Should be

Quando qualcosa che non ci fa bene
o che non ci piace neanche un poco
ci disturba a punto che, se potessimo,
lo proibiremmo.
Al che diciamo: dovrebbe essere illegale.
E così
dovrebbero essere illegali tutti i singoli chilometri di distanza,
tutta l’educazione o la paura o la mancanza
compresa l’assenza di sincerità verso noi stessi;
storture varie che corrompono i pensieri, li filtrano,
oppure gelano la voce, nella gola
ossia, ci fanno dire il contrario di ciò che avremmo voluto dire
ovvero, non ci fanno dire niente.
Illegale tutto questo parlare e raramente dire,
tutto questo desiderare senza poi volere veramente,
tutto questo camminare senza mai arrivare,
o ancora arrivarci e poi scoprire di desiderare
soltanto il cammino in sé e per sé.
Dovrebbe essere illegale la confusione,
dovrebbe esserlo il desiderio stesso,
che ci fa collidere e poi allontanare,
che ci fa stancare e perdere tempo.
Sperare dovrebbe essere illegale.
Illegale volere oggi, e domani chissà.
Illegale domani chissà, e dopodomani no.
Illegale dopodomani no, tra una settimana di nuovo sì
e tra un mese un anno sei anni, chissà.
Avere intenzioni solide che poggiano su sentimenti gassosi.
Promettere dovrebbe essere illegale.
Amare dovrebbe essere illegale.
Anzi
tutto questo dovrebbe essere perfettamente legale,
come già è, che la legalità, a pensarci,
tanto giusta non lo è mica.
Babele di regole e burocrazia
rete fitta di lacci e lacciuoli
di cavilli e cavi
da cui magari ti cavi fuori
ma è meglio se li governi,
che sennò finiscono per legarti
per stringerti caviglie e polsi,
comprimerti il petto.
Ma anche considerata la mancanza di senso,
più che dichiarare fuorilegge ogni avversità
forse tutto dovrebbe essere solo semplificato
e semplicemente, delegittimato
sminuito, smitizzato
sbertucciato, ridotto a contorno
preso in molti modi fuorché sul serio.
Mancarsi e non cercarsi,
volersi e non aversi,
aversi e non volersi,
cercarsi e poi mancarsi:
mica la legge dovrebbe tutelarlo, tutto questo.
Ché la legge non tutela, così come
non ci tuteliamo noi.
No, non dovrebbe essere illegale:
semplicemente, non dovrebbe essere.

 

(un annetto fa)

Emocromo

Notte

Sapete cosa. Non è solo un fatto di quanto sia lungo il giorno. È anche, o forse è soprattutto, la lentezza con cui cala la sera. Qui sul tetto, l’emotività è come il cielo e le cime degli alberi: più chiara e limpida, meno oppressa da ombre di palazzi o sagome di persone, più rassegnata e libera di tremolare al vento. Serata lunga, ostinata che non vuol farsi notte. Così malinconica, l’ostinazione. Come un campanile buio e solo, senza campane e senza chiesa; come un neon stanco che imita palpebre assonnate che sbattono, tentennando fra luce e ombra. Sbattono le ciglia della sera infinita. Se la melancolia fosse nuvola, come una di queste macchie di cenere sul drappo cremisi dell’orizzonte, stasera sarebbe fissa in mezzo al cielo. Nemmeno questa brezza vespertina che mi ruba l’acqua dai capelli, la sposterebbe. Domani è il solstizio, o forse è già oggi, o forse è una sera tanto lenta che adesso è già dopodomani, chi lo sa.


Giorno

Sapete cosa. Non è solo un fatto di quanto corta sia la notte. È anche, o forse è soprattutto, la velocità con cui si leva il mattino. Là sul tetto, l’emotività credo sia come il cielo e le cime degli alberi: rischiarata e in accensione, meno oppressa da ombre di palazzi o sagome di persone, ma anche già rassegnata ad seccarsi nell’aria calda che si farà. Nottata breve, smaniosa di rifarsi già giorno. Così poco malinconica, la smania. Come un campanile che suona sei rintocchi, appiccicato alla sua sciocca chiesa; come un neon nuovo e lindo, col suo bianco che mai si affloscia e mai singhiozza. Singhiozza il buio e s’attenua la sagoma dell’unghia di luna che resta. Se la melancolia fosse nuvola, come uno di questi cumuli che prendono il fuoco del sole per incendiare il vestito celeste che si spiega, stamane pioverebbe svelta a spegnersi da sé e a farsi rivolo d’acqua e polvere nei gomiti delle strade sudicie. Persino quest’umidità mattutina che mi inietta acqua nelle ossa, si sentirebbe di più. Oggi è il solstizio, o forse era domani, o forse sarà una giornata tanto lenta che adesso è ancora ieri, chi lo sa.



Continua a leggere

La 45

– Sentirti inghiottire dal sonno e chiudere gli occhi sulla strada di casa, senza paura, sicuro che non andrai a schiantarti. Ovvero dormire così profondamente da trasformare un’ora in due, mentre qualcun altro sta guidando per te. E poco importa che sia uno scorbutico e grigio autista di pullman. La mia auto chiusa nella Milano che sta chiusa negli specchietti. La sera sui sedili e il tepore del corridoio, mentre dormo nascosto sotto alla giacca sulle mie ginocchia.

– 45?

– Non più, da molti mesi. Passano i mezzi pubblici ed anche il tempo. Mezzi e mesi, e anche mezzi mesi. Il corridoio caldo e i sedili buoni per svenire sono quelli di un pullman che va verso Sud; Milano era negli specchietti retrovisori perché me la stavo lasciando alle spalle; lei, e tutto quello che ci sta dentro. I suoi palazzi, i suoi tram, le sue foglie cadute, le sue strade, i suoi motori. Come quello della mia auto parcheggiata. E chissà se ora riposano i motori malsani dei bus della linea 45, costretti tutto il giorno in un percorso chiuso e triste che si tiene la città dietro e di fianco, per poi tornare a vedersela davanti. Autobus della periferia Sud-Est. Non ci salgo più e mi scappa da pensare: “per fortuna”. Come se mi avessero fatto qualcosa, quei poveri scatoloni di lamiera arancione, col corridoio freddo e informe che non è un corridoio, e striminziti sedili di plastica che paiono quelli di un ufficio postale. Come se la calca delle sette e cinquanta fosse colpa loro. Come se quell’odore acre di gomma bruciata fosse davvero in grado di rovinarmi la giornata. Le giornate… quelle resistono agli odori. Oppure si rovinano da sé.

 

 

(22 ottobre 2009)

Time for lunch

mangiare nella solita osteria che però, almeno per oggi, non era il teatro grigio della routine.

la luce alle 13 era bianchissima, oltre i vetri. il sole entrava dentro e apparecchiava i tavoli, facendo brillare posate ed occhi; danzava in controluce il vapore della sua pasta. il tepore, i discorsi e l’acqua gassata.

 

 

(8 marzo 2009)

Continua a leggere

Prima che si sciacqui

Occhi serrati
calore e vapore
raggi liquidi e bollenti
bussano alla mia pelle
accordano i miei legamenti
mi addolciscono gli spigoli
delle spine delle vertebre.
Intanto
oltre la tendina
aldilà della finestra
dall’altro lato dei muri
immagino stia scendendo
una lieve pioggia
una strana danza
di bianchi magici e soffici
petali di fiori antartici
che ieri mi carezzavano la fronte
che oggi cadono sotto le palpebre
che domani, ahimè
il cielo terrà per sé.
Coriandoli come di seta
impastati con l’acqua fresca
che si fondono arrivati quaggiù
in questa invernale sciatta pianura
della quale si fan manto
cancellandone le linee
riprogettandone le forme
neutralizzandone i colori
una coperta di gelo
uno splendente velo
che rende brillante la notte
incantandola, incantandomi
e trasformando un momento
in un sogno ad occhi chiusi
privo di sonno
ma senza tormento.

Freddo inverno fuori
la neve plana ancora, dolce
mentre dentro
il getto caldo mi molce
mi irrora e dona
una sensazione di
protezione
binomio contrastante
piacere sognante
diventa così
piccolo pensiero
da collezionare.
Un giorno domestico
passato a riposare
ed a sbirciare fuori
da quelle finestre che
lasciano passare la luce che esplode
azzurro bianco ancora azzurro poi giallo
suolo che riflette il cielo che riflette il suolo
un’eco visibile e continua
che confonde la notte con il giorno
che cancella le ore nella sua bianchezza costante
prima che la pioggia la cancelli in qualche istante.

Un tempo
ero candido e quasi puro
come il foglio dietro queste lettere
come questo balletto
di fiocchi di cotone di un altro mondo
di cui questo è una prova di canto
sebbene a provarlo sia un cantore tremebondo.
Un tempo, dicevo
candidamente partorii questi
brevi versi
d’una lunga poesia che scrissi
e poi persi
e che adesso,
inaspettatamente
misteriosamente
sono tornati a galla
nel mare della memoria:

Freddo e neve / e ghiaccio, e l’aria greve / è l’anima palpabile / di quest’inverno interminabile.

Parole che grondano poche gocce
di quel climatico dolore
di quello spettro polare
di quell’esterno tremare
per il quale le mie ossa oggi
non hanno vibrato
e i denti non han battuto
ma han solo puntellato
dietro le labbra
un sorriso sobrio
figlio d’una calma tumultuosa
come la neve che cade
autentica e rara e silenziosa
come questa pace che cade
dentro
la sera
stasera

 

 

(22 febbraio 2005)

Notturno

http://www.youtube.com/watch?v=rSQZWluOVFE

 

Giusta giusta per quest’ora scura. Giusto poco prima di chiudere il libro al silicio, ripiegando la copertina luminosa sui tasti, poco bianchi e molto neri, che non suonano ma raccontano l’ultimo pensiero notturno.
La musica… a volte solo certa musica sa liberare le parole, che risalgono la corrente della dimenticanza come se richiamate dalle note, sedotte dalla melodia. Invece l’acqua fuori ha smesso di scorrere, calamitata dal freddo che la appiccica sul ghiaccio delle superfici dure e brillanti. Su di esse si riflette l’ennesima notte spietata, nascosta sotto allo zero, appesa sopra ad una triste luna siberiana. Luccica così, la notte: ma anche stanotte, nessuno ha il coraggio di uscire a guardarla. Forse la musica non teme il freddo, se è vero che la ascolto e già mi sogno in aprile. Ma ormai è lo stesso, ché nessuno è più sveglio per ascoltarla, e sciogliere il gelo, ovunque stia.

 

(1 febbraio 2010)

 

Forse era il caldo (ci son giorni)

ci sono giorni in cui rallenti e ti metti a sedere
e ti senti vuoto, come se non avessi niente:
giorni in cui non senti di possedere
la tua auto e la tua patente,
i tuoi vestiti e il tuo pudore,
i tuoi occhiali ed i tuoi occhi
o quel che sbirci del mondo
dal buco dell’otturatore.
(giorni) in cui mangi e tocchi
e vedi e respiri e parli. ma sei morto.
poi, la svolta:
cinque minuti di note. e sei risorto.
talvolta non possiedi che l’udito
utile ad ascoltare una canzone
quella di cui sentivi il bisogno urgente
o di quella che non cercavi o volevi, inaspettata
ovvero di quella che suonava da sola, già prima, nella testa.

vi succede mai? ché ci son giorni in cui è la musica stessa
che viene a cercarci, uscendo dai sepolcri polverosi
a volte facendosi sentire senza farsi udire,
non sfiora il campanello ma suona.
si regala inconsapevole a noi
rendendoci meno poveri
nella nostra miseria
dello spirito

ci sono giorni in cui le parole di una canzone parlano di chissà che cosa
mentre ascoltiamo la melodia che ci ricorda delle miglia di distanza
che separa tutto ciò che possediamo dalla loro reale essenza
del tipo: possiamo comprare i dischi, ma le note, no.

23 agosto 2009

Sempre di domenica

 

la mia pasqua è iniziata tardi.

ieri, dopo il lavoro, sono passato a trovare un mio amico che se la passa male; sono stato a casa sua a chiacchierare fino alle 2 passate. sono arrivato a casa dopo le 3, e mi sono addormentato che erano già quasi le 4. stamattina mi sono svegliato la prima volta alle 9:30, poi di nuovo alle 10:45. mi sono alzato, controvoglia; mi sono lavato e ho fatto una piccola colazione. sono uscito a prendere una borsa che avevo lasciato in macchina. o forse cercavo un altro tipo di nascondiglio; difatti, una volta aperta l’auto, istintivamente mi sono seduto e ho chiuso la portiera. ho acceso il motore come un falò sulla strada, per scaldarmi. un minuto più tardi ero alla guida, girovagando senza destinazione, solo col pretesto di infuocare il motore perché l’aria calda dalle bocche arrivasse svelta sui miei piedi. venti minuti circa, e sono tornato dall’insulsa gita. casa era lì dentro, e ci sono rimasto un’altra mezz’ora o forse più, immobile nell’abitacolo, ad ascoltare la radio. poi, finalmente, sono rientrato in casa con la borsa in spalla. non ricordo molto di cosa sia successo nell’ora successiva. tant’è. dopo aver lavato l’ultima tazza mi ha preso, irresistibile, la debolezza di tornarmene a letto. ho giocato un po’ con il pc, ma mi sono stancato quasi subito. ho risposto a un paio di sms d’auguri. solitudine. entrava luce grigia dalla finestra. la pioggia ticchettava noiosa sul mio tetto, meno di due metri sopra le mie orecchie; ed io sentivo freddo, sempre più freddo. un’arietta gelida mi pizzicava la punta del naso, quasi fosse una mattina di gennaio. non ne volevo proprio sapere, di uscire dalle coperte. alla fine ho messo sotto anche la testa, e sono scomparso dalla stanza. sono stato altre due ore così, rannicchiato su un fianco, perso in un confuso dormiveglia. l’inaspettata e poco allegra telefonata dell’amico in difficoltà m’ha riportato alla realtà di una giornata nata storta. poi mi sono alzato, ho fatto finta di fare un po’ d’ordine e sono uscito di casa. un’ora e mezza di viaggio sotto il diluvio. un’ora e mezza su strade poco conosciute e molto scivolose, piene di buche. un’ora e mezza a strizzare gli occhi per leggere le poche e scostanti indicazioni stradali, rese ancor più confuse dall’ondeggiare ipnotico dei tergicristalli. pioveva, senza sosta. e la luce calava, e la strada non finiva, e lo sconforto cresceva. un’ora e mezza per arrivare qui, dove sono adesso, in un posto mai visto per una cena in sostituzione del tradizionale pranzo. un’ora e mezza per passare un po’ di tempo in famiglia; ma sono arrivato tardi, ed ero stanco, e la compagnia era anche fin troppo estesa. tutta brava gente, tra cui anche alcune persone che già conoscevo e che stimo; ma non ho trovato, al mio arrivo, la calda intimità che avevo immaginato, sperato, inseguito sotto a tutta quella pioggia. che peccato.

il dormiveglia pomeridiano deve avermi fatto bene, e in fondo, so per certo che esistono giornate infinitamente peggiori di questa. non che sia contento; ma l’idea mi conforta. viceversa, non avrei avuto voglia né spirito per mettermi a scrivere, per raccontare questa parentesi di niente, pazientemente.

 

 

4 aprile 2010

Muto, non muto

Avrò avuto otto, al massimo nove anni. Lo stereo era il tipico parallelepipedo lungo e stretto, color grigio chiaro, tutto di plastica, col caratteristico frontale simmetrico: la cassa sinistra, la doppia piastra sovrastata dal rettangolino del frequenzimetro analogico al centro, la cassa destra. In testa, i jack delle cuffie e del microfono e la solita gamma di tasti, levette e ghiere: STOP, F.FWD, REW, REC, PLAY, PAUSE/STILL; Volume; Tuning; AM_FM; e così via. Immancabile poi l’antenna telescopica, tutta cromata, identica a quella del televisorino in bianco e nero, marca Philco, già allora dimenticato nell’armadio.

Avevo le orecchie ovattate dalla spugna morbida delle cuffione di plastica durissima. Ascoltavo la radio oppure una cassetta? Chissà. Di certo ascoltavo non so quale bridge o assolo di non so quale canzone. Ricordo di ricordare che rimasi stupefatto da quanto bella trovavo la melodia del tema principale (l’unica possibile: avevo ancora un paio di orecchie assai rudimentali… credo di essermi accorto dell’esistenza del basso non prima della seconda media, tanto per rendere l’idea). Non credevo a quante emozioni potesse suscitare una sequenza di note. Scorrevano veloci, una dietro l’altra, colorate, senza mai sembrarmi uguali, come alberi e case di un paesaggio osservato dal finestrino posteriore, durante un viaggio in autostrada. E quanto mi sospendeva in aria il suono di quella melodia! Ero piccolo, e tutto sommato, normale: sicuramente si trattava di un suono molto pulito e di una tonalità abbastanza alta… ai bambini piacciono i gusti dolci. Chitarra elettrica; un synth, forse. Di certo non era il suono di una voce. Già, perché in quel momento decisi che la voce umana non era abbastanza bella per sposarsi a quella prodotta da uno strumento; e nella mia nuova visione della musica, il testo cantato rappresentava l’elemento superfluo, o persino fastidioso, di tutti i pezzi rock esistenti.

Qualche anno dopo, in uno spogliatoio, mi stavo preparando per le mie due ore di allenamento. Di fronte, su una panca non distante dalla mia, c’erano due bambini più piccoli di me, che invece stavano riponendo l’attrezzatura nei loro borsoni. Chiacchieravano. Il più magro e occhialuto dei due stava esponendo al suo amico la mia vecchia teoria: “Ma la voce non serve a niente, potrebbero anche toglierla, che tanto la musica sarebbe bella lo stesso anzi di più”. [(pausa) Anzi, no, adesso che ci penso meglio, non era proprio questo il succo… “Le canzoni cantate in inglese non si capiscono, e a volte anche quelle in italiano, ma non importa, la musica è musica non è mica un libro, devi ascoltarla mica leggerla! Già, il concetto originale era più simile a quest’ultimo, ne sono convinto]. Sorrisi tra me e me: anch’io una volta lo credevo! Sì, avevo già cambiato idea a riguardo, e chissà da quanto tempo, come in quasi tutte le cose. Trovavo giusto che anche quel bambino attraversasse il suo periodo “strumentale”, magari era una cosa tipica degli otto anni, come il ribellarsi alla riga laterale dei bambini bravi a favore di quei fantastici capelli a spazzola che avevi visto la settimana prima sulla testa dell’amico di tuo fratello più grande. Sì signor barbiere, mamma ha detto che posso. 

Non avevo ragione né torto. Insomma, dipende. Ci sono pezzi cantati bene, pezzi cantati malissimo… e pezzi che, invece, migliorano addirittura se cantati “a cappella”. Ci sono testi stupidi, testi mediocri, testi insensati, testi del cazzo; ma ci sono anche canzoni che, di fatto, abbiamo cominciato ad apprezzare ‘solo’ per il significato delle parole che contengono. E spesso, non importano più di tanto la tonalità, il timbro, la qualità tecnica e la bellezza in senso astratto della voce che trasforma quei testi in note. Sarà che gli adulti sono un po’ ossessionati dai significati. E in alcuni casi, si scordano della pienezza con cui, da bambini, si trovavano ad amare le forme e i colori delle cose. Come la forma dei tralicci e le curve dei loro fili, come il verde screziato di bianco dei cartelli autostradali, come uno stereo a cassette grigio con i tasti neri e rossi.

Continua a leggere

Rincasare

La nebbia che smussa gli angoli,
la luce dei lampioni che sembra svaporare,
un cane che abbaia.
È strano rincasare la notte
Sei solo nella via e ti sembra di esserne il re
senti la percussione dei tuoi passi
il sibilo del tuo respiro
un allarme lontano che squarcia appena la quiete.
Piccoli tasselli di luce gialla si accendono dietro una veneziana
Immagino ogni possibile umana attività:
una donna in cucina che si appena alzata
che vuol mangiare dopo il sesso;
un anziano insonne che era già in piedi
e mi ha sentito sfrecciare sul marciapiede;
o forse quella è la finestra di un bagno
semplice no?
Poi penso a tutte quelle altre finestre che guardano sulla strada
la luce è spenta in quelle stanze
e in quel buio chissà quante vecchie pettegole
mi faranno un identikit per sapere chicomequando
nel dubbio faccio una boccaccia, poi sorrido.
È strano rincasare la notte
a casa c’è più silenzio di quando ero solo
però mi aspettano svegli il gatto
e una cena da scaldare.
Un caffè notturno
la telefonata della buonanotte
mi collego un po’
la Rete è come il gatto e la cena
ancora sveglia cioè
io ho poche idee ma confuse
ancora sveglio, ma non ne sono proprio certo
sebbene sia facile capirlo:
se domani ritroverò questo pensiero scritto,
vorrà dire che non era un sogno.
Le coperte mi chiamano, sirene
amo il loro calore
ma le temo perché hanno il sapore della routine
e domani mi sveglierò sotto di loro, come stamattina
e poi tutto il resto
domani uguale a oggi uguale a ieri
anche i miei post sempre più uguali tra loro
chissà poi dove si va a nascondere
quella sensazione che qualcosa di speciale accadrà a breve
e che ti assale sempre nei momenti meno opportuni
quando non la puoi pensare né scrivere
però ti rimane
e allora finisci il tuo turno serale
torni a casa tra mille stranezze normalissime
e mentre le racconti
tenti di ricordare una sensazione che non sai nemmeno cos’è
ti basta il ricordo
per farti stare un po’ meglio
per allontanare l’idea che la tua vita sia traslata
per farti cedere al canto delle sirene
finalmente.
Così arrivo alla buonanotte che è quasi giorno
ma va bene
sono stanco di farmi domande inutili
e il cane di prima tace
e le signore impiccione sono tutte crollate
e le luci nelle stanze si accendono ancora, si
ma sono quelli che anche oggi si alzano per andare al lavoro
insomma, è troppo tardi
e non trovo buoni motivi per restare
sono già spento io
spegniamo anche le cose intorno
poi chiudiamo gli occhi
facciamoci cullare dal canto dei primi uccellini
e soffochiamo queste troppe parole sotto il cuscino
e poi sotto anche la testa
chissà che non smetta anch’essa di far baccano
e di farmi stare in pensiero
shhh

 

  

(29 ottobre 2005)

Passaggio a livello dimensionale

Me ne sto calmo
come in una fotografia
di un tardo pomeriggio estivo
la luce ingiallita
ritaglia un
ombra scolorita
dietro un convoglio merci
l’erba lunga e florida
dal caldo tramortita
nell
’aria non più torrida
frinisce una cicala rimbambita
il sole luccica su una rotaia
raggio di ferro che non abbaglia
una risata in lontananza
un domestico abbaiare
la tranquillità preserale
la frenesia, anche lei in vacanza
nelle case
c’è chi cena o chi attende
il telegiornale
il segnale vocale
il treno riparte
sul binario anche il sole
riprende a camminare
io sporgo la testa
l’aria ormai fresca
sul volto
strizzo gli occhi
mi volto
seguo le traiettorie dei cavi elettrici
le curve dei campi soffici
le spirali della mia immaginazione
poi torno a sedere
in attesa della prossima stazione.
Fuori imbrunisce
si accendono i neon tremolando
i grilli si svegliano cantando
io non li imito
m’addormento
ma vivo, non spento
il libro cade dalle mani.
 
Dal sedile inghiottito
da un incubo divorato
mi ritrovo catapultato
dentro un altro vagone
un neon pallido nella nebbia
un cane in lontananza urla indiavolato
la carcassa di un grillo crepato
su un binario morto,
ferro assassinato
senza più destinazione.
Il treno inchiodando
sferraglia fracassone
urla nella stazione
molta agitazione
dietro al convoglio merci arrugginito
tanto freddo che tremo al pensiero
un filo d’erba avvizzito
fuori è nero, nero di china
raccolgo il libro, ecco, mi chino
ma non riesco a riafferrar le parole:
risucchiate in
chissà quale voragine
congelate come brandelli d’animale
ormai inglobate dalla tenebra invernale.

Non bianche ma grigie, restan le pagine
grigie e umide, come me
che mi annoio
magari dopo
muoio.
O forse resisto
un’estate ancora
una stazione ancora
prima di lasciarmi andare
prima di addormentarmi
resto sveglio e ancora esisto
per un paio di versi ancora
righe da scrivere in cui immaginare
di starmene di nuovo calmo
come in quella fotografia
non più gialla ma arancione

più sbiadita via via
al trascorrer di ogni stagione

(febbraio 2007) 

Riverso

Arriva sempre un po’ tardi, maggio
quando ti sei già troppo stancato di aspettarlo.
Non me n’ero nemmeno accorto, di questi alberi gonfi:
il sole s
infila tra i loro rami rigogliosi, accarezza la loro chioma
la schiena delle foglie è ombra che dipinge macchie blu sulla strada grigia.
 
Dove c’è luce c’è vita,
dove c’è vita c’è nostalgia
il ricordo delle luci già vissute.
 
Mi sciolgo e mi verso
nei prati che mi scorrono accanto
sono acqua calda che scioglie le camomille
evaporo tra l’erba. Come un infuso incapace di calmare
come un urlo, uno spavento un
dolore. Come una lingua che si scotta
il terrore di non esserci
di evaporare di fronte a chi mi aspetta
di mancare all’appuntamento con questa primavera
che scorre via, scorre via
non riesco ad afferrarla
come un incubo
come la febbre alta
le mani non hanno forza.
 
La strada si è aperta
il sole si infila tra i cumuli soffici
e gli alberi scappano via dall’acqua bollente
mio sguardo, mio sangue, mia paura
mio amore scivolato via
e tra i prati con le margherite
un’esplosione verde
una mongolfiera che fluttua
ma non si leva nel blu
che si offre al vento
balla un lento
con lui
vorrei essere di brezza
vorrei fermarmi
gettare l’auto nel fosso
o ripiegarla nella mia mano
vorrei raggiungermi nel prato bianco
vorrei fermarmi dinanzi all’olmo gravido
ammirarne il fuoco d’artificio che mormora quieto
e frusciando, nascondermici dentro
ad ascoltare il rumore da cui provengo
a guardare la scia da cui sono emerso, lontana
aggrappandomi alle foglie, seduto in cielo
contemplando maggio dall’alto
osservandomi un po’
prima di scordarmi
prima di tornare
a mancarmi
come un bersaglio mobile
come un ritardo
forse per avere
ancora una
scusa
pronta

Calma

la calma, dov’è finita la calma?

è una virtù dimenticata, da riscoprire
come una moneta svalutata, da spendere
ma dove sta la calma per fermarsi ed esalare
con laria vecchia che esce da polmoni e cervello
e ritrovare il ritmo del respiro ed il suono della calma

(2009)