Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

La 45

– Sentirti inghiottire dal sonno e chiudere gli occhi sulla strada di casa, senza paura, sicuro che non andrai a schiantarti. Ovvero dormire così profondamente da trasformare un’ora in due, mentre qualcun altro sta guidando per te. E poco importa che sia uno scorbutico e grigio autista di pullman. La mia auto chiusa nella Milano che sta chiusa negli specchietti. La sera sui sedili e il tepore del corridoio, mentre dormo nascosto sotto alla giacca sulle mie ginocchia.

– 45?

– Non più, da molti mesi. Passano i mezzi pubblici ed anche il tempo. Mezzi e mesi, e anche mezzi mesi. Il corridoio caldo e i sedili buoni per svenire sono quelli di un pullman che va verso Sud; Milano era negli specchietti retrovisori perché me la stavo lasciando alle spalle; lei, e tutto quello che ci sta dentro. I suoi palazzi, i suoi tram, le sue foglie cadute, le sue strade, i suoi motori. Come quello della mia auto parcheggiata. E chissà se ora riposano i motori malsani dei bus della linea 45, costretti tutto il giorno in un percorso chiuso e triste che si tiene la città dietro e di fianco, per poi tornare a vedersela davanti. Autobus della periferia Sud-Est. Non ci salgo più e mi scappa da pensare: “per fortuna”. Come se mi avessero fatto qualcosa, quei poveri scatoloni di lamiera arancione, col corridoio freddo e informe che non è un corridoio, e striminziti sedili di plastica che paiono quelli di un ufficio postale. Come se la calca delle sette e cinquanta fosse colpa loro. Come se quell’odore acre di gomma bruciata fosse davvero in grado di rovinarmi la giornata. Le giornate… quelle resistono agli odori. Oppure si rovinano da sé.

 

 

(22 ottobre 2009)

When my legs no longer carry

oggi ho capito che la mia avventura, lì dove lavoro, deve finire entro la fine di quest’anno. o perché no: entro l’inizio del mese prossimo, se mi pagassero quanto vorrei. per cominciare, che aggiungano duecentoventi euro alla mia buonuscita, visto che sono così stanco che mi addormento sempre sui treni. e sul treno, oggi, mentre dormivo, m’è sparito il mio netbook. era praticamente nuovo, e devo pur dar la colpa a qualcuno o qualcosa: al sonno, al lavoro, ai treni, ai passeggeri ladri. figurarsi se la do a chi quel povero aggeggio se l’è dimenticato sul vagone, di fianco al sedile. quel rimbambito.

comunque sia, la giornata di oggi ha fatto davvero schifo.

fortuna che il mio profumo non svanisce nemmeno dopo tanta fatica. i miei fiori continuano a crescere, e sento che sono sempre più belli, anche quando non conosco o ricordo la loro forma. fortuna che alla fine torna sempre la luna. ed è di nuovo tempo di papaveri. fortuna che alla fine arriva sempre la sera. la luna illumina le assi di legno del ballatoio. luna che entra da tutte le finestre, e grande dorme anche di fianco al mio, di letto. è tempo di erba matura e di grilli adolescenti. evviva, alla fine arriva sempre il momento di ascoltare la musica.
tutte cose che valgono molto più dei miei stipendi e delle mie liquidazioni. più dei miei sciocchi averi, conservati o rotti o perduti. tutte cose che no, non puoi mica farne a meno. non puoi perderle perché non le puoi ricomprare. sarà perché arrivano alla fine. quando tutto comincia.

(18 maggio 2011)

Come isole

 

Tipicamente autunnale,
lasci la città ancora tiepida e luminosa
chiudi gli occhi sul sedile davanti
li riapri sul vetro a lato
e già fa freddo, e già è buio.
Così uguale a un qualsiasi ritorno
da un giorno di scuola a tempo prolungato
quando era novembre e non studiavi
“rimedierò poi, adesso non mi va”
era il tempo di nuove paure e diffidenze
di rinnovate timidezze.
Ci si conosceva quasi tutti, sì
ma l’estate portava via un po’ di memoria
in cambio di amici a tempo determinato
o come spesso accadeva, era avara
e offriva lunghi pomeriggi di silenzioso sole

e troppi gelati
e giochi noiosi.
Erano solo compagni di classe, in autunno
alcuni erano sempre lontani e scenografici
sagome grigie come colleghi in un ufficio finto
ma anche i più vicini e vivi non li trovavo divertenti
non ero poi molto contento di rivederli
accostavo le loro esistenze al mio sonno doloroso
e ai compiti per casa che non riuscivo mai a finire in tempo
loro, con cui avevo condiviso giochi e risate nella primavera precedente
erano ora rivali nel momento della di un’interrogazione troppo prematura
e diventavano persino nemici nel momento in cui ero io ad essere chiamato
e non mi strappavano più nemmeno un sorriso.
Poi la nebbia svaniva, e con essa le amnesie
ed ecco le sagome animarsi, i nemici allearsi
la grande finestra oltre il banco
guardavo i marciapiedi inzuppati d’acqua, le foglie macerate
ed ora mi piace pensare che quel manto rugginoso e lucido
fosse così scivoloso per poterci far scorrere velocemente, lontano dai timori
e scivolando via ci ritrovavamo sulla soglia di un nuovo anno.
Le feste che finiscono subito
l’inverno che non finisce mai
eppure è già marzo, il tempo è volato
“no, ma che dici”
“ma se è stato un attimo”
e chiacchierando è già maggio
alcuni sono rimasti compagni
altri si sono messi in testa di entrarti nel cuore.
Era proprio necessario?
Non posso neanche fissare la luna in pace
mi toccherà ricontarvi tutti, comparse comprese
e se dimenticherò qualcuno non me ne accorgerò
oppure mi dirò “pazienza, non è possibile ricordarsi di tutti”
ma se un giorno una visione dovesse rinverdire la mia memoria
allora sentirò forte il bisogno di scusarmi
con la comparsa scomparsa che comparsa non era
e mentre cercherò goffamente di spiegare queste cose
la comparsa ricomparsa mi guarderà con aria confusa
e forse si convincerà ch’io sia diventato pazzo

o un tossico, magari.
Avrà ragione in ogni caso:

la mente si ammala di ricordi,
e la nostalgia genera dipendenza.

Scorrono le ultime case,
stacco gli occhi dal finestrino e lo sguardo dagli autunni di ieri
mi caccio nella giacca
frenata
saltino
sono in strada.
Il vento fa roteare un ricciolo arancione
e la tentazione di imitarlo mi assale.
Anch’io un ricciolo di foglia che si lascia trascinare
così, riarso e fragile e moribondo
sull’asfalto, pronto a sfaldarmi un caldo crepitio
e invece no
non si può essere così deboli
già sdraiati sulla strada in cambio di qualche onda d’aria
mentre le altre foglie tue simili, quest’anno
rimangono aggrappate con tutta la forza
a quegli alberi che hanno ancora folte chiome
e le piogge tardano ad instaurare il loro regno triste
ed a spezzare questo verde abbraccio. No
io tardo con loro, senza  farmi spezzare
dalla stanchezza, e dalla nostalgia.
E quest’ultima è semmai forza
quella che mi fa restare intero
vivo
e non mi fa perdere la via di casa
come una corda invisibile
come quella striscia dipinta sulla strada
a cui t’aggrappi con tutte le forze quando,
inghiottito dalla notte
o dalla nebbia, o dai cattivi pensieri
la tua auto sbanda per un istante
e i tuoi occhi stanchi ci vedono così poco
ma non puoi morire in un abitacolo
e allora quella corda bianca è l’unica salvezza
e le mani stringono il volante
ma le vere mani sono ora le due ruote a sinistra
e non puoi mollare
non vuoi
non devi.

Cammino lento
non voglio approdare alla meta
senza che l’energia di questo pensiero si esaurisca
e poi, mi chiedo, in cosa si trasforma l’energia di un pensiero
se per definizione non può morire?
Può l’anima
essere lo specchio dell’universo
e come esso dilatarsi all’infinito
fino a sfaldarsi?
Il cuore è una supernova
collasserà su se stesso fino all’apatia
poi esploderà
creando un’ellisse luminosa
ed una nuvola di gas e materia balenerà tra le stelle
pare quasi di poterla già vedere
guardala
è un’immagine di sublime bellezza
e tanta più luce si vedrà
attorno a chi ha tanto amato
e quanta più materia viaggerà nello spazio
creando altri corpi, altra vita
l’unica memoria immortale
fatta non di immagini
ma di atomi
eravamo non polvere
ma stelle
e stelle torneremo, un giorno.
Magari è solo un dio che espira
poi inspirerà
il cosmo collasserà su se stesso
e tornerà ad essere grande come una biglia
solo allora ci ritroveremo

ci riuniremo
tutti.
E invece

la corsa non rallenta
le galassie si allontanano a velocità sempre crescente
gli spazi diventano via via più sconfinati.
Allora penso a noi umani
a noi puntini invisibili
noi anime stupite
che guardiamo la luce delle stelle
così lontana nello spazio e nel tempo
e quindi penso che anche noi non facciamo che allontanarci
e la luce delle persone cui abbiamo voluto bene
non riesce a seguirci, ma resta in un passato sempre più remoto
e noi, come fiondati da un’orribile energia propulsiva, ci dividiamo
e le nostre distanze diventano incolmabili
dilatate 
da distrazioni e pigrizie quotidiane
dall’orgoglio e dall’orologio
da questa vita stanca
ché siamo così deboli
è quindi di un’energia negativa si tratta
ma pur sempre energia,
non muore.

Non muore
la mia ostinazione
a tenere con me quel che resta di quei volti
quelle voci
quelle immagini
come avvolte da un’opaca pellicola
e come una pellicola
posso fermarmi su un fotogramma
ma non giro io la bobina
c’è un proiezionista sconosciuto
molto incostante
ma a volte si sveglia
cambia il rullo
ed ecco un filmato inaspettato
stop.
Un fotogramma dimenticato
torna indietro
stop.
Fammi una copia di questo
non si può
devi chiudere gli occhi
e stringere tra le palpebre quell’immagine, quel ricordo
ma è già così sfumato…
Ecco il segreto
per cui la sera ci si ritrova a scrivere
non è altro che il disperato tentativo
di fissare nelle parole certe immagini sfuggenti
certe sensazioni che ti trapassano
e che potrebbero non tornare più
così chiedi alle lettere di correre veloci
e di inseguire te stesso
e non è che la rincorsa verso il ricordo di un ricordo
che si è già trasformato
e suona così fittizio nelle parole
romanzato un poco
eppure sincero.
Ogni istantanea che ti attraversa
e che ti coglie sempre impreparato
provi poi a cercarla
e a raccontarla che la miglior metafora che puoi permetterti
ma al cospetto di quel lampo
ogni sforzo linguistico appare così flebile
ogni metafora così misera, insufficiente.
Tuttavia ricordo che una volta
fui colpito da una sensazione anche più potente del solito
e nostalgia e malinconia furono così energiche nello scuotermi
che provai subito a disegnare quell’attimo.
Così vidi questo:
io che cammino ignaro
poi qualcosa o qualcuno
passa e mi squarcia la gola
e mi versa dentro un liquido tiepido e salato.
A voi non è mai capitato?
Mi riferisco a quegli istanti
in cui hai la sensazione improvvisa che entri più ossigeno nei polmoni
come se l’aria entrasse direttamente dalla trachea, oltre che dal naso
e una frazione di secondo dopo
senti che dentro a quel collo come aperto
ci sia rovesciato dentro un liquido caldo ma

non così tanto da scottarti
anzi tiepido, doloroso e piacevole al tempo stesso
e lievemente salato
ne senti chiaramente il retrogusto in fondo al palato
e quel sapore l’hai già sentito, ti rammenta qualcosa
qualcosa che pensi sia importante
importante da rammentare
e allora lo cerchi con la lingua ma
è scappato via
e ti sta già riempiendo il petto
e quello è il momento cruciale
quando ti manca il fiato
sgrani gli occhi
e la mente mette a fuoco quella diapositiva
è tanto bello quanto triste
tanto che senti che piangere non basterebbe
e non ne avresti il tempo da quanto è tutto così rapido
ed il liquido salato e tiepido, così simile proprio alle lacrime
sta già colando via
sprizza da tutti i pori come l’acqua dal telefono della doccia
e tu, umana fontana
cerchi di fermare l’emorragia con le mani
di fermare quindi il tempo, o quantomeno di dilatarlo
ma due mani sono troppo poche
e in ogni caso troppo piccole
e il liquido piove via
si raffredda all’aria di novembre
e resti immobile in una pozzanghera gelida
che riflette questa luna bianca
e con essa
tutti i volti di coloro che ti mancano
e ai quali troppe cose non hai detto
e che per questo cerchi nelle notti.
Poi un ultimo riverbero
è forse il senso di colpa
forse una stella, metaforica o reale
ma ormai è lo stesso
ti devi muovere
arrivare finalmente a casa
e metterti a scrivere con i piedi ancora zuppi
per provare a fissare quelle immagini, cristallizzarle
nell’impossibilità di cristallizzare le persone
il tempo
l’universo
e con essi
tutta quell’energia invisibile che non smette di scuoterti
e che ti porta fino all’ultima parola, ansimando
quindi all’
ultimo respiro
prima di implodere
di non essere più.
Poi l’esplosione
e quanta paura ho di non far rumore
quanto mi fa male l’idea
che non mi vediate brillare
forse perché troppo lontani
e non perché non avrò abbastanza amato
ma perché l’avrò troppo poco dimostrato
e per questo
esser da tutti voi dimenticato
no, no
voglio essere anch’io versato
in voi, liquido tiepido e salato
per rendervi un po’ di quella vita
che in vita mi avete dato

 


(lunedì, 6 novembre 2006)

Rincasare, un lustro dopo

la lunga notte del viaggiatore di ritorno.
le case si srotolano sulla pianura: luci si allargano come maglie di lana dalla trama sempre più sfaldata. la nicchia morbida d’un cappuccio, issata sulle orecchie, col suo arco che copre appena le tempie, guanciale di chi riposa seduto e mescolato dai salti d’asfalto delle molle. lo spiazzo deserto della fermata e la scossa della frenata scorbutica, ma senza stridii di ferro che squarcino il silenzio. la nebbia sospesa a mezz’aria, sfiora il manto del viale di porfido come se ne fosse il respiro. le strade che risalgono dalla stazione, tra lampioni bruciati e cani sempre svegli ma lontani. le foglie lucide, già tinte d’autunno, che di notte si coloran di semafori. il lupo che cammina col naso nascosto e osserva e pensa, pensa come se scrivesse, ché le parole nascono da sole e già stampate; basta un libro giusto, testo che suggerisca un ritmo ed evochi dizionari conosciuti e poi dimenticati, ma non così bello da suscitare una voglia carnale e malsana di copiare, o di smetterla del tutto. i passi batton come tasti, la distanza è quasi colma.un rivolo di latte gelato e altre scodelle con la pappa grigia dei gatti, nel cortile. le gambe che mitragliano sulla scala ansimante, spari d’adrenalina che uccidono la lunga notte del lupo viaggiatore e ciò che resta del suo dormire.

(un anno fa)

Riverso

Arriva sempre un po’ tardi, maggio
quando ti sei già troppo stancato di aspettarlo.
Non me n’ero nemmeno accorto, di questi alberi gonfi:
il sole s
infila tra i loro rami rigogliosi, accarezza la loro chioma
la schiena delle foglie è ombra che dipinge macchie blu sulla strada grigia.
 
Dove c’è luce c’è vita,
dove c’è vita c’è nostalgia
il ricordo delle luci già vissute.
 
Mi sciolgo e mi verso
nei prati che mi scorrono accanto
sono acqua calda che scioglie le camomille
evaporo tra l’erba. Come un infuso incapace di calmare
come un urlo, uno spavento un
dolore. Come una lingua che si scotta
il terrore di non esserci
di evaporare di fronte a chi mi aspetta
di mancare all’appuntamento con questa primavera
che scorre via, scorre via
non riesco ad afferrarla
come un incubo
come la febbre alta
le mani non hanno forza.
 
La strada si è aperta
il sole si infila tra i cumuli soffici
e gli alberi scappano via dall’acqua bollente
mio sguardo, mio sangue, mia paura
mio amore scivolato via
e tra i prati con le margherite
un’esplosione verde
una mongolfiera che fluttua
ma non si leva nel blu
che si offre al vento
balla un lento
con lui
vorrei essere di brezza
vorrei fermarmi
gettare l’auto nel fosso
o ripiegarla nella mia mano
vorrei raggiungermi nel prato bianco
vorrei fermarmi dinanzi all’olmo gravido
ammirarne il fuoco d’artificio che mormora quieto
e frusciando, nascondermici dentro
ad ascoltare il rumore da cui provengo
a guardare la scia da cui sono emerso, lontana
aggrappandomi alle foglie, seduto in cielo
contemplando maggio dall’alto
osservandomi un po’
prima di scordarmi
prima di tornare
a mancarmi
come un bersaglio mobile
come un ritardo
forse per avere
ancora una
scusa
pronta

Ghost in the machine

Sono lì davvero, oppure no
certe sere alla guida
nel controesodo d’una giornata
mi faccio domande
sorpasso un autotreno e lo fisso
ma è come se guardassi oltre
mentre lui taglia a me la strada io la taglio alla mia concentrazione
la mente imita il vortice d’una ruota motrice che gira veloce
io stordito mi chino
appoggio la testa sul volante
e dall’ulcera gastrica lascio che coli l’acido
che mi consuma, mi digerisce
e corrode anche l’auto, sotto di me
e ne vedo il fondo
e il fondo stradale.
Questa rabbia non mi stimola, mi zavorra
e butto tutto il suo peso sull’acceleratore,
e schizzo veloce, ancora di più.
Questa rabbia che cova sotto la cenere
provo a farla esplodere annaffiandola di benzina
si accende un fuoco
no
è solo la costellazione di luci rosse
del moto delle macchine accanto
credo di squarciarne la scia
e invece ne faccio parte
e rotolo verso casa.
Ormai ubriaco di malinconia sbando sulle statali
e ci sono sere che la sbronza è più violenta
e stordente
e l’abitacolo è vuoto
un corpo meccanico comanda la macchina
mentre il mio spirito trasuda dal parabrezza
e si posa su un semaforo si sdraia su un incrocio si getta in un fosso
si nasconde in una cabina del telefono
dorme in un’aiuola
la macchina torna a cercarmi, a prendermi
forse un’anima più grande della mia abita in quel metallo
in quelle quattro ruote, se mi accompagnano per l’universo
non sano ma sicuramente salvo
nonostante
la mia disattenzione costante
poso gli occhi ovunque fuorché davanti
ora su di un ratto che scampa verso i campi
ora su qualcosa di indefinito, distante
poi guardo da vicino le mie mani sul volante
mentre
qualcosa o qualcuno
frena per me.
 
Poi la rabbia finisce
a cosa mi ha portato?
mi ha solo sfibrato
un altro po’
e penso a questo e sono ancora là
in orbita intorno alla città
in questo eterno vagabondare di auto
e luci e fumi e suoni
e le strade si consumano
noi esausti come l’asfalto
ci sfaldiamo
diventiamo piatti
come le scolpiture degli pneumatici consunti
e i pensieri come il traffico
circolano dentro arterie prossime al collasso
e i tarli scavano gallerie nel cervello
ecco perché mi rimbomba la testa…
E intanto le idee nuove se ne stanno in coda anche loro
forse muoiono in tremendi incidenti
forse dormono in qualche area di servizio
comunque non arrivano a noi
che aspettiamo – cosa aspettiamo?
non lo sappiamo
e mentre ce lo chiediamo
ce ne stiamo in apprensione
come madri che aspettano i propri figli
e vegliano accanto al telefono
o sulla soglia, a braccia conserte
e l’ansia cresce e i figli sfrecciano, quasi più sciocchi e rabbiosi di me:
magari arrivano prima
ma magari sbattono
e uccidono il figlio di un’altra madre.
Cosa vi dicevo?
il sangue può scorrere in un cervello così come su un’autostrada
e in entrambi i casi
non porta con sé nulla di buono.
 
Che ore sono?
è tardi
le strade si svuotano
le energie parcheggiano
e i semafori lampeggiano
noi come loro
soli ad un in incrocio
brilliamo ad intermittenza
di una tiepida luce arancione
che doniamo a quelle poche persone
che ci attraversano l’esistenza
che ci danno precedenza
e che ci perdonano se siamo un po’ ripetitivi
a corrente alternata
con il vizio della rima baciata
con il vezzo della similitudine
pieni d’ansia e solitudine.
Cari semafori umani, amici miei lampeggianti
probabilmente va bene così
chiediamo un po d'attenzione in più, sì
ma lasciamo passare tutti
molto poco autoritari
magari un po’ noiosi e sbadati
forse menefreghisti
lasciamo che le cose accadano
e diciamo “io non c’entro”
ma prima o poi, vedrete
ci sostituiranno con una grande rotonda
magari adornata da fiori e lampioncini
insomma bella e brava
la prima della classe
più o meno rispettata da tutti.
Intanto noi
dismessi, obsoleti
spenti e arrugginiti
chissà che fine facciamo.
 
Ho l’anima in manutenzione
e sono triste
perché so
che spesso i lavori in corso
non servono a rendere le cose migliori
se ti va bene diventi più funzionale
più razionale ma
sempre più uguale
a tutto il resto
standardizzato
privo di quell’imprevisto
che rappresenta un bivio
o un crocevia
o un incrocio con scarsa visibilità.
Pensiamo solo a sentirci più sicuri
ci lasciamo ingabbiare in prigioni di ovatta
come i matti
così se sbagliamo non sentiamo il dolore
e non moriamo più
ciò nonostante
siamo sempre meno vivi.
 
Se ho paura di soffrire
ho paura di esistere:
questo dico io.
Ma questo è quelli che forse dicono migliaia di altri individui
però entro nelle loro case
e vedo i loro armadi che esplodono di antidolorifici e sedativi
ed altre droghe a forma di cibo
e poi alcol e ancora alcol
e chissà quante altre medicine potrei trovare
quanti espedienti con cui la gente prova a dimenticare.
È così, e non c’è niente da fare
e scusate il giro di parole
volevo solo dire
che gli androidi sono qui, adesso.
Li incontri per strada
ma anche a casa, quando torni
e se ora spegni il monitor
ne vedrai di certo un altro
nel riverbero scuro
lì, davanti a te
e penserai “Accidenti,
sembra quasi
umano”
 

 

(28 marzo 2007)

 

Domani, passato anteriore

Oggi, come certe domeniche di una quindicina d’anni fa. Imploso.

A casa, girando a vuoto come un pesce nella boccia. Paralizzato dall’accidia, sordo al richiamo dei compiti da fare, ma pronto a lasciarmi sedurre da qualsiasi inutile distrazione. Il tardivo bilancio della sera mi dice che sono sciocco, colpevolmente pigro. Ho preferito lasciarmi schiacciare dalla noia prima, e dalla coscienza poi, anziché fare qualcosa di utile. Magari di necessario, come pensare a procurarmi un buon alibi.

Domani è lunedì. Mi dovrò alzare presto, così presto, e l’autobus non mi aspetterà. Come un mezzofondista correrò nell’alba, inseguendo il fantasma dell’implacabile bruco azzurro. Già mi pare di vederlo, nella mia paura: si stacca dalla pensilina prima che io riesca ad attraversare, vivo, l’incrocio. Corro ansimante, con corpo e respiro scoordinati, facendo quindi il doppio della fatica. La bocca spalancata e la sciarpa annodata male che lasciano entrare l’aria gelida e dolorosa delle sette. La borsa a tracolla che sbatte a ogni passo sul fianco sinistro; il braccio destro che, cingendo la pesante cartella di verde cartone rigido, non può remare nell'aria assieme al suo compagno. Esplode il cuore, si spaccano i denti e si sfaldano le ginocchia mie. Salgo mentre le porte hanno cominciato a chiudersi, allungando la testa in avanti e gettando il piede sulla pedana come fosse uno sprint al fotofinish tra me e la cattiva sorte.

Non è finita, la corsa. Ora tocca a te farmi arrivare in orario, vecchia scatola di lamiera che non sei altro. Portami in quella città, scorbutico torpedone a gasolio, in quell’edificio grigio che imparerò ad amare solo l’anno prossimo. Fammi arrivare là, dove mi attende una verifica di chimica che non vorrei verificare e che precede una consegna di tavole che non ho saputo nemmeno incominciare.

Oh… avrei tanta voglia di restare a letto, stamattina.
Suona la sveglia accanto al mio orecchio sordo; sono ancora un adolescente pieno di lamenti e speranze e contraddizioni. Come mi sento? Bene, purtroppo. Io vorrei, ma di febbre non ne ho mai… e so già che, se alla fine l’influenza arriverà, mi farà certo pentire di averla desiderata. E nel ronzio del dormiveglia, mentre sogno colonnine di mercurio impazzite, trilla ancora la sveglia. Provo a schiudere le palpebre incollate: una luce fredda e biancastra filtra dai piccoli buchi della tapparella. Con grande fatica esco dalle coperte, finalmente mi alzo, e con le braccia incrociate sul petto e le gambe tremolanti cammino verso la finestra. Sbircio fuori: una corazza splendente si è posata su lampioni e ringhiere e fili d’erba. Muore l’illusione: è soltanto brina, rugiada dicembrina. Già, siamo alla fine del 1994, e da qualche anno la neve sembra aver perso la voglia di cadere in questa pianura. E se anche cadrà, sarà sempre maledettamente troppo poca per una scusa, o un giorno di vacanza. Troppo poca per un ricordo, ché mi toccherà aspettare un paio d’anni ancora per una battaglia di palle di neve in un intervallo lunghissimo, nel cortile della scuola, quando un alone chiaro ed una eco di risate riempiranno l’aria. Quell’aria luminosa e vociante che si imprimerà profonda, in questa memoria che non mi lascia dormire, e che mi fa svegliare ora, così tardi, sempre troppo tardi.

/!\ : strada dissestata

ma porca puttana.

l’asfalto più tenero – ovvero: o troppo vecchio, o costato di meno – è stato ferito, squarciato brutalmente. penso sia colpa della neve delle scorse settimane o di qualche altro coltello di ghiaccio.
un manto croccante, crepato butterato perforato, con la granella minerale ai lati: se non fosse per il grigio chiaro, potrebbe anche sembrare un enorme snack appiattito, andato a male.
e invece è una strada.
le ruote della mia macchina cadono nelle buche, si sbucciano, certo perdono un po’ di gomma dalle spalle come pelle dalle ginocchia. gli ammortizzatori sono invece pugili suonati: acciaccati, stanchi e pieni di lividi.

ieri i piccoli crateri erano pieni d’acqua, e facevano la danza delle pioggia per coltivare la loro proibita illusione: essere visibili su google maps ed essere disegnati dal cartografo de agostini. [magari fare un figlio con Trasimeno (parlo delle buche) o con Bolsena (i buchi)]. qualcuno è ancora lì, vuoto e nudo, e spera ancora. qualcun altro è invece stato farcito di nerissimo nuovo asfalto, troppo umido per essere compatto. la ghiaietta sudicia di riempimento, spazzata da un centrifugo pneumatico di passaggio, si scolla dal suo tappo e se ne va a spasso, desiderosa com’è di farsi un giretto sulla ruota panoramica – che poi è anche la ruota posteriore dell’auto che mi precede. alla fine del giro, il sassolino cannone: ma non è un amore e con le mani non lo prenderò. il bastardo si schianta però sul mio parabrezza, il quale strilla di dolore. è una collisione violenta, uno scontro fra duri. il vetro, si sa, è speciale: incassa, e per il momento, resiste; ma soffre. c’è chi sta peggio di lui: è il fascione paraurti davanti, che subisce una vera e propria raffica di mitragliatrice al catrame. in questo trambusto, anche le mie ruote davanti perdono il controllo… e tirano fiondate al fondo del motore.
rallento, e mi par di sentire una voce appena percettibile. è il giovane cuore del maratoneta meccanico che mi implora: “abbi pietà, domani lasciami a casa a riposare. prendi i mezzi pubblici, per favore”.

sussulti, poche toppe fatte male per troppi squarci, botte; ferite e lamenti.
bicromia di nero e grigio.
sembra un qualche periodo di una qualche vita, uguale.

 

(dicembre 2008)

Naufragio

Intento a sbrigare le ultime pratiche per archiviare questa giornata, fatta di pensieri guasti
inevitabilmente rumorosi – prova che son davvero rotti.
Il fatto è che non puoi tirarti indietro
non puoi ruotare gli occhi, fischiettare e buttarli via
sono lì, da affrontare
spero almeno di trovare gli attrezzi adatti prima che cedano del tutto
prima che ricapitino altre notti come ieri
di quelle in cui rimani a piedi nel mezzo d’una notte
passata in bianco, a cercare di capire.
Metafore deboli
le cose meccaniche non provano dolore
fanno un po’ di fracasso, sì
ma non ansimano
non hanno il tormento
rischiano di spaccarsi se non sono ben lubrificate
ma spiegateglielo voi ad un congegno o ad un motore
che cosa sia un senso di colpa
raccontategli voi di come sia possibile
che non esista olio che possa impedire
l’inevitabilità di certe cose
e non c’è meccanico che possa riparare la paura
forse un abbraccio
come quello in cui ho poi trovato sollievo, e affetto c
on cui ho ritrovato il sonno
eppure rimane
tutto
tremendamente
difficile.

Mattina iniziata troppo presto
tanto che quasi non mi accorgo di come non ci sia nessuno per le strade nessuno nelle stazioni
nessuno sui treni
però poi apro gli occhi e vedo
allora penso a tutti quelli che sorridono nei loro letti, al riparo dal mondo
ma non sono i loro giacigli caldi a scaldarmi l’umore
quanto l’accorgermi che non è affatto una mattina così malvagia.
Le rotaie scivolano lucide, le stazioni scorrono rapide
e la pioggia ha sciacquato il cielo
che è meno grigio di certi giorni di sole
anzi, è bianchissimo
e l’aria sembra più leggera
per ogni goccia un granello di smog
in ognuno di quei letti una briciola di stress.
Così uno prova a sorridere
ma quello che scompare fuori, lo si ritrova dentro
un luogo dove la moquette si tiene la polvere stretta stretta
e non ci sono bianche gocce a spingerla giù
a portarla con sé.
Un luogo fatto di mezzucci e omuncoli
e di piccole cattiverie per minuscoli pezzi di potere.
Provo a coprire l’amaro con brioche e caffè caldo
aspetto la campanella
poi via
tra file di macchine che oggi non solcheranno l’asfalto
tra panchine zuppe e solitarie
tra file di alberi gocciolanti e bui
scappo dalla città vuota, in cerca di casa.
Ma tanta attesa mi attendeva, in quella stazione dei pullman:
desolata, dimenticata
tra facce che si cercano per farsi un po’ di compagnia
tra braccia che s’intrecciano per ripararsi un po’ dal freddo
ed io immerso in molta acqua
in troppe preoccupazioni
piove ovunque sulla testa
una pioggerellina fattasi quasi vapore, fina
e piovono i Cure nelle orecchie
ed è un suono liquido per davvero
e piovono immagini negli occhi
come quella del mio volto che si specchia nelle pozzanghere
come le impronte delle mie scarpe con cui gioco a timbrare il marciapiede
e piovono frasi nella mente
così semplici e belle che le vorrei fotografare con una penna,
sulla pellicola a quadretti del blocco
e penso che in serata potrei posarle sulla rete
un post un po’ triste scritto con parole felici.
Ma le braccia non si vogliono districare
ché l’umido vuole entrare
nelle ossa nelle tempie
ossa ossidate
rugiada che arrugginisce
no, oggi non è il caso
né di questi piatti giochi di parole
né di quest’autunno che vedo là fuori
che sento qua dentro
e ora forse lo capisco, il perché
delle foglie che in questo periodo hanno il colore morente della ruggine
o quello dimenticato del rame uguale a quelle pentole che non si usano più
e mentre mi avventuro in questi paragoni avventurosi,
la mia attesa si esaurisce
come il mulinello d’acqua in quel tombino che fisso inebetito.

Poi tutto il resto
un viaggio che sa di tregua
al capolinea il paesino pieno di turisti
per loro il cimitero come la riviera per i tedeschi
questa via piena di gente che non vuoi incontrare
approdi al portone su per le scale, a perdifiato
varchi la soglia e chiudi forte e veloce la porta dietro di te
come per spingere fuori la malinconia
come per vincere una corsa ed entrare
prima che quelle persone, quell’acqua, quei pensieri ti raggiungano
come se quel legno potesse davvero proteggerti in qualche modo
eppure davvero ti senti già meglio.
La casa non è però un focolare già acceso
è vuota di persone, ma zeppa di cose da sbrigare
le mura umide da scaldare ma
c’è anche il suono del pentolino che borbotta e
dentro c’è l’acqua fumante per il tè e
c’è lo zucchero che aspetta sul fondo della tazza e…
Insomma, un po’ di pace
scocca anche per me l’ora del giorno festivo
e anche se è già buio, che importa.
Così finalmente mi assopisco
dopo ore mi risveglio col volto livido e tragicomico di Benigni
e il canto commovente e ipnotico di Offenbach.
Intanto mi accorgo che quasi non ricordo più nulla di oggi ma
ecco che – incosciente! – mi viene il tarlo di salvarne il salvabile
perché lo voglio buttare giù
nel senso di renderlo testo, sì
ma anche inteso come un tappo da ingoiare
o una zavorra che ci si scrolla di dosso
proprio come gli alberi odierni,
che si liberavano di foglie e goccioloni
magari per sentirsi l’animo meno morto
ma forse ci son cose che vanno fatte sgocciolare verso il dentro
che bisogna buttare giù
per deglutirle, digerirle
e farle proprie
come le esperienze. Com’è che si dice?
“Chi non sa ricordare il passato, è condannato a riviverlo”
qualcosa del genere.
E allora no
domani sia pure un giorno ordinario e noioso
e oggi rimanga oggi
sapendo che tornerà a breve a trovarmi, va bene
ma nel frattempo riprendo fiato
mi concentro
chiudo gli occhi e poi
pronto ad immergermi
a guardare negli occhi tutto quel che ho sommerso
e che ora spinge per tornare in superficie
per vedere la luce
come quella che tra poco farà capolino
eccola, dietro l’orizzonte.
Buongiorno,
ieri è passato.


(2005, notte tra ognissanti e i morti)