L’orso

A volte.
A volte ho l’impressione
che tu sia brava a inventare giochi nuovi
a far volare le cose più in alto
per sentire più rumore quando le lasci cadere
a trasformare una carezza in un coltello
a tirar fuori l’anima da un cilindro
per farla poi sparire, come un prestigiatore
a disegnare cerchi perfetti e concentrici in una radura
solo per prendere meglio la mira
e scoccare la freccia
per trafiggere l’orso.

A volte
a volte ho la paura che tu, come altri, vogliate ferirmi
per gioco o per cattiveria o per noia
non so
quello che non ho ancora capito
e che mi spaventa di più
è che io magari mi ci lascio anche, ferire.
Vedo l’assassino sorridente che mi viene incontro salutandomi
scopro il fianco
e lui mi abbraccia, mi cinge
mi stringe più forte
quindi mi lega
poi mi massacra
ma non ho voglia di opporre resistenza
come un incubo da cui non riesci a svegliarti
se non un attimo prima di
morire.

Tu che dici
saranno il cibo, il bere o lo smog
a farmi così male?
A farmi paura.
È la paura, a farmi pensare
così male.
O magari è solo colpa
del telegiornale.

 

(gennaio 2008)

“Sei un fotografo emozionale”, disse

Gelido vento orientale in prua, arranco e mi inclino come fossi in salita.
Sotto l’ombrello vedo in trasparenza le gocce di pioggia che non mi hanno bagnato.
Una scarpa slacciata, un guinzaglio abbandonato nell’erba.
Umido e rigido ma leggero, come un ventaglio nell’afa estiva.
Non imparerò mai a suonare uno strumento come si deve.
So fare altre cose.
Non scriverò mai una canzone che mi piaccia ascoltare.
So dire altre cose.
Ma intanto, sto zitto in questo nulla.
Non ho i capelli che vorrei, il naso che vorrei, le spalle che vorrei.
Bravo ad immaginarmi bello, questo sì. A volte sento oppure sogno che, a forza di pensarla, potrei rendere reale tale bellezza. A volte sorrido al pensiero di questa possibilità. Altre volte, quasi confondo quest’altra realtà con l’unica che sia misurabile con gli occhi; poi mi ritrovo ad esibire una sicurezza misteriosa, che mai mi è appartenuta.
Stamattina mi specchio nella vetrina di un bar… e cerco di essere più sincero.
Non sono uscito da uno dei miei avatar, non assomiglio a chissà quale mito.
Io, soltanto io. E il vento ha spezzato l’ombrellino, e la luce è fioca e grigia.
E il laccio della scarpa è zuppo, e non ho voglia di chinarmi per riannodarlo.

Altri pensieri che più non ricordo.
Delicati, non opprimenti, ma non per questo felici.
Quanto dura un caffè? Il tempo di rivederli e dimenticarli ad un tempo.

(gennaio 2008)

No recollection

Forse già saprete sia possibile perdere anche ciò che non abbiamo mai posseduto: una giornata, la felicità altrui, un’anima conosciuta, uno sguardo ignoto, innumerevoli attimi. Incastrato nell’orologio, tra le mura, oggi ho perso qualcosa di mai avuto, perduto tra i cristalli e dentro me stesso.

I disagi se ne fregano che esisti, e così tu puoi ignorarli a tua volta. Baratterei quindi la vita ordinaria in cambio di cinque ore di ritardo, piedi inzuppati, scivoloni. Questi come giusto prezzo per una fotografia, una sola, identica a come l’abbia immaginata e preparata e voluta, guardando e riguardando nel mirino, pronto per lo schioccante scatto fatale.

Passano gli anni e i mesi, e un giorno ti ritorna alla mente una di quelle immagini in cui l’aurora candida circonda le cose, facendo sembrare questo mondo meno sudicio e imperfetto. Parli col tuo amico e gli chiedi tornare con la memoria alla nevicata di inizio 2009: la ricorda, e pure meglio di te. Era solo una qualunque giornata fino a quel momento, piatta e afosa; ma ora, con un amico ed un semplicissimo ‘Mi ricordo’, in un lampo pare di aver ritrovato quei momenti. E a loro volta, quelli erano momenti in cui sembrava di esser tornati bambini! Come quando certe sere, a tavola, capitava di favoleggiare coi tuoi fratelli sulla fantastica nevicata del 1985: le discese con lo slittino dal pendio davanti casa, il bob rosso con la leva del freno utile solo per cappottare, gli arancini di neve, le risate, una gamba rotta, il pupazzo coi denti di sassi e il naso di carota (bello come quelli disegnati sui libri di lettura), anzi no il naso era un manico di scopa rotto, e io che entro in una buca e sparisco nel bianco, e il tempo scomparso insieme ai colori… Aspetta: interviene mamma e riporta la conversazione ad una dimensione più realistica. Ma oggi non c’è alcuna madre a moderare l’immaginazione e così, in preda a una strana sorta di sete, ti metti a fantasticare su quegli attimi perduti cercando un po’ di bianca neve sciolta nei cassetti e nella credenza, tra vecchi libri e cianfrusaglie, tra i vetri di murano e i cento altri souvenir inutili. Seduto sul pavimento frughi tra pacchi di vecchie foto, e ritrovi finalmente un’immagine senza tempo che descrive larghe campiture bianche racchiuse da poche e sottili linee nere sopra ad un cielo granuloso e grigio di ghiaccio. Una lievissima vignettatura, quasi certamente involontaria, dona al paesaggio un’atmosfera crepuscolare, rendendo la luce meno piatta, facendola nascondere dietro vette o boschi che non esistono. Sprofondi nell’immagine come nella neve, e lasci che ti racconti di una bellezza soffice e muta su cui potresti non riuscire più ad atterrare.

Ma oggi, io, quella foto non la posso scattare per domani.
Mi mancherà. Provare a sostituirla rifacendola a parole, no, non basterà.
Sono l’armadio zeppo delle cose già viste troppe volte, sono lo spazio vuoto del disco fisso.
Sono la macchina fotografica che giace nel buio del cassetto.
Sono la neve che cola nel tombino.
Sono la mia amnesia.

 

 

(dicembre 2009)

Sempre di domenica

 

la mia pasqua è iniziata tardi.

ieri, dopo il lavoro, sono passato a trovare un mio amico che se la passa male; sono stato a casa sua a chiacchierare fino alle 2 passate. sono arrivato a casa dopo le 3, e mi sono addormentato che erano già quasi le 4. stamattina mi sono svegliato la prima volta alle 9:30, poi di nuovo alle 10:45. mi sono alzato, controvoglia; mi sono lavato e ho fatto una piccola colazione. sono uscito a prendere una borsa che avevo lasciato in macchina. o forse cercavo un altro tipo di nascondiglio; difatti, una volta aperta l’auto, istintivamente mi sono seduto e ho chiuso la portiera. ho acceso il motore come un falò sulla strada, per scaldarmi. un minuto più tardi ero alla guida, girovagando senza destinazione, solo col pretesto di infuocare il motore perché l’aria calda dalle bocche arrivasse svelta sui miei piedi. venti minuti circa, e sono tornato dall’insulsa gita. casa era lì dentro, e ci sono rimasto un’altra mezz’ora o forse più, immobile nell’abitacolo, ad ascoltare la radio. poi, finalmente, sono rientrato in casa con la borsa in spalla. non ricordo molto di cosa sia successo nell’ora successiva. tant’è. dopo aver lavato l’ultima tazza mi ha preso, irresistibile, la debolezza di tornarmene a letto. ho giocato un po’ con il pc, ma mi sono stancato quasi subito. ho risposto a un paio di sms d’auguri. solitudine. entrava luce grigia dalla finestra. la pioggia ticchettava noiosa sul mio tetto, meno di due metri sopra le mie orecchie; ed io sentivo freddo, sempre più freddo. un’arietta gelida mi pizzicava la punta del naso, quasi fosse una mattina di gennaio. non ne volevo proprio sapere, di uscire dalle coperte. alla fine ho messo sotto anche la testa, e sono scomparso dalla stanza. sono stato altre due ore così, rannicchiato su un fianco, perso in un confuso dormiveglia. l’inaspettata e poco allegra telefonata dell’amico in difficoltà m’ha riportato alla realtà di una giornata nata storta. poi mi sono alzato, ho fatto finta di fare un po’ d’ordine e sono uscito di casa. un’ora e mezza di viaggio sotto il diluvio. un’ora e mezza su strade poco conosciute e molto scivolose, piene di buche. un’ora e mezza a strizzare gli occhi per leggere le poche e scostanti indicazioni stradali, rese ancor più confuse dall’ondeggiare ipnotico dei tergicristalli. pioveva, senza sosta. e la luce calava, e la strada non finiva, e lo sconforto cresceva. un’ora e mezza per arrivare qui, dove sono adesso, in un posto mai visto per una cena in sostituzione del tradizionale pranzo. un’ora e mezza per passare un po’ di tempo in famiglia; ma sono arrivato tardi, ed ero stanco, e la compagnia era anche fin troppo estesa. tutta brava gente, tra cui anche alcune persone che già conoscevo e che stimo; ma non ho trovato, al mio arrivo, la calda intimità che avevo immaginato, sperato, inseguito sotto a tutta quella pioggia. che peccato.

il dormiveglia pomeridiano deve avermi fatto bene, e in fondo, so per certo che esistono giornate infinitamente peggiori di questa. non che sia contento; ma l’idea mi conforta. viceversa, non avrei avuto voglia né spirito per mettermi a scrivere, per raccontare questa parentesi di niente, pazientemente.

 

 

4 aprile 2010

Pagine arricciate

Le lacrime sono una spaventosa, meravigliosa lente d’ingrandimento.
Una lente così potente da far apparire tutto troppo vicino, e illeggibile.
La visuale si amplifica e si confonde ad un tempo.

È tremendamente bello e difficile leggerci un libro.
Ma poi le pagine si inumidiscono e rimane quella fastidiosa, patetica grinza
al posto della goccia.
Il controllore, con tempismo orribile, mi chiede il biglietto proprio nel momento
in cui sono totalmente nudo.
Sconvolto,
coi nervi scoperti,
non copro gli occhi
ma il testo.

Il vero pudore appartiene al pensiero, non al corpo.

 

(gennaio 2008, leggendo… una cosa.)

Cosa mi sfugge. *Statua di sale. **Lifeline.

Sapete cosa mi sfugge? Il tempo.
Non mi riferisco all’eterno dilemma del tempo che scorre dall’esistenza, scivola da mani e occhi, gronda dalle nostre giornate sui nostri ricordi, gonfiandoli; come lacqua la schiuma. (ecco perché poi rimane solo la memoria: a volte soffice e impalpabile, a volte ingombrante, soffocante)
No, è il tempo altrui a sfuggire alla mia comprensione.
 
Come fate, Voi?
Voi che
vi incontrate
vi associate
vi scambiate messaggi, e oggetti, e persone
organizzate incontri
ballate balli
studiate, lavorate, aiutate
amate animali, e curate
amate umani, e seguite
odiate umani, e ferite.
Vedete cose
desiderate cose
comprate cose
mangiate cose
bevete una cosa
nel sangue avete… cosa?
E ancora tempo avete
per ascoltare mille melodie che non conosco
leggere mille libri, nemmeno la recensione ne ho letto
vedere mille film, nemmeno il tempo per procurarmeli avrei
e
scrivete fotografate
disegnate dipingete
insomma, create:
un atto che affermo in giro di fare
che vorrei fortissimamente fare
che in qualche sua applicazione, mi dico, so fare
ma che poi molto meno di altri riesco
a mettere in pratica, quotidianamente.
E invece voi mi rubate il mestiere
mentre io, pensandoci, mi rubo il tempo
e rimugino, e rimando ancora
come si rimanda un appuntamento importante
perché c’è la paura di arrivare impreparati
perché in fondo non si è mai pronti;
così facendo non mi butto mai,
così facendo mi butto via.
E resto indietro,
annaspo.
 

*

Me pigro
dalla realtà avulso
inerte apatico ignavo
me immoto
incastonato nelle solite cose
quello che faccio
quello che dico
non è che un’eco del giorno prima
del mese prima
dell’anno prima.
Mi riempio testa e cuore di promesse che poi non mantengo.
Non potendo poi farmi da me stesso lasciare, devo per forza giustificarmi
ingannarmi, tenermi buono, coglionarmi.
Allora penso che al mondo ci siano due categorie di persone:
gli attori
e gli spettatori.

Quindi mi dico: tu sei nato per assistere allo spettacolo
guardati, con la bocca socchiusa
la lingua fra i denti
lo sguardo incantato
talvolta annoiato, sì
ma ancora capace di restare ammirato
di provare stupore
di fermarti ad assaporare le cose che puoi
avaro di cose da dare ma devoto verso coloro da cui hai ricevuto
come oggi. Riemergo dalla metropolitana
una luce calma e tiepida si posa sulla coda del mio occhio sinistro
giro la testa
il cielo è un camino: grigio fumo le nuvole, sopra
scendono verso l’orizzonte diventando chiare come la cenere
un lembo tra loro e la terra
un’apertura in cui si intravvedono le brillanti braci del crepuscolo.
Su questo fondale quieto si stagliano le sagome nere dei rami nudi di foglie,
alberi già diventati carbone.
Il focolare del pomeriggio non scalda più l’aria, che pietosa non infierisce
fa breccia nella cerniera dischiusa
la sento pizzicare
mi si tuffa dentro, da sopra lo sterno
ma è frizzante come quella che mi bacia le guance
e la panchina laggiù sarà anche sola e gelida, però
l’inverno non è affatto male, certi giorni
e mi sorprendo ancora con quell’espressione inebetita
e per essa e ad essa
sono grato.
 
Questo è un dono. Con questo io non sto cercando di dirvi che io abbia un particolare talento nel saper apprezzare le cose, ma
c’è un corredo che la natura ci ha donato alla nascita:
è il nostro debito
e in cuor nostro sentiamo che il peccato originale sia in realtà lo spreco di questa dote
ecco perché ci diamo da fare
come quando proviamo a dimostrare a noi stessi che valiamo qualcosa
e ci promettiamo che la nostra vita non sarà un insuccesso.
Poi ci sono i regali che il mondo ci offre
come un cielo un sorriso una risata un
amore.
Il mio dono di oggi non era bravura, era solo una sensazione.
È giusto accontentarsi?
Forse sì, certe volte.
Rifiutiamo perle che il caso ci porge
non scartiamo certi regali solo perché non sono quelli che stavamo cercando.
Rischiamo di non accorgerci neanche di essi
forse perché troppo impegnati a correre,
a cercare di mantenere quella promessa.
Poi?
Magari finisce il fiato
la milza dolorante
l’aria gelida schiaccia i polmoni
la corsa rallenta
quindi ti fermi
la lingua penzoloni
curvo su te stesso
le mani sulle ginocchia
e pensi:
Ne sarà valsa la pena?
Tutta questa fatica, ma dovè che dovevo arrivare?
Magari non te lo ricordi neanche più.
Avremo fatto abbastanza?
E se anche fosse, saremo in grado di realizzarlo?
Realizzare qualcosa nella vita
per realizzare sé stessi
una possibilità che potrebbe anche stimolarmi
ma che se diventa una necessità può terrorizzarmi
ovvero farmi venir voglia di scappare dall’ennesimo obbligo
l’ennesima assenza di ogni senso, ogni desiderio.
 
Viviamo schiavi di quest’ottica del cammino
della vita come progetto
del suo senso posto per lungo, verso un traguardo da raggiungere.
Ma siamo sicuri abbia un verso, una direzione?
La vita mortale percepita come se in movimento
una visione dell’esistenza che condiziona il nostro modo di viverla
come quando, appunto, crediamo che il tempo sia qualcosa che ci sfugge
e crediamo sia nostro dovere rincorrerlo.
Ma come potremmo mai raggiungerlo?
Non siamo in grado di tenere il suo passo, anzi,
pare così veloce che, al suo cospetto, ci sentiamo fermi;
oppure non saremmo in grado di comprenderlo
se il suo passo stesso non fosse come il nostro
ma, per assurdo, fosse il nostro.
Che cosa cambia? Siamo stupidi e incompetenti
o quantomeno, più semplicemente
siamo privi di strumenti.

Come quando diciamo di sentire il peso dell’esistenza:
l’esistenza come un corpo che si può, si deve misurare.
Questa stolta necessità di calcolare
questa moda di definire tutti i numeri del creato, e mi chiedo:
che non siano proprio questi valori che all’esistenza applichiamo a zavorrarla,
a creare la suggestione di questa forza che pare tirarci l’anima verso il basso?
Sembra tirar così forte a volte, e con violenza
e se ci prende nel giorno sbagliato
inermi, siamo tentati di non opporre resistenza
di
lasciarci andare
con un tonfo
un masso nell’acqua.
 

**

Mi sentivo così stanco all’inizio di questo mio pensiero
adesso anche di più.
Nel patetico tentativo di trovare una scusa nuova,
ho trovato qualcosa su cui meditare.
Continuo ad ammirare voi, un poco geloso probabilmente
nel credervi – a ragione o torto – così industriosi
mentre io,
che per adesso mi tengo questa vita stritolata fra molteplici unità di misura,
viaggio lento.
Io sono un tale
il tale che troverete sul tram addormentato,
con la testa ciondolante, o la guancia contro il vetro;
sarò quello che si guarda la punta delle scarpe mentre cammina
quello dotato sì di due mani, ma solo con un guanto;
quello che sorprenderete col naso all’insù
forse starò fissando un manifesto
o la cima di un palazzo, o qualcosa che
sta in cima alla mia mente soltanto.
Io sarò quello che intralcerà il vostro marciapiede
perché capita che io mi fermi di colpo a cercare chissà cosa nella borsa
oppure che io mi areni davanti ai tornelli del metrò
in cerca di un biglietto che non trovo
che non
c’è.
Sarò quel tale solo-solo che si aggira per le vie della città
che sorride senza un motivo apparente e non fa nulla per dissimularlo
quello cui difficilmente squillerà il telefono nella tasca
e sarà ancor più strano se questo tale incontrerà qualcuno
un conoscente qualsiasi cui chiedere “come va, tutto bene?”;
quello di cui quindi raramente sentirete la voce;
quello che probabilmente nemmeno noterete
sempre che non dobbiate dirmi:
“scusi, permesso”
o “e levati dai coglioni”.
Io vi sentirò
mi sposterò
vi guarderò
e immaginerò
mi gusterò quest’idea che già adesso ho
ossia di aver incrociato proprio voi
cioè uno chiunque fra coloro che abbiano letto questo mio messaggio;
magari proprio tu
che mentre leggi, pensi:
magari proprio io.
Capito, che razza di presunzione?
È in questo genere di pensieri che amo specchiarmi
ahahah
presunzione, amo specchiarmi
sono le mie stesse parole a tradirmi
a tradire il mio narcisismo (per sua definizione contorto, perché deformante)
quindi a suggerirmi che, dietro alle maschere, io sia in fondo uno che si compiace
come per quella trovata di reinventarmi spettatore non pagante,
scelta più appagante, di certo più confortevole e magari più vigliacca

di quella di chi si ritaglia un ruolo da comprimario sul palcoscenico.

Credo di essere così acuto, ma mi viene il sospetto che io sia bravo
solo o soprattutto quando devo trovare giustificazioni per la mia accidia:
come ora, stanotte, in queste righe.
Ancora mi fisso le scarpe
ancora alzo la testa verso il cielo
un’altra richiesta di farmi da parte
e mentre i neuroni la traducono per i muscoli
mi aggrappo a un’idea che mi porti ad immaginare
quale sarà il prossimo omaggio del caso,
dietro a quale angolo, svoltando
potrò assistere a una nuova delizia inaspettata.
Mi scosto, e nel far passare il mio inseguitore
abbasso la guardia.
Il
mio senso d’inadeguatezza incalza.
M’inchiodano al muro i pensieri sulle troppe cose da fare
sugli impegni che mai rispetterò
sulle burocrazie invincibili
le occasioni perse e le occasioni che non mi sono creato
quelle che non riuscirò a strappare
i rimpianti, passati e futuri
ed altri cazzotti tremendi.
Alle
corde.
Qualcosa
mi spinge o mi tira
mi butta giù.
Eccolo, strattona forte.

Al tappeto, mento a terra
ancora più a fondo, sotto la linea di galleggiamento
il
masso nell’acqua.
La consapevolezza di una vita in cui non si debba per forza essere speciali
il mio boccaglio nuovo di zecca.
Non varrà molto, ma adesso n
on importa.
Prendo una profonda boccata di ossigeno e torno a galla, lentamente.  

Tundra

Vivere d’inverno è sopravvivere
cioè resistere al freddo umido della pianura
che diventa nebbia fitta o brina
o dolore nelle ossa, anche se giovani.

Sopravvivere è proteggersi
ovvero nascondersi nella fodera di un cappotto
o sotto la buccia delle arance
dietro al lembo di una fotografia estiva
dentro a una una tazza di vapore profumato di aromi
come un cerchio di lago termale per lillipuziani o gnomi
una doccia di tisana che piove da una bocca di roccia.

Intanto soffia il vento e infreddolito uno ritorna
a rintanarsi nel luogo più comune, la solita casa ovvero
un riquadro di parole evidenziate su un giornale di tanti anni fa.
L’aria si scalda attraversando i soliti termosifoni
l’acqua si scalda sulle solite, consumate fiammelle domestiche
sotto, il caffè bruciato delle sette ancora da scrostare.
E si tornano a frequentare le solite vitamine
così come i soliti pensieri ovvero le ossessioni.
La notte finisce e ritorna la domenica
con la sua alba di foschia o rugiada
che forse domani tornano il grigio e l’inverno
e nella notte si torna a osservare la neve, dietro la tenda
mentre pile di cristalli ricoprono le automobili parcheggiate mentre
dentro a queste la luce sparisce senza svanire, strana oscurità nel bianco.
Mausolei diventano i soliti abitacoli, che di solito guardi distratto mentre, statici
si stagliano su sfondi di paesaggi che mutano scorrendo veloci,
oltre il vetro,
sfocàti.

Ogni singola traccia nella neve
ogni singolo tergicristallo sepolto
ogni singolo cartello o ramo senza foglie
ogni singolo fotogramma sfiorato con lo sguardo
ogni singolo anello di ceramica poggiato nel lavandino
ogni singolo centilitro d’acqua ghiacciata
ogni singolo filo di lana intrecciato
ogni singolo frutto nel cestino
ogni singola parete di casa
ognuna di queste frasi
non è che una
delle solite cose
uno dei soliti luoghi
già visti raccontati e rivisti
in cui si torna per rifugiarcisi ancora
d’inverno. un luogo ben conosciuto,
giustamente poco frequentato,
eppure… sempre meno frequentato
tanto da apparire svuotato, dimenticato.
Quest’inverno, voi, rincasereste in un luogo così?
Non i muri e non le stoviglie
non le sciarpe o le altre cose
ma soprattutto, non le persone
insomma: nessuno rispose.

le due e i ventinove
cioè quasi i trenta
si è fatto tardi
un lampo

(è già passato un anno)

Too late

Forse c’è stato un tempo in cui siamo stati anche noi una nazione bambina, ingenua e spensierata.
 
Ma gli anni passano. Muore una repubblica vecchia e malata, muore nello stesso modo in cui svanisce un’infanzia: da un giorno all’altro, inevitabilmente.
 
Gli anni sono passati. Adesso cosa siamo? Un paese adolescente ed isterico che, come tale, si sente grande ed indipendente e che poi, invece, si lascia confondere da una sola coscia nuda.
 
Forse ci hanno lasciati troppo liberi. Siamo annegati nel blu dei puffi, quasi che fosse il mare degli snorky; ci siamo strafatti con le spirali psichedeliche di mille girelle; siamo affogati nel latte caldo col cioccolato sprint; abbiamo sniffato troppo di quell’aroma di frutta chimica del didò. Ci siamo smarriti in vicoli stretti e labirinti imprevisti e parchi della vittoria. Ci siamo addormentati su panchine di mattoncini marroni ai lati di incroci grigi con le strisce bianche attraversate da pedoni tutti gialli e sorridenti. Siamo quindi rimasti prigionieri in castelli con i teschi e le trappole o rimasti naufraghi su isole con le palle di fuoco ed i ponti di legno traballanti. E forse siamo davvero rimasti chiusi in quelle scatole di giochi grandi come le piazze d’estate, sotto ai coperchi impolverati con le enormi scritte fantasiose e le finestrelle di cellophane, finestrelle di cucinine e case in miniatura attraverso cui osservare pomeriggi infiniti, passaggi di nuvole e di sogni tanto belli da svegliarti la notte. Sogni pieni di terra, sepolti nei nascondigli segreti, o custoditi come tesori in bauli verdi con i ganci di ottone. Sogni che sparano senza ferire, che corrono senza andare a sbattere. Sogni appoggiati sugli scaffali più alti, infilati nella pance delle edicole di paese. Paesi in fondo alle province, quartieri e scuole e giardinetti in quell’Italia che non c’è più, e che forse non c’è mai stata, ma che pure un tempo sapeva essere disonesta con un po’ di fanciullesco pudore.

Forse sono questi ricordi che, come bambini, si inventano bugie colorate che strappano un sorriso. O forse dovrei parlare di Memoria, che è donna come una mamma e che per questo, di fronte alle mie paure, prova a semplificare la realtà per calmarmi, per cullarmi con una favola di animali buffi che parlano, forse mangiano pane con il miele, goccia d’ambra che cade silenziosa nella tazza del mio sonno di camomilla. Chiudo gli occhi, e sospiro.