Tunnel of love

Senza musica, probabilmente, sarei già morto molte volte.
Chi è venuto a riportarmi in superficie, mezzo annegato, dal buio di tutte le profondità oceaniche? Chi ha lanciato la corda per raggiungermi, prima che la montagna mutasse il suo volto d’inverno e il nero crepaccio si chiudesse su di me? Chi non fece diventare carne di pesci la mia carne, un relitto colato a picco la mia carcassa spolpata, un nido per alghe e plancton il mio scheletro vagabondo. Chi evitò che diventassi una mummia o un fossile per gli uomini del futuro, gli atomi dei miei resti sopravvissuti alle catastrofi dei millenni. Il vigile del fuoco che salva i bambini e i gatti e i libri dal rogo che spezza le case e sbriciola gli alberi. L’abbraccio stretto del compagno in caduta libera dopo che il tuo paracadute ha deciso di non aprirsi. La terza mano sul volante che trema, il terzo occhio sulle strade troppo buie o nebbiose, l’asse di legno su una pozzanghera laterale, invisibile e mortale. Il braccio materno che strattona prima di un attraversamento pedonale, mentre un’auto sfreccia con brutale mancanza di freno e di esitazione, come guidata da un automa. Il contadino paziente che pianta gli alberi nuovi sulla collina ferita a sangue dal cemento, da un torrente arrabbiato cogli uomini e gonfio di pioggia autunnale, dalla mancanza stessa degli antichi alberi che trasforma i pendii in frane. Il miele che alliscia la gola diventata di ferro tagliente e rugginoso; il sonno quasi magico che placa la stanchezza di un semestre di lavoro duro; il profumo della cucina che fa di nuovo dono dell’appetito, andato perduto dopo settimane d’un male oscuro che pensavi te lo avesse sfregiato per sempre, l’amore eterno per il cibo, il dolce cibo di questo mondo. La luce del sole che indica il foro d’uscita della grotta; il canarino che smette di volare per dirti Sàlvati, almeno tu, prima che l’alito silenzioso ma mortifero della miniera risalga dalle viscere della Terra ed esploda, inondando di giorno il buio secolare del sottosuolo. La coperta coi buchi che ringhia contro le notti di un rigido inverno, in difesa del senzatetto che piange muto sulla sua miseria. La ammirevole ostinazione di un vecchio aeroplano che prende il cielo per la milionesima volta, quando chilometri più in basso l’aria è sconvolta dagli uragani, la terra è sventrata dai terremoti e il giorno è inghiottito dalla nube di cenere di un vulcano; la luccicante e serena solidità della rotaia, la sferragliante e sicura calma del treno che la percorre, lungo un’immensa pianura argillosa e acquitrinosa, o sabbiosa e riarsa, che a camminarci sopra ti fagociterebbe sino al bacino, o forse alle narici; l’inaffondabilità stupefacente di una zattera di tronchi di sughero quando le braccia non vogliono più saperne di nuotare, e la corrente è tumultuosa e indifferente; la misteriosa forza di una schiena umana, quando c’è la guerra e le caviglie si slogano nelle trincee e nella corsa, i piedi muoiono congelati nella neve ucraina o austriaca e le cosce si spappolano per le pallottole basse del fuoco incrociato. Il pozzo profondo come la notte, il pozzo che incanta e riflette il cielo, il pozzo chiaro di luna, il pozzo generoso d’acqua; il pozzo che se domandi risponde, a volte persino esaudisce, ma che se ti sporgi non ti tira giù nel suo ventre. Chi la salvò, la mia mente, dalla trappola senza ritorno della mancanza di senso? Chi impedì ai miei occhi di seccarsi per sempre dopo che il cinismo di posò su di me, stringendomi nella sua morsa gelida eppure tiepida, terribile eppure rassicurante? Chi mi rinfrescò la fronte durante la febbre mefitica della mia memoria, che voleva che io mi svegliassi e non ricordassi più il mio nome? Chi mi ha fatto compagnia nelle orecchie o nell’immaginazione, suonando sempre, negli autunni tristi. E nei pomeriggi dell’adolescenza, nelle notti senza sonno, nelle maratone di lavoro, nelle code infernali del traffico. Chi non ha mai avuto timore di entrare in un letto assieme a me. Chi mi accompagna la mano mentre scrivo; e se non lo fa, tutto diventa stentato e senza flusso, lento, farraginoso. Chi mi accompagna, punto. Chi non si cura dei miei stati d’animo, talvolta violenti eppure trascurabili, piccoli passaggi attraversati dalla piccolezza della mia statura d’animo. Chi c’è stato mentre volevo che qualcuno ci fosse; chi mi baciava con vigore e tenerezza anche quando mi sentivo brutto e sgraziato e credevo di non avere bocca alcuna, ch’ero troppo giovane per imparare a piacere, imparando a piacermi; chi tutt’ora mi accarezza la testa, dopo che io stesso l’ho massacrata di razionalità o solo finta intelligenza; chi non cesserà di sorridermi, anche quando sputerò veleno, inacidito dagli anni, tanto che vomiterò la mia bile persino su di essa, con spropositata ingiustizia, ma mai al punto di rinnegarla. Chi? Colei che quanto più tace tanto più mi chiama, così che io torni a cercarla davvero, pieno di sete. Si lascia trovare. E non mi nega passione e sollievo, pioggia e riparo, profondità e altitudine, appetito e sazietà, attracco e mare aperto, ristoro e poi ancora viaggio. Grande ed anche oltre, senza fine né finale, come questo grazie per il dono dell’udito e dell’aria intorno, che si lascia respirare ma anche percuotere, ovvero, suonare.

(1° dicembre 2014, molti anni fa)

 

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É demais, é pesado, não há paz

e poi, alla fine, tutto si aggiusta.
le cose si rompono per farsi aggiustare
le giornate le fortune gli oggetti i coglioni
ma basta un pomeriggio ad aggiustare una settimana.

ricordarsi di non aver avuto tutto dalla vita
ma di aver avuto molto
un talento una possibilità
i soldi per un’auto
che sarà roba materiale
ma in questa vita materiale, serve
vale.
parlare nel pomeriggio e notare di aver avuto ancora altro
buoni maestri e buoni professori
buone compagnie e compagni buoni
la mostra dei lavori nell’atrio e un voto regalato
le risate sotto l’arco della finestra e una giornata di sole
una rogna che si rivela fortuna
un anno perso che diventa guadagnato
pagelle che s’impolverano e coccarde che muoiono
ricordi che vivono e amici che se ne vanno
ma che prima o poi ritornano
i traguardi svaniscono
le persone continuano a vivere
anche quando non sopravvivono.
le persone non sono auto
se investono (su) altre persone
non uccidono, ma (si) salvano
e mentre le strisce pedonali restano bianche
le righe mentali diventano nere
e penso e scrivo e parlo
con me
nel solco delle parole
scambiate con altri
e non voglio smettere mai
voglio solo scegliere con chi
ma voglio continuare a curare alberi
a raccogliere i frutti nelle notti
ricordandomi dei giorni di tempesta
del vento gelido che spezza i rami
e mentre mangio l’ennesima pesca
mi sbrodolo e guardo il pesco rimasto in piedi
e mi ripeto che poi, alla fine, tutto si aggiusta.

tornerò a guastarmi, a rompermi
così come ora mi sto rompendo di questa eco
che provo a coprire con la musica,
quella nelle cuffie
ché la musica delle parole
è incantesimo per serate migliori
quelle in cui mi aggiusto e sono in fiore
mentre oggi manca un po’ di acqua o smalto
come colore troppo secco o troppo acquoso
non riesco a dipingere come vorrei
ma non è importante
la musica, quella di prima, mi spinge fin dentro le quattro
e finché non finisce non finirò
di ticchettare sui tasti
mentre ho già dimenticato il motivo per cui ho cominciato
forse dovrei smettere di parlare senza dire niente
annacquando la goccia di colore
che mi ha portato qui.
qui, dove non mi diverto più
e allora tutto perde senso
e ritmo, e poesia
e allora, perché insistere?
e non un problema del chi o del come
né del perché
quando non ti diverti più devi smettere e basta
a meno che non si tratti di sopravvivere
ma tutto questo è così superfluo
e solo quando te ne allontani te ne rendi conto
e allora meglio aggiungere qualche altro metro di distanza
per evitare di farsi rompere
e di dover sperare in una serata o un poco di fortuna
per aggiustarsi ancora
anche se è solo una cicatrice che guarirà
come un segno di penna che non resterà
su una superficie che puoi lavare o coprire
con altri strati superficiali
che non restano
come i voti
la mete vuote
o altre minuscole guerre
inutili quanto le guerre grandi
per cosa, poi?
per una donna
un fazzoletto di terra
un rigurgito d’orgoglio
un momento di follia
una stupidità eterna
per le religioni e le sue distorsioni
per ostentare forza
perché meglio le bombe che ammettere
che forse ci si era sbagliati
per i soldi
per i soldi
per i soldi.
mille euro fanno comodo
per la prossima bolletta sbagliata
la prossima multa
ingiusta o no
la prossima tassa
il prossimo errore
la prossima debolezza.
ma quanto serve di più?
qual è il fondo dell’avidità?
io mi chiedo
se valgano di più i cinquemila euro
di un metro quadrato in zona Bovisa
o una notte estiva che non fa paura
che puoi perderti e non morire di freddo
e quando le gambe cedono
puoi fermarti a dormire sotto un albero
o all’ombra di un cartello stradale.
io mi chiedo se valgano di più
le royalties di un pezzo musicale
o la libertà di poterlo ascoltare
senza aver paura del mattino
e della sveglia
come io adesso
con la musica
che mi tiene tutto intero
infilandomi dentro alla sacca piatta e calma delle quattro e trenta
e scrivo e scrivo
e le note mi assecondano.
io mi chiedo se valga la pena
colpirsi alla spalle a vicenda
e conficcarsi punte di spillo a tradimento
per una promozione insignificante, per due lire bucate
per una scopata sopravvalutata, due ore buttate
per una briciola di potere, che di potere niente dà
per una vittoria morale, che di morale nulla ha
o altre ferite, altri rivoli di sangue dalla schiena
come di randagi incattiviti che si litigano l’osso
quanto vale, a cosa serve
quando poi là fuori
ci sono gli alberi e le pesche
e le stelle tremanti e i lampioni muti
le aurore le persone senza gli spilli
che non reclamano potere o sesso o soldi
ma chiedono solo un po’ di tempo
lo stesso che vuoi tu
per parlare
per ricordare
per riscoprire, lì accanto
gli oceani di bellezza
celati in fondo ad angoli di tranquillità
da riconquistare
per nascondertici dentro
quando hai voglia di farti aggiustare
cadendoci dentro
come una piuma sull’acqua
come una nota alla fine di una melodia
come questa, che inseguo
che ora sfuma
a cui devo questo pensiero
sfuma
come la visione tarda di uno di quegli oceani
e che mi fa pensare, giustamente
che non avrò tutto dalla vita
eppure
ho già avuto molto

(luglio ’10)

Se noi non fossimo noi

Incontro un uomo con l’andatura insicura, lo sguardo spaesato; guarda il cielo, poi fissa il terreno. Strano nell’aspetto.
Lo studio mentre si avvicina.
La mano destra. Sudicia. Qualcosa di liquido. Grondante di… sangue?
Oddio. Sì, sembra proprio sangue.
Sospetto.
Quell’uomo è forse così stralunato perché ha commesso qualcosa di atroce?
Fifa.
Cambio velocemente strada, allungo il passo il più possibile; ma non troppo, non deve sembrare una fuga.

Raggiunta finalmente casa, chiudo la porta a doppia mandata.
Affanno.
Cerco conforto nella dispensa.
Trovato. Mi preparo un panino al formaggio.
Masticando il primo boccone vado a ricontrollare la porta. Ok.
Mi dirigo nuovamente verso il lavandino della cucina.
Fisso l’acciaio. Su di esso vedo proiettata la sagoma di quell’uomo.
L’allucinazione, seppur lenta e sfocata, mi crea un brivido.
Una briciola, cadendo, manda in frantumi l’immagine mentale e mi riporta alla realtà.

La cucina esiste, è l’odierno teatro dell’immaginazione. Anche la mano insanguinata esiste: è la mia. Maledette pellicine.

Ora: questo panino sarà pure sospetto, ma il punto è un altro.
Non voglio necessariamente estrapolare una saggia morale da questa storia: non ne ho né la voglia, né la presunzione. Mi preme però dire che il mondo è pieno di imprevedibilità, di cose non subito comprensibili, di persone e fatti bizzarri.
A volte la spiegazione ad esse può essere tanto banale da sembrare inventata.

Pensando a tutto questo, mi rendo conto di non essere in grado di formulare verità o di saper ragionare in modo scientifico.
Il mondo è assai più complesso, o forse è molto più semplice e calcolabile, ed anche ciò che a noi appare unico e magico lo si può in realtà formulare e riprodurre.
Già.
Eppure torno con la mente alle mie unghie sanguinanti e a quanto possa creare diffidenza o sconcerto una cosa tanto stupida. Quanto male può farci la quotidiana rinuncia all’irrazionalità?

Ogni lume che rischiara la vista è anche un lume con cui ci possiamo scottare,
se ad esso ci avviciniamo troppo. Così il lume della ragione, che siccome tale nella notte va spento, perché cadendo può creare un incendio.
Ed è così che la notte diventa il tempo dei pensieri sballati e senza scopo.
Una logica buffa e avvolta dalla nebbia, propria dei sogni, sembra impadronirsi anche di coloro che si ostinano a restar svegli in cerca sonno, di una spiegazione, di loro stessi.
Quanto tempo sprecato.

(14 ottobre 2006)

Ancora male

troppa pioggia che ricade fuori e torna dentro. G soffre per sua madre. e ha paura di perderla, ogni santo giorno. mamma invece l’ha già perso da più di una settimana, il suo primo fratello. poi c’è chi si è perso in piogge incalcolabilmente più insignificanti e dimenticabili. come M, che ha perso la calma e l’ingenuità. come me, che non vedo l’ora di perdere il lavoro. mentre non voglio perdere le cose belle, le cose grandi: ma devo lottare per loro.
un giugno umido e faticoso, come un vandalo che prova a imbrattare l’immagine di un’ estate che tarda ad arrivare. non mollate miei cari, non vi perdete. io vi abbraccio forte, e vi strofino la schiena per questo freddo insensato. vorrei prendermi un po’ del vostro brutto tempo, in questo lasso di tempo orrendo. ma il vento caldo, son certo, arriverà. soffierà anche per te, per voi, per noi.



(17 giugno 2011)

Male

questo giugno sembra essersi svegliato con il mal di testa, la luna storta e una gran voglia di pestare a sangue. ha già impugnato la mazza e se la passa da una mano all’altra, con fare assai nervoso.

ma che importa. le bastonate che io posso prendere non sono niente. niente di fronte a quel piccolo uomo e quella piccola donna, che non si conoscono ma che stanno percorrendo la stessa triste strada. così lontani, così vicini. e forse non ce la faranno, a camminare fino a luglio. e quanto mi vergogno quando mi scopro a sperare che finisca presto, questo loro ovattato inferno in Terra.

almeno per loro posa la mazza, e fa’ loro un’ultima carezza. e se per caso mi sbagliassi e quella carezza non fosse l’ultima, io ne sarei felice; ma allora, se è vero, non giocare ancora a lungo. non giocare più con la loro svuotante, infinita stanchezza.

(3 giugno 2011)

Vuoi solo che finisca

Non c’è nulla di edificante nel toccare con la punta delle dita il vero dolore altrui – ci si sente solo stanchi e desiderosi di dimenticare, o di svenire addormentati. E se un bambino impara a tenere la mano lontana dalla porta bollente del forno, a noi le scottature non insegnano un bel niente – perché da grandi smettiamo di imparare e perché, quando l’infanzia muore, certe porte cominciano a bruciare di dolore, e piangendo, ci chiamano.


(novembre 2009)

Naufragio

Intento a sbrigare le ultime pratiche per archiviare questa giornata, fatta di pensieri guasti
inevitabilmente rumorosi – prova che son davvero rotti.
Il fatto è che non puoi tirarti indietro
non puoi ruotare gli occhi, fischiettare e buttarli via
sono lì, da affrontare
spero almeno di trovare gli attrezzi adatti prima che cedano del tutto
prima che ricapitino altre notti come ieri
di quelle in cui rimani a piedi nel mezzo d’una notte
passata in bianco, a cercare di capire.
Metafore deboli
le cose meccaniche non provano dolore
fanno un po’ di fracasso, sì
ma non ansimano
non hanno il tormento
rischiano di spaccarsi se non sono ben lubrificate
ma spiegateglielo voi ad un congegno o ad un motore
che cosa sia un senso di colpa
raccontategli voi di come sia possibile
che non esista olio che possa impedire
l’inevitabilità di certe cose
e non c’è meccanico che possa riparare la paura
forse un abbraccio
come quello in cui ho poi trovato sollievo, e affetto c
on cui ho ritrovato il sonno
eppure rimane
tutto
tremendamente
difficile.

Mattina iniziata troppo presto
tanto che quasi non mi accorgo di come non ci sia nessuno per le strade nessuno nelle stazioni
nessuno sui treni
però poi apro gli occhi e vedo
allora penso a tutti quelli che sorridono nei loro letti, al riparo dal mondo
ma non sono i loro giacigli caldi a scaldarmi l’umore
quanto l’accorgermi che non è affatto una mattina così malvagia.
Le rotaie scivolano lucide, le stazioni scorrono rapide
e la pioggia ha sciacquato il cielo
che è meno grigio di certi giorni di sole
anzi, è bianchissimo
e l’aria sembra più leggera
per ogni goccia un granello di smog
in ognuno di quei letti una briciola di stress.
Così uno prova a sorridere
ma quello che scompare fuori, lo si ritrova dentro
un luogo dove la moquette si tiene la polvere stretta stretta
e non ci sono bianche gocce a spingerla giù
a portarla con sé.
Un luogo fatto di mezzucci e omuncoli
e di piccole cattiverie per minuscoli pezzi di potere.
Provo a coprire l’amaro con brioche e caffè caldo
aspetto la campanella
poi via
tra file di macchine che oggi non solcheranno l’asfalto
tra panchine zuppe e solitarie
tra file di alberi gocciolanti e bui
scappo dalla città vuota, in cerca di casa.
Ma tanta attesa mi attendeva, in quella stazione dei pullman:
desolata, dimenticata
tra facce che si cercano per farsi un po’ di compagnia
tra braccia che s’intrecciano per ripararsi un po’ dal freddo
ed io immerso in molta acqua
in troppe preoccupazioni
piove ovunque sulla testa
una pioggerellina fattasi quasi vapore, fina
e piovono i Cure nelle orecchie
ed è un suono liquido per davvero
e piovono immagini negli occhi
come quella del mio volto che si specchia nelle pozzanghere
come le impronte delle mie scarpe con cui gioco a timbrare il marciapiede
e piovono frasi nella mente
così semplici e belle che le vorrei fotografare con una penna,
sulla pellicola a quadretti del blocco
e penso che in serata potrei posarle sulla rete
un post un po’ triste scritto con parole felici.
Ma le braccia non si vogliono districare
ché l’umido vuole entrare
nelle ossa nelle tempie
ossa ossidate
rugiada che arrugginisce
no, oggi non è il caso
né di questi piatti giochi di parole
né di quest’autunno che vedo là fuori
che sento qua dentro
e ora forse lo capisco, il perché
delle foglie che in questo periodo hanno il colore morente della ruggine
o quello dimenticato del rame uguale a quelle pentole che non si usano più
e mentre mi avventuro in questi paragoni avventurosi,
la mia attesa si esaurisce
come il mulinello d’acqua in quel tombino che fisso inebetito.

Poi tutto il resto
un viaggio che sa di tregua
al capolinea il paesino pieno di turisti
per loro il cimitero come la riviera per i tedeschi
questa via piena di gente che non vuoi incontrare
approdi al portone su per le scale, a perdifiato
varchi la soglia e chiudi forte e veloce la porta dietro di te
come per spingere fuori la malinconia
come per vincere una corsa ed entrare
prima che quelle persone, quell’acqua, quei pensieri ti raggiungano
come se quel legno potesse davvero proteggerti in qualche modo
eppure davvero ti senti già meglio.
La casa non è però un focolare già acceso
è vuota di persone, ma zeppa di cose da sbrigare
le mura umide da scaldare ma
c’è anche il suono del pentolino che borbotta e
dentro c’è l’acqua fumante per il tè e
c’è lo zucchero che aspetta sul fondo della tazza e…
Insomma, un po’ di pace
scocca anche per me l’ora del giorno festivo
e anche se è già buio, che importa.
Così finalmente mi assopisco
dopo ore mi risveglio col volto livido e tragicomico di Benigni
e il canto commovente e ipnotico di Offenbach.
Intanto mi accorgo che quasi non ricordo più nulla di oggi ma
ecco che – incosciente! – mi viene il tarlo di salvarne il salvabile
perché lo voglio buttare giù
nel senso di renderlo testo, sì
ma anche inteso come un tappo da ingoiare
o una zavorra che ci si scrolla di dosso
proprio come gli alberi odierni,
che si liberavano di foglie e goccioloni
magari per sentirsi l’animo meno morto
ma forse ci son cose che vanno fatte sgocciolare verso il dentro
che bisogna buttare giù
per deglutirle, digerirle
e farle proprie
come le esperienze. Com’è che si dice?
“Chi non sa ricordare il passato, è condannato a riviverlo”
qualcosa del genere.
E allora no
domani sia pure un giorno ordinario e noioso
e oggi rimanga oggi
sapendo che tornerà a breve a trovarmi, va bene
ma nel frattempo riprendo fiato
mi concentro
chiudo gli occhi e poi
pronto ad immergermi
a guardare negli occhi tutto quel che ho sommerso
e che ora spinge per tornare in superficie
per vedere la luce
come quella che tra poco farà capolino
eccola, dietro l’orizzonte.
Buongiorno,
ieri è passato.


(2005, notte tra ognissanti e i morti)

 

 

 

 

Lo specchio rotto

un fine settimana che sento già suonare: triste
una giornata in barca – uno dei due fari è annegato
la sera morta in fondo alla pinta di birra dorata. vuota.

mi alzo come l’occhio che sceglie un taglio diverso per l’inquadratura
il mirino pronto a planare sui campi, osservando tra gli alberi, fino all’orizzonte
nelle orecchie una colonna sonora bassa e dura, da farmi sanguinare i timpani
l’eco grave delle meschinità delle persone che parlano di cose che ignorano
più altre microbiche ingiustizie assortite che mi fan venire il mal di gola
e non ne vale la pena, mi dico, anche se mi da fastidio mandar giù.
ma nei miei occhi riposa l’eleganza di Seurat
brilla il suo lampione ad olio spento, fatto di niente;
sfavilla l’energia del Caffè di Notte di Van Gogh
e divento pazzo, esplodendo di sangue rosso come le pareti;
riluce il colore placido delle acque marine di Signac,
e ormai immagino anche me diviso in minuscole tessere di mosaico.
un cipresso dipinto con tocchi di colore puro si erge nella foschia notturna.

dentro alla macchina la radio suona e piove e canta e piange più di così
la lieve serenità, agile ed elegante, i Roxy Music di More Than This;
l’allegria inaspettata e dirompente, woo-hoo!, i Blur di Song 2.
placido, il volume della radio ora va giù
dorme il motore dietro al faro morto
io un poco più vivo di esso
pronto a spirare, divorato da letto
in testa il rumore dei progetti e la luce
del Pointillisme, le tinte pure della mia disfatta
l’odore della pioggia e della gommina dei tergicristalli, cotta
le fotografie che frusciano come le foglie in bianco e nero
del loro grigio autunnale si tinge un onirico inferno
dove sono condannato ad un eterno inverno.

apro la portiera e
cado nella strada
rotolo per la scala
scivolo dentro casa
precipito dentro me stesso
sprofondando in questo bisogno di
scrivere un momento – o cedere allo svenimento?
a tenermi sveglio il pensiero di un mondo fuori che è ancora sveglio
in cui le persone furbe, più sveglie di me, fingono e ridono e si sentono furbe
e senza contraddittorio si reinventano giuste, nella loro eterna estate
mentre più lontane, con gli occhi più gonfi di sonno e di pianto
le persone buone sfioriscono nella loro primavera tardiva
e si seccano e arrugginiscono, poi cadono
sono per terra. stanno male.
ed io?
eccomi lì, nel dipinto dei prossimi giorni
nero livido e dormiente ma
pronto a svegliarmi
ben riposato per essere pronto
con il coltello in mano e il sorriso in volto
pronto a ferire a morte chi non è stato mai cattivo
pronto a far piangere il volto che riflette
questa mia riflessione
questo fine settimana
e questo dolore violento.
e così cerco rifugio nella pittura
e nelle eco e nel sonno
e nei sensi e nelle recriminazioni
ma in mille riflessi di frammenti di specchi
vedo l’unico volto che mi fa rabbia
ed è quello mio.

non ha ricominciato a diluviare, eppure
si sente ancora gocciolare.
sono il mio pietismo e i miei sensi di colpa
le molte ipocrisie rimaste mute
che colano via e inzuppano la notte e le sue parole
che andranno perdute o moltiplicate
confuse dal caleidoscopio psichedelico di queste giornate
come le date scarabocchiate o incise, tatuate
che rimarranno impresse sul calendario di questo fine settimana
che mentre scrivevo ha incominciato, triste, a suonare.

(2009, un fine settimana di ottobre)