Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

Communication breakdown (it’s always the same)

Oggi ho inanellato solo incomprensioni e insuccessi verbali, come se le mie corde vocali o le mie dita sulla tastiera si fossero messe a partorire parole molto diverse da quelle che avevo loro comandato. E senza volerlo né accorgermene – com’è stato? – non lo so, mi sento equivoco, o forse equivocato. Come un mancino che usa la destra, come un re Mida all’incontrario, come il gallo che visse senza testa; come l’acqua del Pacifico in un acquario angusto, come la mente che si pensa nel giusto quand’è in fallo; come un motore robusto che inquina niente, ma va a ritroso e non è omologato.

(13 mesi fa)

Shelter from the storm

Vette himalayane per compensare le mie sciocche depressioni caucasiche.
Capanne di tronchi e foglie, dentro cui nascondere nidi d’erba e fango.
Proteggere ora gli stormi che riempiranno i cieli di domani.
Riparare dalle tempeste di oggi ciò che ora è ancor piccolo e delicato;
sottrarlo alla furia dei venti, ai pensieri violenti e alla barbarie degli umani.


I was burned out from exhaustion, buried in the hail
Poisoned in the bushes an’ blown out on the trail
Hunted like a crocodile, ravaged in the corn
‎”Come in”, she said, ‎”I’ll give you shelter from the storm”

Rese, grazie

viviamo immersi nel liquido assordante di un’immensa illusione. non c’è scampo alle bugie di chi comanda questo pianeta; non c’è possibilità di riscattarsi davanti all’onnipotenza delle oligarchie. possiamo solo cercare di essere liberi a modo nostro: nel pensiero, come l’uccello Leonard Cohen sul filo della sua canzone; nella partecipazione, come Vittorio Arrigoni nella sua dimensione chiamata Gaza. oppure nasconderci e dimenticare. cos’è il vero amore che lega gli umani a due a due? è complicità e fusione reciproca, tanto per cominciare. ma è anche un rifugio comune. è un patto per scivolare insieme nell’oblio, come una piccola barca che si allontana silenziosa e solitaria dalla riva degli uomini e dei segreti troppo grandi da combattere, troppo orribili da meditare, spaventosi da ricordare. avere coraggio, o un dono, o una zattera che stia a galla; di queste cose abbiamo bisogno, se vogliamo portare a termine quest’esistenza in modo perlomeno decente.  ma vai a trovarle.
e se son difficili le cose, figuriamoci le persone. trovala, se ci riesci, una persona alla quale dire: Io ora mi arrendo a te. Così poi ci arrendiamo insieme.

 

 

 

(2011)

Cenci

Niente dolcezza in un caffè molto zuccherato. Poso la tazzina ed esco.
Cammino, perduto tra le preococi decorazioni natalizie.
Già mi hanno stancato, mi scippano il sogno di bambino.
Forse è quest’aria tesa. Che cos’è? Tutta questa rabbia, questo crescente sospetto per tutto, cos’è.
Tutta quest’ansia, questa fatica che ti bracca e ti insegue fin dentro casa.
Tutti quei particolari complessi, unici, bellissimi. Immagini e sentimenti vecchi di qualche giorno soltanto. Dove sono?
Sfumati in un pensiero infetto, brutto e troppo stretto. Soffocati, ormai persi, più non li posso raccontare.

La bellezza muore così, in mezzo ad un viavai di occhi spenti e sacchetti pieni, o dentro uffici popolati di persone che di bellezza non ne hanno mai
incontrata.
Ne cerchi poi il cadavere nella notte. Senza criterio, come si cerca una
maglietta dentro ad un cassetto troppo grande e pieno e disordinato nella fretta del mattino.
Niente. Le parole a volte sono come le braccia nel cassetto: troppo corte per
arrivare in fondo.
Così le immagini, simili ad abiti sporchi e sgualciti nel cesto della
biancheria. Forse è tutto lì dentro.
Esci infreddolito, con la maglietta del giorno prima. Corri. Che vita sudicia.
Un altro giorno dimenticabile.
Domani penserò a come raggiungere le mie magliette linde e le mie memorie squisite, per perdermi con loro, i loro effluvi.
Oppure nulla si perde veramente.
Forse ogni cosa sparisce solo per un momento, o per un’epoca. Ha solo bisogno di riposare un poco, in fondo al cesto tiepido dei panni sporchi.
Abbiamo tutti bisogno di stare sporchi e inservibili, di confonderci nell’anonimato della confusione, di non esserci.
Poi torniamo. Tutto torna: lavato, stirato, profumato. Quasi come nuovo.
Non proprio.
I capi delicati, soccombono tra alte temperature, calcare e candeggina; e così le cose più fragili, le anime più sensibili: sono le più belle, ma soccombono prima, in questo mondo chimico.
Certi periodi sono come cicli di lavaggio sbagliati; certi episodi, come centrifughe troppo violente.
Anno dopo anno, prima o poi, tutti ci stingiamo, ci consumiamo, ci sfibriamo. Prima o poi ci ritroviamo infeltriti, scuciti, logori.
Diventeremo stampe sbiadite, elastici slabbrati, stoffa lisa sui gomiti.
Il meglio di noi sarà colato tra i fori del cestello.
A restarci, solo un gran bisogno di stenderci.
Accidenti

(23 novembre 2006)

Loser

Come tanti: ho bisogno di fuggire
Ho bisogno di andare per ritrovarmi sotto ad un albero accogliente,
dentro ad una città mai vista,
davanti a un orizzonte differente
sopra un oceano lontano.
Ne ho bisogno per respirare aria nuova di zecca,
perché senza stupore si può morire
perché questa routine è un’eco di azioni
ed in essa il mio briciolo d’umanità si sbriciola,
giorno dopo giorno.
Ho bisogno di ricominciare ad osservare con occhi veri
e non più a posare lo sguardo, assorto e distratto,
su luoghi e persone che non vedo da tempo immemore
perché conosco tutto a memoria
con le palpebre chiuse vedrei la stessa cosa: i miei pensieri che si rigenerano
infiniti
poi potrei anche non andare a sbattere
perché ho già ampiamente misurato il mio mondo
e quando anche l’ultimo gradino e l’ultima porta sono stati calcolati,
ecco che tutto diventa prevedibile
e la geometria ci nega la sorpresa della natura imperfetta
anche la più bella delle cose è così triste su un foglio di carta millimetrata
quindi niente più passi da ponderare o angoli dietro cui sbirciare
quand’è così
ogni cosa cessa di essere particolare, sfaccettata
niente è così grande come avevamo immaginato, sperato, creduto
è piccolo, e lo sappiamo
dati alla mano
ed ecco che ci sta stretto.
Scrivo sempre le stesse cose
perché mi rifaccio sempre alle stesse immagini
che sono ormai fredde e sbiadite fotografie mentali
ma non ho più la fantasia di un tempo per reinventarle
quindi ho un’urgente necessità di ricominciare a vedere
perché continuo a parlare con così poco da raccontare
perché non so più descrivere
o forse non ne sono mai stato veramente capace
però va bene
vada per il misero scrittore
ma non posso farmi inghiottire da questa catena di montaggio
non sono fatto per essere un ingranaggio
né voglio morire così
continuando a respirare
continuando a fare niente
due tacche in meno del pensare
due occhi sani ma non vedente

Svégliati, Dormiente.

 

(sette cazzo di anni fa)

L’ultimo giorno

come correre tenendo in braccio un pacco troppo grande e pesante e liscio. ti
tremano le braccia, ti sudano i polpastrelli, e le mani non ce la fanno più.
scivola via, la vita.
mentre cade, strizzi gli occhi e resti sospeso in un eterno istante. ecco che un
secondo vale più di quei pomeriggi troppo brevi e quelle serate troppo stanche
in cui senti che il tempo è così stretto da lasciarti i segni. in quel secondo,
sei pronto a redimerti purché nulla, in quel pacco, sia tanto rotto da non poter
essere più aggiustato.

(28 ottobre 2008)

From all the unborn chicken voices in my head

nacque nell’abitacolo e in esso trovò la morte
il pensiero storto che visse meno a lungo di un viaggio
pensiero uguale a decine di troppi altri, embrioni mai fecondati.
no, no: il pensiero mai nato è ormai morto. mica la sua natura infelice.

cosa ne resta?
ricordo solo che
non ne potevo più
della pioggerellina, gocce fini
che sbriciolavano la luce in brillantini
il tergicristallo troppo lento, no, ora troppo veloce
gli occhi stanchi di inseguire il nero di troppe pozzanghere
da evitare, quasi fossero crateri pieni d’acqua
come laghi del centro Italia in cui nuotare o annegare.
e il tepore troppo caldo prima
la frescura troppo fredda poi
la mia faccia ora troppo magra
ora troppo scura
e di sicuro troppo livida
nella luce gialla della notte
nell’ombra bianca della foschia
in cui si confonde il mio aspetto
sotto alla barba incolta che non voglio farmi più
come le persone che non ho più voglia di coltivare
come le persone che non voglio farmi più
nemiche, ché il tempo delle questioni di principio è terminato
la stagione delle cause perse che s’è sciolta
come la neve tenera di marzo
e la voglia di gridare quanto stronzo sia questo o quello
che quasi pareva vitale, immortale
è ormai strappata, caduta
come la pagina di quest’inverno dal calendario.
a proposito: auguri di Buona primavera
anche e soprattutto a certe persone,
cadute in certe piccole battaglie
combattute a colpi bassi di tastiere di computer e telefoni
e parole. le parole come lance, le intenzioni come punte di sasso
scagliate con violenza, fendono la dignità di chi non può rispondere
eccoli i feriti, trafitti e muti dormono giù in metropolitana.
e poi magari stanno svegli di notte
per provare a ricucirselo,
l’amor proprio
e cercando aiuto in cosa, se non nelle parole?
parole che mandano all’ospedale
parole che guariscono dal male
come un medicinale
che ti spezza se lo usi male
ma poi lo ritrovi sullo scaffale
che mormora nella vetrina buia del dottore.
e quindi queste parole mediche
che dovrebbero avere la proprietà di rivelare…
cosa? la leggendaria mappa che porta alla gioia?
il profumo dei fiori che sbocciano in mondi troppo lontani?
la luce delle sere in fondo agli orizzonti equatoriali?
la definizione di quel che siamo
o quella di ciò che dovremmo essere?
una nuova possibile via per diventare persone libere
o la solita, vecchia casella in cui farsi rinchiudere?
le grandi verità per capire o le piccole bugie per sorridere?
domande, e intanto la strada scorreva
e la notte umida piagnucolava
e il pensiero svaniva
mentre la fantasia recriminava
per le immagini di seconda mano
ed io pensavo, e non so il perché
a quelle coppie fatte così male
a quei bravi ragazzi fatti a pezzi da donne di poco valore
a quelle brave donne massacrate da maschi di scarsa morale
o più semplicemente a certi visi incantevoli
appoggiati su guance ben più sgradevoli
come sorrisi di seta in secchi di facce da stracci;
equilibristi eleganti frustrati da domatrici sgraziate
o danzatrici armoniose intristite da pessimi pagliacci
ma nessuno mi ha invitato al circo, che mi lamento a fare?
posso solo imbruttirmi al pensiero di certe discrepanze
per esempio: quanto sia difficile piacere a chi ci piace
posso solo incazzarmi per un pensiero che cessa di scorrere
che sto forzando, sforzandomi di evocarne il suono originale
che poi nella notte provo a oliare
con una canzone ascoltata a ripetizione
come un pensiero inceppatosi sulla stessa frase
le stesse parole che non rivelano mai niente
anch’esse scritte e riscritte fino allo sfinimento.

sfinito da quelle mura imbiancate che ancora non mi contengono
sfinito da quelle persone ferite di cui parlavo prima
che trovano e ritrovano in me un amico
e che sembra quasi che dipendano da me, a volte
se è vero che mi cercano per raccontarmi le loro disgrazie
e poi mi affidano la loro idea di possibile felicità
quasi che fosse un pezzo rotto che io posso aggiustare
ma io cosa faccio? a volte scelgo di sparire
magari cercando anch’io conforto nelle parole ma poi
penso alle rivelazioni sepolte in libri che non aprirò mai
alle cose giuste rimaste ignote per pigrizia o delusione o noia
nascoste nella pagina successiva a quella in cui ho fermato la mia voglia;
e penso alle verità che invece ho letto distrattamente
o quelle che non sono stato capace di riconoscere
o che magari ho capito, ma di cui non ho saputo beneficiare
oppure a quelle che ho trovato anni fa e non riesco più a ricordare.

intanto l’ora s’è fatta davvero tarda
tanto che il pensiero si è ormai decomposto:
una carcassa sotto alla luna, vicino al mare
una sagoma che brilla di luce tenera e di sale
ma che ciò nonostante dà ugualmente il voltastomaco
e che di certo non ha più senso rianimare:
e chi ne ha voglia? sono così stanco.
sì, stanco…
anche di dire che sono stanco:
“sono stanco, sono stanco” per giustificare ogni cosa
“sono stanco, sono stanco” non giustifica ogni cosa
sono stanco, sono stanco di giustificare ogni cosa.
stanco di starmene qui a scrivere cose senza valore
a farmi ingobbire dalle parole sullo schermo
ancora loro?
a barattare il mio sonno
con che cosa?
un pensiero morto da ore
che ormai non ricordo più
e che forse solo per pochi minuti
ho sentito
poi non mi è servito
a niente
e non mi dice più
niente

(22 marzo 2010)

Parolaio

inverno feroce, neve in pianura.
mentre lassù muore un altro nevaio.

allora penso all’estate, alla mietitura del grano.
sogno di dormire in un granaio.

poco lontano, nell’aia, starnazzano galline e qualche pollo.
però, che razza di pollaio.

penso, sono cazzi amari se poi si sollevano le vespe.
ma meglio un incazzato vespaio di questo paese, che invece di risollevarsi, se ne va a puttane.
insostenibile vomitevole troiaio.

vorrei fuggire, addentrarmi in un bosco denso di odorosi ginepri, infine scomparire.
perso tra gli arbusti di un intricato ginepraio.

invece, resto qua. e qualcosa mi suggerisce ch’io abbia più d’una febbre.

 

 

(16 -aio 2011)

1946-2006

Che volete che vi dica?

Io lo sentivo che presto avrebbe lasciato questo mondo non più suo, da più anni non più suo, forse mai suo. O forse non sentivo proprio nulla, era solo un evento facile da prevedere. Comunque mi sono immaginato spesso di leggere questa notizia. Me l’aspettavo, oserei dire. Immaginavo come avrei reagito, cosa avrei provato ed eventualmente scritto, io che gioco a fare il suo alter ego, con la sua fotografia nell’avatar e il suo nome tutto in maiuscolo, SYD, come un titolo o una targa. Io che in realtà, aldilà di quel senso di vicinanza e affinità così presunto e presuntuoso, ho cominciato a farmi chiamare come lui perché qualcuno doveva pur omaggiarlo. Ricordarlo. Da vivo, soprattutto. Ché una volta morto, pensavo, sarebbero capaci tutti di ricordarlo, di dire che l’anno sempre amato, di definirlo uno che ha fatto la storia.

E invece adesso è morto per davvero, si è spento il suo corpo per intero, con trentasei fottuti anni di ritardo rispetto al suo genio. Ed eccomi qua, senza uno straccio di parola. Senza slanci o vagheggiamenti poetici. Come privo di dimostrare affetto, impossibilitato nel provare tristezza. Desensibilizzato. Forse, più semplicemente, non ho ancora ben realizzato.

Però, pensavo, perché essere tristi? C’è come una liberazione insita nel suo addio: niente più morbosità e pettegolezzi, niente più foto o video a violare un uomo che ha preferito – un po’ per spirito, un po’ per necessità di sopravvivenza, parecchio per malattia – la tranquillità al clamore, l’oscurità alla ribalta, la normalità all’idolatria. Diventando così un mito, forse l’ultimo dei miti. Di certo quello con la storia meno codificata e più irripetibile fra tutte quelle che si potrebbero tramandare.

Fu con mio grande stupore, molti anni fa, scoprire che alla sorgente dei Pink Floyd avrei trovato qualcosa di misterioso e dimenticato, qualcosa di così estremamente unico e affascinante. “Possibile che ci sia stata una formazione dei Pink Floyd senza Gilmour, e che la stessa sia stata tanto geniale e celebrata come dicono? Possibile che sia esistito qualcuno che sia riuscito a capeggiare persino Waters?”. Mi ponevo domande del genere mentre Patrizio, un vecchio amico e compagno di liceo, mi apriva la porta su questa storia. Chissà perché poi non ho provato ad approfondire, insieme al Pat. E dire che ne avrei avuto bisogno: per molto tempo ho creduto che Syd fosse già morto. Probabilmente pensavo ai vari Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, Brian Jones e compagnia suonante; se loro non ce l’avevano fatta, perché mai Syd sarebbe dovuto restare? (Perché non c’è alcuna “J” nel suo Roger Keith ‘Syd’ Barrett – sarebbe stata una risposta interessante.) E come? E dove? La logica, a volte, non vale nulla.

È morto a sessant’anni suonati. Pochi, oggigiorno. Ma sono più di quanto Kurt Cobain e Jeff Buckley messi insieme abbiano vissuto. Ha perso i capelli, ha conosciuto le rughe e le vene varicose, si è fatto grasso e incanutito. Ha scoperto la bruttezza, ha patito il fiatone facendo le scale, si è ammalato di diabete. Eppure questo sì, è triste eccome. I miti muoiono giovani, e restano tali per l’eternità. Per Syd, invece, ci è voluto un commovente Waters a cantargli Remember when you were young – You shone like the sun. Perché sì, era stato giovane, giovane veramente, giovane tra tanti coetanei sempre stati vecchi. E perché magari non se lo ricordava già più, nel 1976. (Ma che razza di anno scelsero i Pink Floyd, per farsi uscire dalla gola quel grido verso Syd che fu “Wish You Were Here”? A metà esatta dei suoi giorni… mette i brividi.) O perché forse perché avrebbe fatto troppo male ricordarlo, di esser stato colui che splendeva come il sole.

Che volete che vi dica. Dovrei sciogliermi con ogni verso di “Shine on You Crazy Diamond” ed essere tanto bravo da coinvolgervi nell’incanto? E quanto potrei andare avanti citando i suoi innumerevoli versi? O forse dovrei commuovervi raccontandovi trent’anni di vita da recluso, alla ricerca forzata dell’anonimato, in fuga perpetua dal passato? No. E in fondo, che cosa ne posso sapere veramente, mh? Però so che un pochino di ragione ce l’avevo: Syd è morto molto tempo fa, come accadde alle altre leggende del rock. Ma non contento e per nulla banale, decise che per un Syd Barrett che moriva giovane, c’era un Roger Keith che voleva sopravvivere… e ci è riuscito, almeno fino a venerdì scorso. Chissà a quale prezzo. Poi, non contento, ha lasciato in vita anche la sua creatura, che è cresciuta e diventata più grande di quanto avrebbe potuto immaginare; diverso da quasi tutti gli altri che, come qualcuno mi disse tempo addietro, “sono morti e si sono portati la loro creatura nella tomba”.

Pazzo Diamante. Oh, were are you now? Splenderai ancora: se lo hai fatto dall’oscurità di una vita anonima e mediocre, figuriamoci dalle stelle.

Il cinismo si traduce anche così: finalmente c’è qualcuno per cui provare del dolore. Sì, finalmente: fosse mai che ci scrolliamo un po’. Così svuotati di umanità da divenirne affamati. E la tristezza è spesso sincera, quindi salvifica a maggior ragione. Anche se poi piangiamo qualcuno che era come morto da lungo tempo. Ma va bene così: una faccina triste, una foto, una frase scritta col cuore. Qualcuno a cui poter rendere il giusto tributo.

Che volete che vi dica? Che sto generalizzando? Che sto vaneggiando forse? Che la mia crescente incapacità di piangere è una disgrazia da cui siete distanti? Beh, è tutto vero. O forse no. Magari dopodomani sono di nuovo qui a scrivere un post tenerissimo e strappalacrime per Syd. Io per il momento sento solo un senso di stanchezza. Come quando torni dal funerale di un parente lontano; il lutto è cosa di ieri, magari di domani, e tu oggi vuoi solo toglierti le scarpe lucide e buttarti sul letto. Dormire a lungo.

Non vorrei che davvero con Syd se ne sia andato un pezzettino di me: potrebbe essere uno di quelli più sensibili. Però si spiegherebbero molte cose. Certo, non si spiegherebbe il perché io sia qui, a scrivere nel cuore nella notte questo pensiero inconcludente, estraniato, che tradisce qualche affanno. Però chiarirebbe il fatto che le mie parole appaiano vuote, come tirate fuori a forza. Come se se stessi scrivendo perché non potevo non farlo. Ed è vero, perché l’aggettivo più vero che io possa dare a questo post è ‘inevitabile’.

Non manca così anche il mio di tributo, non mi sottraggo al rito. Ma non era questo che avevo immaginato di provare, e quindi scrivere. A maggior ragione mi sento in colpa, ora, ad usare quel suo stesso soprannome. Ma non voglio parlare di SYD, sono qui per Syd. Quantomeno per rispondere a queste sue parole:

Won’t you miss me? Wouldn’t you miss me at all?

Ma Syd, dai, che cazzo di domande. Certo che ci mancherai. A me manchi da quando ti trovai.

 

 

(9 luglio 2006)

 

Ancora male

troppa pioggia che ricade fuori e torna dentro. G soffre per sua madre. e ha paura di perderla, ogni santo giorno. mamma invece l’ha già perso da più di una settimana, il suo primo fratello. poi c’è chi si è perso in piogge incalcolabilmente più insignificanti e dimenticabili. come M, che ha perso la calma e l’ingenuità. come me, che non vedo l’ora di perdere il lavoro. mentre non voglio perdere le cose belle, le cose grandi: ma devo lottare per loro.
un giugno umido e faticoso, come un vandalo che prova a imbrattare l’immagine di un’ estate che tarda ad arrivare. non mollate miei cari, non vi perdete. io vi abbraccio forte, e vi strofino la schiena per questo freddo insensato. vorrei prendermi un po’ del vostro brutto tempo, in questo lasso di tempo orrendo. ma il vento caldo, son certo, arriverà. soffierà anche per te, per voi, per noi.



(17 giugno 2011)

Male

questo giugno sembra essersi svegliato con il mal di testa, la luna storta e una gran voglia di pestare a sangue. ha già impugnato la mazza e se la passa da una mano all’altra, con fare assai nervoso.

ma che importa. le bastonate che io posso prendere non sono niente. niente di fronte a quel piccolo uomo e quella piccola donna, che non si conoscono ma che stanno percorrendo la stessa triste strada. così lontani, così vicini. e forse non ce la faranno, a camminare fino a luglio. e quanto mi vergogno quando mi scopro a sperare che finisca presto, questo loro ovattato inferno in Terra.

almeno per loro posa la mazza, e fa’ loro un’ultima carezza. e se per caso mi sbagliassi e quella carezza non fosse l’ultima, io ne sarei felice; ma allora, se è vero, non giocare ancora a lungo. non giocare più con la loro svuotante, infinita stanchezza.

(3 giugno 2011)

Come isole

 

Tipicamente autunnale,
lasci la città ancora tiepida e luminosa
chiudi gli occhi sul sedile davanti
li riapri sul vetro a lato
e già fa freddo, e già è buio.
Così uguale a un qualsiasi ritorno
da un giorno di scuola a tempo prolungato
quando era novembre e non studiavi
“rimedierò poi, adesso non mi va”
era il tempo di nuove paure e diffidenze
di rinnovate timidezze.
Ci si conosceva quasi tutti, sì
ma l’estate portava via un po’ di memoria
in cambio di amici a tempo determinato
o come spesso accadeva, era avara
e offriva lunghi pomeriggi di silenzioso sole

e troppi gelati
e giochi noiosi.
Erano solo compagni di classe, in autunno
alcuni erano sempre lontani e scenografici
sagome grigie come colleghi in un ufficio finto
ma anche i più vicini e vivi non li trovavo divertenti
non ero poi molto contento di rivederli
accostavo le loro esistenze al mio sonno doloroso
e ai compiti per casa che non riuscivo mai a finire in tempo
loro, con cui avevo condiviso giochi e risate nella primavera precedente
erano ora rivali nel momento della di un’interrogazione troppo prematura
e diventavano persino nemici nel momento in cui ero io ad essere chiamato
e non mi strappavano più nemmeno un sorriso.
Poi la nebbia svaniva, e con essa le amnesie
ed ecco le sagome animarsi, i nemici allearsi
la grande finestra oltre il banco
guardavo i marciapiedi inzuppati d’acqua, le foglie macerate
ed ora mi piace pensare che quel manto rugginoso e lucido
fosse così scivoloso per poterci far scorrere velocemente, lontano dai timori
e scivolando via ci ritrovavamo sulla soglia di un nuovo anno.
Le feste che finiscono subito
l’inverno che non finisce mai
eppure è già marzo, il tempo è volato
“no, ma che dici”
“ma se è stato un attimo”
e chiacchierando è già maggio
alcuni sono rimasti compagni
altri si sono messi in testa di entrarti nel cuore.
Era proprio necessario?
Non posso neanche fissare la luna in pace
mi toccherà ricontarvi tutti, comparse comprese
e se dimenticherò qualcuno non me ne accorgerò
oppure mi dirò “pazienza, non è possibile ricordarsi di tutti”
ma se un giorno una visione dovesse rinverdire la mia memoria
allora sentirò forte il bisogno di scusarmi
con la comparsa scomparsa che comparsa non era
e mentre cercherò goffamente di spiegare queste cose
la comparsa ricomparsa mi guarderà con aria confusa
e forse si convincerà ch’io sia diventato pazzo

o un tossico, magari.
Avrà ragione in ogni caso:

la mente si ammala di ricordi,
e la nostalgia genera dipendenza.

Scorrono le ultime case,
stacco gli occhi dal finestrino e lo sguardo dagli autunni di ieri
mi caccio nella giacca
frenata
saltino
sono in strada.
Il vento fa roteare un ricciolo arancione
e la tentazione di imitarlo mi assale.
Anch’io un ricciolo di foglia che si lascia trascinare
così, riarso e fragile e moribondo
sull’asfalto, pronto a sfaldarmi un caldo crepitio
e invece no
non si può essere così deboli
già sdraiati sulla strada in cambio di qualche onda d’aria
mentre le altre foglie tue simili, quest’anno
rimangono aggrappate con tutta la forza
a quegli alberi che hanno ancora folte chiome
e le piogge tardano ad instaurare il loro regno triste
ed a spezzare questo verde abbraccio. No
io tardo con loro, senza  farmi spezzare
dalla stanchezza, e dalla nostalgia.
E quest’ultima è semmai forza
quella che mi fa restare intero
vivo
e non mi fa perdere la via di casa
come una corda invisibile
come quella striscia dipinta sulla strada
a cui t’aggrappi con tutte le forze quando,
inghiottito dalla notte
o dalla nebbia, o dai cattivi pensieri
la tua auto sbanda per un istante
e i tuoi occhi stanchi ci vedono così poco
ma non puoi morire in un abitacolo
e allora quella corda bianca è l’unica salvezza
e le mani stringono il volante
ma le vere mani sono ora le due ruote a sinistra
e non puoi mollare
non vuoi
non devi.

Cammino lento
non voglio approdare alla meta
senza che l’energia di questo pensiero si esaurisca
e poi, mi chiedo, in cosa si trasforma l’energia di un pensiero
se per definizione non può morire?
Può l’anima
essere lo specchio dell’universo
e come esso dilatarsi all’infinito
fino a sfaldarsi?
Il cuore è una supernova
collasserà su se stesso fino all’apatia
poi esploderà
creando un’ellisse luminosa
ed una nuvola di gas e materia balenerà tra le stelle
pare quasi di poterla già vedere
guardala
è un’immagine di sublime bellezza
e tanta più luce si vedrà
attorno a chi ha tanto amato
e quanta più materia viaggerà nello spazio
creando altri corpi, altra vita
l’unica memoria immortale
fatta non di immagini
ma di atomi
eravamo non polvere
ma stelle
e stelle torneremo, un giorno.
Magari è solo un dio che espira
poi inspirerà
il cosmo collasserà su se stesso
e tornerà ad essere grande come una biglia
solo allora ci ritroveremo

ci riuniremo
tutti.
E invece

la corsa non rallenta
le galassie si allontanano a velocità sempre crescente
gli spazi diventano via via più sconfinati.
Allora penso a noi umani
a noi puntini invisibili
noi anime stupite
che guardiamo la luce delle stelle
così lontana nello spazio e nel tempo
e quindi penso che anche noi non facciamo che allontanarci
e la luce delle persone cui abbiamo voluto bene
non riesce a seguirci, ma resta in un passato sempre più remoto
e noi, come fiondati da un’orribile energia propulsiva, ci dividiamo
e le nostre distanze diventano incolmabili
dilatate 
da distrazioni e pigrizie quotidiane
dall’orgoglio e dall’orologio
da questa vita stanca
ché siamo così deboli
è quindi di un’energia negativa si tratta
ma pur sempre energia,
non muore.

Non muore
la mia ostinazione
a tenere con me quel che resta di quei volti
quelle voci
quelle immagini
come avvolte da un’opaca pellicola
e come una pellicola
posso fermarmi su un fotogramma
ma non giro io la bobina
c’è un proiezionista sconosciuto
molto incostante
ma a volte si sveglia
cambia il rullo
ed ecco un filmato inaspettato
stop.
Un fotogramma dimenticato
torna indietro
stop.
Fammi una copia di questo
non si può
devi chiudere gli occhi
e stringere tra le palpebre quell’immagine, quel ricordo
ma è già così sfumato…
Ecco il segreto
per cui la sera ci si ritrova a scrivere
non è altro che il disperato tentativo
di fissare nelle parole certe immagini sfuggenti
certe sensazioni che ti trapassano
e che potrebbero non tornare più
così chiedi alle lettere di correre veloci
e di inseguire te stesso
e non è che la rincorsa verso il ricordo di un ricordo
che si è già trasformato
e suona così fittizio nelle parole
romanzato un poco
eppure sincero.
Ogni istantanea che ti attraversa
e che ti coglie sempre impreparato
provi poi a cercarla
e a raccontarla che la miglior metafora che puoi permetterti
ma al cospetto di quel lampo
ogni sforzo linguistico appare così flebile
ogni metafora così misera, insufficiente.
Tuttavia ricordo che una volta
fui colpito da una sensazione anche più potente del solito
e nostalgia e malinconia furono così energiche nello scuotermi
che provai subito a disegnare quell’attimo.
Così vidi questo:
io che cammino ignaro
poi qualcosa o qualcuno
passa e mi squarcia la gola
e mi versa dentro un liquido tiepido e salato.
A voi non è mai capitato?
Mi riferisco a quegli istanti
in cui hai la sensazione improvvisa che entri più ossigeno nei polmoni
come se l’aria entrasse direttamente dalla trachea, oltre che dal naso
e una frazione di secondo dopo
senti che dentro a quel collo come aperto
ci sia rovesciato dentro un liquido caldo ma

non così tanto da scottarti
anzi tiepido, doloroso e piacevole al tempo stesso
e lievemente salato
ne senti chiaramente il retrogusto in fondo al palato
e quel sapore l’hai già sentito, ti rammenta qualcosa
qualcosa che pensi sia importante
importante da rammentare
e allora lo cerchi con la lingua ma
è scappato via
e ti sta già riempiendo il petto
e quello è il momento cruciale
quando ti manca il fiato
sgrani gli occhi
e la mente mette a fuoco quella diapositiva
è tanto bello quanto triste
tanto che senti che piangere non basterebbe
e non ne avresti il tempo da quanto è tutto così rapido
ed il liquido salato e tiepido, così simile proprio alle lacrime
sta già colando via
sprizza da tutti i pori come l’acqua dal telefono della doccia
e tu, umana fontana
cerchi di fermare l’emorragia con le mani
di fermare quindi il tempo, o quantomeno di dilatarlo
ma due mani sono troppo poche
e in ogni caso troppo piccole
e il liquido piove via
si raffredda all’aria di novembre
e resti immobile in una pozzanghera gelida
che riflette questa luna bianca
e con essa
tutti i volti di coloro che ti mancano
e ai quali troppe cose non hai detto
e che per questo cerchi nelle notti.
Poi un ultimo riverbero
è forse il senso di colpa
forse una stella, metaforica o reale
ma ormai è lo stesso
ti devi muovere
arrivare finalmente a casa
e metterti a scrivere con i piedi ancora zuppi
per provare a fissare quelle immagini, cristallizzarle
nell’impossibilità di cristallizzare le persone
il tempo
l’universo
e con essi
tutta quell’energia invisibile che non smette di scuoterti
e che ti porta fino all’ultima parola, ansimando
quindi all’
ultimo respiro
prima di implodere
di non essere più.
Poi l’esplosione
e quanta paura ho di non far rumore
quanto mi fa male l’idea
che non mi vediate brillare
forse perché troppo lontani
e non perché non avrò abbastanza amato
ma perché l’avrò troppo poco dimostrato
e per questo
esser da tutti voi dimenticato
no, no
voglio essere anch’io versato
in voi, liquido tiepido e salato
per rendervi un po’ di quella vita
che in vita mi avete dato

 


(lunedì, 6 novembre 2006)

Vuoi solo che finisca

Non c’è nulla di edificante nel toccare con la punta delle dita il vero dolore altrui – ci si sente solo stanchi e desiderosi di dimenticare, o di svenire addormentati. E se un bambino impara a tenere la mano lontana dalla porta bollente del forno, a noi le scottature non insegnano un bel niente – perché da grandi smettiamo di imparare e perché, quando l’infanzia muore, certe porte cominciano a bruciare di dolore, e piangendo, ci chiamano.


(novembre 2009)

Le solite stronzate

Effettivamente sì
i pensieri notturni non sono mancati
ma sarebbe come a dire che non mi sono scordato di respirare
giusto?
Paura ne ho avuta
ma sarebbe come a dire che non sono diventato una quercia
(aspetta
ma siamo sicuri che gli alberi non abbiano paura
chessò
di un fulmine che li squarci in due?)
Banalità, come queste stronzate che penso, poi scrivo
vuote come questa moda di girare intorno alle cose senza spiegarle
stupide che come questa paura che ho avuto di perdermi (perdermi?) in un server
e di non ritrovare più tutte quelle parole che costituiscono la carne del me virtuale
o forse non è una cosa stupida, ma è lo stesso, adesso non ho voglia di raccontarla
né di spiegare il come, il quanto, il perché
con altre parole che un giorno potrei smarrire
e che sicuramente perderò, ma
adesso
ho solo in testa un giro di pianoforte di una canzone
non ricordo neanche quale
poi un’immagine
di questa luna a metà, crescente
ho pensato a una moneta di carbone che viene intinta lentamente nell’argento
questa, e un’altra metafora che non ricordo buona per la luna calante
le volevo usare per una poesia
o altra simile porcheria
o forse per un bel post di quelli che a volte vi piacciono
ma non è questo
e le metafore suonano un po’ forzate stanotte
e non è che abbia tante cose da dire, stanotte
o forse
sono come la bocca di quel Piero
ed ho le mani che stringono parole
troppo gelate per sciogliersi alla luna
o alla lampadina
“ancora metafore?” – uno si domanda
e invece no
sto davvero scrivendo con i guanti tagliati
braccato da questo freddo che mi circonda la casa
e che mi aspetta al varco, domattina presto
e forse mi attende negli incubi
scuro e pauroso e malefico
e il mio inferno è senz’altro senza fuoco
è semmai come una landa brulla e dimenticata nell’inverno
proprio come quella campagna che prima scorsi dal finestrino
dentro il pullman serale del ritorno
e in fondo a un campo nero vidi me, dannato
con i piedi che sprofondavano nel fango immondo
e ghiacciato
e la terra bruna e la notte senza luna
a rendere quell’inferno più buio del baratro più profondo
a fare di me un dannato errabondo e solo
perduto e assiderato
senza nemmeno un sottile filo di fumo da seguire
né la piccola luce di una casa lontana
puntino giallo ingoiato da un’orizzonte di nebbia
un velo gonfio e opaco e bianco, così nero
così spento,
no
sono cieco
se nemmeno vedo più l’arco d’argento.

Oh
che tono severo
per sdrammatizzare dovrei dire “cazzo, che incubo”
penso tuttavia che opterò per un “ciao a tutti, e buonanotte”
metterò un punto in un punto a caso
e incarterò il post per consegnarlo a questa sorta di archivio
(sì, gli scaffali hanno traballato, ma mi fido)
e nel frattempo ho ancora quel giro di piano in mente
mi sa che è una canzone di Bersani
e – cazzo! – mi si son scaldate le mani
e, giuro, non è un artificio per dar ritmo al testo
ma fa lo stesso, non cambia niente
è troppo tardi per cominciare a scrivere
così tardi che ormai è già presto.

Ah già.
Ciaoatuttiebuona
beh, notte.

(12 dicembre 2005)