Quel cielo giallastro

Il Sahara sembra sia piovuto tutto sulla mia auto un tempo nera, ora appannata da un trasparente velo beige. I tergicristalli e l’acqua saponata hanno aperto un debole varco nella sabbia fangosa, sul parabrezza. Sul muso un cimitero di moscerini, falene, zanzare: minuscole carcasse, incastonate e confuse in una mimetica crosticina polverosa.

Ci sono guerre, o almeno ce ne sono state, che massacrano più esseri umani di quanti insetti possa uccidere io in un lungo viaggio nella notte fra le campagne, costeggiando fossi e risaie, prati, alberi e altri luoghi ameni per tutti quei piccoli esseri attratti dal bagliore omicida dei fari che squarciano il buio. Forse non esiste individuo, a questo mondo, che non abbia compiuto il suo personale sterminio di forme di vita… quali esse siano. Ma presto, l’acqua di una pioggia che non ha incontrato i deserti laverà via tutta quella morte: carne morta, rocce morte. Coleranno via dalla mia macchina, un tombino inghiottirà il loro rivolo. Brillerà la superficie di nuovo lucida del metallo, e di quei morti sfatti non resterà che questo pensiero opaco.

Anche le persone ammazzate vengono inghiottite dall’acqua e dall’oblio. Pioggia dopo pioggia, anno dopo anno, bugia dopo bugia. Risplende il metallo delle medaglie come la lamiera tornata nera, dopo la strigliata delle spazzole dell’autolavaggio; ma i volti sulle fotografie in bianco e nero no, sono tutti sbiaditi o strappati. E nessuno li può davvero ravvivare, ricongiungere, resuscitare. Non restano che la retorica stantia, le analisi dei libri di storia impolverati e certi piccoli pensieri casuali, torbidi come l’acqua con la sabbia, figli notturni di infelici associazioni mentali.

(3 giugno 2008)

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Quando scrivere è una truffa

27/08/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС (Montag28) :

le vacanze a settembre sono forse la cura
ma che fatica aspettarle, e che paura
di non farcela, a reggere l’usura.

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27/08/10, V.F. :

Arriverà settembre che annienterà tutto;
vivo nella fine di agosto, listato a lutto,
e ne assaggio l'ultimo velenifero frutto.
Del suo sapore, del suo odore,
del suo tepore e del suo colore
avrò per i mesi futuri solo terrore.
Mi faccio scudo dietro una nera finestra,
io che della fuga sono maestra,
invidiando la coriacea vitalità della ginestra.

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28/08/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС :
 
Avrò nei mesi e per i mesi futuri
solo tremore, chiuso fra muri crepati
murato dietro a vetri sudati. Una zanzara
superstite detestabile di un’avara estate. Apro
la finestra, mi si ficca un freddo aspro nelle spalle;
mi scrollo. Fuggire: non ho maestria, né le palle. Resto:
mesto attenderò il ritorno, affatto lesto, di mesi meno duri.

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30/08/10, V.F. :

Se non vuoi evitare l'invernale embargo,
non ti resta che scivolare nel letargo;
della vita negazione,
provvisoria soluzione,
pei codardi vile vanto:
li protegge come un guanto
dalle tremende conseguenze dell'azione.
Si può vivere di pura contemplazione?

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01/09/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС :

accidioso forse, non vile
e vinto da questa vita ligia
ma ribelle alla stagione grigia
ché ho un fegato, e pure la bile.
desideroso e disperato abbastanza
quasi son pronto ad andare, a partire
per lasciare il Nord e questa mia stanza
via dalle nebbie, dal prolungato imbrunire.
solo cotone e lino, il sol acrilico sarà il vinile
e poi carta grafite metallo e silicio, nella valigia.
ed oltre molti confini o attraverso la palude Stigia
inventerò, nel cammino, nuovi vacui esercizi di stile

Pencil-ine

Ho sognato un’estate
lunga dodici mesi
ma non questa estate.
Dodici mesi di caldo secco
e brezza marina
e sabbia dietro le orecchie
e temporali con la voce grossa
ma che non portino via
il tetto della mia piccola casa
dipinta di bianco
né il mio taccuino, la mia biro nera
tanto mi basterà per appuntare i desideri
estivi
per un’altra estate
che non sia questa.
Un’estate sotto una pensilina, nell’ombra tiepida
ad aspettare un autobus che mi porti fuori città
autobus che emergerà dalla strada liquida
salgo, fiaccato dal suo incalcolabile ritardo
mi addormento sul sedile
e sogno un
’altra estate ancora
poi una buca mi sveglia
vedo la fermata da lontano
mi avvicino alla portiera
quindi scendo

a fotografare graffiti in periferia
a disegnare i ruderi d’una vecchia fabbrica
e a prendere un panino
e una birra sudata
presso un baracchino
mi serve un vecchino sorridente
e sdentato
poi risalgo svelto
e addento il panino
è buono
e ingollo la birra
sembrava più fresca
non fa niente.
Poi finisco di mangiare
mi volto, ecco la stazione
scendo
salgo su un treno che mi porterà
ancora più in là
ma faccio il biglietto, prima
(perché il biglietto lo si fa per onestà
o per non viaggiare chiusi nel cesso)
assorto, col naso sul finestrino
passa il carrello delle bevande
prendo un caffè
me lo allunga un viso
rassicurante
è amaro e annacquato
bollente
ma non fa niente
finisco di berlo, mi giro
eccomi in arrivo
una piccola stazioncina di montagna
con la sua piccola pensilina,
stavolta l’ombra è fresca
attraverso la minuscola biglietteria
ed esco sul retro
mi piomba addosso l’orizzonte
la linea frastagliata delle vette arancioni
sbozzate da uno scalpello azzurro.
Riprendo fiato e mi incammino
ancora in cerca di un’estate
delicata ed avventurosa ed eterna
che faccia fare brutta figura alla mia fantasia
che superi di gran lunga queste parole
un’estate in cui camminerò ancora
per raggiungere quei monti
costeggiando laghi preziosi
di smeraldo e argento
e berrò acqua gelida e invisibile
sputata da bocche urlanti di roccia
e un vedrò un tramonto che durerà un giorno intero
e infine arriverà una notte nera e trapuntata d’oro
e il rumoroso ricordo della giornata vissuta
e il fastidio di piccoli insetti sulle mie gambe
e il peso dell’universo sulla mia testa
non mi faranno dormire bene
ma non avrà importanza.
La visione delle cime
e del vuoto sotto di me
mi brucerà gli occhi
e verrà così con me, a valle
non ci sarà bisogno d’incastonarla
in righe, in versi, in rime
che mai saranno all’altezza
di quei monti, tramonti
di quella bellezza.
I piedi non ti fanno male
nei sogni
così mi troverete ancora a camminare
nelle pianure
ai confini col deserto
tra rovine di civiltà antiche e misteriose
sulle Ande, o sulle Montagne Rocciose
sulle Alpi
sugli Urali, o più in là
insieme ad uno sherpa muto e sorridente
o anche solo sugli Appennini
un puntino nella macchia sibilante ed odorosa
poi giù ancora
verso un angolo di Mar Tirreno
a passeggio per quella strada
che da casa mia,
quella dipinta di bianco col tetto fatto male,
porta al mare.
Ma
non camminerò su quel peschereccio
seduto remerò per far riposare il vecchio motore
e forse non vedrete neanche
la scia troppo piccola di schiuma bianca
il piccolo solco chiaro in un blu impossibile da ricreare
e sarò solo, in altomare
e non i miei desideri, ma le onde incessanti
mi scorteranno verso isole ancora inesplorate
e atolli di cui solo io saprò l’esistenza
e che non troverete in nessuna mappa del mondo
in nessun’altra fantasia del mondo.
O forse naufragherò
su spiagge popolate
da donne antiche
sposate a mariti poveri
che pescano con l’arpione
e nei villaggi turistici delle zone
sarò io quel tizio di cui sentirete parlare
e che verrà coi mariti indigeni al vostro villaggio
a vendere pesce e indicazioni
oppure verrete voi a cercarmi
per un consiglio
un passaggio in barca
per fare domande sulla mia storia:
Raccontaci, tizio strano
che parli l’italiano
Racconta, ché nel villaggio ci annoiamo
come ci sei finito quaggiù?
Al quel punto voi avrete trovato me
ma a quel punto io l’avrò trovata,
l’emozione a forma d’estate che cercavo
con cui io possa riempire il bianco di questo foglio?

 

(luglio 2005) 

Un lino ormai liso

Fine di un giorno brutto.
Grigio e caldo e umido, clima malsano e terra che piove.
La macchina che prova a soffocarmi e Kurt Cobain che prova a rianimarmi.
Mi tuffo dentro casa con un’arsura da elefante
e una gran voglia di svenire sulla porta di ingresso.
Mi scollo a fatica i vestiti di dosso.
Poi ceno, vorace; energie finite.

Rinvenuto dal sonno mi trascino a fatica davanti alla televisione.
Mi faccio cullare dal telefono. Mi fa così bene che mi sveglio.
Scendo in macchina, ho dimenticato una cosa.
Accidenti che notte.
Fresca, calma, silenziosa… luccicante.
I lampioni sono pallidi e fiacchi al cospetto della luna di stanotte.

Ci sono notti in cui la luna è tanto grande e luminosa da non sembrare poi tanto lontana. Vorrei toccarti, luna… se solo avessi le braccia un po’ più lunghe! Le nuvole scorrono placide nell’oscurità, poi passano davanti alla luna e sembrano accelerare, come se incendiate dalla luce, come se attraversate da un brivido appena tiepido, come se rispettose del mio sguardo rivolto in quel punto.
Nel frattempo mi viene da pensare che oggi è l’ultimo giorno di questa estate. Oggi la luna è piena, poi da domani comincia a calare. E così ogni notte diviene meno luminosa della precedente, le piogge aumentano e il sole comincia ad ammalarsi. Forse oggi è l’ultimo giorno dell’anno in cui me ne sto ad ammirare una notte che sembra giorno. Nei prossimi mesi, luna, sarai nascosta dietro nubi più grandi e scure e scortesi, sorde cioè al mio invito a farsi da parte. Ci saranno poi notti in cui sarai ancora brillante, rotonda e bellissima, ma io avrò troppo freddo per uscire a cercarti. Già mi vedo mentre alzo la tapparella, appoggio la fronte al vetro e ti cerco in qualche angolo di cielo. Magari ti trovo, ma poi la terra gira in fretta e in un attimo tu non ci sei già più.

Per questo quella che si appresta ora a morire è, probabilmente, l’ultima vera notte d’estate.
Un’estate per me avara e generosa insieme. Stancante, ma anche humus per energie nuove. Come sempre, una stagione che amo profondamente… ma dalla quale forse non sono corrisposto. Mi prende in giro, proprio come in un amore sbagliato e non reciproco. Mi inonda di idee e sentimenti, ma mi toglie il tempo per poterli dimostrare o almeno raccontare. Mi regala pomeriggi caldi e gonfi di vento, temporali rinfrescanti ed elettrici, e sere tanto fresche da starsene a guardare le stelle sotto le coperte… ma faccio fatica a scartare il dono. Come in un sogno, quando hai le mani troppo deboli e lente e non riesci ad afferrare o a manipolare alcunché. Ti senti legato, impotente, inutile. E guardi la scena da lontano, come uno spettatore estraneo… e così quei pomeriggi, che scorrono fuori mentre io, dentro ad un ufficio, quasi non mi accorgo di loro; a volte li ammiro attraverso un parabrezza, solo in una tangenziale bloccata. E quelle sere, che fuori cantano, mentre io dentro al letto non riesco nemmeno a sognarle.

Sono proprio bravo a fare la vittima: questo è un fatto. Infatti fingo di non ricordare e non racconto le occasioni perse, gli appuntamenti con queste estati che ho pigramente, scioccamente rimandato.
Rimandato a quando?
Magari ho sbagliato del tutto e ho rivoltato la realtà perché mi faceva comodo.
Magari è l’estate che ama me e sono io quello incapace di ricambiarla.
Penso a questo giugno e ai primissimi giorni di luglio. E ancora qualche giorno agostano qua e là.

Che estate orgogliosa è stata.
La banalità tele-giornalistica che titolava “EMERGENZA SICCITÀ”… ed ecco che gli acquazzoni battevano le rotatorie in velocità. No, lo strillone non può vendere notizie felici. Ecco allora il nuovo tema, scritto con caratteri di cubitale allarmismo: “SERISSIMA PREOCCUPAZIONE PER L’AGRICOLTURA A CAUSA DELLE FORTI PRECIPITAZIONI”.... nessun problema, ecco a voi tranquille giornate di sole caldo e secco.
Cosa volere di più?
Sei stata grande quest’anno, cara estate. Grande come solo la natura può essere.
Io mi sento piccolo, e ogni tanto lo sono davvero. Piccolo come solo un uomo sa essere.
Certo, io mi limito a fare i capricci. Ce ne sono purtroppo altri ben più uomini di me che hanno stuprato il ricordo che avrò di questa estate… morti assassinati per vendette da due soldi, stupri di corpi ed anime, come gli incendi dolosi che violentano i boschi e le foreste; e altri morti ammazzati sulle strade, i soliti vomitevoli scenari politici, il sangue infinito del Medio Oriente. E moltissimo altro orrore ancora.

Ripenso allora a come è iniziata, all’estremità opposta di questo periodo.
C’è un pensiero di quei giorni che non ho mai terminato di scrivere…

Maggio è il mese in cui giungono i primi ambasciatori dell’estate. Ce ne sono molti, sia di visibili che di invisibili: alcuni, scorrettamente, non rispettano la loro missione… e portano pena. Anche il caldo umido, come ogni anno, porta con sé qualche pena e un modo nuovo di percepire il corpo. La mente sente il corpo diverso e si modifica a sua volta, sembra dilatarsi […]
La prima afa. Le prime candele alla citronella: allungheranno un pochino il percorso delle zanzare che verranno a cercarmi. Le prime notte pulsanti, le prime ciliegie. La fronte sudata, le mani immobili e roventi. Le cicale hanno ufficialmente aperto la stagione duemilasette con un concerto. Ora tocca ai grilli. Sembrano stanchi i primi grilli, il loro canto è insolitamente flebile. Sembrano tristi. Noi come alcuni di loro: bambini che cantano e saltano in un prato. Poi, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo adulti. La vita ci prende per il collo, ci strattona via dal nostro fresco filo d'erba, infine ci sbatte nell’olio bollente di una padella di un qualche bistrot del Sud-Est asiatico. Sulle strade fantasmi di lamiera incandescente trascinano dentro di sé persone ora fritte, ora fumanti, comunque morte. Siamo in orbita attorno alle città come insetti intorno alle lampadine. Brulichiamo carbonizzati ora sull’asfalto, ora a casa nostra, ora nei nostri pensieri. Vaghiamo spenti come formiche ferite. Pensieri orrendi come lombrichi, ci scavano dentro come fossimo di terra. Vangati, zappati, rivoltati… e senza frutti. Così ci prende una rabbia che ci sfinisce, che ci confonde i sentimenti: non è forse confusione quella che ci spinge ad essere più duri con coloro che più amiamo? Il perdono è un gesto assai semplice in realtà, purché la persona a cui lo concediamo ci sia sufficientemente estranea. Più marginale e legata al caso sarà la tua presenza, più io sarò con te tollerante, pieno di riguardi. Stammi accanto e sopportami ogni giorno, ed il mio peso finirà per schiacciarti. Amami e ti distruggerò.

…oggi come allora, stesso sguardo scuro e intimamente rabbioso.
Oggi come allora, sveglio nella notte per sciacquarmi gli occhi pesti
cercando di trasformare quel nero che cola dalle ciglia in inchiostro.
Parole, versi
slegati per pensieri privi di filo.
Tanto la scusa è sempre quella, ovvero che le parole sono l’impronta che il mio spirito tenta goffamente di lasciare di sé. Un istinto, una necessità che ogni tanto va soddisfatta. Un pensiero scritto è dunque la sindone dell’anima. Io allora che faccio, meschino teatrante quale sono? Stendo il lenzuolo in maniera ben visibile. Qualcuno passa e guarda distrattamente, forse qualcuno ne resta per un attimo colpito. Altri invece conoscono il trucco e non si fanno incantare.
Ogni tanto ripasso anch’io e non sempre mi riconosco.
Mi scordo del come e del perché.
La devo smettere.

(29 agosto 2007)