Shelter from the storm

Vette himalayane per compensare le mie sciocche depressioni caucasiche.
Capanne di tronchi e foglie, dentro cui nascondere nidi d’erba e fango.
Proteggere ora gli stormi che riempiranno i cieli di domani.
Riparare dalle tempeste di oggi ciò che ora è ancor piccolo e delicato;
sottrarlo alla furia dei venti, ai pensieri violenti e alla barbarie degli umani.


I was burned out from exhaustion, buried in the hail
Poisoned in the bushes an’ blown out on the trail
Hunted like a crocodile, ravaged in the corn
‎”Come in”, she said, ‎”I’ll give you shelter from the storm”

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Cancelli e cerchi

c’è qualcosa
che viene a chiamarti nella notte
ti tappa il naso
ti tocca la spalla nel buio
e cominci piano piano ad emergere
a svaporare
da una realtà
all’altra
sospeso a metà
tra il mondo dei sogni e quello dei vigili
un magico tragico brevissimo istante
e solo in quel momento senza dimensione
quella cosa senza nome
quasi ti sembra di poterla vedere, sfiorare
forse persino capire, ma
nell’attimo appena successivo
già riapri gli occhi
riacquisti il senno con un respiro
ed essa
svanisce.
la cerchi nel cesso
nello scroscio dello sciacquone
la cerchi in cucina
la luce del frigo come fosse una torcia
la cerchi nel fondo della bottiglia
in un sorso d’acqua bevuto a canna
poi torni sui tuoi passi
e la cerchi ancora nella semioscurità
e nel tepore del letto
non ancora svanito
scivoli di nuovo dentro le lenzuola
la cerchi sulla pelle delle sue guance
o forse la cerchi nel gesto stesso della tua carezza.
in ogni caso, è troppo tardi:
qualsiasi cosa sia, sei sveglio, e corri al pc per
provare a raccontarla
per raccontartela ancora
senza riuscire a raccontare niente
se non il solo tentativo in sé
scrivendo tanto e quasi niente
in attesa di capire – illuso
o solo in attesa di ritrovare il sonno – stanco.
non hai trovato nulla
e non ci hai capito nulla
voi ci avete capito qualcosa?
perché
se così non è
diventa inutile continuare a parlarne
e più mi sveglio e più mi sfugge
così ora
sarebbe cortese da parte vostra
essere più rapidi di me
e raccontarmi che cosa vi sveglia nella notte
che cosa attraversa le vostre case
le vostre stanze
i vostri letti
le vostre guance o le guance vostre
le vostre coscienze.
siate svelti abbastanza affinché
scrivendo
non vi scordiate cosa e perché
stavate cercando
prima che si cancelli
magari al chiarore della piccola luce ispiratrice
della cappa aspiratrice
e cosa inseguite
nelle notti insonni
nel fondo siberiano dei frigoriferi
o in quello dei cerchi concentrici di centomila sogni
rimasti sbarrati dietro i cancelli del subcosciente
e poi scordàti
come una chitarra che suona male
come questi versi soporiferi
che suonano male
scordateveli
questi non sono quelli che avevo in mente
e questo non è quello
che stavate cercando
non è niente, mi stavo solo
svegliando

 

 

(28 marzo 2006)

From all the unborn chicken voices in my head

nacque nell’abitacolo e in esso trovò la morte
il pensiero storto che visse meno a lungo di un viaggio
pensiero uguale a decine di troppi altri, embrioni mai fecondati.
no, no: il pensiero mai nato è ormai morto. mica la sua natura infelice.

cosa ne resta?
ricordo solo che
non ne potevo più
della pioggerellina, gocce fini
che sbriciolavano la luce in brillantini
il tergicristallo troppo lento, no, ora troppo veloce
gli occhi stanchi di inseguire il nero di troppe pozzanghere
da evitare, quasi fossero crateri pieni d’acqua
come laghi del centro Italia in cui nuotare o annegare.
e il tepore troppo caldo prima
la frescura troppo fredda poi
la mia faccia ora troppo magra
ora troppo scura
e di sicuro troppo livida
nella luce gialla della notte
nell’ombra bianca della foschia
in cui si confonde il mio aspetto
sotto alla barba incolta che non voglio farmi più
come le persone che non ho più voglia di coltivare
come le persone che non voglio farmi più
nemiche, ché il tempo delle questioni di principio è terminato
la stagione delle cause perse che s’è sciolta
come la neve tenera di marzo
e la voglia di gridare quanto stronzo sia questo o quello
che quasi pareva vitale, immortale
è ormai strappata, caduta
come la pagina di quest’inverno dal calendario.
a proposito: auguri di Buona primavera
anche e soprattutto a certe persone,
cadute in certe piccole battaglie
combattute a colpi bassi di tastiere di computer e telefoni
e parole. le parole come lance, le intenzioni come punte di sasso
scagliate con violenza, fendono la dignità di chi non può rispondere
eccoli i feriti, trafitti e muti dormono giù in metropolitana.
e poi magari stanno svegli di notte
per provare a ricucirselo,
l’amor proprio
e cercando aiuto in cosa, se non nelle parole?
parole che mandano all’ospedale
parole che guariscono dal male
come un medicinale
che ti spezza se lo usi male
ma poi lo ritrovi sullo scaffale
che mormora nella vetrina buia del dottore.
e quindi queste parole mediche
che dovrebbero avere la proprietà di rivelare…
cosa? la leggendaria mappa che porta alla gioia?
il profumo dei fiori che sbocciano in mondi troppo lontani?
la luce delle sere in fondo agli orizzonti equatoriali?
la definizione di quel che siamo
o quella di ciò che dovremmo essere?
una nuova possibile via per diventare persone libere
o la solita, vecchia casella in cui farsi rinchiudere?
le grandi verità per capire o le piccole bugie per sorridere?
domande, e intanto la strada scorreva
e la notte umida piagnucolava
e il pensiero svaniva
mentre la fantasia recriminava
per le immagini di seconda mano
ed io pensavo, e non so il perché
a quelle coppie fatte così male
a quei bravi ragazzi fatti a pezzi da donne di poco valore
a quelle brave donne massacrate da maschi di scarsa morale
o più semplicemente a certi visi incantevoli
appoggiati su guance ben più sgradevoli
come sorrisi di seta in secchi di facce da stracci;
equilibristi eleganti frustrati da domatrici sgraziate
o danzatrici armoniose intristite da pessimi pagliacci
ma nessuno mi ha invitato al circo, che mi lamento a fare?
posso solo imbruttirmi al pensiero di certe discrepanze
per esempio: quanto sia difficile piacere a chi ci piace
posso solo incazzarmi per un pensiero che cessa di scorrere
che sto forzando, sforzandomi di evocarne il suono originale
che poi nella notte provo a oliare
con una canzone ascoltata a ripetizione
come un pensiero inceppatosi sulla stessa frase
le stesse parole che non rivelano mai niente
anch’esse scritte e riscritte fino allo sfinimento.

sfinito da quelle mura imbiancate che ancora non mi contengono
sfinito da quelle persone ferite di cui parlavo prima
che trovano e ritrovano in me un amico
e che sembra quasi che dipendano da me, a volte
se è vero che mi cercano per raccontarmi le loro disgrazie
e poi mi affidano la loro idea di possibile felicità
quasi che fosse un pezzo rotto che io posso aggiustare
ma io cosa faccio? a volte scelgo di sparire
magari cercando anch’io conforto nelle parole ma poi
penso alle rivelazioni sepolte in libri che non aprirò mai
alle cose giuste rimaste ignote per pigrizia o delusione o noia
nascoste nella pagina successiva a quella in cui ho fermato la mia voglia;
e penso alle verità che invece ho letto distrattamente
o quelle che non sono stato capace di riconoscere
o che magari ho capito, ma di cui non ho saputo beneficiare
oppure a quelle che ho trovato anni fa e non riesco più a ricordare.

intanto l’ora s’è fatta davvero tarda
tanto che il pensiero si è ormai decomposto:
una carcassa sotto alla luna, vicino al mare
una sagoma che brilla di luce tenera e di sale
ma che ciò nonostante dà ugualmente il voltastomaco
e che di certo non ha più senso rianimare:
e chi ne ha voglia? sono così stanco.
sì, stanco…
anche di dire che sono stanco:
“sono stanco, sono stanco” per giustificare ogni cosa
“sono stanco, sono stanco” non giustifica ogni cosa
sono stanco, sono stanco di giustificare ogni cosa.
stanco di starmene qui a scrivere cose senza valore
a farmi ingobbire dalle parole sullo schermo
ancora loro?
a barattare il mio sonno
con che cosa?
un pensiero morto da ore
che ormai non ricordo più
e che forse solo per pochi minuti
ho sentito
poi non mi è servito
a niente
e non mi dice più
niente

(22 marzo 2010)

To die, to sleep

Ho bisogno di sfaldarmi, cadere in fiocchi nel sonno e dimenticare chi io sia per otto, nove ore.

So già che fallirò.
Il crimine più grande che la stanchezza può compiere verso di noi è quello di fiaccare la nostra testa. Il paradosso della mente stanca che diventa incapace di comandare per riposare sé stessa.
Dormi con i muscoli tesi e ti svegli spesso. Apri gli occhi e sei già un tutt’uno con la realtà. Temi la sveglia e la odi, ché se tace al mattino trilla nei sogni, e viceversa.

La logica dello stand-by, logorante e dispendiosa, si è impossessata anche del nostro sonno. Dormire, cos’è che è diventato?
Una lotta contro il tempo,
una scazzottata con il materasso,
una sfida persa contro la lucetta rossa;
ancora nero fuori nel bianco gelo, ora verde.
Non ti accanire su di me, ma staccami dolce la spina.

 

 

(3 marzo 2009)

Time for lunch

mangiare nella solita osteria che però, almeno per oggi, non era il teatro grigio della routine.

la luce alle 13 era bianchissima, oltre i vetri. il sole entrava dentro e apparecchiava i tavoli, facendo brillare posate ed occhi; danzava in controluce il vapore della sua pasta. il tepore, i discorsi e l’acqua gassata.

 

 

(8 marzo 2009)

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Ghost in the machine

Sono lì davvero, oppure no
certe sere alla guida
nel controesodo d’una giornata
mi faccio domande
sorpasso un autotreno e lo fisso
ma è come se guardassi oltre
mentre lui taglia a me la strada io la taglio alla mia concentrazione
la mente imita il vortice d’una ruota motrice che gira veloce
io stordito mi chino
appoggio la testa sul volante
e dall’ulcera gastrica lascio che coli l’acido
che mi consuma, mi digerisce
e corrode anche l’auto, sotto di me
e ne vedo il fondo
e il fondo stradale.
Questa rabbia non mi stimola, mi zavorra
e butto tutto il suo peso sull’acceleratore,
e schizzo veloce, ancora di più.
Questa rabbia che cova sotto la cenere
provo a farla esplodere annaffiandola di benzina
si accende un fuoco
no
è solo la costellazione di luci rosse
del moto delle macchine accanto
credo di squarciarne la scia
e invece ne faccio parte
e rotolo verso casa.
Ormai ubriaco di malinconia sbando sulle statali
e ci sono sere che la sbronza è più violenta
e stordente
e l’abitacolo è vuoto
un corpo meccanico comanda la macchina
mentre il mio spirito trasuda dal parabrezza
e si posa su un semaforo si sdraia su un incrocio si getta in un fosso
si nasconde in una cabina del telefono
dorme in un’aiuola
la macchina torna a cercarmi, a prendermi
forse un’anima più grande della mia abita in quel metallo
in quelle quattro ruote, se mi accompagnano per l’universo
non sano ma sicuramente salvo
nonostante
la mia disattenzione costante
poso gli occhi ovunque fuorché davanti
ora su di un ratto che scampa verso i campi
ora su qualcosa di indefinito, distante
poi guardo da vicino le mie mani sul volante
mentre
qualcosa o qualcuno
frena per me.
 
Poi la rabbia finisce
a cosa mi ha portato?
mi ha solo sfibrato
un altro po’
e penso a questo e sono ancora là
in orbita intorno alla città
in questo eterno vagabondare di auto
e luci e fumi e suoni
e le strade si consumano
noi esausti come l’asfalto
ci sfaldiamo
diventiamo piatti
come le scolpiture degli pneumatici consunti
e i pensieri come il traffico
circolano dentro arterie prossime al collasso
e i tarli scavano gallerie nel cervello
ecco perché mi rimbomba la testa…
E intanto le idee nuove se ne stanno in coda anche loro
forse muoiono in tremendi incidenti
forse dormono in qualche area di servizio
comunque non arrivano a noi
che aspettiamo – cosa aspettiamo?
non lo sappiamo
e mentre ce lo chiediamo
ce ne stiamo in apprensione
come madri che aspettano i propri figli
e vegliano accanto al telefono
o sulla soglia, a braccia conserte
e l’ansia cresce e i figli sfrecciano, quasi più sciocchi e rabbiosi di me:
magari arrivano prima
ma magari sbattono
e uccidono il figlio di un’altra madre.
Cosa vi dicevo?
il sangue può scorrere in un cervello così come su un’autostrada
e in entrambi i casi
non porta con sé nulla di buono.
 
Che ore sono?
è tardi
le strade si svuotano
le energie parcheggiano
e i semafori lampeggiano
noi come loro
soli ad un in incrocio
brilliamo ad intermittenza
di una tiepida luce arancione
che doniamo a quelle poche persone
che ci attraversano l’esistenza
che ci danno precedenza
e che ci perdonano se siamo un po’ ripetitivi
a corrente alternata
con il vizio della rima baciata
con il vezzo della similitudine
pieni d’ansia e solitudine.
Cari semafori umani, amici miei lampeggianti
probabilmente va bene così
chiediamo un po d'attenzione in più, sì
ma lasciamo passare tutti
molto poco autoritari
magari un po’ noiosi e sbadati
forse menefreghisti
lasciamo che le cose accadano
e diciamo “io non c’entro”
ma prima o poi, vedrete
ci sostituiranno con una grande rotonda
magari adornata da fiori e lampioncini
insomma bella e brava
la prima della classe
più o meno rispettata da tutti.
Intanto noi
dismessi, obsoleti
spenti e arrugginiti
chissà che fine facciamo.
 
Ho l’anima in manutenzione
e sono triste
perché so
che spesso i lavori in corso
non servono a rendere le cose migliori
se ti va bene diventi più funzionale
più razionale ma
sempre più uguale
a tutto il resto
standardizzato
privo di quell’imprevisto
che rappresenta un bivio
o un crocevia
o un incrocio con scarsa visibilità.
Pensiamo solo a sentirci più sicuri
ci lasciamo ingabbiare in prigioni di ovatta
come i matti
così se sbagliamo non sentiamo il dolore
e non moriamo più
ciò nonostante
siamo sempre meno vivi.
 
Se ho paura di soffrire
ho paura di esistere:
questo dico io.
Ma questo è quelli che forse dicono migliaia di altri individui
però entro nelle loro case
e vedo i loro armadi che esplodono di antidolorifici e sedativi
ed altre droghe a forma di cibo
e poi alcol e ancora alcol
e chissà quante altre medicine potrei trovare
quanti espedienti con cui la gente prova a dimenticare.
È così, e non c’è niente da fare
e scusate il giro di parole
volevo solo dire
che gli androidi sono qui, adesso.
Li incontri per strada
ma anche a casa, quando torni
e se ora spegni il monitor
ne vedrai di certo un altro
nel riverbero scuro
lì, davanti a te
e penserai “Accidenti,
sembra quasi
umano”
 

 

(28 marzo 2007)

 

9 marzo (fiore di carta)

un anno fa
ricordavo di certo meglio
quella piccola odissea malinconica
ormai parcheggiata chissà dove in ciò che sono
archiviata nel fascicolo del nove marzo
dell’anno prima di un anno fa.

due anni fa.
il tempo passa e passa la paura ma
l’amore che non hai coltivato
resta per sempre acerbo
e non marcisce mai.

ricordi rimasti appesi
come episodi senza seguito,
racconti senza finale.
fiori secchi dentro a un libro
che non sono più vivi ma
sopravvivono a ogni primavera.
e la vita sboccia

e continuamente appassisce
ma i ricordi appesi non invecchiano
li osservi e ti sembrano così vicini
poi guardi il calendario e pensi
non è possibile: sembra ieri.
non ci credo, e come vola il tempo
se è già passato un anno
da quella volta che ho detto:
“un anno fa a quest’ora”

ma il tempo è qui
e ci cammina accanto
deformato dalle percezioni.
è un foglio di carta sulla sabbia
che vola solo se… solo quando
arriva una folata di vento e
ci facciamo sorprendere
distratti a ricordare
gli anni passati

perduti.


sempre varrà di più
un fiore d’acqua coltivato
germogliato, esploso, sfogliato
che un fiore di carta mai sbocciato.
ché la vita vale
solo quando è reale
anche e specialmente
se fa male.
altrimenti è un’illusione
e ciò che avevi provato
era solo confusione

 

(9 marzo 2010)

 

9 marzo (night in gale)

un anno fa a quest’ora
ero già uscito dal cinema vuoto
avevo guidato tra curve piovose
dentro a boschi di abeti scuri
spremendo gli occhi e i fari
i tergicristalli.

avevo attraversato semafori e valli
costeggiato laghi e piazze di cerchi
su e giù senza strappi né urli
come sopra un ottovolante triste
che non diverte, che non esiste

in picchiata per discese larghe e vuote
in arrampicata su tornanti erbosi
e l’orologio correva
e la radio parlava
e la cuffietta cantava
e la pioggia cadeva.

dentro un labirinto di cartelli verdi e blu
appoggiato al fianco sinistro della pista
correvo senza radar o bussola
in orbita attorno alla città
ma la rotonda girava
la strada finiva
il freno slittava
la cuffietta si preoccupava
e il giro ricominciava.

a quel punto le strade percorse erano tutte sovrapposte,
come linee rosse tracciate sull’immaginaria carta geografica:
l
unica porzione rimasta bianca era la meta che stavo evitando.
 

Passato il ponte, girata la curva
la macchinina nera si rigira su se stessa
ecco che arriva la bambina con il radiocomando rotto
si prende la macchinina esausta in braccio
e accarezzandola, la porta in salvo.

 
un anno fa a quest’ora
stavo scappando verso la riva
correndo per finta appresso alle papere
e tornando per finta a quel che credevo inevitabile
sciogliendomi tra il fumo e il luccichio dei lampioni sull’acqua
come fossi dietro al vetro rigato di condensa e di gocce
ma dalla parte sbagliata.

tutta quella strada
per scovare quell’angolo buio di terra
approdando come un naufrago, una zattera d’anima
con i pensieri di legno marcio, le parole stracciate e zuppe
quella sera io
sono quasi annegato
e anche oggi che sto sulla terraferma
oggi asciutto, posato, meno spaventato
non ho dimenticato
quell’odissea
della sera
di un anno fa.

(9 marzo 2009)

In frantumi

Certe felicità assomigliano tanto ad un salvadanaio bucato.
Continui a metterci monete e speranze.
Talvolta pensi a quando romperai il coccio e a quale dono potrai ambire.
Aspetti e sogni. Investi e sogni. Cresci e sogni.

Un giorno lo alzi e lo senti tristemente leggero. Non tintinna.
Lo scaraventi a terra per rabbia e per l’ultima, vana speranza.
Esce un po’ d’aria polverosa e tossisci.

(marzo 2008)