Perchance

siamo qui perché siamo tutti a pezzi
cioè. forse siamo a pezzi
forse siamo qui.
pezzi, sì

 

(19 nov ‘11)

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Addio all’adolescenza

faccio fatica ad innamorarmi delle cose.
del verde nuovo, di un vecchio treno, del cielo giovane
degli alberi che si curvano al vento, luccicando
quel vento che non spezza i fiori, soffiando
dell’aria che ora odora d’acqua
e grano e zucchero, letame, e polline e fiume
del giorno che sa di foglie e polvere
un autunno secco e luminoso e roseo
della mattina che suona di cucchiaini e clacson
di tutto
di niente.

quel che mi piaceva io
so solo descriverlo un po’
e neanche poi tanto bene, ora
e nemmeno in maniera tanto sincera
cercare le parole, poi farle giocare
mettendole in fila per i gradini
e in colonna per far le scale
che senso ha avuto mai?
il trucco c’è, ed è secco
e le croste mi danno fastidio
e le parole son sempre le stesse
le mie preoccupazioni, sempre uguali
come le mie maschere incrostate
e anche ora sto facendo fatica
a uscire dagli schemi scemi
ad appassionarmi di ciò che faccio, che scrivo
prima ancora di quello che vedo.
faccio fatica ad innamorarmi delle cose
e ho paura, paura da pisciarmi sotto
paura che un giorno possa perdere tutto
ossia la bellezza, ed il brutto suo doppio
ricavarne indifferenza per ogni cosa maledetta
persino per la gioia di essere, di riscoprirmi vivo
e smarrire così questa piena
mancanza di fretta
di morire, però
aspetta
ho ancora voglia.

faccio fatica, faccio solo più fatica
e allora fatico
gonfio il petto col fiatone e poi
aspetto
mi aspetto

 

 

(15 aprile 2009)

Giro in cerchio

a distanza di due anni e mezzo dall’ultima volta
ieri sono tornato a fare quello che mi viene più naturale
mettere un pennello tra la mia mano destra ed una tavola di legno
a rincorrere il colore, a scavarci dentro, a perdermici. a dimenticarmi di me

oggi: è tutto il giorno che faccio finta di scrivere
e mi pare di battere su tasti come montati al contrario
con la mano sinistra che guida la destra, debole e spaesata.
dipingere ancora è stato così: normale, come un gesto abitudinario.
ma che abbia cambiato le cose intorno? ché forse son diventato mancino.

(8 novembre 2009)

 

Yield

E i semafori, di notte, si dimenticano di noi.
Li aspettiamo, fermi, all’ombra di un rosso eterno.
Li osserviamo, inermi; intanto si scioglie l’inverno, intorno.
Esitiamo ancora, arancioni e sfiniti. Infine, lampeggiamo anche noi.

Esistiamo ancora. Ma quand’è che scattiamo

 

 

(25 febbraio 2010)

Forse era il caldo (ci son giorni)

ci sono giorni in cui rallenti e ti metti a sedere
e ti senti vuoto, come se non avessi niente:
giorni in cui non senti di possedere
la tua auto e la tua patente,
i tuoi vestiti e il tuo pudore,
i tuoi occhiali ed i tuoi occhi
o quel che sbirci del mondo
dal buco dell’otturatore.
(giorni) in cui mangi e tocchi
e vedi e respiri e parli. ma sei morto.
poi, la svolta:
cinque minuti di note. e sei risorto.
talvolta non possiedi che l’udito
utile ad ascoltare una canzone
quella di cui sentivi il bisogno urgente
o di quella che non cercavi o volevi, inaspettata
ovvero di quella che suonava da sola, già prima, nella testa.

vi succede mai? ché ci son giorni in cui è la musica stessa
che viene a cercarci, uscendo dai sepolcri polverosi
a volte facendosi sentire senza farsi udire,
non sfiora il campanello ma suona.
si regala inconsapevole a noi
rendendoci meno poveri
nella nostra miseria
dello spirito

ci sono giorni in cui le parole di una canzone parlano di chissà che cosa
mentre ascoltiamo la melodia che ci ricorda delle miglia di distanza
che separa tutto ciò che possediamo dalla loro reale essenza
del tipo: possiamo comprare i dischi, ma le note, no.

23 agosto 2009

Scemenze (in) serie

per favore,
non prendetemi troppo sul serio
non prendetemi sempre sul serio
solo perché spesso sembro serio.

più mi conoscerete e meno sarò serio, con voi
perché sempre più sfumati deboli saranno via via i miei scrupoli
e con essi il mio bisogno di farvi sapere che, nel caso, saprei essere scrupoloso e serio.

non che io sia più o meno sincero a seconda degli atteggiamenti,
ma solo quando mi sentirete scherzare e sbilanciarmi e dire cazzate,
solo allora potrete dirlo sul serio, di trovarvi di fronte al me più sincero.

 

(25 giugno 2010)

Sole sgonfio

luglio era gonfio di luce e di ubriachezza
il caldo che sprangava la porta
costretti dentro casa.
 
la sera arrivava più tardi
e le vacanze, solo immagini appese,
sono ora necessità attese con ansia, stanchezza.
 
agosto mi ha rubato qualcosa.
forse la scrittura, forse proprio la sera
rendendola più repentina e meno rosa, più nera.
forse mi ha tolto la fantasia
i sogni d’acqua per il mare
la voglia di prendersi e portarsi via.
e ancora lo sento rubare
qualche cosa mai stata mia
di certo mi ruba l’estate
come ogni estate.
 
rimango solo
altrimenti smarrito
come un costume dismesso
mentre si presume, là fuori, l’arrivo
dell’autunno coi suoi colori mentre
in fondo a me stesso io
mi sento sempre
più sbiadito

(2010, primi di settembre)
 

Quando scrivere è una truffa

27/08/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС (Montag28) :

le vacanze a settembre sono forse la cura
ma che fatica aspettarle, e che paura
di non farcela, a reggere l’usura.

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27/08/10, V.F. :

Arriverà settembre che annienterà tutto;
vivo nella fine di agosto, listato a lutto,
e ne assaggio l'ultimo velenifero frutto.
Del suo sapore, del suo odore,
del suo tepore e del suo colore
avrò per i mesi futuri solo terrore.
Mi faccio scudo dietro una nera finestra,
io che della fuga sono maestra,
invidiando la coriacea vitalità della ginestra.

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28/08/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС :
 
Avrò nei mesi e per i mesi futuri
solo tremore, chiuso fra muri crepati
murato dietro a vetri sudati. Una zanzara
superstite detestabile di un’avara estate. Apro
la finestra, mi si ficca un freddo aspro nelle spalle;
mi scrollo. Fuggire: non ho maestria, né le palle. Resto:
mesto attenderò il ritorno, affatto lesto, di mesi meno duri.

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30/08/10, V.F. :

Se non vuoi evitare l'invernale embargo,
non ti resta che scivolare nel letargo;
della vita negazione,
provvisoria soluzione,
pei codardi vile vanto:
li protegge come un guanto
dalle tremende conseguenze dell'azione.
Si può vivere di pura contemplazione?

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01/09/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС :

accidioso forse, non vile
e vinto da questa vita ligia
ma ribelle alla stagione grigia
ché ho un fegato, e pure la bile.
desideroso e disperato abbastanza
quasi son pronto ad andare, a partire
per lasciare il Nord e questa mia stanza
via dalle nebbie, dal prolungato imbrunire.
solo cotone e lino, il sol acrilico sarà il vinile
e poi carta grafite metallo e silicio, nella valigia.
ed oltre molti confini o attraverso la palude Stigia
inventerò, nel cammino, nuovi vacui esercizi di stile

Like a drunk

forse il più grande fra i poeti viventi
canterà stasera ancora
in una delle più affascinanti fra le città morenti
per un nuovo bisogno di denaro
lo ha manifestato, spiegando perché, senza nascondersi.
io sono minuscolo e non canto e se canto
canto male, nascondendo i nomi di poeti e città ed anche un poco
di me stesso in me stesso in silenzio, e in ogni parola
come un disegno nuovo che copra la matita di precedenti segni, lo stesso foglio.

proprio come ubriachi in un coro di mezzanotte,
c’è chi stona per provare ad essere libero
e chi stecca per paura di esserlo

 

(agosto 2009)

Stretti

avrei voglia di starmene nel letto
a sentire lo scroscio della pioggia
e i clacson delle automobili
fuori c’è un aprile che pare novembre
scatta l’orario di punta
e troppi androidi bestemmiano in coda
immobili.
tutto questo
mi fa un po’ paura

avrei voglia di starmene nel letto
stretto stretto
accanto a qualcuno
sotto una coperta che protegga
dall’acqua sporca
dal traffico rabbioso
dai governi disonesti
dalle decine di brutte notizie
e mettiamoci anche la testa sotto
così che non si possa sentire più nulla
se non il suono lieve dei nostri due respiri
solidali, accordati in un’armonia fuori dal tempo
in cerca di un oblio che no, non potrà essere eterno
ma dimenticando la cognizione del tempo, sembrerà tale

dai, restiamo nascosti
almeno fino a domani
non facciamoci male
teniamoci per mano
senza torcerci le dita
ma al tempo stesso
stringendo più che possiamo

 

 

(14 aprile 2008) 

Adiacenze Stazione

 

Scelgo il fiasco, no, il candelabro: tiro il dado e parto.
Alla prima occasione mi comprerò il Vicolo Corto.
Senza tante pretese e di poche spese, tutto mio.
Eh, sì: oggi una pedina del Monopoly ero io.

 
e

Le locomotive piovono sul vetro
e la pioggia suona, senza metro
la musica sferraglia sul binario
il giorno muore, senza orario:
respiro di un lumicino tetro,
visioni sonore fuori sipario.

Brain Damage

vorrei scrivere banalità sulla vita considerata sentimento o malattia mortale
vorrei ridere senza ragione, quasi che sia felicità il danno cerebrale
desideri che s’assomigliano, forse sintomi dello stesso male.


ergo, non posso essere del tutto infelice
poiché non posso essere del tutto sano di mente

se, scritto un messaggio, lo rielaboro affinché la bisettrice
delle frasi sia il segmento d'una retta, alle “e” conclusive tangente.


 

Lo specchio rotto

un fine settimana che sento già suonare: triste
una giornata in barca – uno dei due fari è annegato
la sera morta in fondo alla pinta di birra dorata. vuota.

mi alzo come l’occhio che sceglie un taglio diverso per l’inquadratura
il mirino pronto a planare sui campi, osservando tra gli alberi, fino all’orizzonte
nelle orecchie una colonna sonora bassa e dura, da farmi sanguinare i timpani
l’eco grave delle meschinità delle persone che parlano di cose che ignorano
più altre microbiche ingiustizie assortite che mi fan venire il mal di gola
e non ne vale la pena, mi dico, anche se mi da fastidio mandar giù.
ma nei miei occhi riposa l’eleganza di Seurat
brilla il suo lampione ad olio spento, fatto di niente;
sfavilla l’energia del Caffè di Notte di Van Gogh
e divento pazzo, esplodendo di sangue rosso come le pareti;
riluce il colore placido delle acque marine di Signac,
e ormai immagino anche me diviso in minuscole tessere di mosaico.
un cipresso dipinto con tocchi di colore puro si erge nella foschia notturna.

dentro alla macchina la radio suona e piove e canta e piange più di così
la lieve serenità, agile ed elegante, i Roxy Music di More Than This;
l’allegria inaspettata e dirompente, woo-hoo!, i Blur di Song 2.
placido, il volume della radio ora va giù
dorme il motore dietro al faro morto
io un poco più vivo di esso
pronto a spirare, divorato da letto
in testa il rumore dei progetti e la luce
del Pointillisme, le tinte pure della mia disfatta
l’odore della pioggia e della gommina dei tergicristalli, cotta
le fotografie che frusciano come le foglie in bianco e nero
del loro grigio autunnale si tinge un onirico inferno
dove sono condannato ad un eterno inverno.

apro la portiera e
cado nella strada
rotolo per la scala
scivolo dentro casa
precipito dentro me stesso
sprofondando in questo bisogno di
scrivere un momento – o cedere allo svenimento?
a tenermi sveglio il pensiero di un mondo fuori che è ancora sveglio
in cui le persone furbe, più sveglie di me, fingono e ridono e si sentono furbe
e senza contraddittorio si reinventano giuste, nella loro eterna estate
mentre più lontane, con gli occhi più gonfi di sonno e di pianto
le persone buone sfioriscono nella loro primavera tardiva
e si seccano e arrugginiscono, poi cadono
sono per terra. stanno male.
ed io?
eccomi lì, nel dipinto dei prossimi giorni
nero livido e dormiente ma
pronto a svegliarmi
ben riposato per essere pronto
con il coltello in mano e il sorriso in volto
pronto a ferire a morte chi non è stato mai cattivo
pronto a far piangere il volto che riflette
questa mia riflessione
questo fine settimana
e questo dolore violento.
e così cerco rifugio nella pittura
e nelle eco e nel sonno
e nei sensi e nelle recriminazioni
ma in mille riflessi di frammenti di specchi
vedo l’unico volto che mi fa rabbia
ed è quello mio.

non ha ricominciato a diluviare, eppure
si sente ancora gocciolare.
sono il mio pietismo e i miei sensi di colpa
le molte ipocrisie rimaste mute
che colano via e inzuppano la notte e le sue parole
che andranno perdute o moltiplicate
confuse dal caleidoscopio psichedelico di queste giornate
come le date scarabocchiate o incise, tatuate
che rimarranno impresse sul calendario di questo fine settimana
che mentre scrivevo ha incominciato, triste, a suonare.

(2009, un fine settimana di ottobre)