Tunnel of love

Senza musica, probabilmente, sarei già morto molte volte.
Chi è venuto a riportarmi in superficie, mezzo annegato, dal buio di tutte le profondità oceaniche? Chi ha lanciato la corda per raggiungermi, prima che la montagna mutasse il suo volto d’inverno e il nero crepaccio si chiudesse su di me? Chi non fece diventare carne di pesci la mia carne, un relitto colato a picco la mia carcassa spolpata, un nido per alghe e plancton il mio scheletro vagabondo. Chi evitò che diventassi una mummia o un fossile per gli uomini del futuro, gli atomi dei miei resti sopravvissuti alle catastrofi dei millenni. Il vigile del fuoco che salva i bambini e i gatti e i libri dal rogo che spezza le case e sbriciola gli alberi. L’abbraccio stretto del compagno in caduta libera dopo che il tuo paracadute ha deciso di non aprirsi. La terza mano sul volante che trema, il terzo occhio sulle strade troppo buie o nebbiose, l’asse di legno su una pozzanghera laterale, invisibile e mortale. Il braccio materno che strattona prima di un attraversamento pedonale, mentre un’auto sfreccia con brutale mancanza di freno e di esitazione, come guidata da un automa. Il contadino paziente che pianta gli alberi nuovi sulla collina ferita a sangue dal cemento, da un torrente arrabbiato cogli uomini e gonfio di pioggia autunnale, dalla mancanza stessa degli antichi alberi che trasforma i pendii in frane. Il miele che alliscia la gola diventata di ferro tagliente e rugginoso; il sonno quasi magico che placa la stanchezza di un semestre di lavoro duro; il profumo della cucina che fa di nuovo dono dell’appetito, andato perduto dopo settimane d’un male oscuro che pensavi te lo avesse sfregiato per sempre, l’amore eterno per il cibo, il dolce cibo di questo mondo. La luce del sole che indica il foro d’uscita della grotta; il canarino che smette di volare per dirti Sàlvati, almeno tu, prima che l’alito silenzioso ma mortifero della miniera risalga dalle viscere della Terra ed esploda, inondando di giorno il buio secolare del sottosuolo. La coperta coi buchi che ringhia contro le notti di un rigido inverno, in difesa del senzatetto che piange muto sulla sua miseria. La ammirevole ostinazione di un vecchio aeroplano che prende il cielo per la milionesima volta, quando chilometri più in basso l’aria è sconvolta dagli uragani, la terra è sventrata dai terremoti e il giorno è inghiottito dalla nube di cenere di un vulcano; la luccicante e serena solidità della rotaia, la sferragliante e sicura calma del treno che la percorre, lungo un’immensa pianura argillosa e acquitrinosa, o sabbiosa e riarsa, che a camminarci sopra ti fagociterebbe sino al bacino, o forse alle narici; l’inaffondabilità stupefacente di una zattera di tronchi di sughero quando le braccia non vogliono più saperne di nuotare, e la corrente è tumultuosa e indifferente; la misteriosa forza di una schiena umana, quando c’è la guerra e le caviglie si slogano nelle trincee e nella corsa, i piedi muoiono congelati nella neve ucraina o austriaca e le cosce si spappolano per le pallottole basse del fuoco incrociato. Il pozzo profondo come la notte, il pozzo che incanta e riflette il cielo, il pozzo chiaro di luna, il pozzo generoso d’acqua; il pozzo che se domandi risponde, a volte persino esaudisce, ma che se ti sporgi non ti tira giù nel suo ventre. Chi la salvò, la mia mente, dalla trappola senza ritorno della mancanza di senso? Chi impedì ai miei occhi di seccarsi per sempre dopo che il cinismo di posò su di me, stringendomi nella sua morsa gelida eppure tiepida, terribile eppure rassicurante? Chi mi rinfrescò la fronte durante la febbre mefitica della mia memoria, che voleva che io mi svegliassi e non ricordassi più il mio nome? Chi mi ha fatto compagnia nelle orecchie o nell’immaginazione, suonando sempre, negli autunni tristi. E nei pomeriggi dell’adolescenza, nelle notti senza sonno, nelle maratone di lavoro, nelle code infernali del traffico. Chi non ha mai avuto timore di entrare in un letto assieme a me. Chi mi accompagna la mano mentre scrivo; e se non lo fa, tutto diventa stentato e senza flusso, lento, farraginoso. Chi mi accompagna, punto. Chi non si cura dei miei stati d’animo, talvolta violenti eppure trascurabili, piccoli passaggi attraversati dalla piccolezza della mia statura d’animo. Chi c’è stato mentre volevo che qualcuno ci fosse; chi mi baciava con vigore e tenerezza anche quando mi sentivo brutto e sgraziato e credevo di non avere bocca alcuna, ch’ero troppo giovane per imparare a piacere, imparando a piacermi; chi tutt’ora mi accarezza la testa, dopo che io stesso l’ho massacrata di razionalità o solo finta intelligenza; chi non cesserà di sorridermi, anche quando sputerò veleno, inacidito dagli anni, tanto che vomiterò la mia bile persino su di essa, con spropositata ingiustizia, ma mai al punto di rinnegarla. Chi? Colei che quanto più tace tanto più mi chiama, così che io torni a cercarla davvero, pieno di sete. Si lascia trovare. E non mi nega passione e sollievo, pioggia e riparo, profondità e altitudine, appetito e sazietà, attracco e mare aperto, ristoro e poi ancora viaggio. Grande ed anche oltre, senza fine né finale, come questo grazie per il dono dell’udito e dell’aria intorno, che si lascia respirare ma anche percuotere, ovvero, suonare.

(1° dicembre 2014, molti anni fa)

 

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Cerchiare il lunario

Luna piena come mai
Muta e bella come sempre
Ma ormai troppo gelata
Per stare fermi e guardarla

Sole riflesso
Soli di riflesso
Cerchi nel cielo
Cerchi ma non trovi

Luna vuota
L’una passata
Le due in corso
Come corri tempo

» (lunario: 2012, cerchiato 30 ottobre)

Communication breakdown (it’s always the same)

Oggi ho inanellato solo incomprensioni e insuccessi verbali, come se le mie corde vocali o le mie dita sulla tastiera si fossero messe a partorire parole molto diverse da quelle che avevo loro comandato. E senza volerlo né accorgermene – com’è stato? – non lo so, mi sento equivoco, o forse equivocato. Come un mancino che usa la destra, come un re Mida all’incontrario, come il gallo che visse senza testa; come l’acqua del Pacifico in un acquario angusto, come la mente che si pensa nel giusto quand’è in fallo; come un motore robusto che inquina niente, ma va a ritroso e non è omologato.

(13 mesi fa)

It’s 4 in the morning, the end of december

uesto blog
è certo il peggior blog
della breve storia dei blog.

osate contestarlo?
negatemi questo riconoscimento e morirete, ve lo giuro.
potrei anche ammazzarvi io, già, ma come? oh sì, potrei rapire il gran ciambellano (il quale, non avendo idee proprie, è un feticista delle idee altrui), e con una pistola puntata sulla tempia del server, costringerlo a farmi dare la sua prestigiosa collezione di carte di identità. mi appunterei i vostri indirizzi e vi aspetterei in ascensore tipo Max Von Sydow che prepara l’agguato al Condor – Redford. sono irresistibili, certe calme attese. e gli ascensori coi neon lividi e il loro rettangolo di moquette scollata agli angoli. e i killer professionisti con guanti di pelle sempre perfetti e un linguaggio del corpo disciplinatissimo ed elegante, ma meno palloso del teatro Kabuki. o forse no, forse era solo Von Sydow con quel suo personaggio, ad averci quel fascino e quei guanti. magnifica maschera e magnifico killer, in ogni caso, senza pietà ma pieno di scrupoli. come si chiamava… Joubert?

forse, sì.
era freddo, Joubert: molto più freddo del Freddo del freddo romanzo e dei ghiaccioli d’inverno. che freddo quest’anno. ce l’avete il riscaldamento, uhm? ah, ce l’avete pure autonomo, bene. tipico dei piccoli condomìni. però non avete l’ascensore? già, tipico dei piccoli condomìni. e ne avete paura, sì? tipico dei piccoli condòmini che rincasano soli. bene, allora vi freddo al freddo del vialetto in una notte di stelle gelate, appena varcate la soglia del cancelletto che separa le vostre vite private dai citofoni e dall’eterna scia di auto inanimate che scorrono sull’asfalto, guardate. oh, vi ammazzo a sangue freddo, sono un pezzo di ghiaccio. non è vero. mi brucia il sangue nelle vene, sono una testa calda. vado a rasarmi il cranio per rinfrescarlo un po’. ma non basterà.

volete bere una tazza di caffè caldo con me?
in verità, vi dico: ad un pomeriggio in un caffè passato a chiacchierare con l’idealista Cybill Shepherd, preferirei una notte nell’appartamento della fotografa Faye Dunaway a condividere con lei calore e tremore dei corpi e del terrore. ché era bellissima e ci aveva pura la moka, nella cucina del suo appartamento nuiorchèse coi viali di nuiorchèse solitudine novembrina appesi alle pareti. e se io fossi Redford capirei quella solitudine e sarei così biondo e spaventato che non potreste resistermi, e faremmo l’amore ed anche il caffè insieme. poi domani è un altro giorno: il secondo dei tre. guardatevi intorno: anche i Condor, nel loro piccolo, s’incazzano. anche se poi, come quasi tutto ciò che è bello e speciale, appartengono ad una specie in via d’estinzione.

ossia, sono destinati a scomparire.
moriranno: come Travis Bickle. come New York e le altre metropoli, tutte malate croniche. come il Condor, volato troppo in alto nelle Ande del potere. come me, che mi metto a sedere per scriver cose così ovvie. come te, che infili la chiave nella toppa del portoncino d’ingresso della palazzina del tuo appartamento, col cuore in gola. e come te, che leggi e pensi: questo non è il peggior blog della storia. magari no, ma di certo non sopravvivrà. come i miti di celluloide e di carta, come i blog che li raccontano e come i blog che non ne parlano; come tutto ciò che è scritto, come tutte le parole del mondo, che non potranno resistere ai 451 °F dei roghi di un nuovo medioevo.

ma questa
è un’altra storia. e morrà anch’essa,
come tutti quanti voi. ve l’ho giurato.

Sincerely, a friend

                   

                               (fine dicembre 2008)

Cenci

Niente dolcezza in un caffè molto zuccherato. Poso la tazzina ed esco.
Cammino, perduto tra le preococi decorazioni natalizie.
Già mi hanno stancato, mi scippano il sogno di bambino.
Forse è quest’aria tesa. Che cos’è? Tutta questa rabbia, questo crescente sospetto per tutto, cos’è.
Tutta quest’ansia, questa fatica che ti bracca e ti insegue fin dentro casa.
Tutti quei particolari complessi, unici, bellissimi. Immagini e sentimenti vecchi di qualche giorno soltanto. Dove sono?
Sfumati in un pensiero infetto, brutto e troppo stretto. Soffocati, ormai persi, più non li posso raccontare.

La bellezza muore così, in mezzo ad un viavai di occhi spenti e sacchetti pieni, o dentro uffici popolati di persone che di bellezza non ne hanno mai
incontrata.
Ne cerchi poi il cadavere nella notte. Senza criterio, come si cerca una
maglietta dentro ad un cassetto troppo grande e pieno e disordinato nella fretta del mattino.
Niente. Le parole a volte sono come le braccia nel cassetto: troppo corte per
arrivare in fondo.
Così le immagini, simili ad abiti sporchi e sgualciti nel cesto della
biancheria. Forse è tutto lì dentro.
Esci infreddolito, con la maglietta del giorno prima. Corri. Che vita sudicia.
Un altro giorno dimenticabile.
Domani penserò a come raggiungere le mie magliette linde e le mie memorie squisite, per perdermi con loro, i loro effluvi.
Oppure nulla si perde veramente.
Forse ogni cosa sparisce solo per un momento, o per un’epoca. Ha solo bisogno di riposare un poco, in fondo al cesto tiepido dei panni sporchi.
Abbiamo tutti bisogno di stare sporchi e inservibili, di confonderci nell’anonimato della confusione, di non esserci.
Poi torniamo. Tutto torna: lavato, stirato, profumato. Quasi come nuovo.
Non proprio.
I capi delicati, soccombono tra alte temperature, calcare e candeggina; e così le cose più fragili, le anime più sensibili: sono le più belle, ma soccombono prima, in questo mondo chimico.
Certi periodi sono come cicli di lavaggio sbagliati; certi episodi, come centrifughe troppo violente.
Anno dopo anno, prima o poi, tutti ci stingiamo, ci consumiamo, ci sfibriamo. Prima o poi ci ritroviamo infeltriti, scuciti, logori.
Diventeremo stampe sbiadite, elastici slabbrati, stoffa lisa sui gomiti.
Il meglio di noi sarà colato tra i fori del cestello.
A restarci, solo un gran bisogno di stenderci.
Accidenti

(23 novembre 2006)

This is disease

crescere è qualcosa che ci accade nonostante tutto.
tradirci è qualcosa che scegliamo di fare o non fare.
a volte non ce ne accorgiamo neppure.
a volte sprechiamo troppo tempo, pensandoci.
ognuno degli individui che siamo stati, vive
e rispettato o tradito che sia ce lo abbiamo
qui, lì, da qualche parte
dentro la memoria o nell’indole
nel sangue del petto nelle braccia nei neuroni nei geni
ogni singola parte di noi è ovunque, e da nessuna parte.
a volte ci affanniamo a riesumare cadaveri di persone che non eravamo .
altre volte ci incontriamo in un ricordo senza riconoscerci.
nessun noi muore del tutto fino a che non moriamo noi tutti.
purtroppo a volte diventiamo stupidi prima di ritrovarci.
crescere. a volte mi chiedo se l’età adulta non sia che una malattia
che, per sciocchezza o per pigrizia, troppo spesso sottovalutiamo
la trascuriamo, e questa ci spella e ci appiattisce piano piano
rendendoci ogni giorno un po’ meno unici e particolari
un altro po’ più stupidi e ovvi
sempre più svogliati, smemorati
fino a quando smettiamo di cercarci
fino a che diventa impossibile ritrovarci

(3 novembre 2009)

Se noi non fossimo noi

Incontro un uomo con l’andatura insicura, lo sguardo spaesato; guarda il cielo, poi fissa il terreno. Strano nell’aspetto.
Lo studio mentre si avvicina.
La mano destra. Sudicia. Qualcosa di liquido. Grondante di… sangue?
Oddio. Sì, sembra proprio sangue.
Sospetto.
Quell’uomo è forse così stralunato perché ha commesso qualcosa di atroce?
Fifa.
Cambio velocemente strada, allungo il passo il più possibile; ma non troppo, non deve sembrare una fuga.

Raggiunta finalmente casa, chiudo la porta a doppia mandata.
Affanno.
Cerco conforto nella dispensa.
Trovato. Mi preparo un panino al formaggio.
Masticando il primo boccone vado a ricontrollare la porta. Ok.
Mi dirigo nuovamente verso il lavandino della cucina.
Fisso l’acciaio. Su di esso vedo proiettata la sagoma di quell’uomo.
L’allucinazione, seppur lenta e sfocata, mi crea un brivido.
Una briciola, cadendo, manda in frantumi l’immagine mentale e mi riporta alla realtà.

La cucina esiste, è l’odierno teatro dell’immaginazione. Anche la mano insanguinata esiste: è la mia. Maledette pellicine.

Ora: questo panino sarà pure sospetto, ma il punto è un altro.
Non voglio necessariamente estrapolare una saggia morale da questa storia: non ne ho né la voglia, né la presunzione. Mi preme però dire che il mondo è pieno di imprevedibilità, di cose non subito comprensibili, di persone e fatti bizzarri.
A volte la spiegazione ad esse può essere tanto banale da sembrare inventata.

Pensando a tutto questo, mi rendo conto di non essere in grado di formulare verità o di saper ragionare in modo scientifico.
Il mondo è assai più complesso, o forse è molto più semplice e calcolabile, ed anche ciò che a noi appare unico e magico lo si può in realtà formulare e riprodurre.
Già.
Eppure torno con la mente alle mie unghie sanguinanti e a quanto possa creare diffidenza o sconcerto una cosa tanto stupida. Quanto male può farci la quotidiana rinuncia all’irrazionalità?

Ogni lume che rischiara la vista è anche un lume con cui ci possiamo scottare,
se ad esso ci avviciniamo troppo. Così il lume della ragione, che siccome tale nella notte va spento, perché cadendo può creare un incendio.
Ed è così che la notte diventa il tempo dei pensieri sballati e senza scopo.
Una logica buffa e avvolta dalla nebbia, propria dei sogni, sembra impadronirsi anche di coloro che si ostinano a restar svegli in cerca sonno, di una spiegazione, di loro stessi.
Quanto tempo sprecato.

(14 ottobre 2006)

From all the unborn chicken voices in my head

nacque nell’abitacolo e in esso trovò la morte
il pensiero storto che visse meno a lungo di un viaggio
pensiero uguale a decine di troppi altri, embrioni mai fecondati.
no, no: il pensiero mai nato è ormai morto. mica la sua natura infelice.

cosa ne resta?
ricordo solo che
non ne potevo più
della pioggerellina, gocce fini
che sbriciolavano la luce in brillantini
il tergicristallo troppo lento, no, ora troppo veloce
gli occhi stanchi di inseguire il nero di troppe pozzanghere
da evitare, quasi fossero crateri pieni d’acqua
come laghi del centro Italia in cui nuotare o annegare.
e il tepore troppo caldo prima
la frescura troppo fredda poi
la mia faccia ora troppo magra
ora troppo scura
e di sicuro troppo livida
nella luce gialla della notte
nell’ombra bianca della foschia
in cui si confonde il mio aspetto
sotto alla barba incolta che non voglio farmi più
come le persone che non ho più voglia di coltivare
come le persone che non voglio farmi più
nemiche, ché il tempo delle questioni di principio è terminato
la stagione delle cause perse che s’è sciolta
come la neve tenera di marzo
e la voglia di gridare quanto stronzo sia questo o quello
che quasi pareva vitale, immortale
è ormai strappata, caduta
come la pagina di quest’inverno dal calendario.
a proposito: auguri di Buona primavera
anche e soprattutto a certe persone,
cadute in certe piccole battaglie
combattute a colpi bassi di tastiere di computer e telefoni
e parole. le parole come lance, le intenzioni come punte di sasso
scagliate con violenza, fendono la dignità di chi non può rispondere
eccoli i feriti, trafitti e muti dormono giù in metropolitana.
e poi magari stanno svegli di notte
per provare a ricucirselo,
l’amor proprio
e cercando aiuto in cosa, se non nelle parole?
parole che mandano all’ospedale
parole che guariscono dal male
come un medicinale
che ti spezza se lo usi male
ma poi lo ritrovi sullo scaffale
che mormora nella vetrina buia del dottore.
e quindi queste parole mediche
che dovrebbero avere la proprietà di rivelare…
cosa? la leggendaria mappa che porta alla gioia?
il profumo dei fiori che sbocciano in mondi troppo lontani?
la luce delle sere in fondo agli orizzonti equatoriali?
la definizione di quel che siamo
o quella di ciò che dovremmo essere?
una nuova possibile via per diventare persone libere
o la solita, vecchia casella in cui farsi rinchiudere?
le grandi verità per capire o le piccole bugie per sorridere?
domande, e intanto la strada scorreva
e la notte umida piagnucolava
e il pensiero svaniva
mentre la fantasia recriminava
per le immagini di seconda mano
ed io pensavo, e non so il perché
a quelle coppie fatte così male
a quei bravi ragazzi fatti a pezzi da donne di poco valore
a quelle brave donne massacrate da maschi di scarsa morale
o più semplicemente a certi visi incantevoli
appoggiati su guance ben più sgradevoli
come sorrisi di seta in secchi di facce da stracci;
equilibristi eleganti frustrati da domatrici sgraziate
o danzatrici armoniose intristite da pessimi pagliacci
ma nessuno mi ha invitato al circo, che mi lamento a fare?
posso solo imbruttirmi al pensiero di certe discrepanze
per esempio: quanto sia difficile piacere a chi ci piace
posso solo incazzarmi per un pensiero che cessa di scorrere
che sto forzando, sforzandomi di evocarne il suono originale
che poi nella notte provo a oliare
con una canzone ascoltata a ripetizione
come un pensiero inceppatosi sulla stessa frase
le stesse parole che non rivelano mai niente
anch’esse scritte e riscritte fino allo sfinimento.

sfinito da quelle mura imbiancate che ancora non mi contengono
sfinito da quelle persone ferite di cui parlavo prima
che trovano e ritrovano in me un amico
e che sembra quasi che dipendano da me, a volte
se è vero che mi cercano per raccontarmi le loro disgrazie
e poi mi affidano la loro idea di possibile felicità
quasi che fosse un pezzo rotto che io posso aggiustare
ma io cosa faccio? a volte scelgo di sparire
magari cercando anch’io conforto nelle parole ma poi
penso alle rivelazioni sepolte in libri che non aprirò mai
alle cose giuste rimaste ignote per pigrizia o delusione o noia
nascoste nella pagina successiva a quella in cui ho fermato la mia voglia;
e penso alle verità che invece ho letto distrattamente
o quelle che non sono stato capace di riconoscere
o che magari ho capito, ma di cui non ho saputo beneficiare
oppure a quelle che ho trovato anni fa e non riesco più a ricordare.

intanto l’ora s’è fatta davvero tarda
tanto che il pensiero si è ormai decomposto:
una carcassa sotto alla luna, vicino al mare
una sagoma che brilla di luce tenera e di sale
ma che ciò nonostante dà ugualmente il voltastomaco
e che di certo non ha più senso rianimare:
e chi ne ha voglia? sono così stanco.
sì, stanco…
anche di dire che sono stanco:
“sono stanco, sono stanco” per giustificare ogni cosa
“sono stanco, sono stanco” non giustifica ogni cosa
sono stanco, sono stanco di giustificare ogni cosa.
stanco di starmene qui a scrivere cose senza valore
a farmi ingobbire dalle parole sullo schermo
ancora loro?
a barattare il mio sonno
con che cosa?
un pensiero morto da ore
che ormai non ricordo più
e che forse solo per pochi minuti
ho sentito
poi non mi è servito
a niente
e non mi dice più
niente

(22 marzo 2010)

Forse era il caldo (ci son giorni)

ci sono giorni in cui rallenti e ti metti a sedere
e ti senti vuoto, come se non avessi niente:
giorni in cui non senti di possedere
la tua auto e la tua patente,
i tuoi vestiti e il tuo pudore,
i tuoi occhiali ed i tuoi occhi
o quel che sbirci del mondo
dal buco dell’otturatore.
(giorni) in cui mangi e tocchi
e vedi e respiri e parli. ma sei morto.
poi, la svolta:
cinque minuti di note. e sei risorto.
talvolta non possiedi che l’udito
utile ad ascoltare una canzone
quella di cui sentivi il bisogno urgente
o di quella che non cercavi o volevi, inaspettata
ovvero di quella che suonava da sola, già prima, nella testa.

vi succede mai? ché ci son giorni in cui è la musica stessa
che viene a cercarci, uscendo dai sepolcri polverosi
a volte facendosi sentire senza farsi udire,
non sfiora il campanello ma suona.
si regala inconsapevole a noi
rendendoci meno poveri
nella nostra miseria
dello spirito

ci sono giorni in cui le parole di una canzone parlano di chissà che cosa
mentre ascoltiamo la melodia che ci ricorda delle miglia di distanza
che separa tutto ciò che possediamo dalla loro reale essenza
del tipo: possiamo comprare i dischi, ma le note, no.

23 agosto 2009

Soulstizio

era di buon sapore ed era una vertigine,
come il vortice di spaghetti attorno alla forchetta,
la sera di primavera morbida che non puoi cadere e farti male
perché imbottita come una poltroncina reclinabile
di nuvole e voce. e la luce che non muore, non vuole
che solo molto più tardi si sdraia lenta
alla fine si addormenta. poi rinasce, si rimesce
in fondo alla prima tazza del mattino,
prima che il giorno sciacqui via l’alba
prima che il sonno mi sciacqui via da me stesso
prima che la pioggia sciacqui la via e il sonno via dagli occhi.
così il giorno dopo comincia alle due
il pomeriggio scola nella grondaia
dentro a un grigio sempre uguale
ma che non può fare male.
dentro al latte una pigrizia cereale;
il dubbio, la doccia, la telefonata a casa. poi fuori
a comprar benzina, chiacchiere prepagate e cose da mangiare.
è sera, la pasta si butta alle dieci
da buttare nella pancia colla birra e gli asparagi
e non si butta via niente. il caffè sale a mezzanotte
la nostalgia mezz’ora più tardi
e nel frattempo, penso all’estate che nasce
senza paura e con qualche desiderio
ma evitando ogni aspettativa mentre
la sera vestita d’autunno, fresca che ti devi imbottire,
si spegne asciutta dentro a questo pensare sparigliato
e il buio rimane in fondo alle pentole della cena
quel nero riflesso da lavare domani
qualsiasi domani sarà
mentre guardo le ore e vedo che un’altra ora se n’è andata
ma in fondo alla notte, in fondo, al solito cerco me stesso
messo in fondo ai pensieri da svendere al mercatino
come bicchieri di limonata, il chiosco di Charlie Brown.
ed eccomi lì, in fondo ai fumetti ai libri alla musica
ed eccola lì la luce, che nella musica risorge
e ogni volta il bagliore mi attrae ed io ci casco ma
se note e parole colmano la mancanza di molte sere tenere
allora casco dentro ad una rete che non può mancare
nemmeno d’estate, qualunque estate sia
qualunque stagione sarà
forse zuppa come una valigia rotta chiusa nella stiva
rotta come una voce perduta nella pioggia,
che proprio adesso ricomincia a tic-chet-tare,
sola come una lancetta chiusa nel suo orologio
rimasta spaiata. oppure spalancata come la prima risata
che risale dalle costole quando risorge un sole qualsiasi
mentre il male cambia consonante e muore sugli scogli
e la compagnia resiste e resta così, buona
e la sera non muore, e ritorna soffice
ed io non me ne vado, ovvero non cado
nel vortice di buon sapore ci certe sere lunghe
resisto e resto là, in fondo alle onde
in fondo a queste righe pornografiche
in cui infondo quel me stesso che più non son io
come il fondo dell’oceano che una vita non basta a scoprire
ma per adesso ci vedo fino in fondo, e mi rileggo
e capisco quanto profondo sia il mio bisogno di dormire

 

(21 giugno 2010)

Periferia del pensare

È rincasato mio fratello, un paio di minuti a parlare del più e del meno, e intanto mi sono perso le parole per strada. A cosa stavo pensando? Forse dovrei chiederlo ad A., se entrando in casa abbia per caso trovato qualche parola sul pavimento che valga come indizio. O forse dovrei interrompere le ricerche e andare a dormire, anche se domani la mattina sarà generosa e non verrà a svegliarmi. Ma poi guarderò l’orologio, e penserò qualcosa come « Ma non avevo detto che sono una persona migliore, quando vedo le prime luci del giorno? E se davvero l’ho capito, perché sono già le dieci e non più le sette? ». Poi certamente smetterò di interrogarmi, qualunque sia la domanda. Con un movimento sgraziato scenderò da letto, e mi trascinerò faticosamente verso il bagno. Assieme alla vescica mi si svuoterà anche la testa dai residui dell’irrealtà onirica. A cosa staro pensando, poco prima di afferrare la saponetta asciugata dalla notte? Forse alla barba lunga, forse alla colazione. O forse avrò già paura, di nuovo questa paura, e non mi piacerà guardarmi allo specchio. Vorrò soltanto tornarmene a letto, con le ginocchia che friggono e che mi chiedono di buttarmi ancora giù; quindi dovrò resistere alla mia indolenza, mentre penserò alle lenzuola bianche ed alla mia voglia di non avere alcuna voglia. Eccomi là, investito in pieno, in pieno giorno: il mattino è un’auto pirata. Mezzo morto di stanchezza e vigliaccheria, riverso su un fianco, nel lavandino, come una sbrodolatura di latte sul tavolo: sarò una lacrima bianca, e a cosa avrò pensato? Forse alla ovvia possibilità di rialzarmi da solo, al bisogno di essere fermo e sincero, alla stretta necessità di non rimandare la vita per tutta la vita. O forse a questo cazzo. Sì, proprio a questo.
mentre mi avvito come un cavatappi nel sughero di queste banalità, non ho ancora ritrovato la strada dove scorrono le parole a cui stavo pensando.

 

 
(12 ottobre 2009) 

Riascoltarsi

Ogni tanto mi rileggo, ma non sempre mi capisco.
Questo sembra essere direttamente proporzionale alla “invernalità” di ciò che ho scritto. Voglio dire che un messaggio congelato in una notte di gennaio mi suona molto più distante e criptico di pensiero sbocciato in aprile.
 
Ho pensato a una mente fatta a fisarmonica, o a cornamusa: la si può comprimere
o dilatare, e la stessa nota può vibrare nell’aria in modo differente.
 
Così le stagioni suonano la mia testa.
Ritrovo nella brina un’articolata melodia: una voce strozzata che si condensa nell’atmosfera gelida, difficile da ascoltare e da ricomporre, ma non completamente aliena.
Questi mesi cosa mi lasciano?
Forse un solo accordo, non stonato ma troppo prolungato, monotono.
Un suono sordo che si espande nell’afa e nella memoria di questa distratta,
stanca estate.
 
 
 

 
 

(9 settembre 2006)

Salva con nome

Tanti pensieri per la testa e nessuna voglia di scrivere.
I pensieri sono immagini, perché doverli tradurre in parole?

Sono capricciose le parole. A volte ti sembra di possedere la loro anima; poi, un secondo dopo, ti sono scivolate via come la sabbia che sfugge dal pugno. Scapperanno? Riuscirò a corrergli dietro? Riuscirò ad afferrarle?
A quanto pare la parole sono come farfalle: devi prenderle al volo quando le hai sotto tiro, sennò tanti saluti. Vedrai altre farfalle nella tua vita, ma non ne ammirerai più un’altra identica a quella che avevi, per un attimo, sfiorato. Però poi mi chiedo: è giusto catturare una farfalla e chiuderla, egoisti?
Forse non è giusto, ma lo farei: sono un animo meno gentile di quanto sembri. Ma a cosa serve far tanta fatica per riuscire a prenderla? Ne vale la PENA? Questo non lo so. Insomma, perché bisogna catturare le nostre più belle parole per rinchiuderle in un testo? E se muoiono è perché hai toccato le la polvere iridescente delle loro ali, intaccandone la purezza? E se anche loro finiscono l’ossigeno, nella tua gabbia a forma di pagina?
E per che cosa, per chi, perché. Per amore dell’arte, della letteratura? Per illuderci talentuosi? Per una dedica? Per autocompiacimento?

Mi piace scrivere, ma è sempre un eterno esercizio. Non è facile come respirare, vedere, bere, … disegnare. È bello e difficile come stare in apnea sott’acqua, come osservare e capire, come sorseggiare e gustare… come dipingere.
Eccolo, l’esercizio: l’architettura c’è, si vede, non è granché riuscita ed è pure poco spontanea.
Perché intestardirsi su qualcosa che spontaneo non è? Davvero per fissare i pensieri? E dire che finora non ne ho espresso alcuno.
Di certo si tratta di fissare qualche cosa… è voler catturare la vanessa, è cercare di fermare l’emorragia di arena.
Voler rendere visibile l’invisibile.
Voler fermare il tempo (ancora?).
Voler rendere immoto quello che viaggia alla velocità della luce.
Robe da pazzi. O da stupidi, probabilmente.

Viviamo nell’era dei dati. Tutto ciò che esiste diventa dato, se non sei registrato non esisti più. Non il tuo cuore pulsante, non i tuoi polmoni, non la tua testa, non la tua bocca…
E chi ha non ha paura del buio?
Il buio annulla, nel buio non esisti: e tu non vuoi questo.
Allora sotto, a registrare, appuntare, fissare, salvare.
SALVA, ti chiede il PC: termine quanto mai emblematico.
Tutto è salvare; anche l’andare alle feste, l’avere un cellulare o un indirizzo e-mail sui quali poter essere rintracciati, il chattare, il fare +1 sui forum.
Per utilità? Per divertimento? Sicuro, ma anche per dimostrare al mondo presente che esistiamo, e per non farci dimenticare da quello futuro: “Io c’ero”, appunto.
Noi, riversati nel server globale per far sapere ai presunti vivi che presumibilmente lo siamo anche noi.

Persino le esperienze sono dati.
Che cos’è oggi un viaggio, se non le foto che hai fatto?  Di certo non è lo spostamento, viaggi talmente veloce che non hai nemmeno la percezione di aver attraversato centinaia di kilometri.
Ti ritrovi lì, con l’ansia di guardare quante più cose possibili. Il racconto non basta più, nessuno crede più al verbo. Il tuo dato su pellicola o il tuo puzzle di megapixel è la tua vacanza… non c’è più nulla nei tuoi occhi, perché il tuo ricordo è un’esclusiva del rullino o della scheda di memoria.
C’è chi esplora gli anfratti più belli e magici e misteriosi del pianeta, poi torna a casa… ed è amaro  rendersi conto, capire che si è vista tanta bellezza attraverso la feritoia del mirino, realizzare che lo sguardo fissava uno piccolo schermo LCD e non l’immensità dell’orizzonte.


I pensieri corrono, e io li trasformo in dati di inchiostro binario.
Perché?
Non basta questa brezza notturna a se stessa?
Questo sassofono nelle orecchie, questo aroma di caffè, questo coro di grilli e rane; le risa dei bambini al parco, la via deserta battuta dal vento, il fulmine nel cielo e il tuono nel petto, la polpa dolce delle pesche e le piantine di basilico che illuminano di verde il mio balcone.
Non bastano così, per quello che sono? È necessario che io le descriva?
A chi interessa se ne faccio pensieri nella notte?
Ed è un bene oppure no, traslare in parola scritta pensieri che non accrescono la conoscenza collettiva?

Eccomi qua, con il paradosso dei pensieri sulla parola e sul dato che diventano essi stessi testo e file. Contraddizioni.
Perché ho salvato?

Mi tocco i muscoli, mi guardo nel riverbero dello schermo, ascolto il mio respiro.
Esisto, cazzo se esisto. A chi lo devo dimostrare?

E se poi non scrivessi… se non salvassi e non pubblicassi… forse sparirei?
Non mi sembra nemmeno un’idea troppo cattiva.
Non salvare più, non salvarmi più.
Non scrivere parole, non creare immagini… niente foto di sé stessi, niente firme sui documenti, niente tracce.
Dire “Io non c’ero” e poi sparire, scivolare nelle tenebre.
Affascinante, certo, ma serve coraggio.
E infatti ci sono, posterò questo messaggio e lo renderò visibile a centinaia di testimoni.

Anch’io sono un pezzo del Grande Archivio, anch’io un’espressione indelebile in un mondo da dimenticare.
P.S.

Potevi essere invisibile, SYD, ma dì la verità: sei un vigliacco che parla con se stesso per attirare l’attenzione! O forse è solo la dose delle 4 e mezza di filosofia spicciola, la tua… o forse, nulla più che una visione.
Peccato, potevi essere tu quella visione, e gli altri si chiederebbero se davvero ti hanno visto o meno.
Ma adesso piantala di dire cazzate e di parlare in terza persona.
Chiudi questo pensiero sballato e troppo lungo, scappa dal dato, diventa visione.
Chiudi il tuo cancello.
Cancellazione.

Ciao SYD
SYD

 

(15 luglio 2005)

Brain Damage

vorrei scrivere banalità sulla vita considerata sentimento o malattia mortale
vorrei ridere senza ragione, quasi che sia felicità il danno cerebrale
desideri che s’assomigliano, forse sintomi dello stesso male.


ergo, non posso essere del tutto infelice
poiché non posso essere del tutto sano di mente

se, scritto un messaggio, lo rielaboro affinché la bisettrice
delle frasi sia il segmento d'una retta, alle “e” conclusive tangente.


 

(one) Imaginary girl

S. non esce quasi mai di casa.
resta tutto il giorno in una stanza chiusa, in una penombra rischiarata dalla luce fredda di un televisore e da un'altra più debole, quella solare, che entra da una finestra coperta parzialmente da un paio di tende scure, probabilmente nere, lievemente scostate. un computer, uno stereo ed un vecchio videoregistratore a cassette completano la dotazione elettronica del locale. poster dei Cure alle pareti, intervallati da un calendario del 1979 ed alcuni fogli con disegni della padrona di casa – la cui visione è severamente vietata al pubblico – ed altri scarabocchi, fra i quali si confonde un autografo di Simon Gallup. dallo stereo la musica dei Cure, fonte alla quale S. si può figurativamente abbeverare infilando la testa nelle grandi e morbide cuffie vintage. da un nastro magnetico ormai sfilacciato, intanto, i video dei Cure si ricreano in loop sullo schermo ed animano un catodico spettro di luce colorata, pulsante, che scompone e ricompone i piani della stanza con brevi scatti regolari. sulla scrivania, accanto al PC da dove S. ci scrive, un blocco contenente alcuni collage di articoli e foto ritraenti Robert Smith e soci. una piccola sveglia meccanica, rotta, segna costantemente le ore 10:15. pile gotiche di appunti e libri di testo universitari completano lo sviluppo ascensionale del piano di lavoro. Appeso, il cerchio graffiato ed esausto di un LP di Seventeen Seconds funge da rosone dell’ideale cattedrale mobile.

ora il volto di vinile di S. è solcato una puntina di piccolo dolore. non si tratta tuttavia di commozione per un intimo raccoglimento musicato da Faith, né di preoccupazione per lo studio. allora, cosa la turba?
S. è consapevole del suo destino. può stabilire, con un margine di errore minimo, la frequenza e gli orari nei quali, prima o poi, l’incantesimo sarà spezzato da qualche autentico Rompipalle. la porta della stanza che si apre, senza che nessuno abbia bussato, prelude ad una fastidiosa richiesta, un’inutile lamentela o altre vibrazione negative, stridenti. è il Mondo Esterno che cerca di entrare, così geloso di quell'armonia sognante da volerla distruggere. quando ciò accade, il solco sulla fronte di S. diventa ancor più profondo. dalle corrucciate sopracciglia della ragazza si proietta un’ombra grigiastra, che prima rende cavo lo sguardo e poi si espande su il viso, fino ad annullarne i lineamenti. infine l’ombra, sempre più lunga densa, si getta sul pavimento e sulle pareti della stanza, inghiottendola nell’oscurità.


(2008)