Tregua

Ho riscoperto quanto calore c’è nel centro del palmo della mano
ho allungato le maniche alle magliette
ho finalmente i capelli dell’anno scorso
ho voglia di raggiungerti nel letto
ho trasformato quadrati di polvere in dischi da riascoltare
ho convertito soprammobili rettangolari in libri che a breve leggerò
ho una borsa che non si bagna e un thermos che non si raffredda
ho la sensazione che ti stanchi di meno a rincorrermi nei pomeriggi
ho ricordato l’importanza di non sottovalutare le persone
ho problemi che restano irrisolti, ma anche la forza di non esserne ossessionato
ho idee semplici e obiettivi concreti
ho perso un po’ di fantasia ma ritrovato un po’ di lucidità
ho molte tasche in più addosso
ho un sorriso in più grazie al tuo regalo a quattro dimensioni
e ho ancora voglia di raggiungerti nel letto, e mostrarti quel sorriso
ho finalmente qualche buon motivo per lamentarmi
ho nuovamente qualche buon momento per scrivere
e tutto questo e anche di più
si chiama ottobre
ed io
sto quasi bene.

E allora non tradirmi, ottobre
con le settimane di pioggerellina incessante
con le pozzanghere nascoste
con i treni che ritardano
con gli autobus che non passano
non punirmi col vento,
se ho voluto darmi delle arie
con la giacca più leggera
non startene in agguato minacciando nebbia e monotonia
non esagerare con la malinconia
né con il traffico
e resisti fin che puoi
ché temo
che i miei pori siano sempre meno impermeabili all’umidità
e i miei occhi sempre più allergici al grigio
i miei novembre all’apatia
i miei dicembre alla noia
i miei umori alle cattive notizie
ed è sempre più difficile impedire
ai miei amici di allontanarsi
ai miei ricordi di sbiadire
alla mia conoscenza di imbarbarirsi
ed il mio volto sembra più bello
ma la mia anima la sento imbruttire.

Non sono pronto ad alcun inverno,
né a quello che allontana da sole
né a quello che ghiaccia i sentimenti
e anziché adeguarmi al gelo
mi intestardisco nel continuare a cercare
un po’ calore
nei palmi delle mani
nelle maniche
nei letti
nella musica
nelle parole
nelle notti
nei pomeriggi
nelle tasche
nei sorrisi
e in quel che resta degli amici, e della memoria
ed è caldo e non sbiadisce il ricordo
d’una giornata d’un ottobre di due anni fa
e in fondo è da allora
che fa un po’ meno freddo

(10 ottobre 2006)

 

Siamo spiacenti

Tonari.no.Totoro.full.171756

Non è un luogo comune: qui in Italia, i mezzi pubblici sono spesso in grave ritardo.

http://www.mymovies.it/film/1988/ilmiovicinototoro/

Persone assiepate sotto la pensilina vecchia, sgocciolante d’acqua. Qualcuno fissa le scrostature estese della vernice tricolore. Alcuni si sono persi dietro ai vetri, ormai opachi e crepati. Altri hanno cambiato idea, e se ne sono andati verdi di collera dentro ad un elegante taxi bianco. Rossa è la ruggine ventennale che sgretola lo scheletro della pensilina e la passione dei passeggeri invecchiati, o scomparsi nel blu delle notti, forse inghiottiti nel nero della morte acerba.

Stavamo lì ed eravamo in tanti, fermi ad una fermata spettrale dove non si ferma niente. Il tempo ci ha pian piano decimati e fiaccati come colori che sbiadiscono lenti in decenni di pioggia. Infine ci siamo sentiti esausti, persino più rotti e grigi del marciapiede sbriciolato su cui abbiamo aspettato troppo a lungo. Ma proprio quando stavamo per abbandonarci ad una scontata rassegnazione, abbiamo udito il risveglio dell’altoparlante della stazione che ha gracchiato la riapertura del cielo.

Ed ora eccola, la sagoma del Gattobus, che si stacca dall’orizzonte e si gonfia di più a ogni minuto. Arriva, finalmente: ma chissà che non sia troppo tardi, oramai. Per alcuni, di sicuro. Quanto a me, ho la barba lunga come la noia di certe estati senza cinema e i capelli bianchi di disincanto. Sono stanco, accigliato, coi talloni doloranti. Eppure sono ancora qui, con una viva curiosità e un’impazienza che già mi suggeriscono un colore, una possibile risposta.

 

(21 settembre 2009)

Io di celluloide (cut)

I

Voglio una vita come quelle dei film
personaggio di me stesso
un poco malinconico dietro al broncio
(beh, come nella realtà)
ma bello, fascinoso
col passo sicuro, padrone della scena
(beh, non proprio come nella realtà).
 
Sempre con la colonna sonora perfetta
il ritmo giusto
una bella canzone nelle orecchie
anche se sei per la via o in ufficio
e non hai le cuffie in testa
e la musica scandisce i momenti
crea perfette atmosfere
e, a volte, è scritta apposta per te
e se ti annoi
arriva il pezzo giusto, in diffusione
scelto tra gli archivi musicali
di tutto il mondo
di tutti i tempi
tutte le culture
e colori.
Tutti gli strumenti, suonati dai più grandi
tessono il sottofondo delle mie giornate
e sottolineano stati d’animo e d’azione:
un giro serrato di basso quando sono teso
e chi mi vuol ferire cammina su una batteria
ch’io possa sentire i suoi passi;
un lancinante chitarra blues quando ‘ho i diavoli’
o un morbido sax tenore quando guardo la città dai tetti
o quando il mio passaggio squarcia il vapore che sale dai tombini
un contrabbasso legnoso mentre mi aggiro in quartieri lussuosi
o quando io e una bella ragazza ci divertiamo
un pianoforte leggero e triste, e scorrevole, e cromatico
quando scrivo di me stesso
o quando piango in silenzio
e poi un potente e gotico coro di baritoni
una voce tragica
per sottolineare la mia fine.
 
Sempre con le luci giuste:
calda e perpendicolare di giorno,
traccia ombre brune e segni decisi sul mio volto
e poi di notte,
in casa, in un bistrot, o per le strade di città
sempre quella luce d’un blu chiaro
che dipinge due quarti
di me, del mio trequarti
nero sarà il quarto centrale
e rossa lultima fetta
o la sola linea di contorno della testa
come un ipotetico lato oscuro della luna
illuminato da un pianeta in fiamme.
Oppure un film in bianco e nero
poco bianco, molto nero
grigio pochissimo, se non quando la nebbia m’avvolge le membra
o quando il pennacchio d’un treno a vapore riga la notte
ed il mio ed il tuo ed ogni altro corpo
saranno maestose fotografie, sempre un filo sottoesposte
oppure tavole a china, fumetti
sempre ben disegnati e pieni d’invenzioni
e dalla bocca non più voce, ma lettere
un bel film adattato in albo
cartonato, pubblicazione specialissima e numerata
posto di rilievo nella libreria
qualcosa da conservare, insomma
come una vita indimenticabile
in edizione limitata.
 
E avrei un lavoro appassionante e terribile insieme
come quelli di Redford o di Russell o di Eastwood
o i migliori in assoluto, forse, se fossi collega di Ford
ma quelli troppo espressivi di Brando e De Niro
di Hoffman e Pacino
no
non ne sarei all’altezza.
O ancora ladro di pasta e fagioli,
scuola serale dal più grande comico del mondo
o mille altri lavori da film
sempre ideali
vi basti pensare
che ti lasciano sempre un sacco di tempo libero.
Oppure disoccupato, va bene
se poi hai il mento di un Travolta
ed anche le sue anche
e le mani di un Fonda
la chioma dun Redford, la barba dun Russell, il naso dun Eastwood
(sì, gli stessi tre che avevo fatto licenziare)
e la fronte di un Connery
le sopracciglia di un Nicholson (ed i suoi denti pure)
i baffi di un Selleck
il broncio di uno Steiger
gli occhi di un Newman
o anche solo
lo sguardo di un Dean
che non invecchia mai.
Una visione vagamente viso-centrica
ed ultra-virile (misogina? chissà)
ma questo passa oggi il convento dei “voglio”
è necessario giustificarlo?
Se fossi un personaggio
uno come quelli che cerco di raccontarvi
non mi chiedereste nulla
vi basterebbe la mia sola presenza scenica
né io perderei tempo a spiegare quel che faccio
per primo a me stesso
come invece ora
perché non sto dentro ad alcuna pellicola
ma sono fuori
fuori di senno
fuori corso in questa vita fin troppo poco finta,
Fuori orario.
 

II

Voglio una vita così
come Steve McQueen
su macchine rombanti a stelle e strisce, un attimo prima
in prigioni esotiche ed allucinanti, un attimo dopo
ma sta bene, “è solo un film”
anche se è una storia vera, non ha importanza.
Una vita dove non devi perdere il tempo a dire cosa vuoi
dove non c’è bisogno di ventilatori, se fa caldo
o di indumenti ridicoli e goffi, se fa freddo
una vita
con dodici mesi d’estate
e tre mesi d’inverno
(si, sono brevi questi anni veri)
un’estate così lunga che racconterò altrove
e un inverno piccino
che si chiude in un Dolcevita

o nella tasca di un cappotto
sempre con la neve, che invece già raccontai.
 
Lunatico ed istrionico figlio di buona donna
cattivo e divertentissimo
o tenebroso antieroe
ammalato di solitudine
eppure da essa ingigantito
ma smarrito
in fumosi e malfamati bar
o colorati e accoglienti diners
o solitari e lampeggianti motel
o in metropolitane buie e delittuose
ai piedi danzanti calzature impeccabili
sulle larghe spalle un impermeabile calzante
per ripararsi dalle gocce
d’una pioggia formato Niagara
e niente piedi nelle pozzanghere e grigiore
né ombrellli rotti, né raffreddore;
una pioggia che vuol dire
cieli bianchissimi, pettinature perfette, muscoli guizzanti
e rivoli d’acqua che solcano i vetri d’un finestrone
e che ridisegnano il mio volto, per voi che guardate dall’esterno
e reinventano il paesaggio, per me che sto dall’altra parte
con l’asciugamano al collo ad ammirare corrucciato
alle mie spalle un fuoco acceso in un camino
e quel trench, sulla sedia, ancora in piega perfetta.
 
Affaccendato tra carte e ritagli e nastri
o in cerca di tesori inimmaginabili
comunque con la giusta battuta
la giusta situazione
sempre protagonista
scivoli teatrale da uno sguardo all’altro
come in uno storyboard di meccanica precisione
e sei sempre, o quasi, vincitore delle battaglie
e autore di imprese
rese eterne da inquadrature leggendarie
e magistrali carrellate.
Ti guardano gli altri
con gli occhi di un grande regista
scegliete voi quale
e danno significati particolari a tutto ciò che dici
e vedono una grande metafora nella tua vita
e ciò che fai è allegoria dei loro fantasmi
e molto, moltissimo altro ancora
che non si può scrivere tutto in una volta
già così è pressoché banale
eppure magico, contemporaneamente
atificioso e stupefacente
come un effetto speciale.

cut
 
 

 
(luglio 2005)

Domani, passato anteriore

Oggi, come certe domeniche di una quindicina d’anni fa. Imploso.

A casa, girando a vuoto come un pesce nella boccia. Paralizzato dall’accidia, sordo al richiamo dei compiti da fare, ma pronto a lasciarmi sedurre da qualsiasi inutile distrazione. Il tardivo bilancio della sera mi dice che sono sciocco, colpevolmente pigro. Ho preferito lasciarmi schiacciare dalla noia prima, e dalla coscienza poi, anziché fare qualcosa di utile. Magari di necessario, come pensare a procurarmi un buon alibi.

Domani è lunedì. Mi dovrò alzare presto, così presto, e l’autobus non mi aspetterà. Come un mezzofondista correrò nell’alba, inseguendo il fantasma dell’implacabile bruco azzurro. Già mi pare di vederlo, nella mia paura: si stacca dalla pensilina prima che io riesca ad attraversare, vivo, l’incrocio. Corro ansimante, con corpo e respiro scoordinati, facendo quindi il doppio della fatica. La bocca spalancata e la sciarpa annodata male che lasciano entrare l’aria gelida e dolorosa delle sette. La borsa a tracolla che sbatte a ogni passo sul fianco sinistro; il braccio destro che, cingendo la pesante cartella di verde cartone rigido, non può remare nell'aria assieme al suo compagno. Esplode il cuore, si spaccano i denti e si sfaldano le ginocchia mie. Salgo mentre le porte hanno cominciato a chiudersi, allungando la testa in avanti e gettando il piede sulla pedana come fosse uno sprint al fotofinish tra me e la cattiva sorte.

Non è finita, la corsa. Ora tocca a te farmi arrivare in orario, vecchia scatola di lamiera che non sei altro. Portami in quella città, scorbutico torpedone a gasolio, in quell’edificio grigio che imparerò ad amare solo l’anno prossimo. Fammi arrivare là, dove mi attende una verifica di chimica che non vorrei verificare e che precede una consegna di tavole che non ho saputo nemmeno incominciare.

Oh… avrei tanta voglia di restare a letto, stamattina.
Suona la sveglia accanto al mio orecchio sordo; sono ancora un adolescente pieno di lamenti e speranze e contraddizioni. Come mi sento? Bene, purtroppo. Io vorrei, ma di febbre non ne ho mai… e so già che, se alla fine l’influenza arriverà, mi farà certo pentire di averla desiderata. E nel ronzio del dormiveglia, mentre sogno colonnine di mercurio impazzite, trilla ancora la sveglia. Provo a schiudere le palpebre incollate: una luce fredda e biancastra filtra dai piccoli buchi della tapparella. Con grande fatica esco dalle coperte, finalmente mi alzo, e con le braccia incrociate sul petto e le gambe tremolanti cammino verso la finestra. Sbircio fuori: una corazza splendente si è posata su lampioni e ringhiere e fili d’erba. Muore l’illusione: è soltanto brina, rugiada dicembrina. Già, siamo alla fine del 1994, e da qualche anno la neve sembra aver perso la voglia di cadere in questa pianura. E se anche cadrà, sarà sempre maledettamente troppo poca per una scusa, o un giorno di vacanza. Troppo poca per un ricordo, ché mi toccherà aspettare un paio d’anni ancora per una battaglia di palle di neve in un intervallo lunghissimo, nel cortile della scuola, quando un alone chiaro ed una eco di risate riempiranno l’aria. Quell’aria luminosa e vociante che si imprimerà profonda, in questa memoria che non mi lascia dormire, e che mi fa svegliare ora, così tardi, sempre troppo tardi.