Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

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Sentivo

Quando andavo ancora dal barbiere. Ricordo, era il 1996. Metà giugno, la scuola era finita da poco. Camminavo verso il centro del paese. Luce bianca, aria immobile. Da qualche finestra aperta arrivavano voci di commento e rumori di fondo di una qualche partita degli europei di calcio. Due ragazzi su due motorini mi sfrecciano di fianco. Uno spazio espositivo di un negozio di mobili, che in seguito sarà rimpiazzato da una pizzeria d’asporto, si apriva sul lato della strada opposto al mio. A segnalare l’esistenza di quel piccolo show-room c’era un’insegna provvista di orologio e un indicatore di temperatura. I pallini rossi del pannello a led dell’insegna componevano due numeri a doppia cifra suddivisi dal segno dei due punti, come 15:09, o una chissà quale altra combinazione indicante una chissà quale ora del primo pomeriggio, cosiddetto. I due ragazzi sui loro cinquantini passano accanto a me, quindi sotto l’insegna del negozio; proprio in quel momento, l’orologio lascia spazio al termometro. Il ragazzo che è in testa dice qualcosa in merito all’andare da qualche parte; l’amico che lo segue a ruota, alza il braccio verso l’insegna e dice, “Oh, ma dove vuoi andare, ci son quaranta gradi!”. Lo chiamavano Pier, e non ho idea di che fine abbia fatto. Mi stava tremendamente antipatico, era l’ennesimo fra i tanti mezzi bulli di cui era popolata la provincia; sebbene pure lui, a sua volta, all’epoca era sfottuto per via delle sue sopracciglia folte e unite al centro della fronte, altrimenti dette monociglio, come si usa in gergo, forse per risparmiar fiato e fatica lessicale. In sella al suo fifty, mentre dava velatamente del coglione al suo socio per via di quel caldo terrificante, Pier mi sembrò per la prima volta umano. Se quei due avessero avuto il casco addosso, che nel ‘96 non era ancora obbligatorio per viaggiare su cilindrate così piccole, probabilmente non avrebbero potuto dar vita a quel siparietto del tutto trascurabile, che pure avranno dimenticato e che molto probabilmente sono l’unico a ricordare. Io, da disumano vero, mi sentivo a mio agio in quella calura, in quella nuvola pesante, in quell’aria immobile che anche il tempo sospende. I due motorini erano ormai lontani, in fondo alla lunga via. In fondo alla tasca dei jeans avevo le diciottomila lire per pagare il barbiere, dal salone del quale sarei uscito con i capelli cortissimi e un’antiquata ricevuta scritta a biro. Assieme ai jeans chiari indossavo una semplice t-shirt bianca; ai piedi, un paio di clark’s taroccate. Mi piacevo, com’ero vestito. Sentivo il caldo umido molcermi gli spigoli, ancora giovani ma già duri, delle mie ossa; ed era come se ci nuotassi, dentro quel vapore avvolgente, che dilatava lo scenario a tal punto da renderlo irreale, trasfigurato, quasi psichedelico. Sì, stavo bene. Il pannello dell’insegna del negozio dei mobili dava una lettura chiara di quel pezzo di strada, in quello strappo di pomeriggio. Io avanzavo lento, sul marciapiede. Per qualche istante, su quella strada, era come se potessi arrivare e sentire ogni cosa. I miei pori erano spalancati, come le finestre che portavano in strada i televisori accesi. Quasi nessuno sarebbe uscito. Quasi tutto sarebbe entrato.


Oh they’re touching
They’re touching each other
They’re feeling
They push and move
And love each other, love each other
They fit together like two hands, two hands

I am a face
in the painting on the wall
I pose and shudder
And watch from the foot of the bed
Sometimes I think I can
Feel everything

The wind is blowing
My hair in their direction
The wind is bending my hair
There are no windows in the painting
No open windows, no open windows, no


(un anno fa – o meglio, diciannove)

Un aspro gelato

Credo che l’unico nero su bianco che un giorno ricorderò di questa giornata sarà quello del merlo che saltella sulla neve. Camminavo e nelle cuffie suonava “Over the Rainbow”, nella versione di John Martyn. Stavo andando a scuola. Ero agitato e quasi contento, proprio come se fosse un ritorno alle lezioni dopo tante vacanze. Mani in tasca e cappuccio sulla testa, andavo piano e mi domandavo per quante persone questa fosse la prima volta di elezioni passate sotto la neve. Per quante di loro, di noi, sarebbe stata l’ultima. Mi sono chiesto che cosa accade quando in una giornata così cadono cristalli senza pietà, visto che basta un poco di pioggia ad avere il solito governo ladrone.

Sono arrivato a scuola. Che cazzo vi ridete? La gente ride. Le gente è contenta. Io appartengo alla gente e non ho alcuna voglia di ridere. Non avevo voglia. L’ho scritto sulla bacheca di un’amica: non è un bel paese in cui vivere, quello che ti porta a provare disgusto per l’esercizio di un tuo diritto. Un diritto che, invece, dovrebbe essere bellissimo. I padroni di quest’epoca hanno capito una cosa fondamentale: che i diritti ignorati dai più sono facili da abolire, mentre per quelli conosciuti basta trovare un modo per renderli fastidiosi, indigesti, o per far credere che tali diritti non servano a niente.

Non ho mai capito perché alla sezione 1 e 2 non ci sia mai nessuno, mentre alla 3, dove voto io, ci sta sempre la fila. Come cazzo funziona? E non ho mai osato sbirciare al piano di sotto, dove ci stanno le sezioni mancanti. Poi non ricordavo la fila separata per maschi e femmine. Che senso ha? Domande domande domande. Certezze: le matite sono le solite, perfettamente regolari. Penso agli imbecilli che si sono portati il pennarello. Penso alle sedie e ai banchi, che sono rimasti gli stessi di vent’anni fa. Penso all’agghiacciante scritta appesa fuori, dove si ricorda che “alla 1a, alla 4a e alla 6a ora è vietato andare in bagno, come da disposizioni d’Istituto”. Altro che risolvere i problemi della scuola con un voto… mah. Insomma, penso a un sacco di cose, tranne a chi ho deciso di votare – come se esistessero reali decisioni, nell’incoscienza o nella rassegnazione. Poi entro in classe, mi faccio dare schede e matita, quindi entro nel parallelepipedo di truciolato con la tendina di stoffa pesante. Sono dentro una cabina che sta dentro un’aula che sta dentro un edificio che mi piace chiamare scuola. E la scuola sta dentro un paese, che sta dentro una pianura che sta dentro a un Paese, che una volta mi piaceva chiamare ma adesso non più. E mentre la mente vaga lungo la cartina geografica, la mano che prima stava dentro al guanto dispiega il primo di quegli enormi cartoncini freschi di tipografia, ripiegati come pacchetti pasta sfoglia, però del tutto privi di ogni possibile buon sapore. Parto dal voto per le regionali, che mi regala l’unico momento libero da incertezze. Poi la Camera, infine il Senato. [Ero così fuori di me che non sono nemmeno sicuro di aver beccato il simbolo giusto, nella scheda per la Camera]. Poi esco, riconsegno la matita e infilo i tovaglioli colorati negli appositi scatoloni. Una volta ci tenevo, e mi infastidiva quando il presidente del seggio cercava di infilare le schede al posto mio. Oggi ero penosamente passivo, ma nessuno ha provato a far nulla. Il presidente del seggio, che poi è una ragazza che prendeva il pullman con me ai tempi delle superiori, mangiava una mela. So per certo che le piacevano gli Oasis: ricordo che un giorno, sulla corsa del primo pomeriggio, la sbirciai seduta sugli ultimi sedili in fondo mentre cantava “Don’t Go Away”, canzone che a quell’epoca non mi dispiaceva ma che adesso trovo pallosissima e melensa.  Ah, i diciassette anni. Esco dalla classe C, ehm, dalla sezione 3. Io ero nella sezione A, quando di anni ne avevo dodici o tredici. Quindi l’aula in cui è praticamente iniziata la mia adolescenza è quella affianco, la semideserta sezione numero 2. Sempre che la memoria non mi inganni, o che io non mi sia completamente rimbambito.

Indugio, mi attardo lì. Non ho voglia di tornare a casa. Nevica ancora, fa freddo. Ho voglia di restare a scuola.
Le altre volte ci sono quasi sempre andato dopo cena, spesso con mio padre, in serate che sapevano già d’estate. Forse per il buio, o per la voglia di uscire, comunque non mi sono mai soffermato. A guardare la facce della sezione 2. A guardare i disegni appesi fuori dalle aule. Ad osservare fuori dalle finestre del grande corridoio. Ad accorgermi che il parcheggio della scuola, un tempo distesa informe di terra e ghiaia, adesso è una “L” completamente asfaltata. [O forse ci avevo fatto caso, ma senza una vera presenza mentale, in uno di quei tipici momenti in cui inquadri senza scattare o filmare, guardando senza vedere]. Sul lato lungo ci hanno dipinto delle strisce per farci una specie di pista di atletica. Sul lato corto della L, invece, c’è un campo di calcetto e pallamano con tanto di porte regolari. Quando ci venivo io, il campo coincideva quello di basket che sta all’interno, nella vecchia palestra col pavimento di linoleum verde, oltre il muro che divide le pallonate di oggi da quelle di ieri. Sotto le retine ferme dei canestri, le linee bianche si distinguevano da quelle gialle che delimitavano il campo di pallavolo. Sui lati corti del grande rettangolo bianco ci mettevamo le porte, che poi erano i soliti due birilli, con lunghezza dei pali ed altezza della traversa del tutto immaginari. Naturalmente, chi aveva più carisma giocava nella squadra che difendeva la porta con la traversa più bassa. Le scale che dal parcheggio portano al livello del piano rialzato sono rimaste le stesse. Ma ora c’è anche un ascensore, così, per dare una parvenza di civiltà.
Infine mi decido ad uscire. Mi rimetto la musica in testa e torno a camminare. Al voto non ci penso più. La sagoma nera del merlo sul marciapiede bianco e il cortile della mia vecchia scuola mi hanno regalato due brevi istanti di moderata poesia. Mi domando cosa davvero valga di più, in quest’esistenza. Forse un secondo di bellezza resta più impresso di una croce su un pezzo di carta. Forse un minuto di malinconia sincera conta di più della mia incazzatura di fronte alla milionesima tribuna politica, o durante l’ennesimo scoop di Report. Forse è meno astratto investire sulla propria economia emotiva – ah, che brutta espressione – anziché sperare nella ripresa di un’economia globale in mano ad oligarchi distanti, mai sinceri e infinitamente avidi. Forse è meglio cercare di far del bene alla propria sorte senza fidarsi troppo di chi ti promette che lo farà per te. Le piccole lotte fanno più di un voto. E vale di più quel che è autentico. Come un gelato al limon… almeno finché riusciremo a difendere quelle due lire per andare e comprarcelo, issato in cima ad un cono o ficcato sul fondo di una coppetta di carta, ché va bene lo stesso. Un gelato al limone d’estate te la cambia di più, la giornata. Come un bianco e nero a colori in una domenica di febbraio qualsiasi. Come un cortile di ieri. Come un paio di secondi di moderata poesia. E ‘sta vita, che forse non è un’epoca, ma la somma di tante singole giornate.

 

(24 febbraio 2013)

Runaway Blues

La gente che invade le strade.
Ragazzine ovunque
piene di soldi di papà che diventano buste di carta.
Voglia di bere una birra
mi accontento di un dolcetto al cioccolato
e di una bottiglietta d’acqua.
Ma dove sono finiti gli amici?
Tu che lavori sempre
Io che spreco il tempo
e che penso ai soldi, che triste
anche se a volte ne sono costretto.
Dov’era la bellezza del mondo oggi?
Non certo nei miei occhi
né in quelli degli altri
che, tra file di capi firmati
potevano vedere la mia polo stinta
il mio colletto spiegazzato
la borsa che mi scivolava dalla spalla.
Con i capelli pettinati male
la barba lunga e non curata
il colorito pallido
l’aria un po’ spaesata
mi sentivo sciatto, giuro
e in questo mondo di 180 bpm
(forse troppo veloce per me)
e di “vedessi, che pantaloni fighi che ho preso!”,
perché nessuno guarda più il cielo?
Non siete stanchi voialtri?
Davvero sapete mascherare i vostri quotidiani dolori

o addirittura non ne avete?
Non sentite anche voi questo rumore da Oriente,
il suono sordo della terra che trema, che si spacca
e il tonfo assordante di trentamila morti?
Trentamila e uno, trentamila e due, trentamila e trenta
e più il numero cresce più diventa astratto, difficile da immaginare
e la tragedia non spaventa più
non commuove più
e già non la ricordi più.
Ma non vi chiedete anche voi se
a volte, rompendo un uovo sul bordo del tavolo
ci sia un’anima che vi scivola fra le mani?
Minuscola anima senza piume – trasuda oltre le pareti della cucina
come le anime disperate del Pakistan che evaporano dai discorsi di ieri.

Rieccomi qua
con le mie solite contraddizioni:
prima guardo con sospetto a chi si chiama fuori dalla massa
e poi, questa diffidenza diventa tale da portarmi a fare lo stesso.
In testa le domande
sempre inutili
ed una canzone che mi tiene compagnia:

…Oh, my children
the times are jaded
The simple life
is complicated…

Adrian Belew – “1967”  2:59

Come saranno le ragazzine tra sessant’anni?
Loro, la generazione che più di tutte è andata in giro con i reni scoperti
ci saranno ancora abbastanza poveri
che venderanno i reni a quelle anziane ragazzine ricche?
Come saranno i ragazzini, domani?
Strafottenti e “duri” nel gruppo e vigliacchi da soli, come adesso?
Oppure saranno arroganti anche in solitaria?
Quanto mi fanno paura
anche se sono più grande di loro
fortuna che non lo sanno.
Sennò, chissà
forse mi mangerebbero vivo
l’ennesima prodezza di cui potersi vantare
o forse no
forse mi confiderebbero che anche loro hanno paura
paura di tutto quel che non conoscono, come tutti
paura di me, ragazzo con la faccia da adulto
e un’espressione che pare sempre così seria
che, assieme ad una corteccia di barba
mi fa un pochino da scudo.

Il sole cala,
torno verso la metropolitana.
Quando brucerà il mio corpo,
di me rimarranno solo due tazze di cenere.
Dove sarà finito il resto?
Chi respirerà le mie polveri?
Chi inalerà il mio cuore divenuto fumo?
Ricominciano le domande cazzute e sterili
ma rinsaviscono anche i presagi spiacevoli
come la sensazione che oggi tutto giri al contrario.
Non piangere, ragazzo
è l’adolescenza che ti fa sentire la morte nel cuore
o forse è uno di quei bulletti che ti ha preso in giro
e tu piangi per lo scherno
o forse perché vorresti assomigliare a loro, e non riesci
non ti metterai a piangere, dai
succedeva anche a me, lo sai.
Mi risponderesti, e diresti che lo sai
(questo se davvero ti avessi parlato)
“in fondo”, mi faresti notare, “sei un povero stronzo come me”
avresti ragione, ed io scrollerei il capo per annuire
e ridendo ti direi: “touché!”.
Un attimo
non andrebbe così
tu non risponderesti affatto
o magari sì, ma
mi faresti solo presente
che dovrei farmi gli affari miei
(beh, in fondo è quello che ho fatto nella realtà)
e che non so il motivo della tua tristezza
e che – non lo avevo notato – c’è già il tuo amico a farti compagnia.
Già
il solito difetto
quello di cercare somiglianze negli altri, nei momenti di sconforto
forse per sentirmi meno solo
e invece no
non sono uguale neanche a te, ragazzino
così come mi sento del tutto diverso
da quel signore pelato palestrato incravattato
che mi precede con aria snob
e che, facendomi mangiare il fumo del suo sigaro,
mi fa tossire. o forse è colpa di questo smog tutto intorno?
Questo alone opaco e insano
che sbiadisce anche le poche giornate di sole
grigie e torbide come il fumo che ho in testa a forza di pensare
pensare e immaginare di fuggire
lontano da questa cappa che mi non mi fa respirare
da questo circo in cui io non ho abilità
né la tua, che sai evitare col motorino lo stress del traffico
né la tua, che conosci i nomi di mille posti, mille locali
di te, professionista del divertimento
che mi chiedi perché la faccio tanto difficile;
o ancora la tua
che riesci a non prendere tutto sul serio.
Forse non so imparare
o forse non voglio
Altrimenti perché scappare?

Via
da questa città
da questo rumore
da questo fumo
da questi giorni troppi simili tra loro;
via da questi uomini in divisa
controllori, li chiamano
ho pensato che controllassero le coscienze quando, un giorno
nella mia ricerca disperata di un abbonamento che pareva perduto,
mi guardarono così male, così a lungo, così a fondo
quasi che volessero mortificare l’ennesimo farabutto.
Proprio io, che mi sento in colpa per tutto
che chiedo scusa se ho mangiato l’ultimo biscotto della scatola
o se, in ufficio, mi faccio prestare trenta centesimi da un collega
per un bicchierino di acqua scura ai distributori automatici.
E allora via
da questi troppi caffè schifosi
da questo senso di inadeguatezza
quello di questo pomeriggio, che ho provato in parte a raccontarvi
ma che mi assale sempre più spesso, dopo l’estate;
e mi cade una malinconia dietro alla bocca
come quella che mi fa cantare, a voce bassa e denti stretti,
strofe e note forse delicate, ma mai allegre
come quelle della canzone che non mi lascia mai…

Cadence and cascade
Kept a man named Jade

Cool in the shade
While his audience played.

King Crimson – “Cadence and Cascade”

Una canzone troppo lenta per te, che ascolti solo metal
troppo bianca per te, che ascolti solo soul

troppo melodica per te, che ascolti solo punk
e troppo bella per te, che ascolti solo merda.

“Ma ascolti davvero ‘sta roba?”
Sì, l’ascolto eccome
e mi vergogno di essere così disinformato
su quello che accade oggi in musica
qualcun altro si vanta di questo
invece io mi sento ripetente, rimandato
come quando sento un neologismo
e faccio finta di conoscerne il significato
perché non voglio sembrare un uomo delle caverne.
Via da questa caverna dunque,
via da queste sciocchezze
via da quest’idea di sentirsi diversi
tanto tutti si sentono diversi dagli altri
e questo rende tutti un po’ simili.
Via dal ricordo di oggi
via da questa domenica
scappo sotto le coperte
e penso a posti lontani e bellissimi
in cui poter fuggire
e mentre dormirò
la malinconia e i problemi
troveranno di certo un modo per raggiungermi
ancora.
Per questo domani mi sveglierò
e, dopo essermi maledetto per aver dormito così poco
ritornerò a questi pensieri
e li definirò stupidi
e andando al lavoro, mi piegherò

abbandonandomi all’idea che certi tormenti
siano in qualche modo invincibili, ineluttabili
utili solo ad animare le mie notti ed il mio scrivere

e la routine della settimana via via m’inghiottirà
divorandosi pure questa mia voglia di evadere.

Qualcuno mi ricordi che nulla è inevitabile se non la morte (davvero?);
qualcun altro mi convinca che la lotta nobilita l’uomo più della fuga;
ma cosa più importante
qualcuno me lo faccia notare, se ho il viso corrucciato
voglio essere libero di incazzarmi, ma non voglio diventare un musone:
i problemi ce li hanno tutti, e quelli degli altri sono sempre i peggiori. O no?
Poco importa
c’è che non voglio perdere il mio sorriso
se ogni tanto mi gira storta
perché da tante cose vorrei fuggire,
ma non voglio abbandonare quello che, di me
ho imparato ad amare.

Buonanotte Syd
io vado a letto, a domani.
Tu rimani?

Oppure fuggi?

 

(ottobre 2005)