Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

Sentivo

Quando andavo ancora dal barbiere. Ricordo, era il 1996. Metà giugno, la scuola era finita da poco. Camminavo verso il centro del paese. Luce bianca, aria immobile. Da qualche finestra aperta arrivavano voci di commento e rumori di fondo di una qualche partita degli europei di calcio. Due ragazzi su due motorini mi sfrecciano di fianco. Uno spazio espositivo di un negozio di mobili, che in seguito sarà rimpiazzato da una pizzeria d’asporto, si apriva sul lato della strada opposto al mio. A segnalare l’esistenza di quel piccolo show-room c’era un’insegna provvista di orologio e un indicatore di temperatura. I pallini rossi del pannello a led dell’insegna componevano due numeri a doppia cifra suddivisi dal segno dei due punti, come 15:09, o una chissà quale altra combinazione indicante una chissà quale ora del primo pomeriggio, cosiddetto. I due ragazzi sui loro cinquantini passano accanto a me, quindi sotto l’insegna del negozio; proprio in quel momento, l’orologio lascia spazio al termometro. Il ragazzo che è in testa dice qualcosa in merito all’andare da qualche parte; l’amico che lo segue a ruota, alza il braccio verso l’insegna e dice, “Oh, ma dove vuoi andare, ci son quaranta gradi!”. Lo chiamavano Pier, e non ho idea di che fine abbia fatto. Mi stava tremendamente antipatico, era l’ennesimo fra i tanti mezzi bulli di cui era popolata la provincia; sebbene pure lui, a sua volta, all’epoca era sfottuto per via delle sue sopracciglia folte e unite al centro della fronte, altrimenti dette monociglio, come si usa in gergo, forse per risparmiar fiato e fatica lessicale. In sella al suo fifty, mentre dava velatamente del coglione al suo socio per via di quel caldo terrificante, Pier mi sembrò per la prima volta umano. Se quei due avessero avuto il casco addosso, che nel ‘96 non era ancora obbligatorio per viaggiare su cilindrate così piccole, probabilmente non avrebbero potuto dar vita a quel siparietto del tutto trascurabile, che pure avranno dimenticato e che molto probabilmente sono l’unico a ricordare. Io, da disumano vero, mi sentivo a mio agio in quella calura, in quella nuvola pesante, in quell’aria immobile che anche il tempo sospende. I due motorini erano ormai lontani, in fondo alla lunga via. In fondo alla tasca dei jeans avevo le diciottomila lire per pagare il barbiere, dal salone del quale sarei uscito con i capelli cortissimi e un’antiquata ricevuta scritta a biro. Assieme ai jeans chiari indossavo una semplice t-shirt bianca; ai piedi, un paio di clark’s taroccate. Mi piacevo, com’ero vestito. Sentivo il caldo umido molcermi gli spigoli, ancora giovani ma già duri, delle mie ossa; ed era come se ci nuotassi, dentro quel vapore avvolgente, che dilatava lo scenario a tal punto da renderlo irreale, trasfigurato, quasi psichedelico. Sì, stavo bene. Il pannello dell’insegna del negozio dei mobili dava una lettura chiara di quel pezzo di strada, in quello strappo di pomeriggio. Io avanzavo lento, sul marciapiede. Per qualche istante, su quella strada, era come se potessi arrivare e sentire ogni cosa. I miei pori erano spalancati, come le finestre che portavano in strada i televisori accesi. Quasi nessuno sarebbe uscito. Quasi tutto sarebbe entrato.


Oh they’re touching
They’re touching each other
They’re feeling
They push and move
And love each other, love each other
They fit together like two hands, two hands

I am a face
in the painting on the wall
I pose and shudder
And watch from the foot of the bed
Sometimes I think I can
Feel everything

The wind is blowing
My hair in their direction
The wind is bending my hair
There are no windows in the painting
No open windows, no open windows, no


(un anno fa – o meglio, diciannove)

É demais, é pesado, não há paz

e poi, alla fine, tutto si aggiusta.
le cose si rompono per farsi aggiustare
le giornate le fortune gli oggetti i coglioni
ma basta un pomeriggio ad aggiustare una settimana.

ricordarsi di non aver avuto tutto dalla vita
ma di aver avuto molto
un talento una possibilità
i soldi per un’auto
che sarà roba materiale
ma in questa vita materiale, serve
vale.
parlare nel pomeriggio e notare di aver avuto ancora altro
buoni maestri e buoni professori
buone compagnie e compagni buoni
la mostra dei lavori nell’atrio e un voto regalato
le risate sotto l’arco della finestra e una giornata di sole
una rogna che si rivela fortuna
un anno perso che diventa guadagnato
pagelle che s’impolverano e coccarde che muoiono
ricordi che vivono e amici che se ne vanno
ma che prima o poi ritornano
i traguardi svaniscono
le persone continuano a vivere
anche quando non sopravvivono.
le persone non sono auto
se investono (su) altre persone
non uccidono, ma (si) salvano
e mentre le strisce pedonali restano bianche
le righe mentali diventano nere
e penso e scrivo e parlo
con me
nel solco delle parole
scambiate con altri
e non voglio smettere mai
voglio solo scegliere con chi
ma voglio continuare a curare alberi
a raccogliere i frutti nelle notti
ricordandomi dei giorni di tempesta
del vento gelido che spezza i rami
e mentre mangio l’ennesima pesca
mi sbrodolo e guardo il pesco rimasto in piedi
e mi ripeto che poi, alla fine, tutto si aggiusta.

tornerò a guastarmi, a rompermi
così come ora mi sto rompendo di questa eco
che provo a coprire con la musica,
quella nelle cuffie
ché la musica delle parole
è incantesimo per serate migliori
quelle in cui mi aggiusto e sono in fiore
mentre oggi manca un po’ di acqua o smalto
come colore troppo secco o troppo acquoso
non riesco a dipingere come vorrei
ma non è importante
la musica, quella di prima, mi spinge fin dentro le quattro
e finché non finisce non finirò
di ticchettare sui tasti
mentre ho già dimenticato il motivo per cui ho cominciato
forse dovrei smettere di parlare senza dire niente
annacquando la goccia di colore
che mi ha portato qui.
qui, dove non mi diverto più
e allora tutto perde senso
e ritmo, e poesia
e allora, perché insistere?
e non un problema del chi o del come
né del perché
quando non ti diverti più devi smettere e basta
a meno che non si tratti di sopravvivere
ma tutto questo è così superfluo
e solo quando te ne allontani te ne rendi conto
e allora meglio aggiungere qualche altro metro di distanza
per evitare di farsi rompere
e di dover sperare in una serata o un poco di fortuna
per aggiustarsi ancora
anche se è solo una cicatrice che guarirà
come un segno di penna che non resterà
su una superficie che puoi lavare o coprire
con altri strati superficiali
che non restano
come i voti
la mete vuote
o altre minuscole guerre
inutili quanto le guerre grandi
per cosa, poi?
per una donna
un fazzoletto di terra
un rigurgito d’orgoglio
un momento di follia
una stupidità eterna
per le religioni e le sue distorsioni
per ostentare forza
perché meglio le bombe che ammettere
che forse ci si era sbagliati
per i soldi
per i soldi
per i soldi.
mille euro fanno comodo
per la prossima bolletta sbagliata
la prossima multa
ingiusta o no
la prossima tassa
il prossimo errore
la prossima debolezza.
ma quanto serve di più?
qual è il fondo dell’avidità?
io mi chiedo
se valgano di più i cinquemila euro
di un metro quadrato in zona Bovisa
o una notte estiva che non fa paura
che puoi perderti e non morire di freddo
e quando le gambe cedono
puoi fermarti a dormire sotto un albero
o all’ombra di un cartello stradale.
io mi chiedo se valgano di più
le royalties di un pezzo musicale
o la libertà di poterlo ascoltare
senza aver paura del mattino
e della sveglia
come io adesso
con la musica
che mi tiene tutto intero
infilandomi dentro alla sacca piatta e calma delle quattro e trenta
e scrivo e scrivo
e le note mi assecondano.
io mi chiedo se valga la pena
colpirsi alla spalle a vicenda
e conficcarsi punte di spillo a tradimento
per una promozione insignificante, per due lire bucate
per una scopata sopravvalutata, due ore buttate
per una briciola di potere, che di potere niente dà
per una vittoria morale, che di morale nulla ha
o altre ferite, altri rivoli di sangue dalla schiena
come di randagi incattiviti che si litigano l’osso
quanto vale, a cosa serve
quando poi là fuori
ci sono gli alberi e le pesche
e le stelle tremanti e i lampioni muti
le aurore le persone senza gli spilli
che non reclamano potere o sesso o soldi
ma chiedono solo un po’ di tempo
lo stesso che vuoi tu
per parlare
per ricordare
per riscoprire, lì accanto
gli oceani di bellezza
celati in fondo ad angoli di tranquillità
da riconquistare
per nascondertici dentro
quando hai voglia di farti aggiustare
cadendoci dentro
come una piuma sull’acqua
come una nota alla fine di una melodia
come questa, che inseguo
che ora sfuma
a cui devo questo pensiero
sfuma
come la visione tarda di uno di quegli oceani
e che mi fa pensare, giustamente
che non avrò tutto dalla vita
eppure
ho già avuto molto

(luglio ’10)

Un aspro gelato

Credo che l’unico nero su bianco che un giorno ricorderò di questa giornata sarà quello del merlo che saltella sulla neve. Camminavo e nelle cuffie suonava “Over the Rainbow”, nella versione di John Martyn. Stavo andando a scuola. Ero agitato e quasi contento, proprio come se fosse un ritorno alle lezioni dopo tante vacanze. Mani in tasca e cappuccio sulla testa, andavo piano e mi domandavo per quante persone questa fosse la prima volta di elezioni passate sotto la neve. Per quante di loro, di noi, sarebbe stata l’ultima. Mi sono chiesto che cosa accade quando in una giornata così cadono cristalli senza pietà, visto che basta un poco di pioggia ad avere il solito governo ladrone.

Sono arrivato a scuola. Che cazzo vi ridete? La gente ride. Le gente è contenta. Io appartengo alla gente e non ho alcuna voglia di ridere. Non avevo voglia. L’ho scritto sulla bacheca di un’amica: non è un bel paese in cui vivere, quello che ti porta a provare disgusto per l’esercizio di un tuo diritto. Un diritto che, invece, dovrebbe essere bellissimo. I padroni di quest’epoca hanno capito una cosa fondamentale: che i diritti ignorati dai più sono facili da abolire, mentre per quelli conosciuti basta trovare un modo per renderli fastidiosi, indigesti, o per far credere che tali diritti non servano a niente.

Non ho mai capito perché alla sezione 1 e 2 non ci sia mai nessuno, mentre alla 3, dove voto io, ci sta sempre la fila. Come cazzo funziona? E non ho mai osato sbirciare al piano di sotto, dove ci stanno le sezioni mancanti. Poi non ricordavo la fila separata per maschi e femmine. Che senso ha? Domande domande domande. Certezze: le matite sono le solite, perfettamente regolari. Penso agli imbecilli che si sono portati il pennarello. Penso alle sedie e ai banchi, che sono rimasti gli stessi di vent’anni fa. Penso all’agghiacciante scritta appesa fuori, dove si ricorda che “alla 1a, alla 4a e alla 6a ora è vietato andare in bagno, come da disposizioni d’Istituto”. Altro che risolvere i problemi della scuola con un voto… mah. Insomma, penso a un sacco di cose, tranne a chi ho deciso di votare – come se esistessero reali decisioni, nell’incoscienza o nella rassegnazione. Poi entro in classe, mi faccio dare schede e matita, quindi entro nel parallelepipedo di truciolato con la tendina di stoffa pesante. Sono dentro una cabina che sta dentro un’aula che sta dentro un edificio che mi piace chiamare scuola. E la scuola sta dentro un paese, che sta dentro una pianura che sta dentro a un Paese, che una volta mi piaceva chiamare ma adesso non più. E mentre la mente vaga lungo la cartina geografica, la mano che prima stava dentro al guanto dispiega il primo di quegli enormi cartoncini freschi di tipografia, ripiegati come pacchetti pasta sfoglia, però del tutto privi di ogni possibile buon sapore. Parto dal voto per le regionali, che mi regala l’unico momento libero da incertezze. Poi la Camera, infine il Senato. [Ero così fuori di me che non sono nemmeno sicuro di aver beccato il simbolo giusto, nella scheda per la Camera]. Poi esco, riconsegno la matita e infilo i tovaglioli colorati negli appositi scatoloni. Una volta ci tenevo, e mi infastidiva quando il presidente del seggio cercava di infilare le schede al posto mio. Oggi ero penosamente passivo, ma nessuno ha provato a far nulla. Il presidente del seggio, che poi è una ragazza che prendeva il pullman con me ai tempi delle superiori, mangiava una mela. So per certo che le piacevano gli Oasis: ricordo che un giorno, sulla corsa del primo pomeriggio, la sbirciai seduta sugli ultimi sedili in fondo mentre cantava “Don’t Go Away”, canzone che a quell’epoca non mi dispiaceva ma che adesso trovo pallosissima e melensa.  Ah, i diciassette anni. Esco dalla classe C, ehm, dalla sezione 3. Io ero nella sezione A, quando di anni ne avevo dodici o tredici. Quindi l’aula in cui è praticamente iniziata la mia adolescenza è quella affianco, la semideserta sezione numero 2. Sempre che la memoria non mi inganni, o che io non mi sia completamente rimbambito.

Indugio, mi attardo lì. Non ho voglia di tornare a casa. Nevica ancora, fa freddo. Ho voglia di restare a scuola.
Le altre volte ci sono quasi sempre andato dopo cena, spesso con mio padre, in serate che sapevano già d’estate. Forse per il buio, o per la voglia di uscire, comunque non mi sono mai soffermato. A guardare la facce della sezione 2. A guardare i disegni appesi fuori dalle aule. Ad osservare fuori dalle finestre del grande corridoio. Ad accorgermi che il parcheggio della scuola, un tempo distesa informe di terra e ghiaia, adesso è una “L” completamente asfaltata. [O forse ci avevo fatto caso, ma senza una vera presenza mentale, in uno di quei tipici momenti in cui inquadri senza scattare o filmare, guardando senza vedere]. Sul lato lungo ci hanno dipinto delle strisce per farci una specie di pista di atletica. Sul lato corto della L, invece, c’è un campo di calcetto e pallamano con tanto di porte regolari. Quando ci venivo io, il campo coincideva quello di basket che sta all’interno, nella vecchia palestra col pavimento di linoleum verde, oltre il muro che divide le pallonate di oggi da quelle di ieri. Sotto le retine ferme dei canestri, le linee bianche si distinguevano da quelle gialle che delimitavano il campo di pallavolo. Sui lati corti del grande rettangolo bianco ci mettevamo le porte, che poi erano i soliti due birilli, con lunghezza dei pali ed altezza della traversa del tutto immaginari. Naturalmente, chi aveva più carisma giocava nella squadra che difendeva la porta con la traversa più bassa. Le scale che dal parcheggio portano al livello del piano rialzato sono rimaste le stesse. Ma ora c’è anche un ascensore, così, per dare una parvenza di civiltà.
Infine mi decido ad uscire. Mi rimetto la musica in testa e torno a camminare. Al voto non ci penso più. La sagoma nera del merlo sul marciapiede bianco e il cortile della mia vecchia scuola mi hanno regalato due brevi istanti di moderata poesia. Mi domando cosa davvero valga di più, in quest’esistenza. Forse un secondo di bellezza resta più impresso di una croce su un pezzo di carta. Forse un minuto di malinconia sincera conta di più della mia incazzatura di fronte alla milionesima tribuna politica, o durante l’ennesimo scoop di Report. Forse è meno astratto investire sulla propria economia emotiva – ah, che brutta espressione – anziché sperare nella ripresa di un’economia globale in mano ad oligarchi distanti, mai sinceri e infinitamente avidi. Forse è meglio cercare di far del bene alla propria sorte senza fidarsi troppo di chi ti promette che lo farà per te. Le piccole lotte fanno più di un voto. E vale di più quel che è autentico. Come un gelato al limon… almeno finché riusciremo a difendere quelle due lire per andare e comprarcelo, issato in cima ad un cono o ficcato sul fondo di una coppetta di carta, ché va bene lo stesso. Un gelato al limone d’estate te la cambia di più, la giornata. Come un bianco e nero a colori in una domenica di febbraio qualsiasi. Come un cortile di ieri. Come un paio di secondi di moderata poesia. E ‘sta vita, che forse non è un’epoca, ma la somma di tante singole giornate.

 

(24 febbraio 2013)

Troppo Slayer

Topic: Cosa ne pensate de…

I Mastodon?

I Mastodon! Me li ha fatti conoscere un ragazzo che lavora al punto assistenza dell’IperCoop del CentroSarca. GuardaCaso ero andato lì per portare il mio GiraDischi in garanzia. Con questo ragazzo peraltro simpaticissimo, polacco di nascita, ci siamo messi a parlare di questa sorta di bulimia con cui consumiamo la musica, in quest’epoca digitale, e di quanto invece ci fosse un rapporto molto più fisico con i vecchi supporti. Nonostante lui abbia sei anni meno di me, abbiamo scoperto la passione comune per il nastro magnetico, le musicassette. Poi lui mi ha chiesto se mi piacevano i vinili: ma certo, gli ho risposto, sono il supporto migliore che esista, e poi soddisfano sia le orecchie che gli occhi. Mi ha raccontato di quando suo padre si faceva 800 km per andare a Danzica più altri 800 per ritornare; andava con il camion e si portava a casa scatoloni di merce varia, scatoloni con il doppio fondo per nasconderci quei dischi che in Polonia erano proibiti, come “Paranoid” dei Black Sabbath. Sai com’era contento mio padre, mi raccontava. Un solo disco e ti sentivi un uomo realizzato, completo. Vero, gli ho risposto, che anch’io quando compravo una sola cassetta mi sentivo a posto per almeno 6 mesi. Idem quando ho cominciato con i primi cd, che andavo alla Virgin e dovevo scegliere con la massima cura il modo in cui avrei speso le mie 19.900 lire, che se costavano di più cercavo altrove o aspettavo al giro successivo. Ma questo ricordo della Virgin l’ho solo pensato, non gliel’ho detto a voce. Comunque questo ragazzo mi raccontava di come fosse passato dai Led Zeppelin e Gary Glitter – Gary Glitter, lo conosci? Mi ha chiesto. E ora che ci penso, sia G.G. che i Led Zeppelin hanno inciso una “Rock and Roll”. Dicevo, anzi, diceva lui, del suo passaggio dal rock di suo padre al trash metal con tanto di battesimo del fuoco quando, al suo primo concerto degli Slayer, fu buttato in mezzo al pogo più brutale. Avevo 15 anni e conoscevo solo una canzone tratta dall’album meno amato ovvero “Stain of mind” da “Diabolus in Musica”, ed ero andato al concerto con lo zaino, mi raccontava, ero un bambino, anche se ero già alto più o meno come adesso. Però era seduto, e lui ha capito, e mi ha detto di essere alto un metro e 90. Tuttavia c’era gente anche più grossa o comunque più tosta di lui, ed era sempre per terra, ma il suo amico giovambattista trentenne lo tirava ogni volta su, e lui alla fine era pieno di fango e di ecchimosi, e c’era un tizio ben più grosso di lui che alla fine gli ha chiesto quanti anni avesse, e lui 15, gli ha risposto, e il gigante gli ha detto bravo ragazzo cresci bene, e gli ha offerto una birra, ma lui ancora non beveva ed era uno sportivo e il bestione gli ha detto ancora bravo ragazzo, fai bene a non bere. Comunque questo ragazzo polacco mi spiegava che adesso ascolta death metal e grindcore e tanta altra roba così, ma ci sono troppi generi e sottogeneri e a me questa cosa non piace, ha detto, ed io gli ho detto già, faccio fatica ad amare l’intera discografia di un unico gruppo figuriamoci se mi fido di generi ed etichette varie, e lui mi ha risposto già, comunque io ascolto merda. Ma come, dico io, non ascolti merda, e lui ha insistito di sì, e a me è venuta in mente la discussione su sanremo che c’è in questo forum, e allora ho pensato che quel ragazzo avesse da raccontare un po’ di cose ai paladini de i gusti son gusti. (la verità è che questa storia dei gusti è buona solo quando ci serve uno scudo per nascondere o difendere le nostre pochezze, i nostri limiti. mi può anche star bene, la filosofia del De gustibus non disputandum est; peccato che quasi nessuno se la possa permettere, perché quasi nessuno è dotato di una coerenza sufficiente ad applicare tale filosofia a prescindere dal contesto. eggià, comenò. la storia che i gusti personali siano sacrosanti e indiscutibili d’improvviso non vale più, quando di fronte abbiamo qualcuno che pensiamo sia al di sotto del nostro livello presunto. è buona solo quando ci viene il sospetto di esser noi, gli ignoranti di turno. e siccome l’inconscia idea di essere ignoranti ci disturba, ci gira il culo e ci mettiamo a rompere i coglioni facendo i finti equilibrati. magari rispondiamo seccati, come per far la voce grossa, al fine di non farci soverchiare. e nel frattempo ci giochiamo questa carta di pura ipocrisia; un concetto che non pare del tutto stupido solo perché richiama alla mente l’aulicità tipica delle locuzioni latine.) Però questa parentesi è postuma, cioè, precedente come pensiero ma attaccata in seguito a questo racconto. Non esisteva, la parentesi, mentre parlavo con il ragazzo dell’assistenza; mentre gli dicevo, vedi, l’importante è la consapevolezza di ciò che ascolti, e comunque te lo sei scelto, e apprezzi anche altre tipi di musica, come alcune espressioni di quel rock anni ‘70 che io tanto amo, e guardacaso se tu portano a vedere i Mastodon non ti fanno molto effetto però poi torni a casa e ti scarichi “Crack the Skye”, e li ascolti e ne rimani folgorato, e guardacaso poi mi ha spiegato che il papà di un suo amico lavora alla Scala e ogni tanto gli regala qualche biglietto, e lui è superfelice di andarci ad ascoltare i concerti di musica classica, ed io gli ho detto visto? Tu ascolti musica, e anche se i Carcass o chi cavolo ascolti tu forse non equivalgono a Chopin te li sei scelti, e guarda un po’, non sei privo di cultura e riesci anche a dire che la merda resta merda anche se ti piace, perché i gusti esistono ma non sostituiscono i valori, ossia quelle verità che anche un essere umano è in grado di raggiungere. E intanto li ha fatti ascoltare un po’ anche a me questi Mastodon, grazie a YouTube, cosa che ai tempi delle cassette ci saremmo sognati di fare, ma forse ci saremmo rivisti e lui mi avrebbe fatto una copia della sua cassetta già copiata. E intanto avevo i marchi BASF e TDK in testa ed ascoltavo i Mastodon con lui, ed ho pensato prima ai Tool e poi al Progressive Rock, ed io ho pensato adoro le suite, ma intanto fuori si faceva sera e c’era il traffico che si ingrossava come un cazzo su YouPorn e mi aspettava all’uscita per riempirmi di calci e sberle, altro che il pogo degli Slayer, ho pensato, e che se mi fossi lasciato andare il discorso sarebbe durato ben più di un pezzo prog lungo, ovvero lunghissimissimo. E di certo c’è qualcosa che ho omesso, e cioè molto, come quell’aneddoto riguardante un altro fan-atico enorme degli Slayer che a un concerto si era buttato nella mischia per prendere le bacchette di Dave Lombardo, e si erano pestati di brutto, e il ragazzo polacco lo aveva visto rialzarsi ed era una maschera di sangue, e gli aveva fatto un cenno, e il gigante simpatico si era toccato con la mano e aveva visto il rosso, e facendo il gesto delle corna ha detto tutto felice MINCHIA, TROPPO SLAYER! Oppure di quella ragazza che su un forum aveva scritto che justin bieber, o come cazzo si chiama, era il suo idolo, l’esempio della sua vita! E quindi uno gli aveva risposto che magari sarebbe stato meglio se i suoi esempi fossero state persone come Gandhi, o Martin Luther King, o magari Nelson Mandela, e questa bimbaminkia, per dirla come la direbbero i giovani e i bimbiminkia, gli aveva risposto Oh, ma che musica del cazzo ascolti? E ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti cristo, una volta le ragazzine impazzivano – per i Kiss ho detto io, che sono un vecchio – per i bon jovi ha detto lui, che è più giovane. E comunque almeno Mandela l’avevano sentito nominare, o quantomeno non l’avrebbero scambiato per cantante pop. Ok, forse. Ché magari lo avrebbero confuso coi Simple Minds.

Ma questo c’entra poco con il mio intento, che volevo solo sapere se ci fosse qualcuno qui che conosce i Mastodon e che magari li apprezza pure, e non so nemmeno se ho scelto il topic giusto, ma di crearne uno nuovo non mi sembrava il caso visto che ce n’è già un milione.

(24 feb ’11)

When my legs no longer carry

oggi ho capito che la mia avventura, lì dove lavoro, deve finire entro la fine di quest’anno. o perché no: entro l’inizio del mese prossimo, se mi pagassero quanto vorrei. per cominciare, che aggiungano duecentoventi euro alla mia buonuscita, visto che sono così stanco che mi addormento sempre sui treni. e sul treno, oggi, mentre dormivo, m’è sparito il mio netbook. era praticamente nuovo, e devo pur dar la colpa a qualcuno o qualcosa: al sonno, al lavoro, ai treni, ai passeggeri ladri. figurarsi se la do a chi quel povero aggeggio se l’è dimenticato sul vagone, di fianco al sedile. quel rimbambito.

comunque sia, la giornata di oggi ha fatto davvero schifo.

fortuna che il mio profumo non svanisce nemmeno dopo tanta fatica. i miei fiori continuano a crescere, e sento che sono sempre più belli, anche quando non conosco o ricordo la loro forma. fortuna che alla fine torna sempre la luna. ed è di nuovo tempo di papaveri. fortuna che alla fine arriva sempre la sera. la luna illumina le assi di legno del ballatoio. luna che entra da tutte le finestre, e grande dorme anche di fianco al mio, di letto. è tempo di erba matura e di grilli adolescenti. evviva, alla fine arriva sempre il momento di ascoltare la musica.
tutte cose che valgono molto più dei miei stipendi e delle mie liquidazioni. più dei miei sciocchi averi, conservati o rotti o perduti. tutte cose che no, non puoi mica farne a meno. non puoi perderle perché non le puoi ricomprare. sarà perché arrivano alla fine. quando tutto comincia.

(18 maggio 2011)

Notturno

http://www.youtube.com/watch?v=rSQZWluOVFE

 

Giusta giusta per quest’ora scura. Giusto poco prima di chiudere il libro al silicio, ripiegando la copertina luminosa sui tasti, poco bianchi e molto neri, che non suonano ma raccontano l’ultimo pensiero notturno.
La musica… a volte solo certa musica sa liberare le parole, che risalgono la corrente della dimenticanza come se richiamate dalle note, sedotte dalla melodia. Invece l’acqua fuori ha smesso di scorrere, calamitata dal freddo che la appiccica sul ghiaccio delle superfici dure e brillanti. Su di esse si riflette l’ennesima notte spietata, nascosta sotto allo zero, appesa sopra ad una triste luna siberiana. Luccica così, la notte: ma anche stanotte, nessuno ha il coraggio di uscire a guardarla. Forse la musica non teme il freddo, se è vero che la ascolto e già mi sogno in aprile. Ma ormai è lo stesso, ché nessuno è più sveglio per ascoltarla, e sciogliere il gelo, ovunque stia.

 

(1 febbraio 2010)

 

Forse era il caldo (ci son giorni)

ci sono giorni in cui rallenti e ti metti a sedere
e ti senti vuoto, come se non avessi niente:
giorni in cui non senti di possedere
la tua auto e la tua patente,
i tuoi vestiti e il tuo pudore,
i tuoi occhiali ed i tuoi occhi
o quel che sbirci del mondo
dal buco dell’otturatore.
(giorni) in cui mangi e tocchi
e vedi e respiri e parli. ma sei morto.
poi, la svolta:
cinque minuti di note. e sei risorto.
talvolta non possiedi che l’udito
utile ad ascoltare una canzone
quella di cui sentivi il bisogno urgente
o di quella che non cercavi o volevi, inaspettata
ovvero di quella che suonava da sola, già prima, nella testa.

vi succede mai? ché ci son giorni in cui è la musica stessa
che viene a cercarci, uscendo dai sepolcri polverosi
a volte facendosi sentire senza farsi udire,
non sfiora il campanello ma suona.
si regala inconsapevole a noi
rendendoci meno poveri
nella nostra miseria
dello spirito

ci sono giorni in cui le parole di una canzone parlano di chissà che cosa
mentre ascoltiamo la melodia che ci ricorda delle miglia di distanza
che separa tutto ciò che possediamo dalla loro reale essenza
del tipo: possiamo comprare i dischi, ma le note, no.

23 agosto 2009

Muto, non muto

Avrò avuto otto, al massimo nove anni. Lo stereo era il tipico parallelepipedo lungo e stretto, color grigio chiaro, tutto di plastica, col caratteristico frontale simmetrico: la cassa sinistra, la doppia piastra sovrastata dal rettangolino del frequenzimetro analogico al centro, la cassa destra. In testa, i jack delle cuffie e del microfono e la solita gamma di tasti, levette e ghiere: STOP, F.FWD, REW, REC, PLAY, PAUSE/STILL; Volume; Tuning; AM_FM; e così via. Immancabile poi l’antenna telescopica, tutta cromata, identica a quella del televisorino in bianco e nero, marca Philco, già allora dimenticato nell’armadio.

Avevo le orecchie ovattate dalla spugna morbida delle cuffione di plastica durissima. Ascoltavo la radio oppure una cassetta? Chissà. Di certo ascoltavo non so quale bridge o assolo di non so quale canzone. Ricordo di ricordare che rimasi stupefatto da quanto bella trovavo la melodia del tema principale (l’unica possibile: avevo ancora un paio di orecchie assai rudimentali… credo di essermi accorto dell’esistenza del basso non prima della seconda media, tanto per rendere l’idea). Non credevo a quante emozioni potesse suscitare una sequenza di note. Scorrevano veloci, una dietro l’altra, colorate, senza mai sembrarmi uguali, come alberi e case di un paesaggio osservato dal finestrino posteriore, durante un viaggio in autostrada. E quanto mi sospendeva in aria il suono di quella melodia! Ero piccolo, e tutto sommato, normale: sicuramente si trattava di un suono molto pulito e di una tonalità abbastanza alta… ai bambini piacciono i gusti dolci. Chitarra elettrica; un synth, forse. Di certo non era il suono di una voce. Già, perché in quel momento decisi che la voce umana non era abbastanza bella per sposarsi a quella prodotta da uno strumento; e nella mia nuova visione della musica, il testo cantato rappresentava l’elemento superfluo, o persino fastidioso, di tutti i pezzi rock esistenti.

Qualche anno dopo, in uno spogliatoio, mi stavo preparando per le mie due ore di allenamento. Di fronte, su una panca non distante dalla mia, c’erano due bambini più piccoli di me, che invece stavano riponendo l’attrezzatura nei loro borsoni. Chiacchieravano. Il più magro e occhialuto dei due stava esponendo al suo amico la mia vecchia teoria: “Ma la voce non serve a niente, potrebbero anche toglierla, che tanto la musica sarebbe bella lo stesso anzi di più”. [(pausa) Anzi, no, adesso che ci penso meglio, non era proprio questo il succo… “Le canzoni cantate in inglese non si capiscono, e a volte anche quelle in italiano, ma non importa, la musica è musica non è mica un libro, devi ascoltarla mica leggerla! Già, il concetto originale era più simile a quest’ultimo, ne sono convinto]. Sorrisi tra me e me: anch’io una volta lo credevo! Sì, avevo già cambiato idea a riguardo, e chissà da quanto tempo, come in quasi tutte le cose. Trovavo giusto che anche quel bambino attraversasse il suo periodo “strumentale”, magari era una cosa tipica degli otto anni, come il ribellarsi alla riga laterale dei bambini bravi a favore di quei fantastici capelli a spazzola che avevi visto la settimana prima sulla testa dell’amico di tuo fratello più grande. Sì signor barbiere, mamma ha detto che posso. 

Non avevo ragione né torto. Insomma, dipende. Ci sono pezzi cantati bene, pezzi cantati malissimo… e pezzi che, invece, migliorano addirittura se cantati “a cappella”. Ci sono testi stupidi, testi mediocri, testi insensati, testi del cazzo; ma ci sono anche canzoni che, di fatto, abbiamo cominciato ad apprezzare ‘solo’ per il significato delle parole che contengono. E spesso, non importano più di tanto la tonalità, il timbro, la qualità tecnica e la bellezza in senso astratto della voce che trasforma quei testi in note. Sarà che gli adulti sono un po’ ossessionati dai significati. E in alcuni casi, si scordano della pienezza con cui, da bambini, si trovavano ad amare le forme e i colori delle cose. Come la forma dei tralicci e le curve dei loro fili, come il verde screziato di bianco dei cartelli autostradali, come uno stereo a cassette grigio con i tasti neri e rossi.

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Fuorviante

 
mi fa venire il mente il suono di certi pensieri così così.
no: questo non è affatto un pezzo così così.
anzi, è un grandissimo valzer.

subito appare epico, grandioso, a tratti persino trionfale.
ma al tempo stesso sembra avere qualcosa di profondamente
malinconico, di oscuro, quasi che
debba preannunciare un evento tragico.
 
così così. come quelle feste in cui ti senti fuori luogo. un passante, da fuori, guarda distrattamente dentro: luci a giorno che schiantano tremolanti ombre sui vetri e sul soffitto bianco. irradiamenti di un evento mondano: come gli schiamazzi e la musica, attutiti e poco riconoscibili dall
esterno. e intanto, ecco che a te sembra di percepirla, la presenza elettrica e invisibile del passante nella strada: guardi istintivamente verso la finestra, e vedi il vago orizzonte scuro oltre il riflesso delle luci della sala. capisci in un attimo che desideri solo di attraversare il vetro e disperderti in quell’oscurità. vorresti scappare via, lontano dal resto, anche più di quanto tu già non lo sia.

(25 ottobre 2008)
 

Tregua

Ho riscoperto quanto calore c’è nel centro del palmo della mano
ho allungato le maniche alle magliette
ho finalmente i capelli dell’anno scorso
ho voglia di raggiungerti nel letto
ho trasformato quadrati di polvere in dischi da riascoltare
ho convertito soprammobili rettangolari in libri che a breve leggerò
ho una borsa che non si bagna e un thermos che non si raffredda
ho la sensazione che ti stanchi di meno a rincorrermi nei pomeriggi
ho ricordato l’importanza di non sottovalutare le persone
ho problemi che restano irrisolti, ma anche la forza di non esserne ossessionato
ho idee semplici e obiettivi concreti
ho perso un po’ di fantasia ma ritrovato un po’ di lucidità
ho molte tasche in più addosso
ho un sorriso in più grazie al tuo regalo a quattro dimensioni
e ho ancora voglia di raggiungerti nel letto, e mostrarti quel sorriso
ho finalmente qualche buon motivo per lamentarmi
ho nuovamente qualche buon momento per scrivere
e tutto questo e anche di più
si chiama ottobre
ed io
sto quasi bene.

E allora non tradirmi, ottobre
con le settimane di pioggerellina incessante
con le pozzanghere nascoste
con i treni che ritardano
con gli autobus che non passano
non punirmi col vento,
se ho voluto darmi delle arie
con la giacca più leggera
non startene in agguato minacciando nebbia e monotonia
non esagerare con la malinconia
né con il traffico
e resisti fin che puoi
ché temo
che i miei pori siano sempre meno impermeabili all’umidità
e i miei occhi sempre più allergici al grigio
i miei novembre all’apatia
i miei dicembre alla noia
i miei umori alle cattive notizie
ed è sempre più difficile impedire
ai miei amici di allontanarsi
ai miei ricordi di sbiadire
alla mia conoscenza di imbarbarirsi
ed il mio volto sembra più bello
ma la mia anima la sento imbruttire.

Non sono pronto ad alcun inverno,
né a quello che allontana da sole
né a quello che ghiaccia i sentimenti
e anziché adeguarmi al gelo
mi intestardisco nel continuare a cercare
un po’ calore
nei palmi delle mani
nelle maniche
nei letti
nella musica
nelle parole
nelle notti
nei pomeriggi
nelle tasche
nei sorrisi
e in quel che resta degli amici, e della memoria
ed è caldo e non sbiadisce il ricordo
d’una giornata d’un ottobre di due anni fa
e in fondo è da allora
che fa un po’ meno freddo

(10 ottobre 2006)

 

Appassionato, autocratico

In auto.
Autoradio accesa. |>Playback CD. 
Album: Pink Floyd, “ The Dark Side of the Moon”.
Traccia: n. 05, “The Great Gig in the Sky”.
 
Le dici: “Shhh, attenta adesso, senti che meraviglia”.
 
Ma già dopo trenta secondi
lei vuole di nuovo
PARLARE.

 
No, no e no.
Non una parola di più, abbi pietà di me. E se la canzone non ti piace – che il cielo ti perdoni! – allora concentrati sul paesaggio.
Quando sento suonare “The Great Gig in the Sky”, l’unica voce che desidero ascoltare è quella che mi sta per cantare la grandezza del cielo.
Che tu abbia un cuore di dolce Linda McCartney ricoperto da una granella di croccante Eva Green, in quel momento non m’interessa.
In quei quattro minuti e mezzo circa, Clare Torry è per me l’unica donna che abbia mai avuto le corde vocali, su questa Terra.
In quei quattro minuti e mezzo, Richard Wright è l’unico uomo che anche tu dovresti conoscere, e amare assieme a me.

(poco prima che Rick Wright se ne andasse)

Petit monde laid

http://www.youtube.com/watch?v=atejQh9cXWI&feature=related

Sì, la bellezza.

Ma
ha sempre una vita così
breve
investita sotto ad un treno di lancette
illusa dall’amore che non è amore
morta ammazzata in un film porno
accecata dai flash e dai riflettori
perde l’equilibrio e vola giù

sfracellandosi al suolo.
A volte sopravvive all’ingenuità
per farsi poi massacrare dal denaro
o da quella vanità
che la svuota della sua essenza
come le milioni d’anime stomachevoli
che abitano in certi corpi d’angelo
compiaciute e stupide in sorrisi di cera
contenitori seducenti
come note di pianoforte

come funamboli sopra a un filo
che danzano
con la morte.
Ma quei sorrisi non sono musica
e anche gli angeli che non sono angeli

pure precipitano
prima o poi:
un cerchio d’asfalto si espande a macchia d’olio

spostando file concentriche di passanti
poi il tonfo sordo
un’insensata eco muta

un abbaglio di tenebra.
La dimenticanza sciacqua via il sangue
e con esso, quel che resta del senso
divorato dall’abitudine e dalla paura
un pezzetto in meno ogni giorno
fino a che
questa esistenza ci apparirà
per quel che temevamo fosse
una trappola
un’oscena mascherata
e non avremo nient’altro che

un orrore che non è orrore
un negativo senza positivo
orfano della sua definizione
come un raccapricciante vuoto
uno spazio senz’aria
in cui fluttuare, senza poter cadere o volare
nessun equilibrio e nessuna grazia
solo la deriva di una corrente invisibile
un guinzaglio di nulla
una corda deserta
tesa tra due palazzi crollati
dimenticata in un cielo sordido
ignorata da miliardi d’occhi polverosi
che più non si levan da terra.

Charles Bukowski disse:
La cosa più immensa della bellezza
è capire che è scomparsa.

(22 settembre 2009)
 

Riascoltarsi

Ogni tanto mi rileggo, ma non sempre mi capisco.
Questo sembra essere direttamente proporzionale alla “invernalità” di ciò che ho scritto. Voglio dire che un messaggio congelato in una notte di gennaio mi suona molto più distante e criptico di pensiero sbocciato in aprile.
 
Ho pensato a una mente fatta a fisarmonica, o a cornamusa: la si può comprimere
o dilatare, e la stessa nota può vibrare nell’aria in modo differente.
 
Così le stagioni suonano la mia testa.
Ritrovo nella brina un’articolata melodia: una voce strozzata che si condensa nell’atmosfera gelida, difficile da ascoltare e da ricomporre, ma non completamente aliena.
Questi mesi cosa mi lasciano?
Forse un solo accordo, non stonato ma troppo prolungato, monotono.
Un suono sordo che si espande nell’afa e nella memoria di questa distratta,
stanca estate.
 
 
 

 
 

(9 settembre 2006)

Like a drunk

forse il più grande fra i poeti viventi
canterà stasera ancora
in una delle più affascinanti fra le città morenti
per un nuovo bisogno di denaro
lo ha manifestato, spiegando perché, senza nascondersi.
io sono minuscolo e non canto e se canto
canto male, nascondendo i nomi di poeti e città ed anche un poco
di me stesso in me stesso in silenzio, e in ogni parola
come un disegno nuovo che copra la matita di precedenti segni, lo stesso foglio.

proprio come ubriachi in un coro di mezzanotte,
c’è chi stona per provare ad essere libero
e chi stecca per paura di esserlo

 

(agosto 2009)