Puer

Non ci vorrei proprio andare al lavoro, domani. Vorrei stare qui stanotte, sospeso nella notte, a fantasticare su argomenti a piacere. Vorrei starmene a letto. Sveglio, a fantasticare ancora, guardando fuori dalla finestra. La luce bianca e ferma dietro la tenda. La colazione che arriva solo quando ho voglia di tornare verticale. No che non mi voglio alzare. Lasciami dormire, sveglia. E tu lasciami in pace, dovere. Non ho voglia di essere un bravo androide responsabile, domani. Ho voglia di fallimento. Per mio conto, senza compatimento. Ho voglia di una scusa. Ho voglia di stare a casa. Lasciatemi stare. Lasciatemi piagnucolare. Meglio patetico che regolare.


(facebook status, 12 feb 2010)

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Like black holes in the sky

729665main_A-BlackHoleArt-pia16695_full Quando i figli dei nostri atomi saranno spaghettificati, nessuno più si ricorderà di esser stato vivo. Nessuna paura. Nessuna domanda. Nessun come, nessun perché. Nessun linguaggio e nessun pensiero. Come un buco nero supermassivo del senso – ma infinitamente più vicino a noi.

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Troppo Slayer

Topic: Cosa ne pensate de…

I Mastodon?

I Mastodon! Me li ha fatti conoscere un ragazzo che lavora al punto assistenza dell’IperCoop del CentroSarca. GuardaCaso ero andato lì per portare il mio GiraDischi in garanzia. Con questo ragazzo peraltro simpaticissimo, polacco di nascita, ci siamo messi a parlare di questa sorta di bulimia con cui consumiamo la musica, in quest’epoca digitale, e di quanto invece ci fosse un rapporto molto più fisico con i vecchi supporti. Nonostante lui abbia sei anni meno di me, abbiamo scoperto la passione comune per il nastro magnetico, le musicassette. Poi lui mi ha chiesto se mi piacevano i vinili: ma certo, gli ho risposto, sono il supporto migliore che esista, e poi soddisfano sia le orecchie che gli occhi. Mi ha raccontato di quando suo padre si faceva 800 km per andare a Danzica più altri 800 per ritornare; andava con il camion e si portava a casa scatoloni di merce varia, scatoloni con il doppio fondo per nasconderci quei dischi che in Polonia erano proibiti, come “Paranoid” dei Black Sabbath. Sai com’era contento mio padre, mi raccontava. Un solo disco e ti sentivi un uomo realizzato, completo. Vero, gli ho risposto, che anch’io quando compravo una sola cassetta mi sentivo a posto per almeno 6 mesi. Idem quando ho cominciato con i primi cd, che andavo alla Virgin e dovevo scegliere con la massima cura il modo in cui avrei speso le mie 19.900 lire, che se costavano di più cercavo altrove o aspettavo al giro successivo. Ma questo ricordo della Virgin l’ho solo pensato, non gliel’ho detto a voce. Comunque questo ragazzo mi raccontava di come fosse passato dai Led Zeppelin e Gary Glitter – Gary Glitter, lo conosci? Mi ha chiesto. E ora che ci penso, sia G.G. che i Led Zeppelin hanno inciso una “Rock and Roll”. Dicevo, anzi, diceva lui, del suo passaggio dal rock di suo padre al trash metal con tanto di battesimo del fuoco quando, al suo primo concerto degli Slayer, fu buttato in mezzo al pogo più brutale. Avevo 15 anni e conoscevo solo una canzone tratta dall’album meno amato ovvero “Stain of mind” da “Diabolus in Musica”, ed ero andato al concerto con lo zaino, mi raccontava, ero un bambino, anche se ero già alto più o meno come adesso. Però era seduto, e lui ha capito, e mi ha detto di essere alto un metro e 90. Tuttavia c’era gente anche più grossa o comunque più tosta di lui, ed era sempre per terra, ma il suo amico giovambattista trentenne lo tirava ogni volta su, e lui alla fine era pieno di fango e di ecchimosi, e c’era un tizio ben più grosso di lui che alla fine gli ha chiesto quanti anni avesse, e lui 15, gli ha risposto, e il gigante gli ha detto bravo ragazzo cresci bene, e gli ha offerto una birra, ma lui ancora non beveva ed era uno sportivo e il bestione gli ha detto ancora bravo ragazzo, fai bene a non bere. Comunque questo ragazzo polacco mi spiegava che adesso ascolta death metal e grindcore e tanta altra roba così, ma ci sono troppi generi e sottogeneri e a me questa cosa non piace, ha detto, ed io gli ho detto già, faccio fatica ad amare l’intera discografia di un unico gruppo figuriamoci se mi fido di generi ed etichette varie, e lui mi ha risposto già, comunque io ascolto merda. Ma come, dico io, non ascolti merda, e lui ha insistito di sì, e a me è venuta in mente la discussione su sanremo che c’è in questo forum, e allora ho pensato che quel ragazzo avesse da raccontare un po’ di cose ai paladini de i gusti son gusti. (la verità è che questa storia dei gusti è buona solo quando ci serve uno scudo per nascondere o difendere le nostre pochezze, i nostri limiti. mi può anche star bene, la filosofia del De gustibus non disputandum est; peccato che quasi nessuno se la possa permettere, perché quasi nessuno è dotato di una coerenza sufficiente ad applicare tale filosofia a prescindere dal contesto. eggià, comenò. la storia che i gusti personali siano sacrosanti e indiscutibili d’improvviso non vale più, quando di fronte abbiamo qualcuno che pensiamo sia al di sotto del nostro livello presunto. è buona solo quando ci viene il sospetto di esser noi, gli ignoranti di turno. e siccome l’inconscia idea di essere ignoranti ci disturba, ci gira il culo e ci mettiamo a rompere i coglioni facendo i finti equilibrati. magari rispondiamo seccati, come per far la voce grossa, al fine di non farci soverchiare. e nel frattempo ci giochiamo questa carta di pura ipocrisia; un concetto che non pare del tutto stupido solo perché richiama alla mente l’aulicità tipica delle locuzioni latine.) Però questa parentesi è postuma, cioè, precedente come pensiero ma attaccata in seguito a questo racconto. Non esisteva, la parentesi, mentre parlavo con il ragazzo dell’assistenza; mentre gli dicevo, vedi, l’importante è la consapevolezza di ciò che ascolti, e comunque te lo sei scelto, e apprezzi anche altre tipi di musica, come alcune espressioni di quel rock anni ‘70 che io tanto amo, e guardacaso se tu portano a vedere i Mastodon non ti fanno molto effetto però poi torni a casa e ti scarichi “Crack the Skye”, e li ascolti e ne rimani folgorato, e guardacaso poi mi ha spiegato che il papà di un suo amico lavora alla Scala e ogni tanto gli regala qualche biglietto, e lui è superfelice di andarci ad ascoltare i concerti di musica classica, ed io gli ho detto visto? Tu ascolti musica, e anche se i Carcass o chi cavolo ascolti tu forse non equivalgono a Chopin te li sei scelti, e guarda un po’, non sei privo di cultura e riesci anche a dire che la merda resta merda anche se ti piace, perché i gusti esistono ma non sostituiscono i valori, ossia quelle verità che anche un essere umano è in grado di raggiungere. E intanto li ha fatti ascoltare un po’ anche a me questi Mastodon, grazie a YouTube, cosa che ai tempi delle cassette ci saremmo sognati di fare, ma forse ci saremmo rivisti e lui mi avrebbe fatto una copia della sua cassetta già copiata. E intanto avevo i marchi BASF e TDK in testa ed ascoltavo i Mastodon con lui, ed ho pensato prima ai Tool e poi al Progressive Rock, ed io ho pensato adoro le suite, ma intanto fuori si faceva sera e c’era il traffico che si ingrossava come un cazzo su YouPorn e mi aspettava all’uscita per riempirmi di calci e sberle, altro che il pogo degli Slayer, ho pensato, e che se mi fossi lasciato andare il discorso sarebbe durato ben più di un pezzo prog lungo, ovvero lunghissimissimo. E di certo c’è qualcosa che ho omesso, e cioè molto, come quell’aneddoto riguardante un altro fan-atico enorme degli Slayer che a un concerto si era buttato nella mischia per prendere le bacchette di Dave Lombardo, e si erano pestati di brutto, e il ragazzo polacco lo aveva visto rialzarsi ed era una maschera di sangue, e gli aveva fatto un cenno, e il gigante simpatico si era toccato con la mano e aveva visto il rosso, e facendo il gesto delle corna ha detto tutto felice MINCHIA, TROPPO SLAYER! Oppure di quella ragazza che su un forum aveva scritto che justin bieber, o come cazzo si chiama, era il suo idolo, l’esempio della sua vita! E quindi uno gli aveva risposto che magari sarebbe stato meglio se i suoi esempi fossero state persone come Gandhi, o Martin Luther King, o magari Nelson Mandela, e questa bimbaminkia, per dirla come la direbbero i giovani e i bimbiminkia, gli aveva risposto Oh, ma che musica del cazzo ascolti? E ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti cristo, una volta le ragazzine impazzivano – per i Kiss ho detto io, che sono un vecchio – per i bon jovi ha detto lui, che è più giovane. E comunque almeno Mandela l’avevano sentito nominare, o quantomeno non l’avrebbero scambiato per cantante pop. Ok, forse. Ché magari lo avrebbero confuso coi Simple Minds.

Ma questo c’entra poco con il mio intento, che volevo solo sapere se ci fosse qualcuno qui che conosce i Mastodon e che magari li apprezza pure, e non so nemmeno se ho scelto il topic giusto, ma di crearne uno nuovo non mi sembrava il caso visto che ce n’è già un milione.

(24 feb ’11)

Yield

E i semafori, di notte, si dimenticano di noi.
Li aspettiamo, fermi, all’ombra di un rosso eterno.
Li osserviamo, inermi; intanto si scioglie l’inverno, intorno.
Esitiamo ancora, arancioni e sfiniti. Infine, lampeggiamo anche noi.

Esistiamo ancora. Ma quand’è che scattiamo

 

 

(25 febbraio 2010)

Prima che si sciacqui

Occhi serrati
calore e vapore
raggi liquidi e bollenti
bussano alla mia pelle
accordano i miei legamenti
mi addolciscono gli spigoli
delle spine delle vertebre.
Intanto
oltre la tendina
aldilà della finestra
dall’altro lato dei muri
immagino stia scendendo
una lieve pioggia
una strana danza
di bianchi magici e soffici
petali di fiori antartici
che ieri mi carezzavano la fronte
che oggi cadono sotto le palpebre
che domani, ahimè
il cielo terrà per sé.
Coriandoli come di seta
impastati con l’acqua fresca
che si fondono arrivati quaggiù
in questa invernale sciatta pianura
della quale si fan manto
cancellandone le linee
riprogettandone le forme
neutralizzandone i colori
una coperta di gelo
uno splendente velo
che rende brillante la notte
incantandola, incantandomi
e trasformando un momento
in un sogno ad occhi chiusi
privo di sonno
ma senza tormento.

Freddo inverno fuori
la neve plana ancora, dolce
mentre dentro
il getto caldo mi molce
mi irrora e dona
una sensazione di
protezione
binomio contrastante
piacere sognante
diventa così
piccolo pensiero
da collezionare.
Un giorno domestico
passato a riposare
ed a sbirciare fuori
da quelle finestre che
lasciano passare la luce che esplode
azzurro bianco ancora azzurro poi giallo
suolo che riflette il cielo che riflette il suolo
un’eco visibile e continua
che confonde la notte con il giorno
che cancella le ore nella sua bianchezza costante
prima che la pioggia la cancelli in qualche istante.

Un tempo
ero candido e quasi puro
come il foglio dietro queste lettere
come questo balletto
di fiocchi di cotone di un altro mondo
di cui questo è una prova di canto
sebbene a provarlo sia un cantore tremebondo.
Un tempo, dicevo
candidamente partorii questi
brevi versi
d’una lunga poesia che scrissi
e poi persi
e che adesso,
inaspettatamente
misteriosamente
sono tornati a galla
nel mare della memoria:

Freddo e neve / e ghiaccio, e l’aria greve / è l’anima palpabile / di quest’inverno interminabile.

Parole che grondano poche gocce
di quel climatico dolore
di quello spettro polare
di quell’esterno tremare
per il quale le mie ossa oggi
non hanno vibrato
e i denti non han battuto
ma han solo puntellato
dietro le labbra
un sorriso sobrio
figlio d’una calma tumultuosa
come la neve che cade
autentica e rara e silenziosa
come questa pace che cade
dentro
la sera
stasera

 

 

(22 febbraio 2005)

Parolaio

inverno feroce, neve in pianura.
mentre lassù muore un altro nevaio.

allora penso all’estate, alla mietitura del grano.
sogno di dormire in un granaio.

poco lontano, nell’aia, starnazzano galline e qualche pollo.
però, che razza di pollaio.

penso, sono cazzi amari se poi si sollevano le vespe.
ma meglio un incazzato vespaio di questo paese, che invece di risollevarsi, se ne va a puttane.
insostenibile vomitevole troiaio.

vorrei fuggire, addentrarmi in un bosco denso di odorosi ginepri, infine scomparire.
perso tra gli arbusti di un intricato ginepraio.

invece, resto qua. e qualcosa mi suggerisce ch’io abbia più d’una febbre.

 

 

(16 -aio 2011)

Notturno

http://www.youtube.com/watch?v=rSQZWluOVFE

 

Giusta giusta per quest’ora scura. Giusto poco prima di chiudere il libro al silicio, ripiegando la copertina luminosa sui tasti, poco bianchi e molto neri, che non suonano ma raccontano l’ultimo pensiero notturno.
La musica… a volte solo certa musica sa liberare le parole, che risalgono la corrente della dimenticanza come se richiamate dalle note, sedotte dalla melodia. Invece l’acqua fuori ha smesso di scorrere, calamitata dal freddo che la appiccica sul ghiaccio delle superfici dure e brillanti. Su di esse si riflette l’ennesima notte spietata, nascosta sotto allo zero, appesa sopra ad una triste luna siberiana. Luccica così, la notte: ma anche stanotte, nessuno ha il coraggio di uscire a guardarla. Forse la musica non teme il freddo, se è vero che la ascolto e già mi sogno in aprile. Ma ormai è lo stesso, ché nessuno è più sveglio per ascoltarla, e sciogliere il gelo, ovunque stia.

 

(1 febbraio 2010)

 

Adiacenze Stazione

 

Scelgo il fiasco, no, il candelabro: tiro il dado e parto.
Alla prima occasione mi comprerò il Vicolo Corto.
Senza tante pretese e di poche spese, tutto mio.
Eh, sì: oggi una pedina del Monopoly ero io.

 
e

Le locomotive piovono sul vetro
e la pioggia suona, senza metro
la musica sferraglia sul binario
il giorno muore, senza orario:
respiro di un lumicino tetro,
visioni sonore fuori sipario.

Sotto esame

Sono le 4:38.
 
Sono sveglio, molto sveglio. Lucido, oserei persino dire.
 
Spizzico del cibo, sorseggio caffè tiepido, e intanto assumo pose fisiche e mentali così serie che mi vien da sorridere.
Da ridere, anzi. Ridendo, cade qualche briciola sulla tastiera e sul foglio degli appunti.
 
Che bravo stasera… uso internet per trovare informazioni, testi, qualsiasi cosa che sia utile allo studio.
E poi, cacchio, questo libro è pieno di citazioni di testi e autori che non conosco… rimandi filosofici e storici… figure di cui ignoravo l’esistenza.
OK, mi dico.
 
Elizabeth Eisenstein
Erica Jong
Marshall McLuhan
Pavel Florenskij
Fillia
Mathesis universalis
Aisthesis universalis
Proteus
Dictinna
 
 
Messi così fate paura (beh, quel McLuhan l’ho già sentito ma a che serve sentire se poi continui ad ignorare?). Google è il nome del prode mio alleato ed è grande, se si tratta di cavarvi fuori dalle caverne più oscure del sapere; la battaglia sarà dura, ma posso farcela.
 
E così, ricercando e appuntando tra un boccone, un sorso di caffè ormai freddo e un voluto sguardo assorto e corrucciato, mi fingo un po’ detective… insomma, non si finisce mai di giocare.
In cuffia c’è Vangelis.
Detective e cacciatore di androidi, ritiratore di replicanti, corridore sulla lama tagliente.
Mi credo (che sciocco) un po’ Deckard; come lui sono l’abitante della notte; sono colui che vive tra realtà reale e sogni sconosciuti; come lui, sono l’antieroe noir… quello che sbaglia, quello che non salverà il mondo, quello che forse finirà male alla fine della storia, quello che si sente fuori posto e che combatte il mondo che gli sta attorno, pur non avendone la forza.
 
Debole.
Debole nel mollare il buon lavoro svolto finora per gettare un occhio oltre la pagina a quadri, e dare una sbirciatina al forum per investigare su pensieri e piccole verità altrui.
 
Il companatico è finito, il pane come al solito gli è sopravvissuto di un morso.
Del caffè è rimasto solo il fondo bruno e denso dello zucchero non sciolto, buono da raccogliere con il polpastrello e da leccare.
Servirebbe un po’ d’acqua, adesso mi alzo.
 
Sono le 5:01.
 
Già sono lento di mio, figuriamoci se scrivo mentre mangio, succhio zucchero caffeinato e rileggo (ma non correggo) ogni frase appena scritta… e mentre rileggo, mi pulisco il dito, per non rendere appiccicaticcia tutta la tastiera. Sai che schifo, sennò.
 
La notte durerà ancora a lungo, ritornerò a indagare sui misteri dell’antropologia, di coloro che la insegnano, di chi ne pubblica libri a riguardo.
 
Ed io?
Giocherò ancora a fare il Blade Runner: ma non avrò bisogno di un videogame, per una volta.
 Prenderò altri appunti, farò più “copia/incolla” possibili, per creare quanti più file di testo… che vadano colmare la cartella di file ed il mio senso di colpa.
Pulirò la scrivania dalle briciole di pane, adagerò la tazzina nel lavabo e la sciacquerò prima che lo zucchero diventi cemento.
 
Insomma, è una notte come tante altre in fondo, ma nel cuore c’è un pizzico di serenità ritrovata; e tu ed io lo sappiamo che, nel bene e nel male, quello che ci lasciamo alle spalle è stato un giorno importante.
Comunque lo si veda.
 
E sono le 5:13.
Questo lunedì è ormai morto, ma andava conservato, imbalsamato insieme al suo ricordo, sebbene sia passato tanto tempo dall’ultima volta che ho scritto qui, a quest’ora.
Forse era tanto che, addirittura, di notte non pensavo proprio.
O meglio, non riflettevo.
Rifletto invece, stanotte, sebbene i riflessi siano quasi invisibili nell’oscurità.
Ma questo post è cromo opaco, è una pozzanghera torbida, è una finestra con le sbarre; riflette ciò a cui rifletto in malo modo, ma voglio io che sia così.
Tu puoi vederne l’immagine che ci ho proiettato sopra, e tenerla tutta per te.
Dolce o amara che sia, conservala e riguardala sincera, senza mentire a te stessa.
Quell’immagine siamo noi, spetterà a noi raccontarci che cosa ci vediamo dentro.

Motel Psiche. * Treno nel parco.

Nudo
così mi son sentito questo pomeriggio.
Sembrava tu vedessi tutto, anche e soprattutto le cose non belle.
 
Ma tu non giudichi: prendi atto.
E se hai un’opinione scomoda, hai la delicatezza di farla intravvedere
ma di non esplicarla crudamente.
O forse sono io che, accecato dal sole e dalla dolciastra follia del pomeriggio
non ho veduto bene negli spiragli che, volutamente o meno, mi mostravi?
 
Non so.
Non so nemmeno quanto noioso io sia riuscito ad essere.
Magari per niente.
 
Però ti devo ringraziare.
Tu non stracci i vestiti di dosso.
Tu chiedi il permesso di sbottonare, sfili gli abiti e, infine, li rendi lavati e stirati.
E quanto terrore avessi, è incredibile quanto sia riuscito a sentirmi sereno, dopo.
È stato utile, mi è piaciuto spogliarmi davanti a te.
 
È evidente che io usi metafore per aiutarmi a spiegare.
Sono uomo nudo in questo post, ma avrei potuto essere libro aperto.
Ma la difficoltà di spiegare sarebbe stata la medesima.
È che non so bene cosa scrivere, ma sentivo la necessità di farlo prima possibile.
 
Domani forse riderò di queste poche righe incomprensibili… insensate? Può darsi.
Adesso non riesco neanche a stabilirlo, un senso.
Per il momento mi godo il ricordo di questa bella giornata, e vado a letto con un sorriso che mi accompagnerà attraverso sogni stravaganti, o dolci, o entrambe le cose insieme, proprio come il nostro pomeriggio.
 

 

*
 
Una banchina vuota
incapace di tenere compagnia
e di farci coraggio
una mano rigida e timida
che non so ancora come sciogliere
metropolitane afone
occhi rumorosi
poi il sole
che trasforma il ghiaccio in acqua da bere
che conserverai in una bottiglia
fino alla tua ripartenza
quando la berrai
ignara del mio sguardo inopportuno.
 
Ma prima vennero
ascensori troppo lenti
e vuoti
bambini troppo adulti
e divertenti
caffè troppo brevi
e zuccherati
(la bustina era grande
o forse era la mia bocca?)
e vennero
treni senza passeggeri
e due biglietti impossibili da comprare
e acque
piene di riflessi dorati
di pennuti buffi
di pesci brutti come squali
di uccelli belli come cuccioli
di anatre eleganti
di isole che non ci sono
di alberi in mimetica
di granturco vermiglio fluorescente
che triste giace sul fondale
di un laghetto trafficato
senza targhe alterne
dove il cane con tre zampe
si sentirebbe ben accetto.
 
Poi il resto
ma è troppo
stasera rimarrà questo
e quella pellicola che brama
di ricordarci
un pomeriggio assolato
di cui ancora
non so fare il ritratto.
 
Vorrei anche dipingere
la fetta del tempo
che hai portato in dono
ma non ci sta nel foglio, e poi
non ho comprato il color oro.
 
Oro
Lo cercherò nei sogni
in cui vado ad avventurarmi
o forse basterà spremerlo
dal sole di questa memoria
o dal tuo sorriso di miele amaro
o dal tuo sguardo sincero
non è oro nero
verde, sì,
ma non come petrolio
bensì verde come quelle acque
quei giardini,
e aureo
come il tuo animo sensibile
che non so racchiudere
in questi versi sballati
che combattono col sonno
che mi sta vincendo
ma che ha già perso
contro il pensiero
di questa giornata
dorata
forse
mai finita
o forse
solo immaginata
 
 

(4 febbraio 2005)