Puer

Non ci vorrei proprio andare al lavoro, domani. Vorrei stare qui stanotte, sospeso nella notte, a fantasticare su argomenti a piacere. Vorrei starmene a letto. Sveglio, a fantasticare ancora, guardando fuori dalla finestra. La luce bianca e ferma dietro la tenda. La colazione che arriva solo quando ho voglia di tornare verticale. No che non mi voglio alzare. Lasciami dormire, sveglia. E tu lasciami in pace, dovere. Non ho voglia di essere un bravo androide responsabile, domani. Ho voglia di fallimento. Per mio conto, senza compatimento. Ho voglia di una scusa. Ho voglia di stare a casa. Lasciatemi stare. Lasciatemi piagnucolare. Meglio patetico che regolare.


(facebook status, 12 feb 2010)

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Àdito

Penso che se non ci avessero fatto la bocca, in amore ci metteremmo tutti a inciderci la faccia, a scavarci un ingresso per la gola, per le interiora, le budella. Ché è amore a letto con un viso, un corpo e chi li possiede; ed è amore a tavola con le fettine panate e chi ce le ha preparate. E penso che l’amore sia più o meno questo fatto a suo modo semplice, ossia un desiderio fortissimo di portarci le cose belle alla bocca, per poi farcele scivolare dentro, attraverso quel varco che, a non avercelo, ci scaveremmo per loro.

(14 dic 2013)

A little bit(ch) of love

Questo pomeriggio mi stavo confrontando con una persona in merito a certi atteggiamenti umani. Successivamente, durante la cena, mi è saltato in mente un concetto formulato in un inglese mezzo inventato: “the bitch are getting bitcher” (o almeno è così che suonerebbe, se solo quel bitcher esistesse). Poi, anche per contrastare un poco il cinismo, ci ho aggiunto un meno improbabile “(but) true lovers will be loved”.
Successivamente, sempre partendo da quel confronto, ho pensato anche che probabilmente l’etica non sia necessariamente un sistema di ragionamenti, o perlomeno non solo. È anche un’evoluzione del sentire, un livello più complesso a cui elevare la propria sensibilità: o hai mezzi per poter ambire a quella complessità, oppure resti a un livello più istintivo che ti relega alla molle faciloneria dell’immoralità, che dona piaceri rapidi ma vacui e poveri, storpi, senza pienezza né costrutto. Così, forse non è per mera idiozia, se talune persone si ritrovano alla categoria “bitches” di cui sopra; forse è un fatto di banale pigrizia, o di scarse qualità a trecentosessanta gradi, o ancora di quel che io talvolta definisco ‘analfabetismo affettivo’. O magari, semplicemente, se la fanno sotto. Si fanno male. O se ne lasciano fare.
Chi non sa a amare o ha paura di non essere amato, troieggia. I veri amanti, troneggiano.

(facebook, un annetto fa)

Tunnel of love

Senza musica, probabilmente, sarei già morto molte volte.
Chi è venuto a riportarmi in superficie, mezzo annegato, dal buio di tutte le profondità oceaniche? Chi ha lanciato la corda per raggiungermi, prima che la montagna mutasse il suo volto d’inverno e il nero crepaccio si chiudesse su di me? Chi non fece diventare carne di pesci la mia carne, un relitto colato a picco la mia carcassa spolpata, un nido per alghe e plancton il mio scheletro vagabondo. Chi evitò che diventassi una mummia o un fossile per gli uomini del futuro, gli atomi dei miei resti sopravvissuti alle catastrofi dei millenni. Il vigile del fuoco che salva i bambini e i gatti e i libri dal rogo che spezza le case e sbriciola gli alberi. L’abbraccio stretto del compagno in caduta libera dopo che il tuo paracadute ha deciso di non aprirsi. La terza mano sul volante che trema, il terzo occhio sulle strade troppo buie o nebbiose, l’asse di legno su una pozzanghera laterale, invisibile e mortale. Il braccio materno che strattona prima di un attraversamento pedonale, mentre un’auto sfreccia con brutale mancanza di freno e di esitazione, come guidata da un automa. Il contadino paziente che pianta gli alberi nuovi sulla collina ferita a sangue dal cemento, da un torrente arrabbiato cogli uomini e gonfio di pioggia autunnale, dalla mancanza stessa degli antichi alberi che trasforma i pendii in frane. Il miele che alliscia la gola diventata di ferro tagliente e rugginoso; il sonno quasi magico che placa la stanchezza di un semestre di lavoro duro; il profumo della cucina che fa di nuovo dono dell’appetito, andato perduto dopo settimane d’un male oscuro che pensavi te lo avesse sfregiato per sempre, l’amore eterno per il cibo, il dolce cibo di questo mondo. La luce del sole che indica il foro d’uscita della grotta; il canarino che smette di volare per dirti Sàlvati, almeno tu, prima che l’alito silenzioso ma mortifero della miniera risalga dalle viscere della Terra ed esploda, inondando di giorno il buio secolare del sottosuolo. La coperta coi buchi che ringhia contro le notti di un rigido inverno, in difesa del senzatetto che piange muto sulla sua miseria. La ammirevole ostinazione di un vecchio aeroplano che prende il cielo per la milionesima volta, quando chilometri più in basso l’aria è sconvolta dagli uragani, la terra è sventrata dai terremoti e il giorno è inghiottito dalla nube di cenere di un vulcano; la luccicante e serena solidità della rotaia, la sferragliante e sicura calma del treno che la percorre, lungo un’immensa pianura argillosa e acquitrinosa, o sabbiosa e riarsa, che a camminarci sopra ti fagociterebbe sino al bacino, o forse alle narici; l’inaffondabilità stupefacente di una zattera di tronchi di sughero quando le braccia non vogliono più saperne di nuotare, e la corrente è tumultuosa e indifferente; la misteriosa forza di una schiena umana, quando c’è la guerra e le caviglie si slogano nelle trincee e nella corsa, i piedi muoiono congelati nella neve ucraina o austriaca e le cosce si spappolano per le pallottole basse del fuoco incrociato. Il pozzo profondo come la notte, il pozzo che incanta e riflette il cielo, il pozzo chiaro di luna, il pozzo generoso d’acqua; il pozzo che se domandi risponde, a volte persino esaudisce, ma che se ti sporgi non ti tira giù nel suo ventre. Chi la salvò, la mia mente, dalla trappola senza ritorno della mancanza di senso? Chi impedì ai miei occhi di seccarsi per sempre dopo che il cinismo di posò su di me, stringendomi nella sua morsa gelida eppure tiepida, terribile eppure rassicurante? Chi mi rinfrescò la fronte durante la febbre mefitica della mia memoria, che voleva che io mi svegliassi e non ricordassi più il mio nome? Chi mi ha fatto compagnia nelle orecchie o nell’immaginazione, suonando sempre, negli autunni tristi. E nei pomeriggi dell’adolescenza, nelle notti senza sonno, nelle maratone di lavoro, nelle code infernali del traffico. Chi non ha mai avuto timore di entrare in un letto assieme a me. Chi mi accompagna la mano mentre scrivo; e se non lo fa, tutto diventa stentato e senza flusso, lento, farraginoso. Chi mi accompagna, punto. Chi non si cura dei miei stati d’animo, talvolta violenti eppure trascurabili, piccoli passaggi attraversati dalla piccolezza della mia statura d’animo. Chi c’è stato mentre volevo che qualcuno ci fosse; chi mi baciava con vigore e tenerezza anche quando mi sentivo brutto e sgraziato e credevo di non avere bocca alcuna, ch’ero troppo giovane per imparare a piacere, imparando a piacermi; chi tutt’ora mi accarezza la testa, dopo che io stesso l’ho massacrata di razionalità o solo finta intelligenza; chi non cesserà di sorridermi, anche quando sputerò veleno, inacidito dagli anni, tanto che vomiterò la mia bile persino su di essa, con spropositata ingiustizia, ma mai al punto di rinnegarla. Chi? Colei che quanto più tace tanto più mi chiama, così che io torni a cercarla davvero, pieno di sete. Si lascia trovare. E non mi nega passione e sollievo, pioggia e riparo, profondità e altitudine, appetito e sazietà, attracco e mare aperto, ristoro e poi ancora viaggio. Grande ed anche oltre, senza fine né finale, come questo grazie per il dono dell’udito e dell’aria intorno, che si lascia respirare ma anche percuotere, ovvero, suonare.

(1° dicembre 2014, molti anni fa)

 

Caldo, molle, fondo

In principio tu evitavi di dirmelo
ma che mi amassi io già lo sapevo
lo capivo quando stavo dentro di te e sentivo
che ti scottava.
Un calore così scioglie ogni cosa
come il metallo più duro che si fa molle
quando cade
dentro la lava.
Scottami, amore mio
che forse, dopo anni
mi sciolgo anch’io.

.

Il mio caldo e denso
il tuo più fluido
e ancor più caldo.
Venirti dentro
è come poggiare un cucchiaio pieno di miele
sul fondo di una tazza colma di latte, bollente.
Ogni cosa diventa più molle
i nostri muscoli e la nostra mente
infine ogni cosa si scioglie
come l’orgasmo che ci fonde
e che ci fa dire cose insensate, d’istinto
nel momento in cui smettiamo d’essere
eterogenei e distinti

.

L’ho capito oggi pomeriggio
che non ti voglio più.
Mi fa così incazzare riscoprire
che tutto debba, inevitabilmente, finire
e non accetto che finisca sempre in me, per primo
e di rabbia adesso ti afferro per le spalle, e ti giro
così che non debba guardarti negli occhi mentre,
a te parallelo, entrerò profondo come non ho fatto mai
tanto che insieme fonderemo e sprofonderemo
in questo materasso, che da domani più non riscalderò
e prima di andarmene ti giuro e ti nego
che scoperemo forte fino a sfondarne le molle
e il ricordo di quando ci scottavamo

.

(da qualche parte nel 2010)