Motel Psiche. * Treno nel parco.

Nudo
così mi son sentito questo pomeriggio.
Sembrava tu vedessi tutto, anche e soprattutto le cose non belle.
 
Ma tu non giudichi: prendi atto.
E se hai un’opinione scomoda, hai la delicatezza di farla intravvedere
ma di non esplicarla crudamente.
O forse sono io che, accecato dal sole e dalla dolciastra follia del pomeriggio
non ho veduto bene negli spiragli che, volutamente o meno, mi mostravi?
 
Non so.
Non so nemmeno quanto noioso io sia riuscito ad essere.
Magari per niente.
 
Però ti devo ringraziare.
Tu non stracci i vestiti di dosso.
Tu chiedi il permesso di sbottonare, sfili gli abiti e, infine, li rendi lavati e stirati.
E quanto terrore avessi, è incredibile quanto sia riuscito a sentirmi sereno, dopo.
È stato utile, mi è piaciuto spogliarmi davanti a te.
 
È evidente che io usi metafore per aiutarmi a spiegare.
Sono uomo nudo in questo post, ma avrei potuto essere libro aperto.
Ma la difficoltà di spiegare sarebbe stata la medesima.
È che non so bene cosa scrivere, ma sentivo la necessità di farlo prima possibile.
 
Domani forse riderò di queste poche righe incomprensibili… insensate? Può darsi.
Adesso non riesco neanche a stabilirlo, un senso.
Per il momento mi godo il ricordo di questa bella giornata, e vado a letto con un sorriso che mi accompagnerà attraverso sogni stravaganti, o dolci, o entrambe le cose insieme, proprio come il nostro pomeriggio.
 

 

*
 
Una banchina vuota
incapace di tenere compagnia
e di farci coraggio
una mano rigida e timida
che non so ancora come sciogliere
metropolitane afone
occhi rumorosi
poi il sole
che trasforma il ghiaccio in acqua da bere
che conserverai in una bottiglia
fino alla tua ripartenza
quando la berrai
ignara del mio sguardo inopportuno.
 
Ma prima vennero
ascensori troppo lenti
e vuoti
bambini troppo adulti
e divertenti
caffè troppo brevi
e zuccherati
(la bustina era grande
o forse era la mia bocca?)
e vennero
treni senza passeggeri
e due biglietti impossibili da comprare
e acque
piene di riflessi dorati
di pennuti buffi
di pesci brutti come squali
di uccelli belli come cuccioli
di anatre eleganti
di isole che non ci sono
di alberi in mimetica
di granturco vermiglio fluorescente
che triste giace sul fondale
di un laghetto trafficato
senza targhe alterne
dove il cane con tre zampe
si sentirebbe ben accetto.
 
Poi il resto
ma è troppo
stasera rimarrà questo
e quella pellicola che brama
di ricordarci
un pomeriggio assolato
di cui ancora
non so fare il ritratto.
 
Vorrei anche dipingere
la fetta del tempo
che hai portato in dono
ma non ci sta nel foglio, e poi
non ho comprato il color oro.
 
Oro
Lo cercherò nei sogni
in cui vado ad avventurarmi
o forse basterà spremerlo
dal sole di questa memoria
o dal tuo sorriso di miele amaro
o dal tuo sguardo sincero
non è oro nero
verde, sì,
ma non come petrolio
bensì verde come quelle acque
quei giardini,
e aureo
come il tuo animo sensibile
che non so racchiudere
in questi versi sballati
che combattono col sonno
che mi sta vincendo
ma che ha già perso
contro il pensiero
di questa giornata
dorata
forse
mai finita
o forse
solo immaginata
 
 

(4 febbraio 2005)

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Elettrica luna melensa

Alogena luna
Di vetro e plastica e acciaio
che al più regoli maree
e moti ondosi d’un acquaio
 
Anche se sono distante
ho visto la tua falce
nella sua stanza
mentre irradiavi il suo viso
di luce pallida e danzante
il lato solcato da un sorriso
di un pianeta che
è blu
durante il giorno
bello, si
seppur disadorno
che tu
luna di fabbrica
rendi argento nella notte
ma solo quando e se
con l’interruttore e con il jack
ti chiede di mostrarti.
 
Il cielo è ora coperto:
se ti attacco io la spina
riesci a filtrare
oltre quella cortina
di minacciose nubi?
'Ché lei si sente vuota
senza blu né argento
senza sole senza vento
neanche un alito
che spazzi via il grigiore
che apra le danze
al tuo pallore,
elettrico tepore.
Lasciami parlare
al tuo spettro amico
compagno di studio
e di conversazione lunga chilometri
di parole e di distanze
cosi che gli possa indicare
la strada verso il suo specchio
che con un riflesso possa andare
oltre
la coltre
di pensieri guastati
di dolori passati
di odierne paure
di difficoltà venture
di nubi ostili
 
Così nuovamente potrai
ricreare immagini con le ombre
su quel volto chiaro
e dipingerai un plettro scuro
sotto il naso
e disegnerai due archi profondi
che ne celino lo sguardo
cosicché io non debba
sentirne la mancanza.
 
Ma può accadere
che io diventi soffio d’aria
che renda sgombra
la sua testa dalle nuvole
da quell’ombra
troppo grigia e piatta.
Allora, luna di latta
vorrò tagliarti il filo
che ti bagna di linfa corrente
e berrò io gli elettroni
e prenderò la scossa
per non prendere il fulmine
'ché non voglio tu riveli
le sue superfici dolci
e le sue forme gaie
'ché il mio palmo vuol svelare
 
Ricorderò la gioia
e la paura della bellezza,
luna di rame?
Forse, un giorno
quando avrò il coraggio
di uscire
dalla tua metà oscura
di guardare
il sole con gli occhi
il pianeta negli occhi
di viaggiare
a cavallo dei tuoi raggi
per arrivare
in quel mondo
per planare
su quelle pianure
per vedere
quanto fertili sono le sue campagne
quanto maestose le sue montagne
quanto
è bruna la sua terra
è giallo il suo grano
è caldo il suo sole
il suo cielo è blu
 
O forse sei tu
luna isonovemilauno
satellite al tungsteno
che quaggiù m’illudi?
Tu
che hai imparato
il sottile segreto
delle sirene
tra gli scaffali
d’un ipermercato
dove lei t’ha comprato
profittando di un’occasione
di fine anno
la vittima ultima
del tuo inganno.
 
Tu
elettrodomestica puttana
artificiosa, artificiale luna
m’hai fregato
hai centrato
il tuo bersaglio
me
che
sono qui sveglio
a sognare di un pianeta
sì reale e visibile
ma forse irraggiungibile
o forse poco vivibile
un autoconvincimento
degno d’una volpe sotto la vite
che voleva vendemmiare.
 
Riuscirò a cogliere quel grappolo
o forse no
ma non credo sia maturo
così come non è maturo
il mio restar qui desto
in una notte che è quasi mattino
a scrivere gli slegati versi
di questa mia
con rime casuali e forzose
stonata melodia
su metriche coraggiose
è una bugia
'ché non ho usato metro
per una poesia
che canta di una piccola luna
con il cuore di vetro
una tra milioni di altre uguali
uguale a questa mia
che rende il buio meno pesto
che prima m'illuminava il foglio
e ora la scatola di tasti bianchi
con cui scrivere questo testo
e che illumina questo spazio
senza essere una metafora
e che ringrazio
e se maledico te
innocente e ignara
luna da scrivania
lampada tra le stelle
e solo perché
un giorno, di notte
avesti la sfortuna
di illuminare un viso non mio
 
Una maschera gentile
che sa bene parlare
che sa dove colpire
che non mi fa dormire
che mi fa scrivere
un delirio onirico
e un poco erotico
mascheratosi malamente
da moderna cantilena
dedicata ad una luna
che non sa ascoltare
a meno che non sia
che lei non voglia
affatto sentire
una nenia non sua
e che non sento mia
se è una canzone
per chi non ha colpa
di quella mia malattia
che si chiama desiderio
e che sballa il mio orario
e la mia fantasia
che non muore
con il sonno
né col mattino
che oggi non vedrò

(15 dicembre 2004)