Cenci

Niente dolcezza in un caffè molto zuccherato. Poso la tazzina ed esco.
Cammino, perduto tra le preococi decorazioni natalizie.
Già mi hanno stancato, mi scippano il sogno di bambino.
Forse è quest’aria tesa. Che cos’è? Tutta questa rabbia, questo crescente sospetto per tutto, cos’è.
Tutta quest’ansia, questa fatica che ti bracca e ti insegue fin dentro casa.
Tutti quei particolari complessi, unici, bellissimi. Immagini e sentimenti vecchi di qualche giorno soltanto. Dove sono?
Sfumati in un pensiero infetto, brutto e troppo stretto. Soffocati, ormai persi, più non li posso raccontare.

La bellezza muore così, in mezzo ad un viavai di occhi spenti e sacchetti pieni, o dentro uffici popolati di persone che di bellezza non ne hanno mai
incontrata.
Ne cerchi poi il cadavere nella notte. Senza criterio, come si cerca una
maglietta dentro ad un cassetto troppo grande e pieno e disordinato nella fretta del mattino.
Niente. Le parole a volte sono come le braccia nel cassetto: troppo corte per
arrivare in fondo.
Così le immagini, simili ad abiti sporchi e sgualciti nel cesto della
biancheria. Forse è tutto lì dentro.
Esci infreddolito, con la maglietta del giorno prima. Corri. Che vita sudicia.
Un altro giorno dimenticabile.
Domani penserò a come raggiungere le mie magliette linde e le mie memorie squisite, per perdermi con loro, i loro effluvi.
Oppure nulla si perde veramente.
Forse ogni cosa sparisce solo per un momento, o per un’epoca. Ha solo bisogno di riposare un poco, in fondo al cesto tiepido dei panni sporchi.
Abbiamo tutti bisogno di stare sporchi e inservibili, di confonderci nell’anonimato della confusione, di non esserci.
Poi torniamo. Tutto torna: lavato, stirato, profumato. Quasi come nuovo.
Non proprio.
I capi delicati, soccombono tra alte temperature, calcare e candeggina; e così le cose più fragili, le anime più sensibili: sono le più belle, ma soccombono prima, in questo mondo chimico.
Certi periodi sono come cicli di lavaggio sbagliati; certi episodi, come centrifughe troppo violente.
Anno dopo anno, prima o poi, tutti ci stingiamo, ci consumiamo, ci sfibriamo. Prima o poi ci ritroviamo infeltriti, scuciti, logori.
Diventeremo stampe sbiadite, elastici slabbrati, stoffa lisa sui gomiti.
Il meglio di noi sarà colato tra i fori del cestello.
A restarci, solo un gran bisogno di stenderci.
Accidenti

(23 novembre 2006)

Annunci

Prima che si sciacqui

Occhi serrati
calore e vapore
raggi liquidi e bollenti
bussano alla mia pelle
accordano i miei legamenti
mi addolciscono gli spigoli
delle spine delle vertebre.
Intanto
oltre la tendina
aldilà della finestra
dall’altro lato dei muri
immagino stia scendendo
una lieve pioggia
una strana danza
di bianchi magici e soffici
petali di fiori antartici
che ieri mi carezzavano la fronte
che oggi cadono sotto le palpebre
che domani, ahimè
il cielo terrà per sé.
Coriandoli come di seta
impastati con l’acqua fresca
che si fondono arrivati quaggiù
in questa invernale sciatta pianura
della quale si fan manto
cancellandone le linee
riprogettandone le forme
neutralizzandone i colori
una coperta di gelo
uno splendente velo
che rende brillante la notte
incantandola, incantandomi
e trasformando un momento
in un sogno ad occhi chiusi
privo di sonno
ma senza tormento.

Freddo inverno fuori
la neve plana ancora, dolce
mentre dentro
il getto caldo mi molce
mi irrora e dona
una sensazione di
protezione
binomio contrastante
piacere sognante
diventa così
piccolo pensiero
da collezionare.
Un giorno domestico
passato a riposare
ed a sbirciare fuori
da quelle finestre che
lasciano passare la luce che esplode
azzurro bianco ancora azzurro poi giallo
suolo che riflette il cielo che riflette il suolo
un’eco visibile e continua
che confonde la notte con il giorno
che cancella le ore nella sua bianchezza costante
prima che la pioggia la cancelli in qualche istante.

Un tempo
ero candido e quasi puro
come il foglio dietro queste lettere
come questo balletto
di fiocchi di cotone di un altro mondo
di cui questo è una prova di canto
sebbene a provarlo sia un cantore tremebondo.
Un tempo, dicevo
candidamente partorii questi
brevi versi
d’una lunga poesia che scrissi
e poi persi
e che adesso,
inaspettatamente
misteriosamente
sono tornati a galla
nel mare della memoria:

Freddo e neve / e ghiaccio, e l’aria greve / è l’anima palpabile / di quest’inverno interminabile.

Parole che grondano poche gocce
di quel climatico dolore
di quello spettro polare
di quell’esterno tremare
per il quale le mie ossa oggi
non hanno vibrato
e i denti non han battuto
ma han solo puntellato
dietro le labbra
un sorriso sobrio
figlio d’una calma tumultuosa
come la neve che cade
autentica e rara e silenziosa
come questa pace che cade
dentro
la sera
stasera

 

 

(22 febbraio 2005)

Come isole

 

Tipicamente autunnale,
lasci la città ancora tiepida e luminosa
chiudi gli occhi sul sedile davanti
li riapri sul vetro a lato
e già fa freddo, e già è buio.
Così uguale a un qualsiasi ritorno
da un giorno di scuola a tempo prolungato
quando era novembre e non studiavi
“rimedierò poi, adesso non mi va”
era il tempo di nuove paure e diffidenze
di rinnovate timidezze.
Ci si conosceva quasi tutti, sì
ma l’estate portava via un po’ di memoria
in cambio di amici a tempo determinato
o come spesso accadeva, era avara
e offriva lunghi pomeriggi di silenzioso sole

e troppi gelati
e giochi noiosi.
Erano solo compagni di classe, in autunno
alcuni erano sempre lontani e scenografici
sagome grigie come colleghi in un ufficio finto
ma anche i più vicini e vivi non li trovavo divertenti
non ero poi molto contento di rivederli
accostavo le loro esistenze al mio sonno doloroso
e ai compiti per casa che non riuscivo mai a finire in tempo
loro, con cui avevo condiviso giochi e risate nella primavera precedente
erano ora rivali nel momento della di un’interrogazione troppo prematura
e diventavano persino nemici nel momento in cui ero io ad essere chiamato
e non mi strappavano più nemmeno un sorriso.
Poi la nebbia svaniva, e con essa le amnesie
ed ecco le sagome animarsi, i nemici allearsi
la grande finestra oltre il banco
guardavo i marciapiedi inzuppati d’acqua, le foglie macerate
ed ora mi piace pensare che quel manto rugginoso e lucido
fosse così scivoloso per poterci far scorrere velocemente, lontano dai timori
e scivolando via ci ritrovavamo sulla soglia di un nuovo anno.
Le feste che finiscono subito
l’inverno che non finisce mai
eppure è già marzo, il tempo è volato
“no, ma che dici”
“ma se è stato un attimo”
e chiacchierando è già maggio
alcuni sono rimasti compagni
altri si sono messi in testa di entrarti nel cuore.
Era proprio necessario?
Non posso neanche fissare la luna in pace
mi toccherà ricontarvi tutti, comparse comprese
e se dimenticherò qualcuno non me ne accorgerò
oppure mi dirò “pazienza, non è possibile ricordarsi di tutti”
ma se un giorno una visione dovesse rinverdire la mia memoria
allora sentirò forte il bisogno di scusarmi
con la comparsa scomparsa che comparsa non era
e mentre cercherò goffamente di spiegare queste cose
la comparsa ricomparsa mi guarderà con aria confusa
e forse si convincerà ch’io sia diventato pazzo

o un tossico, magari.
Avrà ragione in ogni caso:

la mente si ammala di ricordi,
e la nostalgia genera dipendenza.

Scorrono le ultime case,
stacco gli occhi dal finestrino e lo sguardo dagli autunni di ieri
mi caccio nella giacca
frenata
saltino
sono in strada.
Il vento fa roteare un ricciolo arancione
e la tentazione di imitarlo mi assale.
Anch’io un ricciolo di foglia che si lascia trascinare
così, riarso e fragile e moribondo
sull’asfalto, pronto a sfaldarmi un caldo crepitio
e invece no
non si può essere così deboli
già sdraiati sulla strada in cambio di qualche onda d’aria
mentre le altre foglie tue simili, quest’anno
rimangono aggrappate con tutta la forza
a quegli alberi che hanno ancora folte chiome
e le piogge tardano ad instaurare il loro regno triste
ed a spezzare questo verde abbraccio. No
io tardo con loro, senza  farmi spezzare
dalla stanchezza, e dalla nostalgia.
E quest’ultima è semmai forza
quella che mi fa restare intero
vivo
e non mi fa perdere la via di casa
come una corda invisibile
come quella striscia dipinta sulla strada
a cui t’aggrappi con tutte le forze quando,
inghiottito dalla notte
o dalla nebbia, o dai cattivi pensieri
la tua auto sbanda per un istante
e i tuoi occhi stanchi ci vedono così poco
ma non puoi morire in un abitacolo
e allora quella corda bianca è l’unica salvezza
e le mani stringono il volante
ma le vere mani sono ora le due ruote a sinistra
e non puoi mollare
non vuoi
non devi.

Cammino lento
non voglio approdare alla meta
senza che l’energia di questo pensiero si esaurisca
e poi, mi chiedo, in cosa si trasforma l’energia di un pensiero
se per definizione non può morire?
Può l’anima
essere lo specchio dell’universo
e come esso dilatarsi all’infinito
fino a sfaldarsi?
Il cuore è una supernova
collasserà su se stesso fino all’apatia
poi esploderà
creando un’ellisse luminosa
ed una nuvola di gas e materia balenerà tra le stelle
pare quasi di poterla già vedere
guardala
è un’immagine di sublime bellezza
e tanta più luce si vedrà
attorno a chi ha tanto amato
e quanta più materia viaggerà nello spazio
creando altri corpi, altra vita
l’unica memoria immortale
fatta non di immagini
ma di atomi
eravamo non polvere
ma stelle
e stelle torneremo, un giorno.
Magari è solo un dio che espira
poi inspirerà
il cosmo collasserà su se stesso
e tornerà ad essere grande come una biglia
solo allora ci ritroveremo

ci riuniremo
tutti.
E invece

la corsa non rallenta
le galassie si allontanano a velocità sempre crescente
gli spazi diventano via via più sconfinati.
Allora penso a noi umani
a noi puntini invisibili
noi anime stupite
che guardiamo la luce delle stelle
così lontana nello spazio e nel tempo
e quindi penso che anche noi non facciamo che allontanarci
e la luce delle persone cui abbiamo voluto bene
non riesce a seguirci, ma resta in un passato sempre più remoto
e noi, come fiondati da un’orribile energia propulsiva, ci dividiamo
e le nostre distanze diventano incolmabili
dilatate 
da distrazioni e pigrizie quotidiane
dall’orgoglio e dall’orologio
da questa vita stanca
ché siamo così deboli
è quindi di un’energia negativa si tratta
ma pur sempre energia,
non muore.

Non muore
la mia ostinazione
a tenere con me quel che resta di quei volti
quelle voci
quelle immagini
come avvolte da un’opaca pellicola
e come una pellicola
posso fermarmi su un fotogramma
ma non giro io la bobina
c’è un proiezionista sconosciuto
molto incostante
ma a volte si sveglia
cambia il rullo
ed ecco un filmato inaspettato
stop.
Un fotogramma dimenticato
torna indietro
stop.
Fammi una copia di questo
non si può
devi chiudere gli occhi
e stringere tra le palpebre quell’immagine, quel ricordo
ma è già così sfumato…
Ecco il segreto
per cui la sera ci si ritrova a scrivere
non è altro che il disperato tentativo
di fissare nelle parole certe immagini sfuggenti
certe sensazioni che ti trapassano
e che potrebbero non tornare più
così chiedi alle lettere di correre veloci
e di inseguire te stesso
e non è che la rincorsa verso il ricordo di un ricordo
che si è già trasformato
e suona così fittizio nelle parole
romanzato un poco
eppure sincero.
Ogni istantanea che ti attraversa
e che ti coglie sempre impreparato
provi poi a cercarla
e a raccontarla che la miglior metafora che puoi permetterti
ma al cospetto di quel lampo
ogni sforzo linguistico appare così flebile
ogni metafora così misera, insufficiente.
Tuttavia ricordo che una volta
fui colpito da una sensazione anche più potente del solito
e nostalgia e malinconia furono così energiche nello scuotermi
che provai subito a disegnare quell’attimo.
Così vidi questo:
io che cammino ignaro
poi qualcosa o qualcuno
passa e mi squarcia la gola
e mi versa dentro un liquido tiepido e salato.
A voi non è mai capitato?
Mi riferisco a quegli istanti
in cui hai la sensazione improvvisa che entri più ossigeno nei polmoni
come se l’aria entrasse direttamente dalla trachea, oltre che dal naso
e una frazione di secondo dopo
senti che dentro a quel collo come aperto
ci sia rovesciato dentro un liquido caldo ma

non così tanto da scottarti
anzi tiepido, doloroso e piacevole al tempo stesso
e lievemente salato
ne senti chiaramente il retrogusto in fondo al palato
e quel sapore l’hai già sentito, ti rammenta qualcosa
qualcosa che pensi sia importante
importante da rammentare
e allora lo cerchi con la lingua ma
è scappato via
e ti sta già riempiendo il petto
e quello è il momento cruciale
quando ti manca il fiato
sgrani gli occhi
e la mente mette a fuoco quella diapositiva
è tanto bello quanto triste
tanto che senti che piangere non basterebbe
e non ne avresti il tempo da quanto è tutto così rapido
ed il liquido salato e tiepido, così simile proprio alle lacrime
sta già colando via
sprizza da tutti i pori come l’acqua dal telefono della doccia
e tu, umana fontana
cerchi di fermare l’emorragia con le mani
di fermare quindi il tempo, o quantomeno di dilatarlo
ma due mani sono troppo poche
e in ogni caso troppo piccole
e il liquido piove via
si raffredda all’aria di novembre
e resti immobile in una pozzanghera gelida
che riflette questa luna bianca
e con essa
tutti i volti di coloro che ti mancano
e ai quali troppe cose non hai detto
e che per questo cerchi nelle notti.
Poi un ultimo riverbero
è forse il senso di colpa
forse una stella, metaforica o reale
ma ormai è lo stesso
ti devi muovere
arrivare finalmente a casa
e metterti a scrivere con i piedi ancora zuppi
per provare a fissare quelle immagini, cristallizzarle
nell’impossibilità di cristallizzare le persone
il tempo
l’universo
e con essi
tutta quell’energia invisibile che non smette di scuoterti
e che ti porta fino all’ultima parola, ansimando
quindi all’
ultimo respiro
prima di implodere
di non essere più.
Poi l’esplosione
e quanta paura ho di non far rumore
quanto mi fa male l’idea
che non mi vediate brillare
forse perché troppo lontani
e non perché non avrò abbastanza amato
ma perché l’avrò troppo poco dimostrato
e per questo
esser da tutti voi dimenticato
no, no
voglio essere anch’io versato
in voi, liquido tiepido e salato
per rendervi un po’ di quella vita
che in vita mi avete dato

 


(lunedì, 6 novembre 2006)

Tregua

Ho riscoperto quanto calore c’è nel centro del palmo della mano
ho allungato le maniche alle magliette
ho finalmente i capelli dell’anno scorso
ho voglia di raggiungerti nel letto
ho trasformato quadrati di polvere in dischi da riascoltare
ho convertito soprammobili rettangolari in libri che a breve leggerò
ho una borsa che non si bagna e un thermos che non si raffredda
ho la sensazione che ti stanchi di meno a rincorrermi nei pomeriggi
ho ricordato l’importanza di non sottovalutare le persone
ho problemi che restano irrisolti, ma anche la forza di non esserne ossessionato
ho idee semplici e obiettivi concreti
ho perso un po’ di fantasia ma ritrovato un po’ di lucidità
ho molte tasche in più addosso
ho un sorriso in più grazie al tuo regalo a quattro dimensioni
e ho ancora voglia di raggiungerti nel letto, e mostrarti quel sorriso
ho finalmente qualche buon motivo per lamentarmi
ho nuovamente qualche buon momento per scrivere
e tutto questo e anche di più
si chiama ottobre
ed io
sto quasi bene.

E allora non tradirmi, ottobre
con le settimane di pioggerellina incessante
con le pozzanghere nascoste
con i treni che ritardano
con gli autobus che non passano
non punirmi col vento,
se ho voluto darmi delle arie
con la giacca più leggera
non startene in agguato minacciando nebbia e monotonia
non esagerare con la malinconia
né con il traffico
e resisti fin che puoi
ché temo
che i miei pori siano sempre meno impermeabili all’umidità
e i miei occhi sempre più allergici al grigio
i miei novembre all’apatia
i miei dicembre alla noia
i miei umori alle cattive notizie
ed è sempre più difficile impedire
ai miei amici di allontanarsi
ai miei ricordi di sbiadire
alla mia conoscenza di imbarbarirsi
ed il mio volto sembra più bello
ma la mia anima la sento imbruttire.

Non sono pronto ad alcun inverno,
né a quello che allontana da sole
né a quello che ghiaccia i sentimenti
e anziché adeguarmi al gelo
mi intestardisco nel continuare a cercare
un po’ calore
nei palmi delle mani
nelle maniche
nei letti
nella musica
nelle parole
nelle notti
nei pomeriggi
nelle tasche
nei sorrisi
e in quel che resta degli amici, e della memoria
ed è caldo e non sbiadisce il ricordo
d’una giornata d’un ottobre di due anni fa
e in fondo è da allora
che fa un po’ meno freddo

(10 ottobre 2006)

 

Avere una Qwerty non ti obbliga a usarla!


Originariamente inviato da xxx


Dai, è un gioco… A volte si vince, a volte si perde…


Originariamente inviato da yyy

Già… quoto pienamente. Bisogna saper accettare anche le sconfitte dalla vita.
E' merito loro se cresciamo.


Originariamente inviato da zzz

già.
tutto ciò che non uccide, fortifica.



Già.
 
Difatti mi sono talmente fortificato che non mi ammalo più anche perché uso i vecchi rimedi di chissà quale nonna che sono sempre i migliori sebbene non ci siano più le mezze stagioni di una volta quando c’erano 20°C costanti mentre adesso assaggi i pomodori e non hanno più quel sapore che ispira fiducia ma non fidarsi è meglio, almeno così dicevano ai miei tempi quando quelli che andavano con Natale lo zoppo del paese (perché era Pasqua e la passavano con chi volevano e i genitori si sentivano soli) diventavano tutti più buoni ma un pochino claudicanti e si chiedevano quindi di quel passo dove sarebbero andati a finire,
ma soprattutto quando.

(ottobre… 2005!)

Mediocrità e altre rivelazioni

Tu brilli al buio. In pochi riescono a percepirti.

 

 
Alcuni non mi vedono ma
a volte sono io che non voglio brillare
a volte invece vorrei ma
mi rendo conto di non saper luccicare
a comando
e anche se la luce s’interrompe
non c’è alcun interruttore.
 
Forse
sono un fiammifero
di legno
e splendo un poco
come un fuoco
acceso sulla neve
e splendo a breve
ma solo se qualcuno
mi regala un po’ d’attrito
o persino una scintilla
alla mia testolina azzurra
ah. no.
azzurra è la chioma dei cerini
io sono un fiammifero
io ho il capo rosso
e dovrei saperlo
il fatto è che non posso
il colore non esiste qua sotto
perché non esistono colori
dove c’è il buio
e nessuno accende la luce
e non c’è diamante che possa brillare
né quello pazzo, né il minerale.
ah

brillare al buio, che assurdità
sono un fuocherello estinto
da dimenticare
un Minerva umido e spento
che si lascia lodare
per un solo bagliore fulmineo
che sospende per un lampo
questa profonda oscurità
che si chiama vanità

 

  (sei anni o secoli fa)


—————————————————————————————————

…sono al buio, ma le zanzare mi percepiscono alla grande.
 
Altro che versi da due lire
altro che scintilla
altro che fiammifero
è il monitor che brilla
Vaffanculo!

 

  (qualche minuto più tardi)

Passaggio a livello dimensionale

Me ne sto calmo
come in una fotografia
di un tardo pomeriggio estivo
la luce ingiallita
ritaglia un
ombra scolorita
dietro un convoglio merci
l’erba lunga e florida
dal caldo tramortita
nell
’aria non più torrida
frinisce una cicala rimbambita
il sole luccica su una rotaia
raggio di ferro che non abbaglia
una risata in lontananza
un domestico abbaiare
la tranquillità preserale
la frenesia, anche lei in vacanza
nelle case
c’è chi cena o chi attende
il telegiornale
il segnale vocale
il treno riparte
sul binario anche il sole
riprende a camminare
io sporgo la testa
l’aria ormai fresca
sul volto
strizzo gli occhi
mi volto
seguo le traiettorie dei cavi elettrici
le curve dei campi soffici
le spirali della mia immaginazione
poi torno a sedere
in attesa della prossima stazione.
Fuori imbrunisce
si accendono i neon tremolando
i grilli si svegliano cantando
io non li imito
m’addormento
ma vivo, non spento
il libro cade dalle mani.
 
Dal sedile inghiottito
da un incubo divorato
mi ritrovo catapultato
dentro un altro vagone
un neon pallido nella nebbia
un cane in lontananza urla indiavolato
la carcassa di un grillo crepato
su un binario morto,
ferro assassinato
senza più destinazione.
Il treno inchiodando
sferraglia fracassone
urla nella stazione
molta agitazione
dietro al convoglio merci arrugginito
tanto freddo che tremo al pensiero
un filo d’erba avvizzito
fuori è nero, nero di china
raccolgo il libro, ecco, mi chino
ma non riesco a riafferrar le parole:
risucchiate in
chissà quale voragine
congelate come brandelli d’animale
ormai inglobate dalla tenebra invernale.

Non bianche ma grigie, restan le pagine
grigie e umide, come me
che mi annoio
magari dopo
muoio.
O forse resisto
un’estate ancora
una stazione ancora
prima di lasciarmi andare
prima di addormentarmi
resto sveglio e ancora esisto
per un paio di versi ancora
righe da scrivere in cui immaginare
di starmene di nuovo calmo
come in quella fotografia
non più gialla ma arancione

più sbiadita via via
al trascorrer di ogni stagione

(febbraio 2007) 

Una c’èsta di panni smessi

C’è un catino di pietra
pieno d’acqua ghiacciata
c’è un albero di Natale
fa ombra a uno spaventoso
regalo per un bambino
c’è una città senza due torri
e senza più artisti
c’è un televisore stanco
che costringo a parlarmi per ore
c’è sempre un po’ di vino nell
universo
o nei sorrisi delle persone tristi
c’è una ragazza insonne
insanamente innamorata di me
c’è sempre polvere sotto i letti
al mio e al tuo e al vostro
c’è un film che non ho ancora visto
ed altri diecimila e forse più
c’è tanta fantasia da prendere nella notte
anche se gioca a nascondino
c’è tanto pane buono, ma un tozzo
è nelle nostre pattumiere, cazzo
c’è una tazza vuota sul tavolo
e un poco di zucchero, e briciole di tè
c’è molto amore non ricevuto
c’è troppo amore non dato
c’è un uomo pieno di soldi
che non si ricorda più il suo nome
c’è molto da piangere
e c
è ancor più da temere
e pure ci sono molte risate
nuove o mai usate
ma c’è un senso in questa vita
se c’è qualcuno che sta in pena per te
e intanto
ci sono molte fotografie da scattare ancora
ci sono molte parole da dire ancora
c’è un ragazzo nella notte
che crede di poter raccontare
in una notte sola
tutto quello che c’è
ma è un illuso
ed ora
lo caccio via, che c’è
da dormire, riposare
e domani lavorare
c’è da uscire dalla corazza
fatta di parole
e c’è una raffica di pallottole
da prendere in corpo
c’è molto da sanguinare
ma c’è un senso in questa vita
non tanto nel trovare una corazza che non sia metafora
quanto nell
avere qualcuno che ti curi le ferite
e c’è un
intera umanità di crocerossine ed infermieri
aspettano solo un gesto, ci aspettano là fuori
eppure c
è troppa gente
che si ostina a prendere i farmaci
e muore
sola.

No, dài
cercate la vostra ambulanza
ce n’è una anche per voi
e c’è una fine a questa
nata come un pensiero
sfociata in un appello da due lire
e c’è che
c’è troppo da dire
e molta poca dimestichezza nel riuscire
a trasformare, a dare vita
a quello che in testa appare
così nitido
e che arriva alle dita
così sporco
e c’è l’inchiostro
virtuale o vero
comunque nero
che mi rimane
più sulle mani che sul foglio
impronte digitali sulle mie cartelle
mentre l’anima rimane dentro la pelle
qui, da qualche parte, in fondo alle orbite
almeno la sento, c’è
o almeno credo
anche perché
chissà se lanima davvero 
c’è.

Le solite stronzate

Effettivamente sì
i pensieri notturni non sono mancati
ma sarebbe come a dire che non mi sono scordato di respirare
giusto?
Paura ne ho avuta
ma sarebbe come a dire che non sono diventato una quercia
(aspetta
ma siamo sicuri che gli alberi non abbiano paura
chessò
di un fulmine che li squarci in due?)
Banalità, come queste stronzate che penso, poi scrivo
vuote come questa moda di girare intorno alle cose senza spiegarle
stupide che come questa paura che ho avuto di perdermi (perdermi?) in un server
e di non ritrovare più tutte quelle parole che costituiscono la carne del me virtuale
o forse non è una cosa stupida, ma è lo stesso, adesso non ho voglia di raccontarla
né di spiegare il come, il quanto, il perché
con altre parole che un giorno potrei smarrire
e che sicuramente perderò, ma
adesso
ho solo in testa un giro di pianoforte di una canzone
non ricordo neanche quale
poi un’immagine
di questa luna a metà, crescente
ho pensato a una moneta di carbone che viene intinta lentamente nell’argento
questa, e un’altra metafora che non ricordo buona per la luna calante
le volevo usare per una poesia
o altra simile porcheria
o forse per un bel post di quelli che a volte vi piacciono
ma non è questo
e le metafore suonano un po’ forzate stanotte
e non è che abbia tante cose da dire, stanotte
o forse
sono come la bocca di quel Piero
ed ho le mani che stringono parole
troppo gelate per sciogliersi alla luna
o alla lampadina
“ancora metafore?” – uno si domanda
e invece no
sto davvero scrivendo con i guanti tagliati
braccato da questo freddo che mi circonda la casa
e che mi aspetta al varco, domattina presto
e forse mi attende negli incubi
scuro e pauroso e malefico
e il mio inferno è senz’altro senza fuoco
è semmai come una landa brulla e dimenticata nell’inverno
proprio come quella campagna che prima scorsi dal finestrino
dentro il pullman serale del ritorno
e in fondo a un campo nero vidi me, dannato
con i piedi che sprofondavano nel fango immondo
e ghiacciato
e la terra bruna e la notte senza luna
a rendere quell’inferno più buio del baratro più profondo
a fare di me un dannato errabondo e solo
perduto e assiderato
senza nemmeno un sottile filo di fumo da seguire
né la piccola luce di una casa lontana
puntino giallo ingoiato da un’orizzonte di nebbia
un velo gonfio e opaco e bianco, così nero
così spento,
no
sono cieco
se nemmeno vedo più l’arco d’argento.

Oh
che tono severo
per sdrammatizzare dovrei dire “cazzo, che incubo”
penso tuttavia che opterò per un “ciao a tutti, e buonanotte”
metterò un punto in un punto a caso
e incarterò il post per consegnarlo a questa sorta di archivio
(sì, gli scaffali hanno traballato, ma mi fido)
e nel frattempo ho ancora quel giro di piano in mente
mi sa che è una canzone di Bersani
e – cazzo! – mi si son scaldate le mani
e, giuro, non è un artificio per dar ritmo al testo
ma fa lo stesso, non cambia niente
è troppo tardi per cominciare a scrivere
così tardi che ormai è già presto.

Ah già.
Ciaoatuttiebuona
beh, notte.

(12 dicembre 2005)

Che ora è

È ora di diventare grandi
ah no, scherzavo.
Allora è solo ora di scherzare
menomale.
 
Uno scemo, ma certo
però proprio ora
è ora di cominciare a vivere
con le guance più larghe
e con gli occhi più stretti
ed è ora di fingere
di essere un po’ meno tristi
o magari di esserlo
e di scrivere
post meno lunghi
uhm, forse.
Vediamo
dove arriviamo.
Nel frattempo
è ora di rendere SYD
marmoreo e muto
ricordo d’un tempo andato
che già è l'ora di smetterla
con questo patetico modo
con questa patetica moda
beh, di andare a capo
quasi volessi far scena.
Ma cambio lo stesso riga
pazienza
tanto nessuno mi vede
che è tanto tardi, ora tranquilla
o almeno è ora di cercar la tranquillità
e di provare a non agitarsi per un nonnulla
e lasciare i pensieri contorti fuori al freddo
di cercare di non farli rientrare se bussano.
È ora quindi di andare a dormire
è ora di non scrivere più che è ora di qualcosa
è ora di non scrivere più
almeno in queste notti
quando non si ha davvero nulla da comunicare
mille parole senza dire nulla
e non si vede l’ora
di fare una qualsiasi altra cosa
che non sia scrivere una volta ancora
“è ora”
e non si vede l’ora di mascherare i deliri
dietro a testi ad effetto
poco effetto
moltissima pochezza
un po’ di scemenza
ed una certa mancanza di sonno
o forse
una scarsa dose di senno

(novembre 2005)