Tunnel of love

Senza musica, probabilmente, sarei già morto molte volte.
Chi è venuto a riportarmi in superficie, mezzo annegato, dal buio di tutte le profondità oceaniche? Chi ha lanciato la corda per raggiungermi, prima che la montagna mutasse il suo volto d’inverno e il nero crepaccio si chiudesse su di me? Chi non fece diventare carne di pesci la mia carne, un relitto colato a picco la mia carcassa spolpata, un nido per alghe e plancton il mio scheletro vagabondo. Chi evitò che diventassi una mummia o un fossile per gli uomini del futuro, gli atomi dei miei resti sopravvissuti alle catastrofi dei millenni. Il vigile del fuoco che salva i bambini e i gatti e i libri dal rogo che spezza le case e sbriciola gli alberi. L’abbraccio stretto del compagno in caduta libera dopo che il tuo paracadute ha deciso di non aprirsi. La terza mano sul volante che trema, il terzo occhio sulle strade troppo buie o nebbiose, l’asse di legno su una pozzanghera laterale, invisibile e mortale. Il braccio materno che strattona prima di un attraversamento pedonale, mentre un’auto sfreccia con brutale mancanza di freno e di esitazione, come guidata da un automa. Il contadino paziente che pianta gli alberi nuovi sulla collina ferita a sangue dal cemento, da un torrente arrabbiato cogli uomini e gonfio di pioggia autunnale, dalla mancanza stessa degli antichi alberi che trasforma i pendii in frane. Il miele che alliscia la gola diventata di ferro tagliente e rugginoso; il sonno quasi magico che placa la stanchezza di un semestre di lavoro duro; il profumo della cucina che fa di nuovo dono dell’appetito, andato perduto dopo settimane d’un male oscuro che pensavi te lo avesse sfregiato per sempre, l’amore eterno per il cibo, il dolce cibo di questo mondo. La luce del sole che indica il foro d’uscita della grotta; il canarino che smette di volare per dirti Sàlvati, almeno tu, prima che l’alito silenzioso ma mortifero della miniera risalga dalle viscere della Terra ed esploda, inondando di giorno il buio secolare del sottosuolo. La coperta coi buchi che ringhia contro le notti di un rigido inverno, in difesa del senzatetto che piange muto sulla sua miseria. La ammirevole ostinazione di un vecchio aeroplano che prende il cielo per la milionesima volta, quando chilometri più in basso l’aria è sconvolta dagli uragani, la terra è sventrata dai terremoti e il giorno è inghiottito dalla nube di cenere di un vulcano; la luccicante e serena solidità della rotaia, la sferragliante e sicura calma del treno che la percorre, lungo un’immensa pianura argillosa e acquitrinosa, o sabbiosa e riarsa, che a camminarci sopra ti fagociterebbe sino al bacino, o forse alle narici; l’inaffondabilità stupefacente di una zattera di tronchi di sughero quando le braccia non vogliono più saperne di nuotare, e la corrente è tumultuosa e indifferente; la misteriosa forza di una schiena umana, quando c’è la guerra e le caviglie si slogano nelle trincee e nella corsa, i piedi muoiono congelati nella neve ucraina o austriaca e le cosce si spappolano per le pallottole basse del fuoco incrociato. Il pozzo profondo come la notte, il pozzo che incanta e riflette il cielo, il pozzo chiaro di luna, il pozzo generoso d’acqua; il pozzo che se domandi risponde, a volte persino esaudisce, ma che se ti sporgi non ti tira giù nel suo ventre. Chi la salvò, la mia mente, dalla trappola senza ritorno della mancanza di senso? Chi impedì ai miei occhi di seccarsi per sempre dopo che il cinismo di posò su di me, stringendomi nella sua morsa gelida eppure tiepida, terribile eppure rassicurante? Chi mi rinfrescò la fronte durante la febbre mefitica della mia memoria, che voleva che io mi svegliassi e non ricordassi più il mio nome? Chi mi ha fatto compagnia nelle orecchie o nell’immaginazione, suonando sempre, negli autunni tristi. E nei pomeriggi dell’adolescenza, nelle notti senza sonno, nelle maratone di lavoro, nelle code infernali del traffico. Chi non ha mai avuto timore di entrare in un letto assieme a me. Chi mi accompagna la mano mentre scrivo; e se non lo fa, tutto diventa stentato e senza flusso, lento, farraginoso. Chi mi accompagna, punto. Chi non si cura dei miei stati d’animo, talvolta violenti eppure trascurabili, piccoli passaggi attraversati dalla piccolezza della mia statura d’animo. Chi c’è stato mentre volevo che qualcuno ci fosse; chi mi baciava con vigore e tenerezza anche quando mi sentivo brutto e sgraziato e credevo di non avere bocca alcuna, ch’ero troppo giovane per imparare a piacere, imparando a piacermi; chi tutt’ora mi accarezza la testa, dopo che io stesso l’ho massacrata di razionalità o solo finta intelligenza; chi non cesserà di sorridermi, anche quando sputerò veleno, inacidito dagli anni, tanto che vomiterò la mia bile persino su di essa, con spropositata ingiustizia, ma mai al punto di rinnegarla. Chi? Colei che quanto più tace tanto più mi chiama, così che io torni a cercarla davvero, pieno di sete. Si lascia trovare. E non mi nega passione e sollievo, pioggia e riparo, profondità e altitudine, appetito e sazietà, attracco e mare aperto, ristoro e poi ancora viaggio. Grande ed anche oltre, senza fine né finale, come questo grazie per il dono dell’udito e dell’aria intorno, che si lascia respirare ma anche percuotere, ovvero, suonare.

(1° dicembre 2014, molti anni fa)

 

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Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

Sentivo

Quando andavo ancora dal barbiere. Ricordo, era il 1996. Metà giugno, la scuola era finita da poco. Camminavo verso il centro del paese. Luce bianca, aria immobile. Da qualche finestra aperta arrivavano voci di commento e rumori di fondo di una qualche partita degli europei di calcio. Due ragazzi su due motorini mi sfrecciano di fianco. Uno spazio espositivo di un negozio di mobili, che in seguito sarà rimpiazzato da una pizzeria d’asporto, si apriva sul lato della strada opposto al mio. A segnalare l’esistenza di quel piccolo show-room c’era un’insegna provvista di orologio e un indicatore di temperatura. I pallini rossi del pannello a led dell’insegna componevano due numeri a doppia cifra suddivisi dal segno dei due punti, come 15:09, o una chissà quale altra combinazione indicante una chissà quale ora del primo pomeriggio, cosiddetto. I due ragazzi sui loro cinquantini passano accanto a me, quindi sotto l’insegna del negozio; proprio in quel momento, l’orologio lascia spazio al termometro. Il ragazzo che è in testa dice qualcosa in merito all’andare da qualche parte; l’amico che lo segue a ruota, alza il braccio verso l’insegna e dice, “Oh, ma dove vuoi andare, ci son quaranta gradi!”. Lo chiamavano Pier, e non ho idea di che fine abbia fatto. Mi stava tremendamente antipatico, era l’ennesimo fra i tanti mezzi bulli di cui era popolata la provincia; sebbene pure lui, a sua volta, all’epoca era sfottuto per via delle sue sopracciglia folte e unite al centro della fronte, altrimenti dette monociglio, come si usa in gergo, forse per risparmiar fiato e fatica lessicale. In sella al suo fifty, mentre dava velatamente del coglione al suo socio per via di quel caldo terrificante, Pier mi sembrò per la prima volta umano. Se quei due avessero avuto il casco addosso, che nel ‘96 non era ancora obbligatorio per viaggiare su cilindrate così piccole, probabilmente non avrebbero potuto dar vita a quel siparietto del tutto trascurabile, che pure avranno dimenticato e che molto probabilmente sono l’unico a ricordare. Io, da disumano vero, mi sentivo a mio agio in quella calura, in quella nuvola pesante, in quell’aria immobile che anche il tempo sospende. I due motorini erano ormai lontani, in fondo alla lunga via. In fondo alla tasca dei jeans avevo le diciottomila lire per pagare il barbiere, dal salone del quale sarei uscito con i capelli cortissimi e un’antiquata ricevuta scritta a biro. Assieme ai jeans chiari indossavo una semplice t-shirt bianca; ai piedi, un paio di clark’s taroccate. Mi piacevo, com’ero vestito. Sentivo il caldo umido molcermi gli spigoli, ancora giovani ma già duri, delle mie ossa; ed era come se ci nuotassi, dentro quel vapore avvolgente, che dilatava lo scenario a tal punto da renderlo irreale, trasfigurato, quasi psichedelico. Sì, stavo bene. Il pannello dell’insegna del negozio dei mobili dava una lettura chiara di quel pezzo di strada, in quello strappo di pomeriggio. Io avanzavo lento, sul marciapiede. Per qualche istante, su quella strada, era come se potessi arrivare e sentire ogni cosa. I miei pori erano spalancati, come le finestre che portavano in strada i televisori accesi. Quasi nessuno sarebbe uscito. Quasi tutto sarebbe entrato.


Oh they’re touching
They’re touching each other
They’re feeling
They push and move
And love each other, love each other
They fit together like two hands, two hands

I am a face
in the painting on the wall
I pose and shudder
And watch from the foot of the bed
Sometimes I think I can
Feel everything

The wind is blowing
My hair in their direction
The wind is bending my hair
There are no windows in the painting
No open windows, no open windows, no


(un anno fa – o meglio, diciannove)

Like black holes in the sky

729665main_A-BlackHoleArt-pia16695_full Quando i figli dei nostri atomi saranno spaghettificati, nessuno più si ricorderà di esser stato vivo. Nessuna paura. Nessuna domanda. Nessun come, nessun perché. Nessun linguaggio e nessun pensiero. Come un buco nero supermassivo del senso – ma infinitamente più vicino a noi.

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Cenci

Niente dolcezza in un caffè molto zuccherato. Poso la tazzina ed esco.
Cammino, perduto tra le preococi decorazioni natalizie.
Già mi hanno stancato, mi scippano il sogno di bambino.
Forse è quest’aria tesa. Che cos’è? Tutta questa rabbia, questo crescente sospetto per tutto, cos’è.
Tutta quest’ansia, questa fatica che ti bracca e ti insegue fin dentro casa.
Tutti quei particolari complessi, unici, bellissimi. Immagini e sentimenti vecchi di qualche giorno soltanto. Dove sono?
Sfumati in un pensiero infetto, brutto e troppo stretto. Soffocati, ormai persi, più non li posso raccontare.

La bellezza muore così, in mezzo ad un viavai di occhi spenti e sacchetti pieni, o dentro uffici popolati di persone che di bellezza non ne hanno mai
incontrata.
Ne cerchi poi il cadavere nella notte. Senza criterio, come si cerca una
maglietta dentro ad un cassetto troppo grande e pieno e disordinato nella fretta del mattino.
Niente. Le parole a volte sono come le braccia nel cassetto: troppo corte per
arrivare in fondo.
Così le immagini, simili ad abiti sporchi e sgualciti nel cesto della
biancheria. Forse è tutto lì dentro.
Esci infreddolito, con la maglietta del giorno prima. Corri. Che vita sudicia.
Un altro giorno dimenticabile.
Domani penserò a come raggiungere le mie magliette linde e le mie memorie squisite, per perdermi con loro, i loro effluvi.
Oppure nulla si perde veramente.
Forse ogni cosa sparisce solo per un momento, o per un’epoca. Ha solo bisogno di riposare un poco, in fondo al cesto tiepido dei panni sporchi.
Abbiamo tutti bisogno di stare sporchi e inservibili, di confonderci nell’anonimato della confusione, di non esserci.
Poi torniamo. Tutto torna: lavato, stirato, profumato. Quasi come nuovo.
Non proprio.
I capi delicati, soccombono tra alte temperature, calcare e candeggina; e così le cose più fragili, le anime più sensibili: sono le più belle, ma soccombono prima, in questo mondo chimico.
Certi periodi sono come cicli di lavaggio sbagliati; certi episodi, come centrifughe troppo violente.
Anno dopo anno, prima o poi, tutti ci stingiamo, ci consumiamo, ci sfibriamo. Prima o poi ci ritroviamo infeltriti, scuciti, logori.
Diventeremo stampe sbiadite, elastici slabbrati, stoffa lisa sui gomiti.
Il meglio di noi sarà colato tra i fori del cestello.
A restarci, solo un gran bisogno di stenderci.
Accidenti

(23 novembre 2006)

Loser

Come tanti: ho bisogno di fuggire
Ho bisogno di andare per ritrovarmi sotto ad un albero accogliente,
dentro ad una città mai vista,
davanti a un orizzonte differente
sopra un oceano lontano.
Ne ho bisogno per respirare aria nuova di zecca,
perché senza stupore si può morire
perché questa routine è un’eco di azioni
ed in essa il mio briciolo d’umanità si sbriciola,
giorno dopo giorno.
Ho bisogno di ricominciare ad osservare con occhi veri
e non più a posare lo sguardo, assorto e distratto,
su luoghi e persone che non vedo da tempo immemore
perché conosco tutto a memoria
con le palpebre chiuse vedrei la stessa cosa: i miei pensieri che si rigenerano
infiniti
poi potrei anche non andare a sbattere
perché ho già ampiamente misurato il mio mondo
e quando anche l’ultimo gradino e l’ultima porta sono stati calcolati,
ecco che tutto diventa prevedibile
e la geometria ci nega la sorpresa della natura imperfetta
anche la più bella delle cose è così triste su un foglio di carta millimetrata
quindi niente più passi da ponderare o angoli dietro cui sbirciare
quand’è così
ogni cosa cessa di essere particolare, sfaccettata
niente è così grande come avevamo immaginato, sperato, creduto
è piccolo, e lo sappiamo
dati alla mano
ed ecco che ci sta stretto.
Scrivo sempre le stesse cose
perché mi rifaccio sempre alle stesse immagini
che sono ormai fredde e sbiadite fotografie mentali
ma non ho più la fantasia di un tempo per reinventarle
quindi ho un’urgente necessità di ricominciare a vedere
perché continuo a parlare con così poco da raccontare
perché non so più descrivere
o forse non ne sono mai stato veramente capace
però va bene
vada per il misero scrittore
ma non posso farmi inghiottire da questa catena di montaggio
non sono fatto per essere un ingranaggio
né voglio morire così
continuando a respirare
continuando a fare niente
due tacche in meno del pensare
due occhi sani ma non vedente

Svégliati, Dormiente.

 

(sette cazzo di anni fa)

This is disease

crescere è qualcosa che ci accade nonostante tutto.
tradirci è qualcosa che scegliamo di fare o non fare.
a volte non ce ne accorgiamo neppure.
a volte sprechiamo troppo tempo, pensandoci.
ognuno degli individui che siamo stati, vive
e rispettato o tradito che sia ce lo abbiamo
qui, lì, da qualche parte
dentro la memoria o nell’indole
nel sangue del petto nelle braccia nei neuroni nei geni
ogni singola parte di noi è ovunque, e da nessuna parte.
a volte ci affanniamo a riesumare cadaveri di persone che non eravamo .
altre volte ci incontriamo in un ricordo senza riconoscerci.
nessun noi muore del tutto fino a che non moriamo noi tutti.
purtroppo a volte diventiamo stupidi prima di ritrovarci.
crescere. a volte mi chiedo se l’età adulta non sia che una malattia
che, per sciocchezza o per pigrizia, troppo spesso sottovalutiamo
la trascuriamo, e questa ci spella e ci appiattisce piano piano
rendendoci ogni giorno un po’ meno unici e particolari
un altro po’ più stupidi e ovvi
sempre più svogliati, smemorati
fino a quando smettiamo di cercarci
fino a che diventa impossibile ritrovarci

(3 novembre 2009)

Prima che si sciacqui

Occhi serrati
calore e vapore
raggi liquidi e bollenti
bussano alla mia pelle
accordano i miei legamenti
mi addolciscono gli spigoli
delle spine delle vertebre.
Intanto
oltre la tendina
aldilà della finestra
dall’altro lato dei muri
immagino stia scendendo
una lieve pioggia
una strana danza
di bianchi magici e soffici
petali di fiori antartici
che ieri mi carezzavano la fronte
che oggi cadono sotto le palpebre
che domani, ahimè
il cielo terrà per sé.
Coriandoli come di seta
impastati con l’acqua fresca
che si fondono arrivati quaggiù
in questa invernale sciatta pianura
della quale si fan manto
cancellandone le linee
riprogettandone le forme
neutralizzandone i colori
una coperta di gelo
uno splendente velo
che rende brillante la notte
incantandola, incantandomi
e trasformando un momento
in un sogno ad occhi chiusi
privo di sonno
ma senza tormento.

Freddo inverno fuori
la neve plana ancora, dolce
mentre dentro
il getto caldo mi molce
mi irrora e dona
una sensazione di
protezione
binomio contrastante
piacere sognante
diventa così
piccolo pensiero
da collezionare.
Un giorno domestico
passato a riposare
ed a sbirciare fuori
da quelle finestre che
lasciano passare la luce che esplode
azzurro bianco ancora azzurro poi giallo
suolo che riflette il cielo che riflette il suolo
un’eco visibile e continua
che confonde la notte con il giorno
che cancella le ore nella sua bianchezza costante
prima che la pioggia la cancelli in qualche istante.

Un tempo
ero candido e quasi puro
come il foglio dietro queste lettere
come questo balletto
di fiocchi di cotone di un altro mondo
di cui questo è una prova di canto
sebbene a provarlo sia un cantore tremebondo.
Un tempo, dicevo
candidamente partorii questi
brevi versi
d’una lunga poesia che scrissi
e poi persi
e che adesso,
inaspettatamente
misteriosamente
sono tornati a galla
nel mare della memoria:

Freddo e neve / e ghiaccio, e l’aria greve / è l’anima palpabile / di quest’inverno interminabile.

Parole che grondano poche gocce
di quel climatico dolore
di quello spettro polare
di quell’esterno tremare
per il quale le mie ossa oggi
non hanno vibrato
e i denti non han battuto
ma han solo puntellato
dietro le labbra
un sorriso sobrio
figlio d’una calma tumultuosa
come la neve che cade
autentica e rara e silenziosa
come questa pace che cade
dentro
la sera
stasera

 

 

(22 febbraio 2005)

No recollection

Forse già saprete sia possibile perdere anche ciò che non abbiamo mai posseduto: una giornata, la felicità altrui, un’anima conosciuta, uno sguardo ignoto, innumerevoli attimi. Incastrato nell’orologio, tra le mura, oggi ho perso qualcosa di mai avuto, perduto tra i cristalli e dentro me stesso.

I disagi se ne fregano che esisti, e così tu puoi ignorarli a tua volta. Baratterei quindi la vita ordinaria in cambio di cinque ore di ritardo, piedi inzuppati, scivoloni. Questi come giusto prezzo per una fotografia, una sola, identica a come l’abbia immaginata e preparata e voluta, guardando e riguardando nel mirino, pronto per lo schioccante scatto fatale.

Passano gli anni e i mesi, e un giorno ti ritorna alla mente una di quelle immagini in cui l’aurora candida circonda le cose, facendo sembrare questo mondo meno sudicio e imperfetto. Parli col tuo amico e gli chiedi tornare con la memoria alla nevicata di inizio 2009: la ricorda, e pure meglio di te. Era solo una qualunque giornata fino a quel momento, piatta e afosa; ma ora, con un amico ed un semplicissimo ‘Mi ricordo’, in un lampo pare di aver ritrovato quei momenti. E a loro volta, quelli erano momenti in cui sembrava di esser tornati bambini! Come quando certe sere, a tavola, capitava di favoleggiare coi tuoi fratelli sulla fantastica nevicata del 1985: le discese con lo slittino dal pendio davanti casa, il bob rosso con la leva del freno utile solo per cappottare, gli arancini di neve, le risate, una gamba rotta, il pupazzo coi denti di sassi e il naso di carota (bello come quelli disegnati sui libri di lettura), anzi no il naso era un manico di scopa rotto, e io che entro in una buca e sparisco nel bianco, e il tempo scomparso insieme ai colori… Aspetta: interviene mamma e riporta la conversazione ad una dimensione più realistica. Ma oggi non c’è alcuna madre a moderare l’immaginazione e così, in preda a una strana sorta di sete, ti metti a fantasticare su quegli attimi perduti cercando un po’ di bianca neve sciolta nei cassetti e nella credenza, tra vecchi libri e cianfrusaglie, tra i vetri di murano e i cento altri souvenir inutili. Seduto sul pavimento frughi tra pacchi di vecchie foto, e ritrovi finalmente un’immagine senza tempo che descrive larghe campiture bianche racchiuse da poche e sottili linee nere sopra ad un cielo granuloso e grigio di ghiaccio. Una lievissima vignettatura, quasi certamente involontaria, dona al paesaggio un’atmosfera crepuscolare, rendendo la luce meno piatta, facendola nascondere dietro vette o boschi che non esistono. Sprofondi nell’immagine come nella neve, e lasci che ti racconti di una bellezza soffice e muta su cui potresti non riuscire più ad atterrare.

Ma oggi, io, quella foto non la posso scattare per domani.
Mi mancherà. Provare a sostituirla rifacendola a parole, no, non basterà.
Sono l’armadio zeppo delle cose già viste troppe volte, sono lo spazio vuoto del disco fisso.
Sono la macchina fotografica che giace nel buio del cassetto.
Sono la neve che cola nel tombino.
Sono la mia amnesia.

 

 

(dicembre 2009)

Muto, non muto

Avrò avuto otto, al massimo nove anni. Lo stereo era il tipico parallelepipedo lungo e stretto, color grigio chiaro, tutto di plastica, col caratteristico frontale simmetrico: la cassa sinistra, la doppia piastra sovrastata dal rettangolino del frequenzimetro analogico al centro, la cassa destra. In testa, i jack delle cuffie e del microfono e la solita gamma di tasti, levette e ghiere: STOP, F.FWD, REW, REC, PLAY, PAUSE/STILL; Volume; Tuning; AM_FM; e così via. Immancabile poi l’antenna telescopica, tutta cromata, identica a quella del televisorino in bianco e nero, marca Philco, già allora dimenticato nell’armadio.

Avevo le orecchie ovattate dalla spugna morbida delle cuffione di plastica durissima. Ascoltavo la radio oppure una cassetta? Chissà. Di certo ascoltavo non so quale bridge o assolo di non so quale canzone. Ricordo di ricordare che rimasi stupefatto da quanto bella trovavo la melodia del tema principale (l’unica possibile: avevo ancora un paio di orecchie assai rudimentali… credo di essermi accorto dell’esistenza del basso non prima della seconda media, tanto per rendere l’idea). Non credevo a quante emozioni potesse suscitare una sequenza di note. Scorrevano veloci, una dietro l’altra, colorate, senza mai sembrarmi uguali, come alberi e case di un paesaggio osservato dal finestrino posteriore, durante un viaggio in autostrada. E quanto mi sospendeva in aria il suono di quella melodia! Ero piccolo, e tutto sommato, normale: sicuramente si trattava di un suono molto pulito e di una tonalità abbastanza alta… ai bambini piacciono i gusti dolci. Chitarra elettrica; un synth, forse. Di certo non era il suono di una voce. Già, perché in quel momento decisi che la voce umana non era abbastanza bella per sposarsi a quella prodotta da uno strumento; e nella mia nuova visione della musica, il testo cantato rappresentava l’elemento superfluo, o persino fastidioso, di tutti i pezzi rock esistenti.

Qualche anno dopo, in uno spogliatoio, mi stavo preparando per le mie due ore di allenamento. Di fronte, su una panca non distante dalla mia, c’erano due bambini più piccoli di me, che invece stavano riponendo l’attrezzatura nei loro borsoni. Chiacchieravano. Il più magro e occhialuto dei due stava esponendo al suo amico la mia vecchia teoria: “Ma la voce non serve a niente, potrebbero anche toglierla, che tanto la musica sarebbe bella lo stesso anzi di più”. [(pausa) Anzi, no, adesso che ci penso meglio, non era proprio questo il succo… “Le canzoni cantate in inglese non si capiscono, e a volte anche quelle in italiano, ma non importa, la musica è musica non è mica un libro, devi ascoltarla mica leggerla! Già, il concetto originale era più simile a quest’ultimo, ne sono convinto]. Sorrisi tra me e me: anch’io una volta lo credevo! Sì, avevo già cambiato idea a riguardo, e chissà da quanto tempo, come in quasi tutte le cose. Trovavo giusto che anche quel bambino attraversasse il suo periodo “strumentale”, magari era una cosa tipica degli otto anni, come il ribellarsi alla riga laterale dei bambini bravi a favore di quei fantastici capelli a spazzola che avevi visto la settimana prima sulla testa dell’amico di tuo fratello più grande. Sì signor barbiere, mamma ha detto che posso. 

Non avevo ragione né torto. Insomma, dipende. Ci sono pezzi cantati bene, pezzi cantati malissimo… e pezzi che, invece, migliorano addirittura se cantati “a cappella”. Ci sono testi stupidi, testi mediocri, testi insensati, testi del cazzo; ma ci sono anche canzoni che, di fatto, abbiamo cominciato ad apprezzare ‘solo’ per il significato delle parole che contengono. E spesso, non importano più di tanto la tonalità, il timbro, la qualità tecnica e la bellezza in senso astratto della voce che trasforma quei testi in note. Sarà che gli adulti sono un po’ ossessionati dai significati. E in alcuni casi, si scordano della pienezza con cui, da bambini, si trovavano ad amare le forme e i colori delle cose. Come la forma dei tralicci e le curve dei loro fili, come il verde screziato di bianco dei cartelli autostradali, come uno stereo a cassette grigio con i tasti neri e rossi.

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Come isole

 

Tipicamente autunnale,
lasci la città ancora tiepida e luminosa
chiudi gli occhi sul sedile davanti
li riapri sul vetro a lato
e già fa freddo, e già è buio.
Così uguale a un qualsiasi ritorno
da un giorno di scuola a tempo prolungato
quando era novembre e non studiavi
“rimedierò poi, adesso non mi va”
era il tempo di nuove paure e diffidenze
di rinnovate timidezze.
Ci si conosceva quasi tutti, sì
ma l’estate portava via un po’ di memoria
in cambio di amici a tempo determinato
o come spesso accadeva, era avara
e offriva lunghi pomeriggi di silenzioso sole

e troppi gelati
e giochi noiosi.
Erano solo compagni di classe, in autunno
alcuni erano sempre lontani e scenografici
sagome grigie come colleghi in un ufficio finto
ma anche i più vicini e vivi non li trovavo divertenti
non ero poi molto contento di rivederli
accostavo le loro esistenze al mio sonno doloroso
e ai compiti per casa che non riuscivo mai a finire in tempo
loro, con cui avevo condiviso giochi e risate nella primavera precedente
erano ora rivali nel momento della di un’interrogazione troppo prematura
e diventavano persino nemici nel momento in cui ero io ad essere chiamato
e non mi strappavano più nemmeno un sorriso.
Poi la nebbia svaniva, e con essa le amnesie
ed ecco le sagome animarsi, i nemici allearsi
la grande finestra oltre il banco
guardavo i marciapiedi inzuppati d’acqua, le foglie macerate
ed ora mi piace pensare che quel manto rugginoso e lucido
fosse così scivoloso per poterci far scorrere velocemente, lontano dai timori
e scivolando via ci ritrovavamo sulla soglia di un nuovo anno.
Le feste che finiscono subito
l’inverno che non finisce mai
eppure è già marzo, il tempo è volato
“no, ma che dici”
“ma se è stato un attimo”
e chiacchierando è già maggio
alcuni sono rimasti compagni
altri si sono messi in testa di entrarti nel cuore.
Era proprio necessario?
Non posso neanche fissare la luna in pace
mi toccherà ricontarvi tutti, comparse comprese
e se dimenticherò qualcuno non me ne accorgerò
oppure mi dirò “pazienza, non è possibile ricordarsi di tutti”
ma se un giorno una visione dovesse rinverdire la mia memoria
allora sentirò forte il bisogno di scusarmi
con la comparsa scomparsa che comparsa non era
e mentre cercherò goffamente di spiegare queste cose
la comparsa ricomparsa mi guarderà con aria confusa
e forse si convincerà ch’io sia diventato pazzo

o un tossico, magari.
Avrà ragione in ogni caso:

la mente si ammala di ricordi,
e la nostalgia genera dipendenza.

Scorrono le ultime case,
stacco gli occhi dal finestrino e lo sguardo dagli autunni di ieri
mi caccio nella giacca
frenata
saltino
sono in strada.
Il vento fa roteare un ricciolo arancione
e la tentazione di imitarlo mi assale.
Anch’io un ricciolo di foglia che si lascia trascinare
così, riarso e fragile e moribondo
sull’asfalto, pronto a sfaldarmi un caldo crepitio
e invece no
non si può essere così deboli
già sdraiati sulla strada in cambio di qualche onda d’aria
mentre le altre foglie tue simili, quest’anno
rimangono aggrappate con tutta la forza
a quegli alberi che hanno ancora folte chiome
e le piogge tardano ad instaurare il loro regno triste
ed a spezzare questo verde abbraccio. No
io tardo con loro, senza  farmi spezzare
dalla stanchezza, e dalla nostalgia.
E quest’ultima è semmai forza
quella che mi fa restare intero
vivo
e non mi fa perdere la via di casa
come una corda invisibile
come quella striscia dipinta sulla strada
a cui t’aggrappi con tutte le forze quando,
inghiottito dalla notte
o dalla nebbia, o dai cattivi pensieri
la tua auto sbanda per un istante
e i tuoi occhi stanchi ci vedono così poco
ma non puoi morire in un abitacolo
e allora quella corda bianca è l’unica salvezza
e le mani stringono il volante
ma le vere mani sono ora le due ruote a sinistra
e non puoi mollare
non vuoi
non devi.

Cammino lento
non voglio approdare alla meta
senza che l’energia di questo pensiero si esaurisca
e poi, mi chiedo, in cosa si trasforma l’energia di un pensiero
se per definizione non può morire?
Può l’anima
essere lo specchio dell’universo
e come esso dilatarsi all’infinito
fino a sfaldarsi?
Il cuore è una supernova
collasserà su se stesso fino all’apatia
poi esploderà
creando un’ellisse luminosa
ed una nuvola di gas e materia balenerà tra le stelle
pare quasi di poterla già vedere
guardala
è un’immagine di sublime bellezza
e tanta più luce si vedrà
attorno a chi ha tanto amato
e quanta più materia viaggerà nello spazio
creando altri corpi, altra vita
l’unica memoria immortale
fatta non di immagini
ma di atomi
eravamo non polvere
ma stelle
e stelle torneremo, un giorno.
Magari è solo un dio che espira
poi inspirerà
il cosmo collasserà su se stesso
e tornerà ad essere grande come una biglia
solo allora ci ritroveremo

ci riuniremo
tutti.
E invece

la corsa non rallenta
le galassie si allontanano a velocità sempre crescente
gli spazi diventano via via più sconfinati.
Allora penso a noi umani
a noi puntini invisibili
noi anime stupite
che guardiamo la luce delle stelle
così lontana nello spazio e nel tempo
e quindi penso che anche noi non facciamo che allontanarci
e la luce delle persone cui abbiamo voluto bene
non riesce a seguirci, ma resta in un passato sempre più remoto
e noi, come fiondati da un’orribile energia propulsiva, ci dividiamo
e le nostre distanze diventano incolmabili
dilatate 
da distrazioni e pigrizie quotidiane
dall’orgoglio e dall’orologio
da questa vita stanca
ché siamo così deboli
è quindi di un’energia negativa si tratta
ma pur sempre energia,
non muore.

Non muore
la mia ostinazione
a tenere con me quel che resta di quei volti
quelle voci
quelle immagini
come avvolte da un’opaca pellicola
e come una pellicola
posso fermarmi su un fotogramma
ma non giro io la bobina
c’è un proiezionista sconosciuto
molto incostante
ma a volte si sveglia
cambia il rullo
ed ecco un filmato inaspettato
stop.
Un fotogramma dimenticato
torna indietro
stop.
Fammi una copia di questo
non si può
devi chiudere gli occhi
e stringere tra le palpebre quell’immagine, quel ricordo
ma è già così sfumato…
Ecco il segreto
per cui la sera ci si ritrova a scrivere
non è altro che il disperato tentativo
di fissare nelle parole certe immagini sfuggenti
certe sensazioni che ti trapassano
e che potrebbero non tornare più
così chiedi alle lettere di correre veloci
e di inseguire te stesso
e non è che la rincorsa verso il ricordo di un ricordo
che si è già trasformato
e suona così fittizio nelle parole
romanzato un poco
eppure sincero.
Ogni istantanea che ti attraversa
e che ti coglie sempre impreparato
provi poi a cercarla
e a raccontarla che la miglior metafora che puoi permetterti
ma al cospetto di quel lampo
ogni sforzo linguistico appare così flebile
ogni metafora così misera, insufficiente.
Tuttavia ricordo che una volta
fui colpito da una sensazione anche più potente del solito
e nostalgia e malinconia furono così energiche nello scuotermi
che provai subito a disegnare quell’attimo.
Così vidi questo:
io che cammino ignaro
poi qualcosa o qualcuno
passa e mi squarcia la gola
e mi versa dentro un liquido tiepido e salato.
A voi non è mai capitato?
Mi riferisco a quegli istanti
in cui hai la sensazione improvvisa che entri più ossigeno nei polmoni
come se l’aria entrasse direttamente dalla trachea, oltre che dal naso
e una frazione di secondo dopo
senti che dentro a quel collo come aperto
ci sia rovesciato dentro un liquido caldo ma

non così tanto da scottarti
anzi tiepido, doloroso e piacevole al tempo stesso
e lievemente salato
ne senti chiaramente il retrogusto in fondo al palato
e quel sapore l’hai già sentito, ti rammenta qualcosa
qualcosa che pensi sia importante
importante da rammentare
e allora lo cerchi con la lingua ma
è scappato via
e ti sta già riempiendo il petto
e quello è il momento cruciale
quando ti manca il fiato
sgrani gli occhi
e la mente mette a fuoco quella diapositiva
è tanto bello quanto triste
tanto che senti che piangere non basterebbe
e non ne avresti il tempo da quanto è tutto così rapido
ed il liquido salato e tiepido, così simile proprio alle lacrime
sta già colando via
sprizza da tutti i pori come l’acqua dal telefono della doccia
e tu, umana fontana
cerchi di fermare l’emorragia con le mani
di fermare quindi il tempo, o quantomeno di dilatarlo
ma due mani sono troppo poche
e in ogni caso troppo piccole
e il liquido piove via
si raffredda all’aria di novembre
e resti immobile in una pozzanghera gelida
che riflette questa luna bianca
e con essa
tutti i volti di coloro che ti mancano
e ai quali troppe cose non hai detto
e che per questo cerchi nelle notti.
Poi un ultimo riverbero
è forse il senso di colpa
forse una stella, metaforica o reale
ma ormai è lo stesso
ti devi muovere
arrivare finalmente a casa
e metterti a scrivere con i piedi ancora zuppi
per provare a fissare quelle immagini, cristallizzarle
nell’impossibilità di cristallizzare le persone
il tempo
l’universo
e con essi
tutta quell’energia invisibile che non smette di scuoterti
e che ti porta fino all’ultima parola, ansimando
quindi all’
ultimo respiro
prima di implodere
di non essere più.
Poi l’esplosione
e quanta paura ho di non far rumore
quanto mi fa male l’idea
che non mi vediate brillare
forse perché troppo lontani
e non perché non avrò abbastanza amato
ma perché l’avrò troppo poco dimostrato
e per questo
esser da tutti voi dimenticato
no, no
voglio essere anch’io versato
in voi, liquido tiepido e salato
per rendervi un po’ di quella vita
che in vita mi avete dato

 


(lunedì, 6 novembre 2006)