L’orso

A volte.
A volte ho l’impressione
che tu sia brava a inventare giochi nuovi
a far volare le cose più in alto
per sentire più rumore quando le lasci cadere
a trasformare una carezza in un coltello
a tirar fuori l’anima da un cilindro
per farla poi sparire, come un prestigiatore
a disegnare cerchi perfetti e concentrici in una radura
solo per prendere meglio la mira
e scoccare la freccia
per trafiggere l’orso.

A volte
a volte ho la paura che tu, come altri, vogliate ferirmi
per gioco o per cattiveria o per noia
non so
quello che non ho ancora capito
e che mi spaventa di più
è che io magari mi ci lascio anche, ferire.
Vedo l’assassino sorridente che mi viene incontro salutandomi
scopro il fianco
e lui mi abbraccia, mi cinge
mi stringe più forte
quindi mi lega
poi mi massacra
ma non ho voglia di opporre resistenza
come un incubo da cui non riesci a svegliarti
se non un attimo prima di
morire.

Tu che dici
saranno il cibo, il bere o lo smog
a farmi così male?
A farmi paura.
È la paura, a farmi pensare
così male.
O magari è solo colpa
del telegiornale.

 

(gennaio 2008)

Vuoi solo che finisca

Non c’è nulla di edificante nel toccare con la punta delle dita il vero dolore altrui – ci si sente solo stanchi e desiderosi di dimenticare, o di svenire addormentati. E se un bambino impara a tenere la mano lontana dalla porta bollente del forno, a noi le scottature non insegnano un bel niente – perché da grandi smettiamo di imparare e perché, quando l’infanzia muore, certe porte cominciano a bruciare di dolore, e piangendo, ci chiamano.


(novembre 2009)

Fuorviante

 
mi fa venire il mente il suono di certi pensieri così così.
no: questo non è affatto un pezzo così così.
anzi, è un grandissimo valzer.

subito appare epico, grandioso, a tratti persino trionfale.
ma al tempo stesso sembra avere qualcosa di profondamente
malinconico, di oscuro, quasi che
debba preannunciare un evento tragico.
 
così così. come quelle feste in cui ti senti fuori luogo. un passante, da fuori, guarda distrattamente dentro: luci a giorno che schiantano tremolanti ombre sui vetri e sul soffitto bianco. irradiamenti di un evento mondano: come gli schiamazzi e la musica, attutiti e poco riconoscibili dall
esterno. e intanto, ecco che a te sembra di percepirla, la presenza elettrica e invisibile del passante nella strada: guardi istintivamente verso la finestra, e vedi il vago orizzonte scuro oltre il riflesso delle luci della sala. capisci in un attimo che desideri solo di attraversare il vetro e disperderti in quell’oscurità. vorresti scappare via, lontano dal resto, anche più di quanto tu già non lo sia.

(25 ottobre 2008)
 

Mirror man

 

Ieri osservavo alcune fotografie scattate in periodi diversi.
Non sono d’accordo con il tempo. Non condivido il suo modo di gestire il mio
amato, odiato viso.

Ogni sopracciglio si lega visivamente all’occhio che protegge mediante l’ombra
che l’arcata sopracciliare proietta sulla palpebra. Si creano così due regioni
pressoché speculari, di forma vagamente trapezoidale, due macchie più scure e
grigie sull’incarnato chiaro, dalle cui profondità buie delle ciglia emerge il
chiarore della cornea e il luccichio delle lacrime.
Ma questi due piccoli continenti, nel mio caso, non vanno alla deriva; piuttosto
sembrano avvicinarsi, lasciando ai lati uno spazio maggiore tra le tempie e
l’attaccatura dei capelli. Forse il mio cranio si sta facendo più appuntito?

Sono anni, ma anche settimane, singole notti o fugaci stati d’animo di
brevissima durata i segmenti di tempo che, scorrendo sul mio volto, lo
modificano, lo erodono, lo plasmano e rimodellano a piacimento.

Queste mie ossa. Questi piccoli muscoli e questi lembi di pelle. Questa mia
essenza, questo io. Certe volte gli idioti dubbi notturni sembrano importanti come
l’esistenza stessa. E certe volte, la nostra esistenza sembra concentrarsi in
questi pochi centimetri quadrati di linee e colore in cui riconosciamo noi
stessi, e che consentono agli altri di chiamarci per nome. Così i volti degli
altri, che provocano sentimenti tali da cambiare il corso della storia.
Un amore, un sospetto, una guerra.

Questo guardarci in faccia, la faccia
il nostro percepirci distortamente
un gioco eterno di specchi che
rifulge nelle notti insonni e
lascia dietro sé una scia
di assoluto non senso
…ovvero di follia

(12 giugno 2009)

Le fiere della vanità

questi bottoni questi orpelli
queste corse queste magliette
queste docce queste lamette
queste forbici questi capelli

quelle suole che si stampano sul suolo, impolverato
elegante e leggera, la danza delle tomaie colorate.
quelle smorfie che ti stampi sul bel bronc’incipriato
raggiante è la raggiera di nere ciglia tue allungate.

i lacci allacciati
i ganci agganciati
gli scolli scollati
gli scialli sciallati.

tutto questo
sembrare, questo
volere o dover piacere
a qualcuno da adorare fugacemente
o a ognuno, a nessuno specialmente;
a platee dorate, scelte con accurate riflessioni
o a noi stessi, nei riflessi di specchi e occhi:
noi, palesi farlocchi, così vanesi così barocchi
sciocchi sottoprodotti di antiche insoddisfazioni.

e ci diamo da fare
per darci e per farci
ché se non è per starci
che ci stiamo a fare?
forse per sentirci, illuderci meno marci
e sempre mentirci, far finta di amarci
senza mai sentirci sinceramente di amare.

le profondità amare
son verità da evitare

 

 

(10 giugno 2009)

Riverso

Arriva sempre un po’ tardi, maggio
quando ti sei già troppo stancato di aspettarlo.
Non me n’ero nemmeno accorto, di questi alberi gonfi:
il sole s
infila tra i loro rami rigogliosi, accarezza la loro chioma
la schiena delle foglie è ombra che dipinge macchie blu sulla strada grigia.
 
Dove c’è luce c’è vita,
dove c’è vita c’è nostalgia
il ricordo delle luci già vissute.
 
Mi sciolgo e mi verso
nei prati che mi scorrono accanto
sono acqua calda che scioglie le camomille
evaporo tra l’erba. Come un infuso incapace di calmare
come un urlo, uno spavento un
dolore. Come una lingua che si scotta
il terrore di non esserci
di evaporare di fronte a chi mi aspetta
di mancare all’appuntamento con questa primavera
che scorre via, scorre via
non riesco ad afferrarla
come un incubo
come la febbre alta
le mani non hanno forza.
 
La strada si è aperta
il sole si infila tra i cumuli soffici
e gli alberi scappano via dall’acqua bollente
mio sguardo, mio sangue, mia paura
mio amore scivolato via
e tra i prati con le margherite
un’esplosione verde
una mongolfiera che fluttua
ma non si leva nel blu
che si offre al vento
balla un lento
con lui
vorrei essere di brezza
vorrei fermarmi
gettare l’auto nel fosso
o ripiegarla nella mia mano
vorrei raggiungermi nel prato bianco
vorrei fermarmi dinanzi all’olmo gravido
ammirarne il fuoco d’artificio che mormora quieto
e frusciando, nascondermici dentro
ad ascoltare il rumore da cui provengo
a guardare la scia da cui sono emerso, lontana
aggrappandomi alle foglie, seduto in cielo
contemplando maggio dall’alto
osservandomi un po’
prima di scordarmi
prima di tornare
a mancarmi
come un bersaglio mobile
come un ritardo
forse per avere
ancora una
scusa
pronta

Stretti

avrei voglia di starmene nel letto
a sentire lo scroscio della pioggia
e i clacson delle automobili
fuori c’è un aprile che pare novembre
scatta l’orario di punta
e troppi androidi bestemmiano in coda
immobili.
tutto questo
mi fa un po’ paura

avrei voglia di starmene nel letto
stretto stretto
accanto a qualcuno
sotto una coperta che protegga
dall’acqua sporca
dal traffico rabbioso
dai governi disonesti
dalle decine di brutte notizie
e mettiamoci anche la testa sotto
così che non si possa sentire più nulla
se non il suono lieve dei nostri due respiri
solidali, accordati in un’armonia fuori dal tempo
in cerca di un oblio che no, non potrà essere eterno
ma dimenticando la cognizione del tempo, sembrerà tale

dai, restiamo nascosti
almeno fino a domani
non facciamoci male
teniamoci per mano
senza torcerci le dita
ma al tempo stesso
stringendo più che possiamo

 

 

(14 aprile 2008) 

9 marzo (night in gale)

un anno fa a quest’ora
ero già uscito dal cinema vuoto
avevo guidato tra curve piovose
dentro a boschi di abeti scuri
spremendo gli occhi e i fari
i tergicristalli.

avevo attraversato semafori e valli
costeggiato laghi e piazze di cerchi
su e giù senza strappi né urli
come sopra un ottovolante triste
che non diverte, che non esiste

in picchiata per discese larghe e vuote
in arrampicata su tornanti erbosi
e l’orologio correva
e la radio parlava
e la cuffietta cantava
e la pioggia cadeva.

dentro un labirinto di cartelli verdi e blu
appoggiato al fianco sinistro della pista
correvo senza radar o bussola
in orbita attorno alla città
ma la rotonda girava
la strada finiva
il freno slittava
la cuffietta si preoccupava
e il giro ricominciava.

a quel punto le strade percorse erano tutte sovrapposte,
come linee rosse tracciate sull’immaginaria carta geografica:
l
unica porzione rimasta bianca era la meta che stavo evitando.
 

Passato il ponte, girata la curva
la macchinina nera si rigira su se stessa
ecco che arriva la bambina con il radiocomando rotto
si prende la macchinina esausta in braccio
e accarezzandola, la porta in salvo.

 
un anno fa a quest’ora
stavo scappando verso la riva
correndo per finta appresso alle papere
e tornando per finta a quel che credevo inevitabile
sciogliendomi tra il fumo e il luccichio dei lampioni sull’acqua
come fossi dietro al vetro rigato di condensa e di gocce
ma dalla parte sbagliata.

tutta quella strada
per scovare quell’angolo buio di terra
approdando come un naufrago, una zattera d’anima
con i pensieri di legno marcio, le parole stracciate e zuppe
quella sera io
sono quasi annegato
e anche oggi che sto sulla terraferma
oggi asciutto, posato, meno spaventato
non ho dimenticato
quell’odissea
della sera
di un anno fa.

(9 marzo 2009)

In frantumi

Certe felicità assomigliano tanto ad un salvadanaio bucato.
Continui a metterci monete e speranze.
Talvolta pensi a quando romperai il coccio e a quale dono potrai ambire.
Aspetti e sogni. Investi e sogni. Cresci e sogni.

Un giorno lo alzi e lo senti tristemente leggero. Non tintinna.
Lo scaraventi a terra per rabbia e per l’ultima, vana speranza.
Esce un po’ d’aria polverosa e tossisci.

(marzo 2008)

Istanti d’€™insani istinti

a volte lo spirito gratta le pareti del guscio
e decide per quel giorno che, la vita,
quel giorno ti deve fare schifo.

e ancora continua.
ma farsi del male, certi attimi
non pare una cosa tanto assurda o illogica
e neppure difficile. un gesto innaturale che diventa banale.
forse uno cerca soltanto di ferirsi un varco
in quelle pareti lavate dal sangue, ed entrarsi dentro
per afferrarlo, il maledetto, e fermare
quell’interiore scavare
chiassoso

Brain Damage

vorrei scrivere banalità sulla vita considerata sentimento o malattia mortale
vorrei ridere senza ragione, quasi che sia felicità il danno cerebrale
desideri che s’assomigliano, forse sintomi dello stesso male.


ergo, non posso essere del tutto infelice
poiché non posso essere del tutto sano di mente

se, scritto un messaggio, lo rielaboro affinché la bisettrice
delle frasi sia il segmento d'una retta, alle “e” conclusive tangente.


 

Control

 
sopravvivere
all’epilessia
al successo
ai medici
alla periferia.
morire
per vivere
oltre il corpo, nel tempo
e non sopravvivere, non più.
non insistere
nel quotidiano rincollare dei pezzi
di una vita che si sgretola
scivola via, fuori controllo
finché non lascia
scampo.
come le verità altrui
l’amore altrui
come questo nudo
bianco e nero,
della pellicola di grana
ruvida
che gratta la pelle taglia gli occhi
provoca un asciutto sanguinare
e non lascia
scampo.
ti inchioda lì
tra la poltrona ribaltabile
la notte che soffia fuori
e lo sforzo immane
di ritrovare il viso dello Ian vero
sotto i lineamenti dell’attore.
esci
la notte è fredda e silenziosa
nelle orecchie
solo l’eco tamburellante
della musica di Manchester
che non lascia
scampo.
grigio fuori
più che sullo schermo
fuori controllo fuori
più che dentro alla sala
ma sono così simili
le piccolezze e le bugie
impresse sulla pellicola
a quelle nostre
espresse con voce senza musica
ma senza musica
senza carisma
senza poesia
delle grandezze e delle verità
non c’è traccia, fuori
e si schianta la somiglianza
sulla porta a vetri del cinema
esci, osservi e
tremi
e ti viene il sospetto che
certe volte, questa vita
non sia che una crisi
ma muta, immobile, invisibile
nata dalla certezza che
sia fuori dal nostro controllo
e che non lasci
scampo.

Videoterminalismi

sono un lavoratore videoterminalista.
di cosa si occupi il mio lavoro non è poi molto importante. è il videoterminale il tramite di tutto ciò che attiene al mio lavoro ed il fulcro di tutto ciò che riguarda questo breve racconto.
 
eccomi qui.
la luce bianca, girando attorno alle lettere nerastre, pare esca dallo schermo.
si concentra in due coni freddi che puntano dritto sui miei due occhi. le punte,
smussate dalle ciglia e dalla “626”, non riescono a trafiggermi. però spingono
con forza, e mettono sotto pressione le mie cornee doloranti.
scriverne, che pessima idea. di certo non aiuta.
 
fermo tutto.
scollo la destra dal mouse.
spengo il monitor e chiudo gli occhi.
li riapro. davanti a me non più luce policroma, né forme complesse e sovrapposte, né punti diversi di messa a fuoco. solo le mie mani, chiuse a giumella, sono una tenda semisferica fissata alle due tempie. dove le dita son meno serrate, si creano minuscoli varchi tra l’antracite vibrante della piccola camera oscura. piccole feritoie di luce tenue, carminia, sfumata, che impressiona la mia rètina senza tornare a bruciarla. intorno, le solite voci ed il battere delle altrui dita sulle tastiere. i pollici intanto raggiungono le orecchie per tapparle, e diventano così i tiranti della tendina panciuta, ora un poco scostata dal centro della fronte a scoprire il naso. il suono adesso arriva ovattato, inoffensivo: del tutto simile al soffice spettro rossastro che gli occhi percepiscono appena. i sensi si confondono. si compenetrano, scopano, si perdono; cadono infine stanchi in cerca di riposo.
 
immagino che un grembo materno possa essere una sorta di bellissima copia di
questi cinque minuti che ho tentato di descrivere.
un piccolo utero fai-da-me, coi minuti fottutamente contati… uno schermo contro il brusìo, i neon, i cristalli liquidi; un filtro contro la polvere; una membrana tiepida di pelle che protegga un poco lo spirito da questo ufficio abbagliante, così spento.
 
non capisco se sia più incoraggiante la libertà che offrono certi pensieri
o se sia invece più sconfortante la consapevolezza che essi non debbano,

non possano durare più di qualche dannato istante beato.

(novembre 2008)

(one) Imaginary girl

S. non esce quasi mai di casa.
resta tutto il giorno in una stanza chiusa, in una penombra rischiarata dalla luce fredda di un televisore e da un'altra più debole, quella solare, che entra da una finestra coperta parzialmente da un paio di tende scure, probabilmente nere, lievemente scostate. un computer, uno stereo ed un vecchio videoregistratore a cassette completano la dotazione elettronica del locale. poster dei Cure alle pareti, intervallati da un calendario del 1979 ed alcuni fogli con disegni della padrona di casa – la cui visione è severamente vietata al pubblico – ed altri scarabocchi, fra i quali si confonde un autografo di Simon Gallup. dallo stereo la musica dei Cure, fonte alla quale S. si può figurativamente abbeverare infilando la testa nelle grandi e morbide cuffie vintage. da un nastro magnetico ormai sfilacciato, intanto, i video dei Cure si ricreano in loop sullo schermo ed animano un catodico spettro di luce colorata, pulsante, che scompone e ricompone i piani della stanza con brevi scatti regolari. sulla scrivania, accanto al PC da dove S. ci scrive, un blocco contenente alcuni collage di articoli e foto ritraenti Robert Smith e soci. una piccola sveglia meccanica, rotta, segna costantemente le ore 10:15. pile gotiche di appunti e libri di testo universitari completano lo sviluppo ascensionale del piano di lavoro. Appeso, il cerchio graffiato ed esausto di un LP di Seventeen Seconds funge da rosone dell’ideale cattedrale mobile.

ora il volto di vinile di S. è solcato una puntina di piccolo dolore. non si tratta tuttavia di commozione per un intimo raccoglimento musicato da Faith, né di preoccupazione per lo studio. allora, cosa la turba?
S. è consapevole del suo destino. può stabilire, con un margine di errore minimo, la frequenza e gli orari nei quali, prima o poi, l’incantesimo sarà spezzato da qualche autentico Rompipalle. la porta della stanza che si apre, senza che nessuno abbia bussato, prelude ad una fastidiosa richiesta, un’inutile lamentela o altre vibrazione negative, stridenti. è il Mondo Esterno che cerca di entrare, così geloso di quell'armonia sognante da volerla distruggere. quando ciò accade, il solco sulla fronte di S. diventa ancor più profondo. dalle corrucciate sopracciglia della ragazza si proietta un’ombra grigiastra, che prima rende cavo lo sguardo e poi si espande su il viso, fino ad annullarne i lineamenti. infine l’ombra, sempre più lunga densa, si getta sul pavimento e sulle pareti della stanza, inghiottendola nell’oscurità.


(2008)