocchi di cotone di un altro mondo
di cui questo è una prova di canto
sebbene a provarlo sia un cantore tremebondo.
Un tempo, dicevo
candidamente partorii questi
brevi versi
d’una lunga poesia che scrissi
e poi persi
e che adesso,
inaspettatamente
misteriosamente
sono tornati a galla
nel mare della memoria:

Freddo e neve / e ghiaccio, e l’aria greve / è l’anima palpabile / di quest’inverno interminabile.

Parole che grondano poche gocce
di quel climatico dolore
di quello spettro polare
di quell’esterno tremare
per il quale le mie ossa oggi
non hanno vibrato
e i denti non han battuto
ma han solo puntellato
dietro le labbra
un sorriso sobrio
figlio d’una calma tumultuosa
come la neve che cade
autentica e rara e silenziosa
come questa pace che cade
dentro
la sera
stasera

 

 

(22 febbraio 2005)

“Sei un fotografo emozionale”, disse

Gelido vento orientale in prua, arranco e mi inclino come fossi in salita.
Sotto l’ombrello vedo in trasparenza le gocce di pioggia che non mi hanno bagnato.
Una scarpa slacciata, un guinzaglio abbandonato nell’erba.
Umido e rigido ma leggero, come un ventaglio nell’afa estiva.
Non imparerò mai a suonare uno strumento come si deve.
So fare altre cose.
Non scriverò mai una canzone che mi piaccia ascoltare.
So dire altre cose.
Ma intanto, sto zitto in questo nulla.
Non ho i capelli che vorrei, il naso che vorrei, le spalle che vorrei.
Bravo ad immaginarmi bello, questo sì. A volte sento oppure sogno che, a forza di pensarla, potrei rendere reale tale bellezza. A volte sorrido al pensiero di questa possibilità. Altre volte, quasi confondo quest’altra realtà con l’unica che sia misurabile con gli occhi; poi mi ritrovo ad esibire una sicurezza misteriosa, che mai mi è appartenuta.
Stamattina mi specchio nella vetrina di un bar… e cerco di essere più sincero.
Non sono uscito da uno dei miei avatar, non assomiglio a chissà quale mito.
Io, soltanto io. E il vento ha spezzato l’ombrellino, e la luce è fioca e grigia.
E il laccio della scarpa è zuppo, e non ho voglia di chinarmi per riannodarlo.

Altri pensieri che più non ricordo.
Delicati, non opprimenti, ma non per questo felici.
Quanto dura un caffè? Il tempo di rivederli e dimenticarli ad un tempo.

(gennaio 2008)

No recollection

Forse già saprete sia possibile perdere anche ciò che non abbiamo mai posseduto: una giornata, la felicità altrui, un’anima conosciuta, uno sguardo ignoto, innumerevoli attimi. Incastrato nell’orologio, tra le mura, oggi ho perso qualcosa di mai avuto, perduto tra i cristalli e dentro me stesso.

I disagi se ne fregano che esisti, e così tu puoi ignorarli a tua volta. Baratterei quindi la vita ordinaria in cambio di cinque ore di ritardo, piedi inzuppati, scivoloni. Questi come giusto prezzo per una fotografia, una sola, identica a come l’abbia immaginata e preparata e voluta, guardando e riguardando nel mirino, pronto per lo schioccante scatto fatale.

Passano gli anni e i mesi, e un giorno ti ritorna alla mente una di quelle immagini in cui l’aurora candida circonda le cose, facendo sembrare questo mondo meno sudicio e imperfetto. Parli col tuo amico e gli chiedi tornare con la memoria alla nevicata di inizio 2009: la ricorda, e pure meglio di te. Era solo una qualunque giornata fino a quel momento, piatta e afosa; ma ora, con un amico ed un semplicissimo ‘Mi ricordo’, in un lampo pare di aver ritrovato quei momenti. E a loro volta, quelli erano momenti in cui sembrava di esser tornati bambini! Come quando certe sere, a tavola, capitava di favoleggiare coi tuoi fratelli sulla fantastica nevicata del 1985: le discese con lo slittino dal pendio davanti casa, il bob rosso con la leva del freno utile solo per cappottare, gli arancini di neve, le risate, una gamba rotta, il pupazzo coi denti di sassi e il naso di carota (bello come quelli disegnati sui libri di lettura), anzi no il naso era un manico di scopa rotto, e io che entro in una buca e sparisco nel bianco, e il tempo scomparso insieme ai colori… Aspetta: interviene mamma e riporta la conversazione ad una dimensione più realistica. Ma oggi non c’è alcuna madre a moderare l’immaginazione e così, in preda a una strana sorta di sete, ti metti a fantasticare su quegli attimi perduti cercando un po’ di bianca neve sciolta nei cassetti e nella credenza, tra vecchi libri e cianfrusaglie, tra i vetri di murano e i cento altri souvenir inutili. Seduto sul pavimento frughi tra pacchi di vecchie foto, e ritrovi finalmente un’immagine senza tempo che descrive larghe campiture bianche racchiuse da poche e sottili linee nere sopra ad un cielo granuloso e grigio di ghiaccio. Una lievissima vignettatura, quasi certamente involontaria, dona al paesaggio un’atmosfera crepuscolare, rendendo la luce meno piatta, facendola nascondere dietro vette o boschi che non esistono. Sprofondi nell’immagine come nella neve, e lasci che ti racconti di una bellezza soffice e muta su cui potresti non riuscire più ad atterrare.

Ma oggi, io, quella foto non la posso scattare per domani.
Mi mancherà. Provare a sostituirla rifacendola a parole, no, non basterà.
Sono l’armadio zeppo delle cose già viste troppe volte, sono lo spazio vuoto del disco fisso.
Sono la macchina fotografica che giace nel buio del cassetto.
Sono la neve che cola nel tombino.
Sono la mia amnesia.

 

 

(dicembre 2009)