40° C

40
gradi all’ombra delle nuvole delle insegne delle pompe di benzina dei vagoni dei treni a gasolio delle stazioni elettriche delle pagine web delle risposte non scritte non date non trovate delle tende gialle dei tendoni sudati del niente degli alberi dei parchi esausti delle fontane blu stinte delle spine dei roveti delle more della musica delle notti delle note acute e dell’afa stessa e altre cose lisergiche così
quaranta ccì, dicevasi, sì
il caldo è una specie di lsd
per chi tossico non lo è stato mai
Si vive di notte a milioni
un immobile viavai
nelle stanze da letto,
in perfetta (?) solitudine
solo l’insonnia stessa
a tenere compagnia.
Niente giorno significa
niente canzoni del cazzo
solo musica (fino al termine) della notte
svegli a intermittenza
come lampeggianti
canzoni nella notte a milioni
a colmare ogni assenza
Verde!
Semafori arancioni

 

 

 

(20 luglio 2014)

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Emocromo

Notte

Sapete cosa. Non è solo un fatto di quanto sia lungo il giorno. È anche, o forse è soprattutto, la lentezza con cui cala la sera. Qui sul tetto, l’emotività è come il cielo e le cime degli alberi: più chiara e limpida, meno oppressa da ombre di palazzi o sagome di persone, più rassegnata e libera di tremolare al vento. Serata lunga, ostinata che non vuol farsi notte. Così malinconica, l’ostinazione. Come un campanile buio e solo, senza campane e senza chiesa; come un neon stanco che imita palpebre assonnate che sbattono, tentennando fra luce e ombra. Sbattono le ciglia della sera infinita. Se la melancolia fosse nuvola, come una di queste macchie di cenere sul drappo cremisi dell’orizzonte, stasera sarebbe fissa in mezzo al cielo. Nemmeno questa brezza vespertina che mi ruba l’acqua dai capelli, la sposterebbe. Domani è il solstizio, o forse è già oggi, o forse è una sera tanto lenta che adesso è già dopodomani, chi lo sa.


Giorno

Sapete cosa. Non è solo un fatto di quanto corta sia la notte. È anche, o forse è soprattutto, la velocità con cui si leva il mattino. Là sul tetto, l’emotività credo sia come il cielo e le cime degli alberi: rischiarata e in accensione, meno oppressa da ombre di palazzi o sagome di persone, ma anche già rassegnata ad seccarsi nell’aria calda che si farà. Nottata breve, smaniosa di rifarsi già giorno. Così poco malinconica, la smania. Come un campanile che suona sei rintocchi, appiccicato alla sua sciocca chiesa; come un neon nuovo e lindo, col suo bianco che mai si affloscia e mai singhiozza. Singhiozza il buio e s’attenua la sagoma dell’unghia di luna che resta. Se la melancolia fosse nuvola, come uno di questi cumuli che prendono il fuoco del sole per incendiare il vestito celeste che si spiega, stamane pioverebbe svelta a spegnersi da sé e a farsi rivolo d’acqua e polvere nei gomiti delle strade sudicie. Persino quest’umidità mattutina che mi inietta acqua nelle ossa, si sentirebbe di più. Oggi è il solstizio, o forse era domani, o forse sarà una giornata tanto lenta che adesso è ancora ieri, chi lo sa.



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Sentivo

Quando andavo ancora dal barbiere. Ricordo, era il 1996. Metà giugno, la scuola era finita da poco. Camminavo verso il centro del paese. Luce bianca, aria immobile. Da qualche finestra aperta arrivavano voci di commento e rumori di fondo di una qualche partita degli europei di calcio. Due ragazzi su due motorini mi sfrecciano di fianco. Uno spazio espositivo di un negozio di mobili, che in seguito sarà rimpiazzato da una pizzeria d’asporto, si apriva sul lato della strada opposto al mio. A segnalare l’esistenza di quel piccolo show-room c’era un’insegna provvista di orologio e un indicatore di temperatura. I pallini rossi del pannello a led dell’insegna componevano due numeri a doppia cifra suddivisi dal segno dei due punti, come 15:09, o una chissà quale altra combinazione indicante una chissà quale ora del primo pomeriggio, cosiddetto. I due ragazzi sui loro cinquantini passano accanto a me, quindi sotto l’insegna del negozio; proprio in quel momento, l’orologio lascia spazio al termometro. Il ragazzo che è in testa dice qualcosa in merito all’andare da qualche parte; l’amico che lo segue a ruota, alza il braccio verso l’insegna e dice, “Oh, ma dove vuoi andare, ci son quaranta gradi!”. Lo chiamavano Pier, e non ho idea di che fine abbia fatto. Mi stava tremendamente antipatico, era l’ennesimo fra i tanti mezzi bulli di cui era popolata la provincia; sebbene pure lui, a sua volta, all’epoca era sfottuto per via delle sue sopracciglia folte e unite al centro della fronte, altrimenti dette monociglio, come si usa in gergo, forse per risparmiar fiato e fatica lessicale. In sella al suo fifty, mentre dava velatamente del coglione al suo socio per via di quel caldo terrificante, Pier mi sembrò per la prima volta umano. Se quei due avessero avuto il casco addosso, che nel ‘96 non era ancora obbligatorio per viaggiare su cilindrate così piccole, probabilmente non avrebbero potuto dar vita a quel siparietto del tutto trascurabile, che pure avranno dimenticato e che molto probabilmente sono l’unico a ricordare. Io, da disumano vero, mi sentivo a mio agio in quella calura, in quella nuvola pesante, in quell’aria immobile che anche il tempo sospende. I due motorini erano ormai lontani, in fondo alla lunga via. In fondo alla tasca dei jeans avevo le diciottomila lire per pagare il barbiere, dal salone del quale sarei uscito con i capelli cortissimi e un’antiquata ricevuta scritta a biro. Assieme ai jeans chiari indossavo una semplice t-shirt bianca; ai piedi, un paio di clark’s taroccate. Mi piacevo, com’ero vestito. Sentivo il caldo umido molcermi gli spigoli, ancora giovani ma già duri, delle mie ossa; ed era come se ci nuotassi, dentro quel vapore avvolgente, che dilatava lo scenario a tal punto da renderlo irreale, trasfigurato, quasi psichedelico. Sì, stavo bene. Il pannello dell’insegna del negozio dei mobili dava una lettura chiara di quel pezzo di strada, in quello strappo di pomeriggio. Io avanzavo lento, sul marciapiede. Per qualche istante, su quella strada, era come se potessi arrivare e sentire ogni cosa. I miei pori erano spalancati, come le finestre che portavano in strada i televisori accesi. Quasi nessuno sarebbe uscito. Quasi tutto sarebbe entrato.


Oh they’re touching
They’re touching each other
They’re feeling
They push and move
And love each other, love each other
They fit together like two hands, two hands

I am a face
in the painting on the wall
I pose and shudder
And watch from the foot of the bed
Sometimes I think I can
Feel everything

The wind is blowing
My hair in their direction
The wind is bending my hair
There are no windows in the painting
No open windows, no open windows, no


(un anno fa – o meglio, diciannove)

É demais, é pesado, não há paz

e poi, alla fine, tutto si aggiusta.
le cose si rompono per farsi aggiustare
le giornate le fortune gli oggetti i coglioni
ma basta un pomeriggio ad aggiustare una settimana.

ricordarsi di non aver avuto tutto dalla vita
ma di aver avuto molto
un talento una possibilità
i soldi per un’auto
che sarà roba materiale
ma in questa vita materiale, serve
vale.
parlare nel pomeriggio e notare di aver avuto ancora altro
buoni maestri e buoni professori
buone compagnie e compagni buoni
la mostra dei lavori nell’atrio e un voto regalato
le risate sotto l’arco della finestra e una giornata di sole
una rogna che si rivela fortuna
un anno perso che diventa guadagnato
pagelle che s’impolverano e coccarde che muoiono
ricordi che vivono e amici che se ne vanno
ma che prima o poi ritornano
i traguardi svaniscono
le persone continuano a vivere
anche quando non sopravvivono.
le persone non sono auto
se investono (su) altre persone
non uccidono, ma (si) salvano
e mentre le strisce pedonali restano bianche
le righe mentali diventano nere
e penso e scrivo e parlo
con me
nel solco delle parole
scambiate con altri
e non voglio smettere mai
voglio solo scegliere con chi
ma voglio continuare a curare alberi
a raccogliere i frutti nelle notti
ricordandomi dei giorni di tempesta
del vento gelido che spezza i rami
e mentre mangio l’ennesima pesca
mi sbrodolo e guardo il pesco rimasto in piedi
e mi ripeto che poi, alla fine, tutto si aggiusta.

tornerò a guastarmi, a rompermi
così come ora mi sto rompendo di questa eco
che provo a coprire con la musica,
quella nelle cuffie
ché la musica delle parole
è incantesimo per serate migliori
quelle in cui mi aggiusto e sono in fiore
mentre oggi manca un po’ di acqua o smalto
come colore troppo secco o troppo acquoso
non riesco a dipingere come vorrei
ma non è importante
la musica, quella di prima, mi spinge fin dentro le quattro
e finché non finisce non finirò
di ticchettare sui tasti
mentre ho già dimenticato il motivo per cui ho cominciato
forse dovrei smettere di parlare senza dire niente
annacquando la goccia di colore
che mi ha portato qui.
qui, dove non mi diverto più
e allora tutto perde senso
e ritmo, e poesia
e allora, perché insistere?
e non un problema del chi o del come
né del perché
quando non ti diverti più devi smettere e basta
a meno che non si tratti di sopravvivere
ma tutto questo è così superfluo
e solo quando te ne allontani te ne rendi conto
e allora meglio aggiungere qualche altro metro di distanza
per evitare di farsi rompere
e di dover sperare in una serata o un poco di fortuna
per aggiustarsi ancora
anche se è solo una cicatrice che guarirà
come un segno di penna che non resterà
su una superficie che puoi lavare o coprire
con altri strati superficiali
che non restano
come i voti
la mete vuote
o altre minuscole guerre
inutili quanto le guerre grandi
per cosa, poi?
per una donna
un fazzoletto di terra
un rigurgito d’orgoglio
un momento di follia
una stupidità eterna
per le religioni e le sue distorsioni
per ostentare forza
perché meglio le bombe che ammettere
che forse ci si era sbagliati
per i soldi
per i soldi
per i soldi.
mille euro fanno comodo
per la prossima bolletta sbagliata
la prossima multa
ingiusta o no
la prossima tassa
il prossimo errore
la prossima debolezza.
ma quanto serve di più?
qual è il fondo dell’avidità?
io mi chiedo
se valgano di più i cinquemila euro
di un metro quadrato in zona Bovisa
o una notte estiva che non fa paura
che puoi perderti e non morire di freddo
e quando le gambe cedono
puoi fermarti a dormire sotto un albero
o all’ombra di un cartello stradale.
io mi chiedo se valgano di più
le royalties di un pezzo musicale
o la libertà di poterlo ascoltare
senza aver paura del mattino
e della sveglia
come io adesso
con la musica
che mi tiene tutto intero
infilandomi dentro alla sacca piatta e calma delle quattro e trenta
e scrivo e scrivo
e le note mi assecondano.
io mi chiedo se valga la pena
colpirsi alla spalle a vicenda
e conficcarsi punte di spillo a tradimento
per una promozione insignificante, per due lire bucate
per una scopata sopravvalutata, due ore buttate
per una briciola di potere, che di potere niente dà
per una vittoria morale, che di morale nulla ha
o altre ferite, altri rivoli di sangue dalla schiena
come di randagi incattiviti che si litigano l’osso
quanto vale, a cosa serve
quando poi là fuori
ci sono gli alberi e le pesche
e le stelle tremanti e i lampioni muti
le aurore le persone senza gli spilli
che non reclamano potere o sesso o soldi
ma chiedono solo un po’ di tempo
lo stesso che vuoi tu
per parlare
per ricordare
per riscoprire, lì accanto
gli oceani di bellezza
celati in fondo ad angoli di tranquillità
da riconquistare
per nascondertici dentro
quando hai voglia di farti aggiustare
cadendoci dentro
come una piuma sull’acqua
come una nota alla fine di una melodia
come questa, che inseguo
che ora sfuma
a cui devo questo pensiero
sfuma
come la visione tarda di uno di quegli oceani
e che mi fa pensare, giustamente
che non avrò tutto dalla vita
eppure
ho già avuto molto

(luglio ’10)

Forse era il caldo (ci son giorni)

ci sono giorni in cui rallenti e ti metti a sedere
e ti senti vuoto, come se non avessi niente:
giorni in cui non senti di possedere
la tua auto e la tua patente,
i tuoi vestiti e il tuo pudore,
i tuoi occhiali ed i tuoi occhi
o quel che sbirci del mondo
dal buco dell’otturatore.
(giorni) in cui mangi e tocchi
e vedi e respiri e parli. ma sei morto.
poi, la svolta:
cinque minuti di note. e sei risorto.
talvolta non possiedi che l’udito
utile ad ascoltare una canzone
quella di cui sentivi il bisogno urgente
o di quella che non cercavi o volevi, inaspettata
ovvero di quella che suonava da sola, già prima, nella testa.

vi succede mai? ché ci son giorni in cui è la musica stessa
che viene a cercarci, uscendo dai sepolcri polverosi
a volte facendosi sentire senza farsi udire,
non sfiora il campanello ma suona.
si regala inconsapevole a noi
rendendoci meno poveri
nella nostra miseria
dello spirito

ci sono giorni in cui le parole di una canzone parlano di chissà che cosa
mentre ascoltiamo la melodia che ci ricorda delle miglia di distanza
che separa tutto ciò che possediamo dalla loro reale essenza
del tipo: possiamo comprare i dischi, ma le note, no.

23 agosto 2009

Soulstizio

era di buon sapore ed era una vertigine,
come il vortice di spaghetti attorno alla forchetta,
la sera di primavera morbida che non puoi cadere e farti male
perché imbottita come una poltroncina reclinabile
di nuvole e voce. e la luce che non muore, non vuole
che solo molto più tardi si sdraia lenta
alla fine si addormenta. poi rinasce, si rimesce
in fondo alla prima tazza del mattino,
prima che il giorno sciacqui via l’alba
prima che il sonno mi sciacqui via da me stesso
prima che la pioggia sciacqui la via e il sonno via dagli occhi.
così il giorno dopo comincia alle due
il pomeriggio scola nella grondaia
dentro a un grigio sempre uguale
ma che non può fare male.
dentro al latte una pigrizia cereale;
il dubbio, la doccia, la telefonata a casa. poi fuori
a comprar benzina, chiacchiere prepagate e cose da mangiare.
è sera, la pasta si butta alle dieci
da buttare nella pancia colla birra e gli asparagi
e non si butta via niente. il caffè sale a mezzanotte
la nostalgia mezz’ora più tardi
e nel frattempo, penso all’estate che nasce
senza paura e con qualche desiderio
ma evitando ogni aspettativa mentre
la sera vestita d’autunno, fresca che ti devi imbottire,
si spegne asciutta dentro a questo pensare sparigliato
e il buio rimane in fondo alle pentole della cena
quel nero riflesso da lavare domani
qualsiasi domani sarà
mentre guardo le ore e vedo che un’altra ora se n’è andata
ma in fondo alla notte, in fondo, al solito cerco me stesso
messo in fondo ai pensieri da svendere al mercatino
come bicchieri di limonata, il chiosco di Charlie Brown.
ed eccomi lì, in fondo ai fumetti ai libri alla musica
ed eccola lì la luce, che nella musica risorge
e ogni volta il bagliore mi attrae ed io ci casco ma
se note e parole colmano la mancanza di molte sere tenere
allora casco dentro ad una rete che non può mancare
nemmeno d’estate, qualunque estate sia
qualunque stagione sarà
forse zuppa come una valigia rotta chiusa nella stiva
rotta come una voce perduta nella pioggia,
che proprio adesso ricomincia a tic-chet-tare,
sola come una lancetta chiusa nel suo orologio
rimasta spaiata. oppure spalancata come la prima risata
che risale dalle costole quando risorge un sole qualsiasi
mentre il male cambia consonante e muore sugli scogli
e la compagnia resiste e resta così, buona
e la sera non muore, e ritorna soffice
ed io non me ne vado, ovvero non cado
nel vortice di buon sapore ci certe sere lunghe
resisto e resto là, in fondo alle onde
in fondo a queste righe pornografiche
in cui infondo quel me stesso che più non son io
come il fondo dell’oceano che una vita non basta a scoprire
ma per adesso ci vedo fino in fondo, e mi rileggo
e capisco quanto profondo sia il mio bisogno di dormire

 

(21 giugno 2010)

Sole sgonfio

luglio era gonfio di luce e di ubriachezza
il caldo che sprangava la porta
costretti dentro casa.
 
la sera arrivava più tardi
e le vacanze, solo immagini appese,
sono ora necessità attese con ansia, stanchezza.
 
agosto mi ha rubato qualcosa.
forse la scrittura, forse proprio la sera
rendendola più repentina e meno rosa, più nera.
forse mi ha tolto la fantasia
i sogni d’acqua per il mare
la voglia di prendersi e portarsi via.
e ancora lo sento rubare
qualche cosa mai stata mia
di certo mi ruba l’estate
come ogni estate.
 
rimango solo
altrimenti smarrito
come un costume dismesso
mentre si presume, là fuori, l’arrivo
dell’autunno coi suoi colori mentre
in fondo a me stesso io
mi sento sempre
più sbiadito

(2010, primi di settembre)
 

Riascoltarsi

Ogni tanto mi rileggo, ma non sempre mi capisco.
Questo sembra essere direttamente proporzionale alla “invernalità” di ciò che ho scritto. Voglio dire che un messaggio congelato in una notte di gennaio mi suona molto più distante e criptico di pensiero sbocciato in aprile.
 
Ho pensato a una mente fatta a fisarmonica, o a cornamusa: la si può comprimere
o dilatare, e la stessa nota può vibrare nell’aria in modo differente.
 
Così le stagioni suonano la mia testa.
Ritrovo nella brina un’articolata melodia: una voce strozzata che si condensa nell’atmosfera gelida, difficile da ascoltare e da ricomporre, ma non completamente aliena.
Questi mesi cosa mi lasciano?
Forse un solo accordo, non stonato ma troppo prolungato, monotono.
Un suono sordo che si espande nell’afa e nella memoria di questa distratta,
stanca estate.
 
 
 

 
 

(9 settembre 2006)

Quando scrivere è una truffa

27/08/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС (Montag28) :

le vacanze a settembre sono forse la cura
ma che fatica aspettarle, e che paura
di non farcela, a reggere l’usura.

………………………………………………………………………………………………………………………….
 
27/08/10, V.F. :

Arriverà settembre che annienterà tutto;
vivo nella fine di agosto, listato a lutto,
e ne assaggio l'ultimo velenifero frutto.
Del suo sapore, del suo odore,
del suo tepore e del suo colore
avrò per i mesi futuri solo terrore.
Mi faccio scudo dietro una nera finestra,
io che della fuga sono maestra,
invidiando la coriacea vitalità della ginestra.

………………………………………………………………………………………………………………………….
 
28/08/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС :
 
Avrò nei mesi e per i mesi futuri
solo tremore, chiuso fra muri crepati
murato dietro a vetri sudati. Una zanzara
superstite detestabile di un’avara estate. Apro
la finestra, mi si ficca un freddo aspro nelle spalle;
mi scrollo. Fuggire: non ho maestria, né le palle. Resto:
mesto attenderò il ritorno, affatto lesto, di mesi meno duri.

………………………………………………………………………………………………………………………….

30/08/10, V.F. :

Se non vuoi evitare l'invernale embargo,
non ti resta che scivolare nel letargo;
della vita negazione,
provvisoria soluzione,
pei codardi vile vanto:
li protegge come un guanto
dalle tremende conseguenze dell'azione.
Si può vivere di pura contemplazione?

………………………………………………………………………………………………………………………….

01/09/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС :

accidioso forse, non vile
e vinto da questa vita ligia
ma ribelle alla stagione grigia
ché ho un fegato, e pure la bile.
desideroso e disperato abbastanza
quasi son pronto ad andare, a partire
per lasciare il Nord e questa mia stanza
via dalle nebbie, dal prolungato imbrunire.
solo cotone e lino, il sol acrilico sarà il vinile
e poi carta grafite metallo e silicio, nella valigia.
ed oltre molti confini o attraverso la palude Stigia
inventerò, nel cammino, nuovi vacui esercizi di stile

Io di celluloide (cut)

I

Voglio una vita come quelle dei film
personaggio di me stesso
un poco malinconico dietro al broncio
(beh, come nella realtà)
ma bello, fascinoso
col passo sicuro, padrone della scena
(beh, non proprio come nella realtà).
 
Sempre con la colonna sonora perfetta
il ritmo giusto
una bella canzone nelle orecchie
anche se sei per la via o in ufficio
e non hai le cuffie in testa
e la musica scandisce i momenti
crea perfette atmosfere
e, a volte, è scritta apposta per te
e se ti annoi
arriva il pezzo giusto, in diffusione
scelto tra gli archivi musicali
di tutto il mondo
di tutti i tempi
tutte le culture
e colori.
Tutti gli strumenti, suonati dai più grandi
tessono il sottofondo delle mie giornate
e sottolineano stati d’animo e d’azione:
un giro serrato di basso quando sono teso
e chi mi vuol ferire cammina su una batteria
ch’io possa sentire i suoi passi;
un lancinante chitarra blues quando ‘ho i diavoli’
o un morbido sax tenore quando guardo la città dai tetti
o quando il mio passaggio squarcia il vapore che sale dai tombini
un contrabbasso legnoso mentre mi aggiro in quartieri lussuosi
o quando io e una bella ragazza ci divertiamo
un pianoforte leggero e triste, e scorrevole, e cromatico
quando scrivo di me stesso
o quando piango in silenzio
e poi un potente e gotico coro di baritoni
una voce tragica
per sottolineare la mia fine.
 
Sempre con le luci giuste:
calda e perpendicolare di giorno,
traccia ombre brune e segni decisi sul mio volto
e poi di notte,
in casa, in un bistrot, o per le strade di città
sempre quella luce d’un blu chiaro
che dipinge due quarti
di me, del mio trequarti
nero sarà il quarto centrale
e rossa lultima fetta
o la sola linea di contorno della testa
come un ipotetico lato oscuro della luna
illuminato da un pianeta in fiamme.
Oppure un film in bianco e nero
poco bianco, molto nero
grigio pochissimo, se non quando la nebbia m’avvolge le membra
o quando il pennacchio d’un treno a vapore riga la notte
ed il mio ed il tuo ed ogni altro corpo
saranno maestose fotografie, sempre un filo sottoesposte
oppure tavole a china, fumetti
sempre ben disegnati e pieni d’invenzioni
e dalla bocca non più voce, ma lettere
un bel film adattato in albo
cartonato, pubblicazione specialissima e numerata
posto di rilievo nella libreria
qualcosa da conservare, insomma
come una vita indimenticabile
in edizione limitata.
 
E avrei un lavoro appassionante e terribile insieme
come quelli di Redford o di Russell o di Eastwood
o i migliori in assoluto, forse, se fossi collega di Ford
ma quelli troppo espressivi di Brando e De Niro
di Hoffman e Pacino
no
non ne sarei all’altezza.
O ancora ladro di pasta e fagioli,
scuola serale dal più grande comico del mondo
o mille altri lavori da film
sempre ideali
vi basti pensare
che ti lasciano sempre un sacco di tempo libero.
Oppure disoccupato, va bene
se poi hai il mento di un Travolta
ed anche le sue anche
e le mani di un Fonda
la chioma dun Redford, la barba dun Russell, il naso dun Eastwood
(sì, gli stessi tre che avevo fatto licenziare)
e la fronte di un Connery
le sopracciglia di un Nicholson (ed i suoi denti pure)
i baffi di un Selleck
il broncio di uno Steiger
gli occhi di un Newman
o anche solo
lo sguardo di un Dean
che non invecchia mai.
Una visione vagamente viso-centrica
ed ultra-virile (misogina? chissà)
ma questo passa oggi il convento dei “voglio”
è necessario giustificarlo?
Se fossi un personaggio
uno come quelli che cerco di raccontarvi
non mi chiedereste nulla
vi basterebbe la mia sola presenza scenica
né io perderei tempo a spiegare quel che faccio
per primo a me stesso
come invece ora
perché non sto dentro ad alcuna pellicola
ma sono fuori
fuori di senno
fuori corso in questa vita fin troppo poco finta,
Fuori orario.
 

II

Voglio una vita così
come Steve McQueen
su macchine rombanti a stelle e strisce, un attimo prima
in prigioni esotiche ed allucinanti, un attimo dopo
ma sta bene, “è solo un film”
anche se è una storia vera, non ha importanza.
Una vita dove non devi perdere il tempo a dire cosa vuoi
dove non c’è bisogno di ventilatori, se fa caldo
o di indumenti ridicoli e goffi, se fa freddo
una vita
con dodici mesi d’estate
e tre mesi d’inverno
(si, sono brevi questi anni veri)
un’estate così lunga che racconterò altrove
e un inverno piccino
che si chiude in un Dolcevita

o nella tasca di un cappotto
sempre con la neve, che invece già raccontai.
 
Lunatico ed istrionico figlio di buona donna
cattivo e divertentissimo
o tenebroso antieroe
ammalato di solitudine
eppure da essa ingigantito
ma smarrito
in fumosi e malfamati bar
o colorati e accoglienti diners
o solitari e lampeggianti motel
o in metropolitane buie e delittuose
ai piedi danzanti calzature impeccabili
sulle larghe spalle un impermeabile calzante
per ripararsi dalle gocce
d’una pioggia formato Niagara
e niente piedi nelle pozzanghere e grigiore
né ombrellli rotti, né raffreddore;
una pioggia che vuol dire
cieli bianchissimi, pettinature perfette, muscoli guizzanti
e rivoli d’acqua che solcano i vetri d’un finestrone
e che ridisegnano il mio volto, per voi che guardate dall’esterno
e reinventano il paesaggio, per me che sto dall’altra parte
con l’asciugamano al collo ad ammirare corrucciato
alle mie spalle un fuoco acceso in un camino
e quel trench, sulla sedia, ancora in piega perfetta.
 
Affaccendato tra carte e ritagli e nastri
o in cerca di tesori inimmaginabili
comunque con la giusta battuta
la giusta situazione
sempre protagonista
scivoli teatrale da uno sguardo all’altro
come in uno storyboard di meccanica precisione
e sei sempre, o quasi, vincitore delle battaglie
e autore di imprese
rese eterne da inquadrature leggendarie
e magistrali carrellate.
Ti guardano gli altri
con gli occhi di un grande regista
scegliete voi quale
e danno significati particolari a tutto ciò che dici
e vedono una grande metafora nella tua vita
e ciò che fai è allegoria dei loro fantasmi
e molto, moltissimo altro ancora
che non si può scrivere tutto in una volta
già così è pressoché banale
eppure magico, contemporaneamente
atificioso e stupefacente
come un effetto speciale.

cut
 
 

 
(luglio 2005)

Pencil-ine

Ho sognato un’estate
lunga dodici mesi
ma non questa estate.
Dodici mesi di caldo secco
e brezza marina
e sabbia dietro le orecchie
e temporali con la voce grossa
ma che non portino via
il tetto della mia piccola casa
dipinta di bianco
né il mio taccuino, la mia biro nera
tanto mi basterà per appuntare i desideri
estivi
per un’altra estate
che non sia questa.
Un’estate sotto una pensilina, nell’ombra tiepida
ad aspettare un autobus che mi porti fuori città
autobus che emergerà dalla strada liquida
salgo, fiaccato dal suo incalcolabile ritardo
mi addormento sul sedile
e sogno un
’altra estate ancora
poi una buca mi sveglia
vedo la fermata da lontano
mi avvicino alla portiera
quindi scendo

a fotografare graffiti in periferia
a disegnare i ruderi d’una vecchia fabbrica
e a prendere un panino
e una birra sudata
presso un baracchino
mi serve un vecchino sorridente
e sdentato
poi risalgo svelto
e addento il panino
è buono
e ingollo la birra
sembrava più fresca
non fa niente.
Poi finisco di mangiare
mi volto, ecco la stazione
scendo
salgo su un treno che mi porterà
ancora più in là
ma faccio il biglietto, prima
(perché il biglietto lo si fa per onestà
o per non viaggiare chiusi nel cesso)
assorto, col naso sul finestrino
passa il carrello delle bevande
prendo un caffè
me lo allunga un viso
rassicurante
è amaro e annacquato
bollente
ma non fa niente
finisco di berlo, mi giro
eccomi in arrivo
una piccola stazioncina di montagna
con la sua piccola pensilina,
stavolta l’ombra è fresca
attraverso la minuscola biglietteria
ed esco sul retro
mi piomba addosso l’orizzonte
la linea frastagliata delle vette arancioni
sbozzate da uno scalpello azzurro.
Riprendo fiato e mi incammino
ancora in cerca di un’estate
delicata ed avventurosa ed eterna
che faccia fare brutta figura alla mia fantasia
che superi di gran lunga queste parole
un’estate in cui camminerò ancora
per raggiungere quei monti
costeggiando laghi preziosi
di smeraldo e argento
e berrò acqua gelida e invisibile
sputata da bocche urlanti di roccia
e un vedrò un tramonto che durerà un giorno intero
e infine arriverà una notte nera e trapuntata d’oro
e il rumoroso ricordo della giornata vissuta
e il fastidio di piccoli insetti sulle mie gambe
e il peso dell’universo sulla mia testa
non mi faranno dormire bene
ma non avrà importanza.
La visione delle cime
e del vuoto sotto di me
mi brucerà gli occhi
e verrà così con me, a valle
non ci sarà bisogno d’incastonarla
in righe, in versi, in rime
che mai saranno all’altezza
di quei monti, tramonti
di quella bellezza.
I piedi non ti fanno male
nei sogni
così mi troverete ancora a camminare
nelle pianure
ai confini col deserto
tra rovine di civiltà antiche e misteriose
sulle Ande, o sulle Montagne Rocciose
sulle Alpi
sugli Urali, o più in là
insieme ad uno sherpa muto e sorridente
o anche solo sugli Appennini
un puntino nella macchia sibilante ed odorosa
poi giù ancora
verso un angolo di Mar Tirreno
a passeggio per quella strada
che da casa mia,
quella dipinta di bianco col tetto fatto male,
porta al mare.
Ma
non camminerò su quel peschereccio
seduto remerò per far riposare il vecchio motore
e forse non vedrete neanche
la scia troppo piccola di schiuma bianca
il piccolo solco chiaro in un blu impossibile da ricreare
e sarò solo, in altomare
e non i miei desideri, ma le onde incessanti
mi scorteranno verso isole ancora inesplorate
e atolli di cui solo io saprò l’esistenza
e che non troverete in nessuna mappa del mondo
in nessun’altra fantasia del mondo.
O forse naufragherò
su spiagge popolate
da donne antiche
sposate a mariti poveri
che pescano con l’arpione
e nei villaggi turistici delle zone
sarò io quel tizio di cui sentirete parlare
e che verrà coi mariti indigeni al vostro villaggio
a vendere pesce e indicazioni
oppure verrete voi a cercarmi
per un consiglio
un passaggio in barca
per fare domande sulla mia storia:
Raccontaci, tizio strano
che parli l’italiano
Racconta, ché nel villaggio ci annoiamo
come ci sei finito quaggiù?
Al quel punto voi avrete trovato me
ma a quel punto io l’avrò trovata,
l’emozione a forma d’estate che cercavo
con cui io possa riempire il bianco di questo foglio?

 

(luglio 2005) 

Passaggio a livello dimensionale

Me ne sto calmo
come in una fotografia
di un tardo pomeriggio estivo
la luce ingiallita
ritaglia un
ombra scolorita
dietro un convoglio merci
l’erba lunga e florida
dal caldo tramortita
nell
’aria non più torrida
frinisce una cicala rimbambita
il sole luccica su una rotaia
raggio di ferro che non abbaglia
una risata in lontananza
un domestico abbaiare
la tranquillità preserale
la frenesia, anche lei in vacanza
nelle case
c’è chi cena o chi attende
il telegiornale
il segnale vocale
il treno riparte
sul binario anche il sole
riprende a camminare
io sporgo la testa
l’aria ormai fresca
sul volto
strizzo gli occhi
mi volto
seguo le traiettorie dei cavi elettrici
le curve dei campi soffici
le spirali della mia immaginazione
poi torno a sedere
in attesa della prossima stazione.
Fuori imbrunisce
si accendono i neon tremolando
i grilli si svegliano cantando
io non li imito
m’addormento
ma vivo, non spento
il libro cade dalle mani.
 
Dal sedile inghiottito
da un incubo divorato
mi ritrovo catapultato
dentro un altro vagone
un neon pallido nella nebbia
un cane in lontananza urla indiavolato
la carcassa di un grillo crepato
su un binario morto,
ferro assassinato
senza più destinazione.
Il treno inchiodando
sferraglia fracassone
urla nella stazione
molta agitazione
dietro al convoglio merci arrugginito
tanto freddo che tremo al pensiero
un filo d’erba avvizzito
fuori è nero, nero di china
raccolgo il libro, ecco, mi chino
ma non riesco a riafferrar le parole:
risucchiate in
chissà quale voragine
congelate come brandelli d’animale
ormai inglobate dalla tenebra invernale.

Non bianche ma grigie, restan le pagine
grigie e umide, come me
che mi annoio
magari dopo
muoio.
O forse resisto
un’estate ancora
una stazione ancora
prima di lasciarmi andare
prima di addormentarmi
resto sveglio e ancora esisto
per un paio di versi ancora
righe da scrivere in cui immaginare
di starmene di nuovo calmo
come in quella fotografia
non più gialla ma arancione

più sbiadita via via
al trascorrer di ogni stagione

(febbraio 2007) 

Estatico

credo c’entri molto il mio passato
quando qualcuno finisce per amarmi,
perché mi ha sentito parlarne
per il mio modo di raccontarlo.
 
io sono il mio passato
non sono schiavo del mio passato
il mio passato è le mie gambe
e mentre percorro l’ennesimo chilometro,
il mio passato si specchia su un finestrino
e il mio volto ci scivola sopra con tutti i suoi segni
modellato su ossa scolpite nel calcio e nel passato,
teschio che conserva i due emisferi della mia memoria
il prodotto del mio passato.
ora sono il bambino su un marciapiede nell’estate dell’89
le mie gambine fatte di pochi chilometri e di un breve passato
cammino all’ombra di mia madre e dei platani di via della Stazione
forse desidero un gelato
forse ripenso al mio passato
di bambino ancor più piccolo
un’ombra colorata e poco dolorosa
che cammina insieme a me.
 
ameresti il mio passato assieme a me
la mia ossessione dolce
io sono il mio passato
sono la musica i disegni
le fotografie le cose scritte
ci vedo quel che sono diventato
rivedendo quel che sono stato.

io sono il mio passato
la mia voglia di ripensarlo
il mio modo di ricordarlo
e se per sbaglio tu lo amassi
tutto ameresti di me.

(1° luglio 2010)

Un lino ormai liso

Fine di un giorno brutto.
Grigio e caldo e umido, clima malsano e terra che piove.
La macchina che prova a soffocarmi e Kurt Cobain che prova a rianimarmi.
Mi tuffo dentro casa con un’arsura da elefante
e una gran voglia di svenire sulla porta di ingresso.
Mi scollo a fatica i vestiti di dosso.
Poi ceno, vorace; energie finite.

Rinvenuto dal sonno mi trascino a fatica davanti alla televisione.
Mi faccio cullare dal telefono. Mi fa così bene che mi sveglio.
Scendo in macchina, ho dimenticato una cosa.
Accidenti che notte.
Fresca, calma, silenziosa… luccicante.
I lampioni sono pallidi e fiacchi al cospetto della luna di stanotte.

Ci sono notti in cui la luna è tanto grande e luminosa da non sembrare poi tanto lontana. Vorrei toccarti, luna… se solo avessi le braccia un po’ più lunghe! Le nuvole scorrono placide nell’oscurità, poi passano davanti alla luna e sembrano accelerare, come se incendiate dalla luce, come se attraversate da un brivido appena tiepido, come se rispettose del mio sguardo rivolto in quel punto.
Nel frattempo mi viene da pensare che oggi è l’ultimo giorno di questa estate. Oggi la luna è piena, poi da domani comincia a calare. E così ogni notte diviene meno luminosa della precedente, le piogge aumentano e il sole comincia ad ammalarsi. Forse oggi è l’ultimo giorno dell’anno in cui me ne sto ad ammirare una notte che sembra giorno. Nei prossimi mesi, luna, sarai nascosta dietro nubi più grandi e scure e scortesi, sorde cioè al mio invito a farsi da parte. Ci saranno poi notti in cui sarai ancora brillante, rotonda e bellissima, ma io avrò troppo freddo per uscire a cercarti. Già mi vedo mentre alzo la tapparella, appoggio la fronte al vetro e ti cerco in qualche angolo di cielo. Magari ti trovo, ma poi la terra gira in fretta e in un attimo tu non ci sei già più.

Per questo quella che si appresta ora a morire è, probabilmente, l’ultima vera notte d’estate.
Un’estate per me avara e generosa insieme. Stancante, ma anche humus per energie nuove. Come sempre, una stagione che amo profondamente… ma dalla quale forse non sono corrisposto. Mi prende in giro, proprio come in un amore sbagliato e non reciproco. Mi inonda di idee e sentimenti, ma mi toglie il tempo per poterli dimostrare o almeno raccontare. Mi regala pomeriggi caldi e gonfi di vento, temporali rinfrescanti ed elettrici, e sere tanto fresche da starsene a guardare le stelle sotto le coperte… ma faccio fatica a scartare il dono. Come in un sogno, quando hai le mani troppo deboli e lente e non riesci ad afferrare o a manipolare alcunché. Ti senti legato, impotente, inutile. E guardi la scena da lontano, come uno spettatore estraneo… e così quei pomeriggi, che scorrono fuori mentre io, dentro ad un ufficio, quasi non mi accorgo di loro; a volte li ammiro attraverso un parabrezza, solo in una tangenziale bloccata. E quelle sere, che fuori cantano, mentre io dentro al letto non riesco nemmeno a sognarle.

Sono proprio bravo a fare la vittima: questo è un fatto. Infatti fingo di non ricordare e non racconto le occasioni perse, gli appuntamenti con queste estati che ho pigramente, scioccamente rimandato.
Rimandato a quando?
Magari ho sbagliato del tutto e ho rivoltato la realtà perché mi faceva comodo.
Magari è l’estate che ama me e sono io quello incapace di ricambiarla.
Penso a questo giugno e ai primissimi giorni di luglio. E ancora qualche giorno agostano qua e là.

Che estate orgogliosa è stata.
La banalità tele-giornalistica che titolava “EMERGENZA SICCITÀ”… ed ecco che gli acquazzoni battevano le rotatorie in velocità. No, lo strillone non può vendere notizie felici. Ecco allora il nuovo tema, scritto con caratteri di cubitale allarmismo: “SERISSIMA PREOCCUPAZIONE PER L’AGRICOLTURA A CAUSA DELLE FORTI PRECIPITAZIONI”.... nessun problema, ecco a voi tranquille giornate di sole caldo e secco.
Cosa volere di più?
Sei stata grande quest’anno, cara estate. Grande come solo la natura può essere.
Io mi sento piccolo, e ogni tanto lo sono davvero. Piccolo come solo un uomo sa essere.
Certo, io mi limito a fare i capricci. Ce ne sono purtroppo altri ben più uomini di me che hanno stuprato il ricordo che avrò di questa estate… morti assassinati per vendette da due soldi, stupri di corpi ed anime, come gli incendi dolosi che violentano i boschi e le foreste; e altri morti ammazzati sulle strade, i soliti vomitevoli scenari politici, il sangue infinito del Medio Oriente. E moltissimo altro orrore ancora.

Ripenso allora a come è iniziata, all’estremità opposta di questo periodo.
C’è un pensiero di quei giorni che non ho mai terminato di scrivere…

Maggio è il mese in cui giungono i primi ambasciatori dell’estate. Ce ne sono molti, sia di visibili che di invisibili: alcuni, scorrettamente, non rispettano la loro missione… e portano pena. Anche il caldo umido, come ogni anno, porta con sé qualche pena e un modo nuovo di percepire il corpo. La mente sente il corpo diverso e si modifica a sua volta, sembra dilatarsi […]
La prima afa. Le prime candele alla citronella: allungheranno un pochino il percorso delle zanzare che verranno a cercarmi. Le prime notte pulsanti, le prime ciliegie. La fronte sudata, le mani immobili e roventi. Le cicale hanno ufficialmente aperto la stagione duemilasette con un concerto. Ora tocca ai grilli. Sembrano stanchi i primi grilli, il loro canto è insolitamente flebile. Sembrano tristi. Noi come alcuni di loro: bambini che cantano e saltano in un prato. Poi, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo adulti. La vita ci prende per il collo, ci strattona via dal nostro fresco filo d'erba, infine ci sbatte nell’olio bollente di una padella di un qualche bistrot del Sud-Est asiatico. Sulle strade fantasmi di lamiera incandescente trascinano dentro di sé persone ora fritte, ora fumanti, comunque morte. Siamo in orbita attorno alle città come insetti intorno alle lampadine. Brulichiamo carbonizzati ora sull’asfalto, ora a casa nostra, ora nei nostri pensieri. Vaghiamo spenti come formiche ferite. Pensieri orrendi come lombrichi, ci scavano dentro come fossimo di terra. Vangati, zappati, rivoltati… e senza frutti. Così ci prende una rabbia che ci sfinisce, che ci confonde i sentimenti: non è forse confusione quella che ci spinge ad essere più duri con coloro che più amiamo? Il perdono è un gesto assai semplice in realtà, purché la persona a cui lo concediamo ci sia sufficientemente estranea. Più marginale e legata al caso sarà la tua presenza, più io sarò con te tollerante, pieno di riguardi. Stammi accanto e sopportami ogni giorno, ed il mio peso finirà per schiacciarti. Amami e ti distruggerò.

…oggi come allora, stesso sguardo scuro e intimamente rabbioso.
Oggi come allora, sveglio nella notte per sciacquarmi gli occhi pesti
cercando di trasformare quel nero che cola dalle ciglia in inchiostro.
Parole, versi
slegati per pensieri privi di filo.
Tanto la scusa è sempre quella, ovvero che le parole sono l’impronta che il mio spirito tenta goffamente di lasciare di sé. Un istinto, una necessità che ogni tanto va soddisfatta. Un pensiero scritto è dunque la sindone dell’anima. Io allora che faccio, meschino teatrante quale sono? Stendo il lenzuolo in maniera ben visibile. Qualcuno passa e guarda distrattamente, forse qualcuno ne resta per un attimo colpito. Altri invece conoscono il trucco e non si fanno incantare.
Ogni tanto ripasso anch’io e non sempre mi riconosco.
Mi scordo del come e del perché.
La devo smettere.

(29 agosto 2007)