Tunnel of love

Senza musica, probabilmente, sarei già morto molte volte.
Chi è venuto a riportarmi in superficie, mezzo annegato, dal buio di tutte le profondità oceaniche? Chi ha lanciato la corda per raggiungermi, prima che la montagna mutasse il suo volto d’inverno e il nero crepaccio si chiudesse su di me? Chi non fece diventare carne di pesci la mia carne, un relitto colato a picco la mia carcassa spolpata, un nido per alghe e plancton il mio scheletro vagabondo. Chi evitò che diventassi una mummia o un fossile per gli uomini del futuro, gli atomi dei miei resti sopravvissuti alle catastrofi dei millenni. Il vigile del fuoco che salva i bambini e i gatti e i libri dal rogo che spezza le case e sbriciola gli alberi. L’abbraccio stretto del compagno in caduta libera dopo che il tuo paracadute ha deciso di non aprirsi. La terza mano sul volante che trema, il terzo occhio sulle strade troppo buie o nebbiose, l’asse di legno su una pozzanghera laterale, invisibile e mortale. Il braccio materno che strattona prima di un attraversamento pedonale, mentre un’auto sfreccia con brutale mancanza di freno e di esitazione, come guidata da un automa. Il contadino paziente che pianta gli alberi nuovi sulla collina ferita a sangue dal cemento, da un torrente arrabbiato cogli uomini e gonfio di pioggia autunnale, dalla mancanza stessa degli antichi alberi che trasforma i pendii in frane. Il miele che alliscia la gola diventata di ferro tagliente e rugginoso; il sonno quasi magico che placa la stanchezza di un semestre di lavoro duro; il profumo della cucina che fa di nuovo dono dell’appetito, andato perduto dopo settimane d’un male oscuro che pensavi te lo avesse sfregiato per sempre, l’amore eterno per il cibo, il dolce cibo di questo mondo. La luce del sole che indica il foro d’uscita della grotta; il canarino che smette di volare per dirti Sàlvati, almeno tu, prima che l’alito silenzioso ma mortifero della miniera risalga dalle viscere della Terra ed esploda, inondando di giorno il buio secolare del sottosuolo. La coperta coi buchi che ringhia contro le notti di un rigido inverno, in difesa del senzatetto che piange muto sulla sua miseria. La ammirevole ostinazione di un vecchio aeroplano che prende il cielo per la milionesima volta, quando chilometri più in basso l’aria è sconvolta dagli uragani, la terra è sventrata dai terremoti e il giorno è inghiottito dalla nube di cenere di un vulcano; la luccicante e serena solidità della rotaia, la sferragliante e sicura calma del treno che la percorre, lungo un’immensa pianura argillosa e acquitrinosa, o sabbiosa e riarsa, che a camminarci sopra ti fagociterebbe sino al bacino, o forse alle narici; l’inaffondabilità stupefacente di una zattera di tronchi di sughero quando le braccia non vogliono più saperne di nuotare, e la corrente è tumultuosa e indifferente; la misteriosa forza di una schiena umana, quando c’è la guerra e le caviglie si slogano nelle trincee e nella corsa, i piedi muoiono congelati nella neve ucraina o austriaca e le cosce si spappolano per le pallottole basse del fuoco incrociato. Il pozzo profondo come la notte, il pozzo che incanta e riflette il cielo, il pozzo chiaro di luna, il pozzo generoso d’acqua; il pozzo che se domandi risponde, a volte persino esaudisce, ma che se ti sporgi non ti tira giù nel suo ventre. Chi la salvò, la mia mente, dalla trappola senza ritorno della mancanza di senso? Chi impedì ai miei occhi di seccarsi per sempre dopo che il cinismo di posò su di me, stringendomi nella sua morsa gelida eppure tiepida, terribile eppure rassicurante? Chi mi rinfrescò la fronte durante la febbre mefitica della mia memoria, che voleva che io mi svegliassi e non ricordassi più il mio nome? Chi mi ha fatto compagnia nelle orecchie o nell’immaginazione, suonando sempre, negli autunni tristi. E nei pomeriggi dell’adolescenza, nelle notti senza sonno, nelle maratone di lavoro, nelle code infernali del traffico. Chi non ha mai avuto timore di entrare in un letto assieme a me. Chi mi accompagna la mano mentre scrivo; e se non lo fa, tutto diventa stentato e senza flusso, lento, farraginoso. Chi mi accompagna, punto. Chi non si cura dei miei stati d’animo, talvolta violenti eppure trascurabili, piccoli passaggi attraversati dalla piccolezza della mia statura d’animo. Chi c’è stato mentre volevo che qualcuno ci fosse; chi mi baciava con vigore e tenerezza anche quando mi sentivo brutto e sgraziato e credevo di non avere bocca alcuna, ch’ero troppo giovane per imparare a piacere, imparando a piacermi; chi tutt’ora mi accarezza la testa, dopo che io stesso l’ho massacrata di razionalità o solo finta intelligenza; chi non cesserà di sorridermi, anche quando sputerò veleno, inacidito dagli anni, tanto che vomiterò la mia bile persino su di essa, con spropositata ingiustizia, ma mai al punto di rinnegarla. Chi? Colei che quanto più tace tanto più mi chiama, così che io torni a cercarla davvero, pieno di sete. Si lascia trovare. E non mi nega passione e sollievo, pioggia e riparo, profondità e altitudine, appetito e sazietà, attracco e mare aperto, ristoro e poi ancora viaggio. Grande ed anche oltre, senza fine né finale, come questo grazie per il dono dell’udito e dell’aria intorno, che si lascia respirare ma anche percuotere, ovvero, suonare.

(1° dicembre 2014, molti anni fa)

 

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Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

Cerchiare il lunario

Luna piena come mai
Muta e bella come sempre
Ma ormai troppo gelata
Per stare fermi e guardarla

Sole riflesso
Soli di riflesso
Cerchi nel cielo
Cerchi ma non trovi

Luna vuota
L’una passata
Le due in corso
Come corri tempo

» (lunario: 2012, cerchiato 30 ottobre)

40° C

40
gradi all’ombra delle nuvole delle insegne delle pompe di benzina dei vagoni dei treni a gasolio delle stazioni elettriche delle pagine web delle risposte non scritte non date non trovate delle tende gialle dei tendoni sudati del niente degli alberi dei parchi esausti delle fontane blu stinte delle spine dei roveti delle more della musica delle notti delle note acute e dell’afa stessa e altre cose lisergiche così
quaranta ccì, dicevasi, sì
il caldo è una specie di lsd
per chi tossico non lo è stato mai
Si vive di notte a milioni
un immobile viavai
nelle stanze da letto,
in perfetta (?) solitudine
solo l’insonnia stessa
a tenere compagnia.
Niente giorno significa
niente canzoni del cazzo
solo musica (fino al termine) della notte
svegli a intermittenza
come lampeggianti
canzoni nella notte a milioni
a colmare ogni assenza
Verde!
Semafori arancioni

 

 

 

(20 luglio 2014)

Emocromo

Notte

Sapete cosa. Non è solo un fatto di quanto sia lungo il giorno. È anche, o forse è soprattutto, la lentezza con cui cala la sera. Qui sul tetto, l’emotività è come il cielo e le cime degli alberi: più chiara e limpida, meno oppressa da ombre di palazzi o sagome di persone, più rassegnata e libera di tremolare al vento. Serata lunga, ostinata che non vuol farsi notte. Così malinconica, l’ostinazione. Come un campanile buio e solo, senza campane e senza chiesa; come un neon stanco che imita palpebre assonnate che sbattono, tentennando fra luce e ombra. Sbattono le ciglia della sera infinita. Se la melancolia fosse nuvola, come una di queste macchie di cenere sul drappo cremisi dell’orizzonte, stasera sarebbe fissa in mezzo al cielo. Nemmeno questa brezza vespertina che mi ruba l’acqua dai capelli, la sposterebbe. Domani è il solstizio, o forse è già oggi, o forse è una sera tanto lenta che adesso è già dopodomani, chi lo sa.


Giorno

Sapete cosa. Non è solo un fatto di quanto corta sia la notte. È anche, o forse è soprattutto, la velocità con cui si leva il mattino. Là sul tetto, l’emotività credo sia come il cielo e le cime degli alberi: rischiarata e in accensione, meno oppressa da ombre di palazzi o sagome di persone, ma anche già rassegnata ad seccarsi nell’aria calda che si farà. Nottata breve, smaniosa di rifarsi già giorno. Così poco malinconica, la smania. Come un campanile che suona sei rintocchi, appiccicato alla sua sciocca chiesa; come un neon nuovo e lindo, col suo bianco che mai si affloscia e mai singhiozza. Singhiozza il buio e s’attenua la sagoma dell’unghia di luna che resta. Se la melancolia fosse nuvola, come uno di questi cumuli che prendono il fuoco del sole per incendiare il vestito celeste che si spiega, stamane pioverebbe svelta a spegnersi da sé e a farsi rivolo d’acqua e polvere nei gomiti delle strade sudicie. Persino quest’umidità mattutina che mi inietta acqua nelle ossa, si sentirebbe di più. Oggi è il solstizio, o forse era domani, o forse sarà una giornata tanto lenta che adesso è ancora ieri, chi lo sa.



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Sottrazioni

Prima di pretendere d’avere ispirazione,
dovremmo concederci un po’ di espirazione.
Prima di avere l’ambizione di scrivere un romanzo,
dovremmo imparare a scrivere un biglietto di arrivederci.
Prima di prendere le parole e darle in pasto ai nostri tarli famelici,
dovremmo ricordarci di confezionarne un paio per chi abbiamo trascurato.
Prima di aprire la bocca, dovremmo ricordarci di alcuni perché:
a quale scopo possediamo una bocca,
perché ci è concesso di muoverne i cardini
e qual è il vero bisogno per cui vogliamo aprirla.
Per chi, perché, per cosa, in che modo
parlare comunicare esprimersi
o tacere, in attesa di avere
davvero qualcosa
da dire.

É demais, é pesado, não há paz

e poi, alla fine, tutto si aggiusta.
le cose si rompono per farsi aggiustare
le giornate le fortune gli oggetti i coglioni
ma basta un pomeriggio ad aggiustare una settimana.

ricordarsi di non aver avuto tutto dalla vita
ma di aver avuto molto
un talento una possibilità
i soldi per un’auto
che sarà roba materiale
ma in questa vita materiale, serve
vale.
parlare nel pomeriggio e notare di aver avuto ancora altro
buoni maestri e buoni professori
buone compagnie e compagni buoni
la mostra dei lavori nell’atrio e un voto regalato
le risate sotto l’arco della finestra e una giornata di sole
una rogna che si rivela fortuna
un anno perso che diventa guadagnato
pagelle che s’impolverano e coccarde che muoiono
ricordi che vivono e amici che se ne vanno
ma che prima o poi ritornano
i traguardi svaniscono
le persone continuano a vivere
anche quando non sopravvivono.
le persone non sono auto
se investono (su) altre persone
non uccidono, ma (si) salvano
e mentre le strisce pedonali restano bianche
le righe mentali diventano nere
e penso e scrivo e parlo
con me
nel solco delle parole
scambiate con altri
e non voglio smettere mai
voglio solo scegliere con chi
ma voglio continuare a curare alberi
a raccogliere i frutti nelle notti
ricordandomi dei giorni di tempesta
del vento gelido che spezza i rami
e mentre mangio l’ennesima pesca
mi sbrodolo e guardo il pesco rimasto in piedi
e mi ripeto che poi, alla fine, tutto si aggiusta.

tornerò a guastarmi, a rompermi
così come ora mi sto rompendo di questa eco
che provo a coprire con la musica,
quella nelle cuffie
ché la musica delle parole
è incantesimo per serate migliori
quelle in cui mi aggiusto e sono in fiore
mentre oggi manca un po’ di acqua o smalto
come colore troppo secco o troppo acquoso
non riesco a dipingere come vorrei
ma non è importante
la musica, quella di prima, mi spinge fin dentro le quattro
e finché non finisce non finirò
di ticchettare sui tasti
mentre ho già dimenticato il motivo per cui ho cominciato
forse dovrei smettere di parlare senza dire niente
annacquando la goccia di colore
che mi ha portato qui.
qui, dove non mi diverto più
e allora tutto perde senso
e ritmo, e poesia
e allora, perché insistere?
e non un problema del chi o del come
né del perché
quando non ti diverti più devi smettere e basta
a meno che non si tratti di sopravvivere
ma tutto questo è così superfluo
e solo quando te ne allontani te ne rendi conto
e allora meglio aggiungere qualche altro metro di distanza
per evitare di farsi rompere
e di dover sperare in una serata o un poco di fortuna
per aggiustarsi ancora
anche se è solo una cicatrice che guarirà
come un segno di penna che non resterà
su una superficie che puoi lavare o coprire
con altri strati superficiali
che non restano
come i voti
la mete vuote
o altre minuscole guerre
inutili quanto le guerre grandi
per cosa, poi?
per una donna
un fazzoletto di terra
un rigurgito d’orgoglio
un momento di follia
una stupidità eterna
per le religioni e le sue distorsioni
per ostentare forza
perché meglio le bombe che ammettere
che forse ci si era sbagliati
per i soldi
per i soldi
per i soldi.
mille euro fanno comodo
per la prossima bolletta sbagliata
la prossima multa
ingiusta o no
la prossima tassa
il prossimo errore
la prossima debolezza.
ma quanto serve di più?
qual è il fondo dell’avidità?
io mi chiedo
se valgano di più i cinquemila euro
di un metro quadrato in zona Bovisa
o una notte estiva che non fa paura
che puoi perderti e non morire di freddo
e quando le gambe cedono
puoi fermarti a dormire sotto un albero
o all’ombra di un cartello stradale.
io mi chiedo se valgano di più
le royalties di un pezzo musicale
o la libertà di poterlo ascoltare
senza aver paura del mattino
e della sveglia
come io adesso
con la musica
che mi tiene tutto intero
infilandomi dentro alla sacca piatta e calma delle quattro e trenta
e scrivo e scrivo
e le note mi assecondano.
io mi chiedo se valga la pena
colpirsi alla spalle a vicenda
e conficcarsi punte di spillo a tradimento
per una promozione insignificante, per due lire bucate
per una scopata sopravvalutata, due ore buttate
per una briciola di potere, che di potere niente dà
per una vittoria morale, che di morale nulla ha
o altre ferite, altri rivoli di sangue dalla schiena
come di randagi incattiviti che si litigano l’osso
quanto vale, a cosa serve
quando poi là fuori
ci sono gli alberi e le pesche
e le stelle tremanti e i lampioni muti
le aurore le persone senza gli spilli
che non reclamano potere o sesso o soldi
ma chiedono solo un po’ di tempo
lo stesso che vuoi tu
per parlare
per ricordare
per riscoprire, lì accanto
gli oceani di bellezza
celati in fondo ad angoli di tranquillità
da riconquistare
per nascondertici dentro
quando hai voglia di farti aggiustare
cadendoci dentro
come una piuma sull’acqua
come una nota alla fine di una melodia
come questa, che inseguo
che ora sfuma
a cui devo questo pensiero
sfuma
come la visione tarda di uno di quegli oceani
e che mi fa pensare, giustamente
che non avrò tutto dalla vita
eppure
ho già avuto molto

(luglio ’10)

Rese, grazie

viviamo immersi nel liquido assordante di un’immensa illusione. non c’è scampo alle bugie di chi comanda questo pianeta; non c’è possibilità di riscattarsi davanti all’onnipotenza delle oligarchie. possiamo solo cercare di essere liberi a modo nostro: nel pensiero, come l’uccello Leonard Cohen sul filo della sua canzone; nella partecipazione, come Vittorio Arrigoni nella sua dimensione chiamata Gaza. oppure nasconderci e dimenticare. cos’è il vero amore che lega gli umani a due a due? è complicità e fusione reciproca, tanto per cominciare. ma è anche un rifugio comune. è un patto per scivolare insieme nell’oblio, come una piccola barca che si allontana silenziosa e solitaria dalla riva degli uomini e dei segreti troppo grandi da combattere, troppo orribili da meditare, spaventosi da ricordare. avere coraggio, o un dono, o una zattera che stia a galla; di queste cose abbiamo bisogno, se vogliamo portare a termine quest’esistenza in modo perlomeno decente.  ma vai a trovarle.
e se son difficili le cose, figuriamoci le persone. trovala, se ci riesci, una persona alla quale dire: Io ora mi arrendo a te. Così poi ci arrendiamo insieme.

 

 

 

(2011)

Cancelli e cerchi

c’è qualcosa
che viene a chiamarti nella notte
ti tappa il naso
ti tocca la spalla nel buio
e cominci piano piano ad emergere
a svaporare
da una realtà
all’altra
sospeso a metà
tra il mondo dei sogni e quello dei vigili
un magico tragico brevissimo istante
e solo in quel momento senza dimensione
quella cosa senza nome
quasi ti sembra di poterla vedere, sfiorare
forse persino capire, ma
nell’attimo appena successivo
già riapri gli occhi
riacquisti il senno con un respiro
ed essa
svanisce.
la cerchi nel cesso
nello scroscio dello sciacquone
la cerchi in cucina
la luce del frigo come fosse una torcia
la cerchi nel fondo della bottiglia
in un sorso d’acqua bevuto a canna
poi torni sui tuoi passi
e la cerchi ancora nella semioscurità
e nel tepore del letto
non ancora svanito
scivoli di nuovo dentro le lenzuola
la cerchi sulla pelle delle sue guance
o forse la cerchi nel gesto stesso della tua carezza.
in ogni caso, è troppo tardi:
qualsiasi cosa sia, sei sveglio, e corri al pc per
provare a raccontarla
per raccontartela ancora
senza riuscire a raccontare niente
se non il solo tentativo in sé
scrivendo tanto e quasi niente
in attesa di capire – illuso
o solo in attesa di ritrovare il sonno – stanco.
non hai trovato nulla
e non ci hai capito nulla
voi ci avete capito qualcosa?
perché
se così non è
diventa inutile continuare a parlarne
e più mi sveglio e più mi sfugge
così ora
sarebbe cortese da parte vostra
essere più rapidi di me
e raccontarmi che cosa vi sveglia nella notte
che cosa attraversa le vostre case
le vostre stanze
i vostri letti
le vostre guance o le guance vostre
le vostre coscienze.
siate svelti abbastanza affinché
scrivendo
non vi scordiate cosa e perché
stavate cercando
prima che si cancelli
magari al chiarore della piccola luce ispiratrice
della cappa aspiratrice
e cosa inseguite
nelle notti insonni
nel fondo siberiano dei frigoriferi
o in quello dei cerchi concentrici di centomila sogni
rimasti sbarrati dietro i cancelli del subcosciente
e poi scordàti
come una chitarra che suona male
come questi versi soporiferi
che suonano male
scordateveli
questi non sono quelli che avevo in mente
e questo non è quello
che stavate cercando
non è niente, mi stavo solo
svegliando

 

 

(28 marzo 2006)

Anima o stenti

perché
io ve lo dico
anche se non vi interesserà
ma
ci sono ogni notte, sempre
anche quando
non faccio rumore
a meno che non mi sentiate
respirare
di nascosto
lieve
come la neve
a meno che non vediate
lo sbuffo d’anima tiepida
danzare nella tenebra gelida
una notte livida e limpida
dove la poesia giace
in letargo
sotto una teca di ghiaccio
dove anch’io, in fondo, giaccio
(se almeno riuscissi a trovarmi).
eccola là
abbandonata ad un sonno
stanco
perduta in un sogno
bianco
eccola
cristallizzata, sospesa
langue
e non riesco a scioglierla
no so liberarla
dalla prigione trasparente
dalla paralisi latente
langue

Io anche

 

 

(fine del 2005)

It’s 4 in the morning, the end of december

uesto blog
è certo il peggior blog
della breve storia dei blog.

osate contestarlo?
negatemi questo riconoscimento e morirete, ve lo giuro.
potrei anche ammazzarvi io, già, ma come? oh sì, potrei rapire il gran ciambellano (il quale, non avendo idee proprie, è un feticista delle idee altrui), e con una pistola puntata sulla tempia del server, costringerlo a farmi dare la sua prestigiosa collezione di carte di identità. mi appunterei i vostri indirizzi e vi aspetterei in ascensore tipo Max Von Sydow che prepara l’agguato al Condor – Redford. sono irresistibili, certe calme attese. e gli ascensori coi neon lividi e il loro rettangolo di moquette scollata agli angoli. e i killer professionisti con guanti di pelle sempre perfetti e un linguaggio del corpo disciplinatissimo ed elegante, ma meno palloso del teatro Kabuki. o forse no, forse era solo Von Sydow con quel suo personaggio, ad averci quel fascino e quei guanti. magnifica maschera e magnifico killer, in ogni caso, senza pietà ma pieno di scrupoli. come si chiamava… Joubert?

forse, sì.
era freddo, Joubert: molto più freddo del Freddo del freddo romanzo e dei ghiaccioli d’inverno. che freddo quest’anno. ce l’avete il riscaldamento, uhm? ah, ce l’avete pure autonomo, bene. tipico dei piccoli condomìni. però non avete l’ascensore? già, tipico dei piccoli condomìni. e ne avete paura, sì? tipico dei piccoli condòmini che rincasano soli. bene, allora vi freddo al freddo del vialetto in una notte di stelle gelate, appena varcate la soglia del cancelletto che separa le vostre vite private dai citofoni e dall’eterna scia di auto inanimate che scorrono sull’asfalto, guardate. oh, vi ammazzo a sangue freddo, sono un pezzo di ghiaccio. non è vero. mi brucia il sangue nelle vene, sono una testa calda. vado a rasarmi il cranio per rinfrescarlo un po’. ma non basterà.

volete bere una tazza di caffè caldo con me?
in verità, vi dico: ad un pomeriggio in un caffè passato a chiacchierare con l’idealista Cybill Shepherd, preferirei una notte nell’appartamento della fotografa Faye Dunaway a condividere con lei calore e tremore dei corpi e del terrore. ché era bellissima e ci aveva pura la moka, nella cucina del suo appartamento nuiorchèse coi viali di nuiorchèse solitudine novembrina appesi alle pareti. e se io fossi Redford capirei quella solitudine e sarei così biondo e spaventato che non potreste resistermi, e faremmo l’amore ed anche il caffè insieme. poi domani è un altro giorno: il secondo dei tre. guardatevi intorno: anche i Condor, nel loro piccolo, s’incazzano. anche se poi, come quasi tutto ciò che è bello e speciale, appartengono ad una specie in via d’estinzione.

ossia, sono destinati a scomparire.
moriranno: come Travis Bickle. come New York e le altre metropoli, tutte malate croniche. come il Condor, volato troppo in alto nelle Ande del potere. come me, che mi metto a sedere per scriver cose così ovvie. come te, che infili la chiave nella toppa del portoncino d’ingresso della palazzina del tuo appartamento, col cuore in gola. e come te, che leggi e pensi: questo non è il peggior blog della storia. magari no, ma di certo non sopravvivrà. come i miti di celluloide e di carta, come i blog che li raccontano e come i blog che non ne parlano; come tutto ciò che è scritto, come tutte le parole del mondo, che non potranno resistere ai 451 °F dei roghi di un nuovo medioevo.

ma questa
è un’altra storia. e morrà anch’essa,
come tutti quanti voi. ve l’ho giurato.

Sincerely, a friend

                   

                               (fine dicembre 2008)

Scritto, letto

Camminavo verso la stazione, convinto di essere in perfetto orario. Una volta giunto sul binario però, il treno del mio sonno era già partito. Nemmeno più la sagoma del ferro curvo, all’orizzonte.

Immobile sulla banchina deserta, mi sono un poco intristito al pensiero che avrei potuto uscire di casa con più calma, evitando la mia sfida già persa col freddo per qualche altra decina di minuti.

Mesto, sono tornato verso la sala d’aspetto. Mi sono seduto; ho cercato pazientemente di ingannare il tempo – sebbene poi sia sempre lui, a ingannare noi – scrivendo appunti e leggendo qualche articolo non molto interessante.  Ma ecco il segnale: sento chiaramente l’arrivo dello sbadiglio che annuncia la partenza del mio prossimo treno, l’ultimo. Devo andare. Mi affretto verso il sottopassaggio e mi ci tuffo dentro, poi inforco le scale che corrono verso la pensilina dove bivaccano, sparpagliate, le ultime parole della gior

(15 novembre 2009)