Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

From all the unborn chicken voices in my head

nacque nell’abitacolo e in esso trovò la morte
il pensiero storto che visse meno a lungo di un viaggio
pensiero uguale a decine di troppi altri, embrioni mai fecondati.
no, no: il pensiero mai nato è ormai morto. mica la sua natura infelice.

cosa ne resta?
ricordo solo che
non ne potevo più
della pioggerellina, gocce fini
che sbriciolavano la luce in brillantini
il tergicristallo troppo lento, no, ora troppo veloce
gli occhi stanchi di inseguire il nero di troppe pozzanghere
da evitare, quasi fossero crateri pieni d’acqua
come laghi del centro Italia in cui nuotare o annegare.
e il tepore troppo caldo prima
la frescura troppo fredda poi
la mia faccia ora troppo magra
ora troppo scura
e di sicuro troppo livida
nella luce gialla della notte
nell’ombra bianca della foschia
in cui si confonde il mio aspetto
sotto alla barba incolta che non voglio farmi più
come le persone che non ho più voglia di coltivare
come le persone che non voglio farmi più
nemiche, ché il tempo delle questioni di principio è terminato
la stagione delle cause perse che s’è sciolta
come la neve tenera di marzo
e la voglia di gridare quanto stronzo sia questo o quello
che quasi pareva vitale, immortale
è ormai strappata, caduta
come la pagina di quest’inverno dal calendario.
a proposito: auguri di Buona primavera
anche e soprattutto a certe persone,
cadute in certe piccole battaglie
combattute a colpi bassi di tastiere di computer e telefoni
e parole. le parole come lance, le intenzioni come punte di sasso
scagliate con violenza, fendono la dignità di chi non può rispondere
eccoli i feriti, trafitti e muti dormono giù in metropolitana.
e poi magari stanno svegli di notte
per provare a ricucirselo,
l’amor proprio
e cercando aiuto in cosa, se non nelle parole?
parole che mandano all’ospedale
parole che guariscono dal male
come un medicinale
che ti spezza se lo usi male
ma poi lo ritrovi sullo scaffale
che mormora nella vetrina buia del dottore.
e quindi queste parole mediche
che dovrebbero avere la proprietà di rivelare…
cosa? la leggendaria mappa che porta alla gioia?
il profumo dei fiori che sbocciano in mondi troppo lontani?
la luce delle sere in fondo agli orizzonti equatoriali?
la definizione di quel che siamo
o quella di ciò che dovremmo essere?
una nuova possibile via per diventare persone libere
o la solita, vecchia casella in cui farsi rinchiudere?
le grandi verità per capire o le piccole bugie per sorridere?
domande, e intanto la strada scorreva
e la notte umida piagnucolava
e il pensiero svaniva
mentre la fantasia recriminava
per le immagini di seconda mano
ed io pensavo, e non so il perché
a quelle coppie fatte così male
a quei bravi ragazzi fatti a pezzi da donne di poco valore
a quelle brave donne massacrate da maschi di scarsa morale
o più semplicemente a certi visi incantevoli
appoggiati su guance ben più sgradevoli
come sorrisi di seta in secchi di facce da stracci;
equilibristi eleganti frustrati da domatrici sgraziate
o danzatrici armoniose intristite da pessimi pagliacci
ma nessuno mi ha invitato al circo, che mi lamento a fare?
posso solo imbruttirmi al pensiero di certe discrepanze
per esempio: quanto sia difficile piacere a chi ci piace
posso solo incazzarmi per un pensiero che cessa di scorrere
che sto forzando, sforzandomi di evocarne il suono originale
che poi nella notte provo a oliare
con una canzone ascoltata a ripetizione
come un pensiero inceppatosi sulla stessa frase
le stesse parole che non rivelano mai niente
anch’esse scritte e riscritte fino allo sfinimento.

sfinito da quelle mura imbiancate che ancora non mi contengono
sfinito da quelle persone ferite di cui parlavo prima
che trovano e ritrovano in me un amico
e che sembra quasi che dipendano da me, a volte
se è vero che mi cercano per raccontarmi le loro disgrazie
e poi mi affidano la loro idea di possibile felicità
quasi che fosse un pezzo rotto che io posso aggiustare
ma io cosa faccio? a volte scelgo di sparire
magari cercando anch’io conforto nelle parole ma poi
penso alle rivelazioni sepolte in libri che non aprirò mai
alle cose giuste rimaste ignote per pigrizia o delusione o noia
nascoste nella pagina successiva a quella in cui ho fermato la mia voglia;
e penso alle verità che invece ho letto distrattamente
o quelle che non sono stato capace di riconoscere
o che magari ho capito, ma di cui non ho saputo beneficiare
oppure a quelle che ho trovato anni fa e non riesco più a ricordare.

intanto l’ora s’è fatta davvero tarda
tanto che il pensiero si è ormai decomposto:
una carcassa sotto alla luna, vicino al mare
una sagoma che brilla di luce tenera e di sale
ma che ciò nonostante dà ugualmente il voltastomaco
e che di certo non ha più senso rianimare:
e chi ne ha voglia? sono così stanco.
sì, stanco…
anche di dire che sono stanco:
“sono stanco, sono stanco” per giustificare ogni cosa
“sono stanco, sono stanco” non giustifica ogni cosa
sono stanco, sono stanco di giustificare ogni cosa.
stanco di starmene qui a scrivere cose senza valore
a farmi ingobbire dalle parole sullo schermo
ancora loro?
a barattare il mio sonno
con che cosa?
un pensiero morto da ore
che ormai non ricordo più
e che forse solo per pochi minuti
ho sentito
poi non mi è servito
a niente
e non mi dice più
niente

(22 marzo 2010)

“Sei un fotografo emozionale”, disse

Gelido vento orientale in prua, arranco e mi inclino come fossi in salita.
Sotto l’ombrello vedo in trasparenza le gocce di pioggia che non mi hanno bagnato.
Una scarpa slacciata, un guinzaglio abbandonato nell’erba.
Umido e rigido ma leggero, come un ventaglio nell’afa estiva.
Non imparerò mai a suonare uno strumento come si deve.
So fare altre cose.
Non scriverò mai una canzone che mi piaccia ascoltare.
So dire altre cose.
Ma intanto, sto zitto in questo nulla.
Non ho i capelli che vorrei, il naso che vorrei, le spalle che vorrei.
Bravo ad immaginarmi bello, questo sì. A volte sento oppure sogno che, a forza di pensarla, potrei rendere reale tale bellezza. A volte sorrido al pensiero di questa possibilità. Altre volte, quasi confondo quest’altra realtà con l’unica che sia misurabile con gli occhi; poi mi ritrovo ad esibire una sicurezza misteriosa, che mai mi è appartenuta.
Stamattina mi specchio nella vetrina di un bar… e cerco di essere più sincero.
Non sono uscito da uno dei miei avatar, non assomiglio a chissà quale mito.
Io, soltanto io. E il vento ha spezzato l’ombrellino, e la luce è fioca e grigia.
E il laccio della scarpa è zuppo, e non ho voglia di chinarmi per riannodarlo.

Altri pensieri che più non ricordo.
Delicati, non opprimenti, ma non per questo felici.
Quanto dura un caffè? Il tempo di rivederli e dimenticarli ad un tempo.

(gennaio 2008)

Soulstizio

era di buon sapore ed era una vertigine,
come il vortice di spaghetti attorno alla forchetta,
la sera di primavera morbida che non puoi cadere e farti male
perché imbottita come una poltroncina reclinabile
di nuvole e voce. e la luce che non muore, non vuole
che solo molto più tardi si sdraia lenta
alla fine si addormenta. poi rinasce, si rimesce
in fondo alla prima tazza del mattino,
prima che il giorno sciacqui via l’alba
prima che il sonno mi sciacqui via da me stesso
prima che la pioggia sciacqui la via e il sonno via dagli occhi.
così il giorno dopo comincia alle due
il pomeriggio scola nella grondaia
dentro a un grigio sempre uguale
ma che non può fare male.
dentro al latte una pigrizia cereale;
il dubbio, la doccia, la telefonata a casa. poi fuori
a comprar benzina, chiacchiere prepagate e cose da mangiare.
è sera, la pasta si butta alle dieci
da buttare nella pancia colla birra e gli asparagi
e non si butta via niente. il caffè sale a mezzanotte
la nostalgia mezz’ora più tardi
e nel frattempo, penso all’estate che nasce
senza paura e con qualche desiderio
ma evitando ogni aspettativa mentre
la sera vestita d’autunno, fresca che ti devi imbottire,
si spegne asciutta dentro a questo pensare sparigliato
e il buio rimane in fondo alle pentole della cena
quel nero riflesso da lavare domani
qualsiasi domani sarà
mentre guardo le ore e vedo che un’altra ora se n’è andata
ma in fondo alla notte, in fondo, al solito cerco me stesso
messo in fondo ai pensieri da svendere al mercatino
come bicchieri di limonata, il chiosco di Charlie Brown.
ed eccomi lì, in fondo ai fumetti ai libri alla musica
ed eccola lì la luce, che nella musica risorge
e ogni volta il bagliore mi attrae ed io ci casco ma
se note e parole colmano la mancanza di molte sere tenere
allora casco dentro ad una rete che non può mancare
nemmeno d’estate, qualunque estate sia
qualunque stagione sarà
forse zuppa come una valigia rotta chiusa nella stiva
rotta come una voce perduta nella pioggia,
che proprio adesso ricomincia a tic-chet-tare,
sola come una lancetta chiusa nel suo orologio
rimasta spaiata. oppure spalancata come la prima risata
che risale dalle costole quando risorge un sole qualsiasi
mentre il male cambia consonante e muore sugli scogli
e la compagnia resiste e resta così, buona
e la sera non muore, e ritorna soffice
ed io non me ne vado, ovvero non cado
nel vortice di buon sapore ci certe sere lunghe
resisto e resto là, in fondo alle onde
in fondo a queste righe pornografiche
in cui infondo quel me stesso che più non son io
come il fondo dell’oceano che una vita non basta a scoprire
ma per adesso ci vedo fino in fondo, e mi rileggo
e capisco quanto profondo sia il mio bisogno di dormire

 

(21 giugno 2010)

Ancora male

troppa pioggia che ricade fuori e torna dentro. G soffre per sua madre. e ha paura di perderla, ogni santo giorno. mamma invece l’ha già perso da più di una settimana, il suo primo fratello. poi c’è chi si è perso in piogge incalcolabilmente più insignificanti e dimenticabili. come M, che ha perso la calma e l’ingenuità. come me, che non vedo l’ora di perdere il lavoro. mentre non voglio perdere le cose belle, le cose grandi: ma devo lottare per loro.
un giugno umido e faticoso, come un vandalo che prova a imbrattare l’immagine di un’ estate che tarda ad arrivare. non mollate miei cari, non vi perdete. io vi abbraccio forte, e vi strofino la schiena per questo freddo insensato. vorrei prendermi un po’ del vostro brutto tempo, in questo lasso di tempo orrendo. ma il vento caldo, son certo, arriverà. soffierà anche per te, per voi, per noi.



(17 giugno 2011)

Quel cielo giallastro

Il Sahara sembra sia piovuto tutto sulla mia auto un tempo nera, ora appannata da un trasparente velo beige. I tergicristalli e l’acqua saponata hanno aperto un debole varco nella sabbia fangosa, sul parabrezza. Sul muso un cimitero di moscerini, falene, zanzare: minuscole carcasse, incastonate e confuse in una mimetica crosticina polverosa.

Ci sono guerre, o almeno ce ne sono state, che massacrano più esseri umani di quanti insetti possa uccidere io in un lungo viaggio nella notte fra le campagne, costeggiando fossi e risaie, prati, alberi e altri luoghi ameni per tutti quei piccoli esseri attratti dal bagliore omicida dei fari che squarciano il buio. Forse non esiste individuo, a questo mondo, che non abbia compiuto il suo personale sterminio di forme di vita… quali esse siano. Ma presto, l’acqua di una pioggia che non ha incontrato i deserti laverà via tutta quella morte: carne morta, rocce morte. Coleranno via dalla mia macchina, un tombino inghiottirà il loro rivolo. Brillerà la superficie di nuovo lucida del metallo, e di quei morti sfatti non resterà che questo pensiero opaco.

Anche le persone ammazzate vengono inghiottite dall’acqua e dall’oblio. Pioggia dopo pioggia, anno dopo anno, bugia dopo bugia. Risplende il metallo delle medaglie come la lamiera tornata nera, dopo la strigliata delle spazzole dell’autolavaggio; ma i volti sulle fotografie in bianco e nero no, sono tutti sbiaditi o strappati. E nessuno li può davvero ravvivare, ricongiungere, resuscitare. Non restano che la retorica stantia, le analisi dei libri di storia impolverati e certi piccoli pensieri casuali, torbidi come l’acqua con la sabbia, figli notturni di infelici associazioni mentali.

(3 giugno 2008)

Sempre di domenica

 

la mia pasqua è iniziata tardi.

ieri, dopo il lavoro, sono passato a trovare un mio amico che se la passa male; sono stato a casa sua a chiacchierare fino alle 2 passate. sono arrivato a casa dopo le 3, e mi sono addormentato che erano già quasi le 4. stamattina mi sono svegliato la prima volta alle 9:30, poi di nuovo alle 10:45. mi sono alzato, controvoglia; mi sono lavato e ho fatto una piccola colazione. sono uscito a prendere una borsa che avevo lasciato in macchina. o forse cercavo un altro tipo di nascondiglio; difatti, una volta aperta l’auto, istintivamente mi sono seduto e ho chiuso la portiera. ho acceso il motore come un falò sulla strada, per scaldarmi. un minuto più tardi ero alla guida, girovagando senza destinazione, solo col pretesto di infuocare il motore perché l’aria calda dalle bocche arrivasse svelta sui miei piedi. venti minuti circa, e sono tornato dall’insulsa gita. casa era lì dentro, e ci sono rimasto un’altra mezz’ora o forse più, immobile nell’abitacolo, ad ascoltare la radio. poi, finalmente, sono rientrato in casa con la borsa in spalla. non ricordo molto di cosa sia successo nell’ora successiva. tant’è. dopo aver lavato l’ultima tazza mi ha preso, irresistibile, la debolezza di tornarmene a letto. ho giocato un po’ con il pc, ma mi sono stancato quasi subito. ho risposto a un paio di sms d’auguri. solitudine. entrava luce grigia dalla finestra. la pioggia ticchettava noiosa sul mio tetto, meno di due metri sopra le mie orecchie; ed io sentivo freddo, sempre più freddo. un’arietta gelida mi pizzicava la punta del naso, quasi fosse una mattina di gennaio. non ne volevo proprio sapere, di uscire dalle coperte. alla fine ho messo sotto anche la testa, e sono scomparso dalla stanza. sono stato altre due ore così, rannicchiato su un fianco, perso in un confuso dormiveglia. l’inaspettata e poco allegra telefonata dell’amico in difficoltà m’ha riportato alla realtà di una giornata nata storta. poi mi sono alzato, ho fatto finta di fare un po’ d’ordine e sono uscito di casa. un’ora e mezza di viaggio sotto il diluvio. un’ora e mezza su strade poco conosciute e molto scivolose, piene di buche. un’ora e mezza a strizzare gli occhi per leggere le poche e scostanti indicazioni stradali, rese ancor più confuse dall’ondeggiare ipnotico dei tergicristalli. pioveva, senza sosta. e la luce calava, e la strada non finiva, e lo sconforto cresceva. un’ora e mezza per arrivare qui, dove sono adesso, in un posto mai visto per una cena in sostituzione del tradizionale pranzo. un’ora e mezza per passare un po’ di tempo in famiglia; ma sono arrivato tardi, ed ero stanco, e la compagnia era anche fin troppo estesa. tutta brava gente, tra cui anche alcune persone che già conoscevo e che stimo; ma non ho trovato, al mio arrivo, la calda intimità che avevo immaginato, sperato, inseguito sotto a tutta quella pioggia. che peccato.

il dormiveglia pomeridiano deve avermi fatto bene, e in fondo, so per certo che esistono giornate infinitamente peggiori di questa. non che sia contento; ma l’idea mi conforta. viceversa, non avrei avuto voglia né spirito per mettermi a scrivere, per raccontare questa parentesi di niente, pazientemente.

 

 

4 aprile 2010

Tregua

Ho riscoperto quanto calore c’è nel centro del palmo della mano
ho allungato le maniche alle magliette
ho finalmente i capelli dell’anno scorso
ho voglia di raggiungerti nel letto
ho trasformato quadrati di polvere in dischi da riascoltare
ho convertito soprammobili rettangolari in libri che a breve leggerò
ho una borsa che non si bagna e un thermos che non si raffredda
ho la sensazione che ti stanchi di meno a rincorrermi nei pomeriggi
ho ricordato l’importanza di non sottovalutare le persone
ho problemi che restano irrisolti, ma anche la forza di non esserne ossessionato
ho idee semplici e obiettivi concreti
ho perso un po’ di fantasia ma ritrovato un po’ di lucidità
ho molte tasche in più addosso
ho un sorriso in più grazie al tuo regalo a quattro dimensioni
e ho ancora voglia di raggiungerti nel letto, e mostrarti quel sorriso
ho finalmente qualche buon motivo per lamentarmi
ho nuovamente qualche buon momento per scrivere
e tutto questo e anche di più
si chiama ottobre
ed io
sto quasi bene.

E allora non tradirmi, ottobre
con le settimane di pioggerellina incessante
con le pozzanghere nascoste
con i treni che ritardano
con gli autobus che non passano
non punirmi col vento,
se ho voluto darmi delle arie
con la giacca più leggera
non startene in agguato minacciando nebbia e monotonia
non esagerare con la malinconia
né con il traffico
e resisti fin che puoi
ché temo
che i miei pori siano sempre meno impermeabili all’umidità
e i miei occhi sempre più allergici al grigio
i miei novembre all’apatia
i miei dicembre alla noia
i miei umori alle cattive notizie
ed è sempre più difficile impedire
ai miei amici di allontanarsi
ai miei ricordi di sbiadire
alla mia conoscenza di imbarbarirsi
ed il mio volto sembra più bello
ma la mia anima la sento imbruttire.

Non sono pronto ad alcun inverno,
né a quello che allontana da sole
né a quello che ghiaccia i sentimenti
e anziché adeguarmi al gelo
mi intestardisco nel continuare a cercare
un po’ calore
nei palmi delle mani
nelle maniche
nei letti
nella musica
nelle parole
nelle notti
nei pomeriggi
nelle tasche
nei sorrisi
e in quel che resta degli amici, e della memoria
ed è caldo e non sbiadisce il ricordo
d’una giornata d’un ottobre di due anni fa
e in fondo è da allora
che fa un po’ meno freddo

(10 ottobre 2006)

 

Siamo spiacenti

Tonari.no.Totoro.full.171756

Non è un luogo comune: qui in Italia, i mezzi pubblici sono spesso in grave ritardo.

http://www.mymovies.it/film/1988/ilmiovicinototoro/

Persone assiepate sotto la pensilina vecchia, sgocciolante d’acqua. Qualcuno fissa le scrostature estese della vernice tricolore. Alcuni si sono persi dietro ai vetri, ormai opachi e crepati. Altri hanno cambiato idea, e se ne sono andati verdi di collera dentro ad un elegante taxi bianco. Rossa è la ruggine ventennale che sgretola lo scheletro della pensilina e la passione dei passeggeri invecchiati, o scomparsi nel blu delle notti, forse inghiottiti nel nero della morte acerba.

Stavamo lì ed eravamo in tanti, fermi ad una fermata spettrale dove non si ferma niente. Il tempo ci ha pian piano decimati e fiaccati come colori che sbiadiscono lenti in decenni di pioggia. Infine ci siamo sentiti esausti, persino più rotti e grigi del marciapiede sbriciolato su cui abbiamo aspettato troppo a lungo. Ma proprio quando stavamo per abbandonarci ad una scontata rassegnazione, abbiamo udito il risveglio dell’altoparlante della stazione che ha gracchiato la riapertura del cielo.

Ed ora eccola, la sagoma del Gattobus, che si stacca dall’orizzonte e si gonfia di più a ogni minuto. Arriva, finalmente: ma chissà che non sia troppo tardi, oramai. Per alcuni, di sicuro. Quanto a me, ho la barba lunga come la noia di certe estati senza cinema e i capelli bianchi di disincanto. Sono stanco, accigliato, coi talloni doloranti. Eppure sono ancora qui, con una viva curiosità e un’impazienza che già mi suggeriscono un colore, una possibile risposta.

 

(21 settembre 2009)

Io di celluloide (cut)

I

Voglio una vita come quelle dei film
personaggio di me stesso
un poco malinconico dietro al broncio
(beh, come nella realtà)
ma bello, fascinoso
col passo sicuro, padrone della scena
(beh, non proprio come nella realtà).
 
Sempre con la colonna sonora perfetta
il ritmo giusto
una bella canzone nelle orecchie
anche se sei per la via o in ufficio
e non hai le cuffie in testa
e la musica scandisce i momenti
crea perfette atmosfere
e, a volte, è scritta apposta per te
e se ti annoi
arriva il pezzo giusto, in diffusione
scelto tra gli archivi musicali
di tutto il mondo
di tutti i tempi
tutte le culture
e colori.
Tutti gli strumenti, suonati dai più grandi
tessono il sottofondo delle mie giornate
e sottolineano stati d’animo e d’azione:
un giro serrato di basso quando sono teso
e chi mi vuol ferire cammina su una batteria
ch’io possa sentire i suoi passi;
un lancinante chitarra blues quando ‘ho i diavoli’
o un morbido sax tenore quando guardo la città dai tetti
o quando il mio passaggio squarcia il vapore che sale dai tombini
un contrabbasso legnoso mentre mi aggiro in quartieri lussuosi
o quando io e una bella ragazza ci divertiamo
un pianoforte leggero e triste, e scorrevole, e cromatico
quando scrivo di me stesso
o quando piango in silenzio
e poi un potente e gotico coro di baritoni
una voce tragica
per sottolineare la mia fine.
 
Sempre con le luci giuste:
calda e perpendicolare di giorno,
traccia ombre brune e segni decisi sul mio volto
e poi di notte,
in casa, in un bistrot, o per le strade di città
sempre quella luce d’un blu chiaro
che dipinge due quarti
di me, del mio trequarti
nero sarà il quarto centrale
e rossa lultima fetta
o la sola linea di contorno della testa
come un ipotetico lato oscuro della luna
illuminato da un pianeta in fiamme.
Oppure un film in bianco e nero
poco bianco, molto nero
grigio pochissimo, se non quando la nebbia m’avvolge le membra
o quando il pennacchio d’un treno a vapore riga la notte
ed il mio ed il tuo ed ogni altro corpo
saranno maestose fotografie, sempre un filo sottoesposte
oppure tavole a china, fumetti
sempre ben disegnati e pieni d’invenzioni
e dalla bocca non più voce, ma lettere
un bel film adattato in albo
cartonato, pubblicazione specialissima e numerata
posto di rilievo nella libreria
qualcosa da conservare, insomma
come una vita indimenticabile
in edizione limitata.
 
E avrei un lavoro appassionante e terribile insieme
come quelli di Redford o di Russell o di Eastwood
o i migliori in assoluto, forse, se fossi collega di Ford
ma quelli troppo espressivi di Brando e De Niro
di Hoffman e Pacino
no
non ne sarei all’altezza.
O ancora ladro di pasta e fagioli,
scuola serale dal più grande comico del mondo
o mille altri lavori da film
sempre ideali
vi basti pensare
che ti lasciano sempre un sacco di tempo libero.
Oppure disoccupato, va bene
se poi hai il mento di un Travolta
ed anche le sue anche
e le mani di un Fonda
la chioma dun Redford, la barba dun Russell, il naso dun Eastwood
(sì, gli stessi tre che avevo fatto licenziare)
e la fronte di un Connery
le sopracciglia di un Nicholson (ed i suoi denti pure)
i baffi di un Selleck
il broncio di uno Steiger
gli occhi di un Newman
o anche solo
lo sguardo di un Dean
che non invecchia mai.
Una visione vagamente viso-centrica
ed ultra-virile (misogina? chissà)
ma questo passa oggi il convento dei “voglio”
è necessario giustificarlo?
Se fossi un personaggio
uno come quelli che cerco di raccontarvi
non mi chiedereste nulla
vi basterebbe la mia sola presenza scenica
né io perderei tempo a spiegare quel che faccio
per primo a me stesso
come invece ora
perché non sto dentro ad alcuna pellicola
ma sono fuori
fuori di senno
fuori corso in questa vita fin troppo poco finta,
Fuori orario.
 

II

Voglio una vita così
come Steve McQueen
su macchine rombanti a stelle e strisce, un attimo prima
in prigioni esotiche ed allucinanti, un attimo dopo
ma sta bene, “è solo un film”
anche se è una storia vera, non ha importanza.
Una vita dove non devi perdere il tempo a dire cosa vuoi
dove non c’è bisogno di ventilatori, se fa caldo
o di indumenti ridicoli e goffi, se fa freddo
una vita
con dodici mesi d’estate
e tre mesi d’inverno
(si, sono brevi questi anni veri)
un’estate così lunga che racconterò altrove
e un inverno piccino
che si chiude in un Dolcevita

o nella tasca di un cappotto
sempre con la neve, che invece già raccontai.
 
Lunatico ed istrionico figlio di buona donna
cattivo e divertentissimo
o tenebroso antieroe
ammalato di solitudine
eppure da essa ingigantito
ma smarrito
in fumosi e malfamati bar
o colorati e accoglienti diners
o solitari e lampeggianti motel
o in metropolitane buie e delittuose
ai piedi danzanti calzature impeccabili
sulle larghe spalle un impermeabile calzante
per ripararsi dalle gocce
d’una pioggia formato Niagara
e niente piedi nelle pozzanghere e grigiore
né ombrellli rotti, né raffreddore;
una pioggia che vuol dire
cieli bianchissimi, pettinature perfette, muscoli guizzanti
e rivoli d’acqua che solcano i vetri d’un finestrone
e che ridisegnano il mio volto, per voi che guardate dall’esterno
e reinventano il paesaggio, per me che sto dall’altra parte
con l’asciugamano al collo ad ammirare corrucciato
alle mie spalle un fuoco acceso in un camino
e quel trench, sulla sedia, ancora in piega perfetta.
 
Affaccendato tra carte e ritagli e nastri
o in cerca di tesori inimmaginabili
comunque con la giusta battuta
la giusta situazione
sempre protagonista
scivoli teatrale da uno sguardo all’altro
come in uno storyboard di meccanica precisione
e sei sempre, o quasi, vincitore delle battaglie
e autore di imprese
rese eterne da inquadrature leggendarie
e magistrali carrellate.
Ti guardano gli altri
con gli occhi di un grande regista
scegliete voi quale
e danno significati particolari a tutto ciò che dici
e vedono una grande metafora nella tua vita
e ciò che fai è allegoria dei loro fantasmi
e molto, moltissimo altro ancora
che non si può scrivere tutto in una volta
già così è pressoché banale
eppure magico, contemporaneamente
atificioso e stupefacente
come un effetto speciale.

cut
 
 

 
(luglio 2005)

Stretti

avrei voglia di starmene nel letto
a sentire lo scroscio della pioggia
e i clacson delle automobili
fuori c’è un aprile che pare novembre
scatta l’orario di punta
e troppi androidi bestemmiano in coda
immobili.
tutto questo
mi fa un po’ paura

avrei voglia di starmene nel letto
stretto stretto
accanto a qualcuno
sotto una coperta che protegga
dall’acqua sporca
dal traffico rabbioso
dai governi disonesti
dalle decine di brutte notizie
e mettiamoci anche la testa sotto
così che non si possa sentire più nulla
se non il suono lieve dei nostri due respiri
solidali, accordati in un’armonia fuori dal tempo
in cerca di un oblio che no, non potrà essere eterno
ma dimenticando la cognizione del tempo, sembrerà tale

dai, restiamo nascosti
almeno fino a domani
non facciamoci male
teniamoci per mano
senza torcerci le dita
ma al tempo stesso
stringendo più che possiamo

 

 

(14 aprile 2008) 

9 marzo (night in gale)

un anno fa a quest’ora
ero già uscito dal cinema vuoto
avevo guidato tra curve piovose
dentro a boschi di abeti scuri
spremendo gli occhi e i fari
i tergicristalli.

avevo attraversato semafori e valli
costeggiato laghi e piazze di cerchi
su e giù senza strappi né urli
come sopra un ottovolante triste
che non diverte, che non esiste

in picchiata per discese larghe e vuote
in arrampicata su tornanti erbosi
e l’orologio correva
e la radio parlava
e la cuffietta cantava
e la pioggia cadeva.

dentro un labirinto di cartelli verdi e blu
appoggiato al fianco sinistro della pista
correvo senza radar o bussola
in orbita attorno alla città
ma la rotonda girava
la strada finiva
il freno slittava
la cuffietta si preoccupava
e il giro ricominciava.

a quel punto le strade percorse erano tutte sovrapposte,
come linee rosse tracciate sull’immaginaria carta geografica:
l
unica porzione rimasta bianca era la meta che stavo evitando.
 

Passato il ponte, girata la curva
la macchinina nera si rigira su se stessa
ecco che arriva la bambina con il radiocomando rotto
si prende la macchinina esausta in braccio
e accarezzandola, la porta in salvo.

 
un anno fa a quest’ora
stavo scappando verso la riva
correndo per finta appresso alle papere
e tornando per finta a quel che credevo inevitabile
sciogliendomi tra il fumo e il luccichio dei lampioni sull’acqua
come fossi dietro al vetro rigato di condensa e di gocce
ma dalla parte sbagliata.

tutta quella strada
per scovare quell’angolo buio di terra
approdando come un naufrago, una zattera d’anima
con i pensieri di legno marcio, le parole stracciate e zuppe
quella sera io
sono quasi annegato
e anche oggi che sto sulla terraferma
oggi asciutto, posato, meno spaventato
non ho dimenticato
quell’odissea
della sera
di un anno fa.

(9 marzo 2009)

Adiacenze Stazione

 

Scelgo il fiasco, no, il candelabro: tiro il dado e parto.
Alla prima occasione mi comprerò il Vicolo Corto.
Senza tante pretese e di poche spese, tutto mio.
Eh, sì: oggi una pedina del Monopoly ero io.

 
e

Le locomotive piovono sul vetro
e la pioggia suona, senza metro
la musica sferraglia sul binario
il giorno muore, senza orario:
respiro di un lumicino tetro,
visioni sonore fuori sipario.

Naufragio

Intento a sbrigare le ultime pratiche per archiviare questa giornata, fatta di pensieri guasti
inevitabilmente rumorosi – prova che son davvero rotti.
Il fatto è che non puoi tirarti indietro
non puoi ruotare gli occhi, fischiettare e buttarli via
sono lì, da affrontare
spero almeno di trovare gli attrezzi adatti prima che cedano del tutto
prima che ricapitino altre notti come ieri
di quelle in cui rimani a piedi nel mezzo d’una notte
passata in bianco, a cercare di capire.
Metafore deboli
le cose meccaniche non provano dolore
fanno un po’ di fracasso, sì
ma non ansimano
non hanno il tormento
rischiano di spaccarsi se non sono ben lubrificate
ma spiegateglielo voi ad un congegno o ad un motore
che cosa sia un senso di colpa
raccontategli voi di come sia possibile
che non esista olio che possa impedire
l’inevitabilità di certe cose
e non c’è meccanico che possa riparare la paura
forse un abbraccio
come quello in cui ho poi trovato sollievo, e affetto c
on cui ho ritrovato il sonno
eppure rimane
tutto
tremendamente
difficile.

Mattina iniziata troppo presto
tanto che quasi non mi accorgo di come non ci sia nessuno per le strade nessuno nelle stazioni
nessuno sui treni
però poi apro gli occhi e vedo
allora penso a tutti quelli che sorridono nei loro letti, al riparo dal mondo
ma non sono i loro giacigli caldi a scaldarmi l’umore
quanto l’accorgermi che non è affatto una mattina così malvagia.
Le rotaie scivolano lucide, le stazioni scorrono rapide
e la pioggia ha sciacquato il cielo
che è meno grigio di certi giorni di sole
anzi, è bianchissimo
e l’aria sembra più leggera
per ogni goccia un granello di smog
in ognuno di quei letti una briciola di stress.
Così uno prova a sorridere
ma quello che scompare fuori, lo si ritrova dentro
un luogo dove la moquette si tiene la polvere stretta stretta
e non ci sono bianche gocce a spingerla giù
a portarla con sé.
Un luogo fatto di mezzucci e omuncoli
e di piccole cattiverie per minuscoli pezzi di potere.
Provo a coprire l’amaro con brioche e caffè caldo
aspetto la campanella
poi via
tra file di macchine che oggi non solcheranno l’asfalto
tra panchine zuppe e solitarie
tra file di alberi gocciolanti e bui
scappo dalla città vuota, in cerca di casa.
Ma tanta attesa mi attendeva, in quella stazione dei pullman:
desolata, dimenticata
tra facce che si cercano per farsi un po’ di compagnia
tra braccia che s’intrecciano per ripararsi un po’ dal freddo
ed io immerso in molta acqua
in troppe preoccupazioni
piove ovunque sulla testa
una pioggerellina fattasi quasi vapore, fina
e piovono i Cure nelle orecchie
ed è un suono liquido per davvero
e piovono immagini negli occhi
come quella del mio volto che si specchia nelle pozzanghere
come le impronte delle mie scarpe con cui gioco a timbrare il marciapiede
e piovono frasi nella mente
così semplici e belle che le vorrei fotografare con una penna,
sulla pellicola a quadretti del blocco
e penso che in serata potrei posarle sulla rete
un post un po’ triste scritto con parole felici.
Ma le braccia non si vogliono districare
ché l’umido vuole entrare
nelle ossa nelle tempie
ossa ossidate
rugiada che arrugginisce
no, oggi non è il caso
né di questi piatti giochi di parole
né di quest’autunno che vedo là fuori
che sento qua dentro
e ora forse lo capisco, il perché
delle foglie che in questo periodo hanno il colore morente della ruggine
o quello dimenticato del rame uguale a quelle pentole che non si usano più
e mentre mi avventuro in questi paragoni avventurosi,
la mia attesa si esaurisce
come il mulinello d’acqua in quel tombino che fisso inebetito.

Poi tutto il resto
un viaggio che sa di tregua
al capolinea il paesino pieno di turisti
per loro il cimitero come la riviera per i tedeschi
questa via piena di gente che non vuoi incontrare
approdi al portone su per le scale, a perdifiato
varchi la soglia e chiudi forte e veloce la porta dietro di te
come per spingere fuori la malinconia
come per vincere una corsa ed entrare
prima che quelle persone, quell’acqua, quei pensieri ti raggiungano
come se quel legno potesse davvero proteggerti in qualche modo
eppure davvero ti senti già meglio.
La casa non è però un focolare già acceso
è vuota di persone, ma zeppa di cose da sbrigare
le mura umide da scaldare ma
c’è anche il suono del pentolino che borbotta e
dentro c’è l’acqua fumante per il tè e
c’è lo zucchero che aspetta sul fondo della tazza e…
Insomma, un po’ di pace
scocca anche per me l’ora del giorno festivo
e anche se è già buio, che importa.
Così finalmente mi assopisco
dopo ore mi risveglio col volto livido e tragicomico di Benigni
e il canto commovente e ipnotico di Offenbach.
Intanto mi accorgo che quasi non ricordo più nulla di oggi ma
ecco che – incosciente! – mi viene il tarlo di salvarne il salvabile
perché lo voglio buttare giù
nel senso di renderlo testo, sì
ma anche inteso come un tappo da ingoiare
o una zavorra che ci si scrolla di dosso
proprio come gli alberi odierni,
che si liberavano di foglie e goccioloni
magari per sentirsi l’animo meno morto
ma forse ci son cose che vanno fatte sgocciolare verso il dentro
che bisogna buttare giù
per deglutirle, digerirle
e farle proprie
come le esperienze. Com’è che si dice?
“Chi non sa ricordare il passato, è condannato a riviverlo”
qualcosa del genere.
E allora no
domani sia pure un giorno ordinario e noioso
e oggi rimanga oggi
sapendo che tornerà a breve a trovarmi, va bene
ma nel frattempo riprendo fiato
mi concentro
chiudo gli occhi e poi
pronto ad immergermi
a guardare negli occhi tutto quel che ho sommerso
e che ora spinge per tornare in superficie
per vedere la luce
come quella che tra poco farà capolino
eccola, dietro l’orizzonte.
Buongiorno,
ieri è passato.


(2005, notte tra ognissanti e i morti)

 

 

 

 

Lo specchio rotto

un fine settimana che sento già suonare: triste
una giornata in barca – uno dei due fari è annegato
la sera morta in fondo alla pinta di birra dorata. vuota.

mi alzo come l’occhio che sceglie un taglio diverso per l’inquadratura
il mirino pronto a planare sui campi, osservando tra gli alberi, fino all’orizzonte
nelle orecchie una colonna sonora bassa e dura, da farmi sanguinare i timpani
l’eco grave delle meschinità delle persone che parlano di cose che ignorano
più altre microbiche ingiustizie assortite che mi fan venire il mal di gola
e non ne vale la pena, mi dico, anche se mi da fastidio mandar giù.
ma nei miei occhi riposa l’eleganza di Seurat
brilla il suo lampione ad olio spento, fatto di niente;
sfavilla l’energia del Caffè di Notte di Van Gogh
e divento pazzo, esplodendo di sangue rosso come le pareti;
riluce il colore placido delle acque marine di Signac,
e ormai immagino anche me diviso in minuscole tessere di mosaico.
un cipresso dipinto con tocchi di colore puro si erge nella foschia notturna.

dentro alla macchina la radio suona e piove e canta e piange più di così
la lieve serenità, agile ed elegante, i Roxy Music di More Than This;
l’allegria inaspettata e dirompente, woo-hoo!, i Blur di Song 2.
placido, il volume della radio ora va giù
dorme il motore dietro al faro morto
io un poco più vivo di esso
pronto a spirare, divorato da letto
in testa il rumore dei progetti e la luce
del Pointillisme, le tinte pure della mia disfatta
l’odore della pioggia e della gommina dei tergicristalli, cotta
le fotografie che frusciano come le foglie in bianco e nero
del loro grigio autunnale si tinge un onirico inferno
dove sono condannato ad un eterno inverno.

apro la portiera e
cado nella strada
rotolo per la scala
scivolo dentro casa
precipito dentro me stesso
sprofondando in questo bisogno di
scrivere un momento – o cedere allo svenimento?
a tenermi sveglio il pensiero di un mondo fuori che è ancora sveglio
in cui le persone furbe, più sveglie di me, fingono e ridono e si sentono furbe
e senza contraddittorio si reinventano giuste, nella loro eterna estate
mentre più lontane, con gli occhi più gonfi di sonno e di pianto
le persone buone sfioriscono nella loro primavera tardiva
e si seccano e arrugginiscono, poi cadono
sono per terra. stanno male.
ed io?
eccomi lì, nel dipinto dei prossimi giorni
nero livido e dormiente ma
pronto a svegliarmi
ben riposato per essere pronto
con il coltello in mano e il sorriso in volto
pronto a ferire a morte chi non è stato mai cattivo
pronto a far piangere il volto che riflette
questa mia riflessione
questo fine settimana
e questo dolore violento.
e così cerco rifugio nella pittura
e nelle eco e nel sonno
e nei sensi e nelle recriminazioni
ma in mille riflessi di frammenti di specchi
vedo l’unico volto che mi fa rabbia
ed è quello mio.

non ha ricominciato a diluviare, eppure
si sente ancora gocciolare.
sono il mio pietismo e i miei sensi di colpa
le molte ipocrisie rimaste mute
che colano via e inzuppano la notte e le sue parole
che andranno perdute o moltiplicate
confuse dal caleidoscopio psichedelico di queste giornate
come le date scarabocchiate o incise, tatuate
che rimarranno impresse sul calendario di questo fine settimana
che mentre scrivevo ha incominciato, triste, a suonare.

(2009, un fine settimana di ottobre)