Un copione esausto

ho perso tutti i numeri della rubrica
e qualcosa come 1500 sms.
parole e numeri.
dati ormai inutili, nella maggior parte dei casi.
informazioni anacronistiche – ma erano mattoncini d’affetto.
ieri mi faceva male, ero incredulo.
oggi mi fa rabbia, e scrivo.
domani mi darò da fare.
qualche decina di giorni ancora
e mi convincerò sia stato meglio così.

(poco più di un anno fa)

 

Riverso

Arriva sempre un po’ tardi, maggio
quando ti sei già troppo stancato di aspettarlo.
Non me n’ero nemmeno accorto, di questi alberi gonfi:
il sole s
infila tra i loro rami rigogliosi, accarezza la loro chioma
la schiena delle foglie è ombra che dipinge macchie blu sulla strada grigia.
 
Dove c’è luce c’è vita,
dove c’è vita c’è nostalgia
il ricordo delle luci già vissute.
 
Mi sciolgo e mi verso
nei prati che mi scorrono accanto
sono acqua calda che scioglie le camomille
evaporo tra l’erba. Come un infuso incapace di calmare
come un urlo, uno spavento un
dolore. Come una lingua che si scotta
il terrore di non esserci
di evaporare di fronte a chi mi aspetta
di mancare all’appuntamento con questa primavera
che scorre via, scorre via
non riesco ad afferrarla
come un incubo
come la febbre alta
le mani non hanno forza.
 
La strada si è aperta
il sole si infila tra i cumuli soffici
e gli alberi scappano via dall’acqua bollente
mio sguardo, mio sangue, mia paura
mio amore scivolato via
e tra i prati con le margherite
un’esplosione verde
una mongolfiera che fluttua
ma non si leva nel blu
che si offre al vento
balla un lento
con lui
vorrei essere di brezza
vorrei fermarmi
gettare l’auto nel fosso
o ripiegarla nella mia mano
vorrei raggiungermi nel prato bianco
vorrei fermarmi dinanzi all’olmo gravido
ammirarne il fuoco d’artificio che mormora quieto
e frusciando, nascondermici dentro
ad ascoltare il rumore da cui provengo
a guardare la scia da cui sono emerso, lontana
aggrappandomi alle foglie, seduto in cielo
contemplando maggio dall’alto
osservandomi un po’
prima di scordarmi
prima di tornare
a mancarmi
come un bersaglio mobile
come un ritardo
forse per avere
ancora una
scusa
pronta

Ghost in the machine

Sono lì davvero, oppure no
certe sere alla guida
nel controesodo d’una giornata
mi faccio domande
sorpasso un autotreno e lo fisso
ma è come se guardassi oltre
mentre lui taglia a me la strada io la taglio alla mia concentrazione
la mente imita il vortice d’una ruota motrice che gira veloce
io stordito mi chino
appoggio la testa sul volante
e dall’ulcera gastrica lascio che coli l’acido
che mi consuma, mi digerisce
e corrode anche l’auto, sotto di me
e ne vedo il fondo
e il fondo stradale.
Questa rabbia non mi stimola, mi zavorra
e butto tutto il suo peso sull’acceleratore,
e schizzo veloce, ancora di più.
Questa rabbia che cova sotto la cenere
provo a farla esplodere annaffiandola di benzina
si accende un fuoco
no
è solo la costellazione di luci rosse
del moto delle macchine accanto
credo di squarciarne la scia
e invece ne faccio parte
e rotolo verso casa.
Ormai ubriaco di malinconia sbando sulle statali
e ci sono sere che la sbronza è più violenta
e stordente
e l’abitacolo è vuoto
un corpo meccanico comanda la macchina
mentre il mio spirito trasuda dal parabrezza
e si posa su un semaforo si sdraia su un incrocio si getta in un fosso
si nasconde in una cabina del telefono
dorme in un’aiuola
la macchina torna a cercarmi, a prendermi
forse un’anima più grande della mia abita in quel metallo
in quelle quattro ruote, se mi accompagnano per l’universo
non sano ma sicuramente salvo
nonostante
la mia disattenzione costante
poso gli occhi ovunque fuorché davanti
ora su di un ratto che scampa verso i campi
ora su qualcosa di indefinito, distante
poi guardo da vicino le mie mani sul volante
mentre
qualcosa o qualcuno
frena per me.
 
Poi la rabbia finisce
a cosa mi ha portato?
mi ha solo sfibrato
un altro po’
e penso a questo e sono ancora là
in orbita intorno alla città
in questo eterno vagabondare di auto
e luci e fumi e suoni
e le strade si consumano
noi esausti come l’asfalto
ci sfaldiamo
diventiamo piatti
come le scolpiture degli pneumatici consunti
e i pensieri come il traffico
circolano dentro arterie prossime al collasso
e i tarli scavano gallerie nel cervello
ecco perché mi rimbomba la testa…
E intanto le idee nuove se ne stanno in coda anche loro
forse muoiono in tremendi incidenti
forse dormono in qualche area di servizio
comunque non arrivano a noi
che aspettiamo – cosa aspettiamo?
non lo sappiamo
e mentre ce lo chiediamo
ce ne stiamo in apprensione
come madri che aspettano i propri figli
e vegliano accanto al telefono
o sulla soglia, a braccia conserte
e l’ansia cresce e i figli sfrecciano, quasi più sciocchi e rabbiosi di me:
magari arrivano prima
ma magari sbattono
e uccidono il figlio di un’altra madre.
Cosa vi dicevo?
il sangue può scorrere in un cervello così come su un’autostrada
e in entrambi i casi
non porta con sé nulla di buono.
 
Che ore sono?
è tardi
le strade si svuotano
le energie parcheggiano
e i semafori lampeggiano
noi come loro
soli ad un in incrocio
brilliamo ad intermittenza
di una tiepida luce arancione
che doniamo a quelle poche persone
che ci attraversano l’esistenza
che ci danno precedenza
e che ci perdonano se siamo un po’ ripetitivi
a corrente alternata
con il vizio della rima baciata
con il vezzo della similitudine
pieni d’ansia e solitudine.
Cari semafori umani, amici miei lampeggianti
probabilmente va bene così
chiediamo un po d'attenzione in più, sì
ma lasciamo passare tutti
molto poco autoritari
magari un po’ noiosi e sbadati
forse menefreghisti
lasciamo che le cose accadano
e diciamo “io non c’entro”
ma prima o poi, vedrete
ci sostituiranno con una grande rotonda
magari adornata da fiori e lampioncini
insomma bella e brava
la prima della classe
più o meno rispettata da tutti.
Intanto noi
dismessi, obsoleti
spenti e arrugginiti
chissà che fine facciamo.
 
Ho l’anima in manutenzione
e sono triste
perché so
che spesso i lavori in corso
non servono a rendere le cose migliori
se ti va bene diventi più funzionale
più razionale ma
sempre più uguale
a tutto il resto
standardizzato
privo di quell’imprevisto
che rappresenta un bivio
o un crocevia
o un incrocio con scarsa visibilità.
Pensiamo solo a sentirci più sicuri
ci lasciamo ingabbiare in prigioni di ovatta
come i matti
così se sbagliamo non sentiamo il dolore
e non moriamo più
ciò nonostante
siamo sempre meno vivi.
 
Se ho paura di soffrire
ho paura di esistere:
questo dico io.
Ma questo è quelli che forse dicono migliaia di altri individui
però entro nelle loro case
e vedo i loro armadi che esplodono di antidolorifici e sedativi
ed altre droghe a forma di cibo
e poi alcol e ancora alcol
e chissà quante altre medicine potrei trovare
quanti espedienti con cui la gente prova a dimenticare.
È così, e non c’è niente da fare
e scusate il giro di parole
volevo solo dire
che gli androidi sono qui, adesso.
Li incontri per strada
ma anche a casa, quando torni
e se ora spegni il monitor
ne vedrai di certo un altro
nel riverbero scuro
lì, davanti a te
e penserai “Accidenti,
sembra quasi
umano”
 

 

(28 marzo 2007)

 

In frantumi

Certe felicità assomigliano tanto ad un salvadanaio bucato.
Continui a metterci monete e speranze.
Talvolta pensi a quando romperai il coccio e a quale dono potrai ambire.
Aspetti e sogni. Investi e sogni. Cresci e sogni.

Un giorno lo alzi e lo senti tristemente leggero. Non tintinna.
Lo scaraventi a terra per rabbia e per l’ultima, vana speranza.
Esce un po’ d’aria polverosa e tossisci.

(marzo 2008)

/!\ : strada dissestata

ma porca puttana.

l’asfalto più tenero – ovvero: o troppo vecchio, o costato di meno – è stato ferito, squarciato brutalmente. penso sia colpa della neve delle scorse settimane o di qualche altro coltello di ghiaccio.
un manto croccante, crepato butterato perforato, con la granella minerale ai lati: se non fosse per il grigio chiaro, potrebbe anche sembrare un enorme snack appiattito, andato a male.
e invece è una strada.
le ruote della mia macchina cadono nelle buche, si sbucciano, certo perdono un po’ di gomma dalle spalle come pelle dalle ginocchia. gli ammortizzatori sono invece pugili suonati: acciaccati, stanchi e pieni di lividi.

ieri i piccoli crateri erano pieni d’acqua, e facevano la danza delle pioggia per coltivare la loro proibita illusione: essere visibili su google maps ed essere disegnati dal cartografo de agostini. [magari fare un figlio con Trasimeno (parlo delle buche) o con Bolsena (i buchi)]. qualcuno è ancora lì, vuoto e nudo, e spera ancora. qualcun altro è invece stato farcito di nerissimo nuovo asfalto, troppo umido per essere compatto. la ghiaietta sudicia di riempimento, spazzata da un centrifugo pneumatico di passaggio, si scolla dal suo tappo e se ne va a spasso, desiderosa com’è di farsi un giretto sulla ruota panoramica – che poi è anche la ruota posteriore dell’auto che mi precede. alla fine del giro, il sassolino cannone: ma non è un amore e con le mani non lo prenderò. il bastardo si schianta però sul mio parabrezza, il quale strilla di dolore. è una collisione violenta, uno scontro fra duri. il vetro, si sa, è speciale: incassa, e per il momento, resiste; ma soffre. c’è chi sta peggio di lui: è il fascione paraurti davanti, che subisce una vera e propria raffica di mitragliatrice al catrame. in questo trambusto, anche le mie ruote davanti perdono il controllo… e tirano fiondate al fondo del motore.
rallento, e mi par di sentire una voce appena percettibile. è il giovane cuore del maratoneta meccanico che mi implora: “abbi pietà, domani lasciami a casa a riposare. prendi i mezzi pubblici, per favore”.

sussulti, poche toppe fatte male per troppi squarci, botte; ferite e lamenti.
bicromia di nero e grigio.
sembra un qualche periodo di una qualche vita, uguale.

 

(dicembre 2008)

Le ire di ieri

A volte, con tempi e motivazioni perlopiù incomprensibili alla mia ragione, il sapore acido di vecchie incazzature dimenticate mi bagna il fondo del palato, là dove passa il retrogusto.

La rabbia irrancidita esce da qualche caverna in fondo all’anima, si versa nella testa, si tuffa nel vuoto lungo la schiena. Rimbalza sul fegato, si aggrappa al pancreas ed entra nello stomaco, forandolo. Risale per l’esofago, fa suonare la laringe e poi – eccolo, il retrogusto amaro di veleno. Non puoi sputarlo perché, senza il tempo di capire come faccia, in un attimo è già di corsa lungo i muscoli delle braccia tese, e subito in cima alle nocche dei pugni chiusi… poi un po’ ovunque, come una scossa o un formicolio, infine da nessuna parte, come un orizzonte o questo pensiero. Se ne va il veleno antico, andandosi a rintanare nel buco marcio e sconosciuto da cui, pochi minuti prima, se n’era uscito.

(ottobre 2009)

Un lino ormai liso

Fine di un giorno brutto.
Grigio e caldo e umido, clima malsano e terra che piove.
La macchina che prova a soffocarmi e Kurt Cobain che prova a rianimarmi.
Mi tuffo dentro casa con un’arsura da elefante
e una gran voglia di svenire sulla porta di ingresso.
Mi scollo a fatica i vestiti di dosso.
Poi ceno, vorace; energie finite.

Rinvenuto dal sonno mi trascino a fatica davanti alla televisione.
Mi faccio cullare dal telefono. Mi fa così bene che mi sveglio.
Scendo in macchina, ho dimenticato una cosa.
Accidenti che notte.
Fresca, calma, silenziosa… luccicante.
I lampioni sono pallidi e fiacchi al cospetto della luna di stanotte.

Ci sono notti in cui la luna è tanto grande e luminosa da non sembrare poi tanto lontana. Vorrei toccarti, luna… se solo avessi le braccia un po’ più lunghe! Le nuvole scorrono placide nell’oscurità, poi passano davanti alla luna e sembrano accelerare, come se incendiate dalla luce, come se attraversate da un brivido appena tiepido, come se rispettose del mio sguardo rivolto in quel punto.
Nel frattempo mi viene da pensare che oggi è l’ultimo giorno di questa estate. Oggi la luna è piena, poi da domani comincia a calare. E così ogni notte diviene meno luminosa della precedente, le piogge aumentano e il sole comincia ad ammalarsi. Forse oggi è l’ultimo giorno dell’anno in cui me ne sto ad ammirare una notte che sembra giorno. Nei prossimi mesi, luna, sarai nascosta dietro nubi più grandi e scure e scortesi, sorde cioè al mio invito a farsi da parte. Ci saranno poi notti in cui sarai ancora brillante, rotonda e bellissima, ma io avrò troppo freddo per uscire a cercarti. Già mi vedo mentre alzo la tapparella, appoggio la fronte al vetro e ti cerco in qualche angolo di cielo. Magari ti trovo, ma poi la terra gira in fretta e in un attimo tu non ci sei già più.

Per questo quella che si appresta ora a morire è, probabilmente, l’ultima vera notte d’estate.
Un’estate per me avara e generosa insieme. Stancante, ma anche humus per energie nuove. Come sempre, una stagione che amo profondamente… ma dalla quale forse non sono corrisposto. Mi prende in giro, proprio come in un amore sbagliato e non reciproco. Mi inonda di idee e sentimenti, ma mi toglie il tempo per poterli dimostrare o almeno raccontare. Mi regala pomeriggi caldi e gonfi di vento, temporali rinfrescanti ed elettrici, e sere tanto fresche da starsene a guardare le stelle sotto le coperte… ma faccio fatica a scartare il dono. Come in un sogno, quando hai le mani troppo deboli e lente e non riesci ad afferrare o a manipolare alcunché. Ti senti legato, impotente, inutile. E guardi la scena da lontano, come uno spettatore estraneo… e così quei pomeriggi, che scorrono fuori mentre io, dentro ad un ufficio, quasi non mi accorgo di loro; a volte li ammiro attraverso un parabrezza, solo in una tangenziale bloccata. E quelle sere, che fuori cantano, mentre io dentro al letto non riesco nemmeno a sognarle.

Sono proprio bravo a fare la vittima: questo è un fatto. Infatti fingo di non ricordare e non racconto le occasioni perse, gli appuntamenti con queste estati che ho pigramente, scioccamente rimandato.
Rimandato a quando?
Magari ho sbagliato del tutto e ho rivoltato la realtà perché mi faceva comodo.
Magari è l’estate che ama me e sono io quello incapace di ricambiarla.
Penso a questo giugno e ai primissimi giorni di luglio. E ancora qualche giorno agostano qua e là.

Che estate orgogliosa è stata.
La banalità tele-giornalistica che titolava “EMERGENZA SICCITÀ”… ed ecco che gli acquazzoni battevano le rotatorie in velocità. No, lo strillone non può vendere notizie felici. Ecco allora il nuovo tema, scritto con caratteri di cubitale allarmismo: “SERISSIMA PREOCCUPAZIONE PER L’AGRICOLTURA A CAUSA DELLE FORTI PRECIPITAZIONI”.... nessun problema, ecco a voi tranquille giornate di sole caldo e secco.
Cosa volere di più?
Sei stata grande quest’anno, cara estate. Grande come solo la natura può essere.
Io mi sento piccolo, e ogni tanto lo sono davvero. Piccolo come solo un uomo sa essere.
Certo, io mi limito a fare i capricci. Ce ne sono purtroppo altri ben più uomini di me che hanno stuprato il ricordo che avrò di questa estate… morti assassinati per vendette da due soldi, stupri di corpi ed anime, come gli incendi dolosi che violentano i boschi e le foreste; e altri morti ammazzati sulle strade, i soliti vomitevoli scenari politici, il sangue infinito del Medio Oriente. E moltissimo altro orrore ancora.

Ripenso allora a come è iniziata, all’estremità opposta di questo periodo.
C’è un pensiero di quei giorni che non ho mai terminato di scrivere…

Maggio è il mese in cui giungono i primi ambasciatori dell’estate. Ce ne sono molti, sia di visibili che di invisibili: alcuni, scorrettamente, non rispettano la loro missione… e portano pena. Anche il caldo umido, come ogni anno, porta con sé qualche pena e un modo nuovo di percepire il corpo. La mente sente il corpo diverso e si modifica a sua volta, sembra dilatarsi […]
La prima afa. Le prime candele alla citronella: allungheranno un pochino il percorso delle zanzare che verranno a cercarmi. Le prime notte pulsanti, le prime ciliegie. La fronte sudata, le mani immobili e roventi. Le cicale hanno ufficialmente aperto la stagione duemilasette con un concerto. Ora tocca ai grilli. Sembrano stanchi i primi grilli, il loro canto è insolitamente flebile. Sembrano tristi. Noi come alcuni di loro: bambini che cantano e saltano in un prato. Poi, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo adulti. La vita ci prende per il collo, ci strattona via dal nostro fresco filo d'erba, infine ci sbatte nell’olio bollente di una padella di un qualche bistrot del Sud-Est asiatico. Sulle strade fantasmi di lamiera incandescente trascinano dentro di sé persone ora fritte, ora fumanti, comunque morte. Siamo in orbita attorno alle città come insetti intorno alle lampadine. Brulichiamo carbonizzati ora sull’asfalto, ora a casa nostra, ora nei nostri pensieri. Vaghiamo spenti come formiche ferite. Pensieri orrendi come lombrichi, ci scavano dentro come fossimo di terra. Vangati, zappati, rivoltati… e senza frutti. Così ci prende una rabbia che ci sfinisce, che ci confonde i sentimenti: non è forse confusione quella che ci spinge ad essere più duri con coloro che più amiamo? Il perdono è un gesto assai semplice in realtà, purché la persona a cui lo concediamo ci sia sufficientemente estranea. Più marginale e legata al caso sarà la tua presenza, più io sarò con te tollerante, pieno di riguardi. Stammi accanto e sopportami ogni giorno, ed il mio peso finirà per schiacciarti. Amami e ti distruggerò.

…oggi come allora, stesso sguardo scuro e intimamente rabbioso.
Oggi come allora, sveglio nella notte per sciacquarmi gli occhi pesti
cercando di trasformare quel nero che cola dalle ciglia in inchiostro.
Parole, versi
slegati per pensieri privi di filo.
Tanto la scusa è sempre quella, ovvero che le parole sono l’impronta che il mio spirito tenta goffamente di lasciare di sé. Un istinto, una necessità che ogni tanto va soddisfatta. Un pensiero scritto è dunque la sindone dell’anima. Io allora che faccio, meschino teatrante quale sono? Stendo il lenzuolo in maniera ben visibile. Qualcuno passa e guarda distrattamente, forse qualcuno ne resta per un attimo colpito. Altri invece conoscono il trucco e non si fanno incantare.
Ogni tanto ripasso anch’io e non sempre mi riconosco.
Mi scordo del come e del perché.
La devo smettere.

(29 agosto 2007)