#leccare

La settimana scorsa ho comprato una confezione da 8 vasetti di yogurt. La marca è una di quelle che in genere snobbo o guardo con disprezzo, persino, tanto più considerato che si tratta di una nota multinazionale alimentare. Ma cosa non ti fa fare l’esselunga, decidendo di mettere in offerta una marca anziché un’altra. Potere del marketing, che con le sue offerte da mercante ti spinge a comprare 8 vasetti di yogurt quando nel frigo ne avanzi ancora 6 della confezione comprata in precedenza, col suo relativo sconto. Tant’è che solo oggi ho inaugurato lo yogurt che esportasi in tutto il mondo. Non è un segreto: la prima cosa che faccio, appena tolto il coperchio del mio vasetto, è quella di leccare avidamente lo strato di yogurt che inevitabilmente coagula sotto di esso. Ma mentre le più simpatiche e piccine aziende iogurtière del Trentino o del Südtirol sono rimaste al caro, vecchio, rassicurante coperchietto di carta stagnola ruvida come la lingua di un gatto, la multinazionale del latticino fresco ha soldi da spendere anche per studiare un packaging che faccia sembrare nuovo e assai trendy il suo yogurt magro del cazzo. Potere del marketing verso cui, in questo caso, sono fortunatamente immune, se non addirittura allergico. E così, vasetti vagamente squadrati chiusi da uno scialbo coperchietto di carta plastificata, liscia e piatta come l’acqua di una risaia in un mezzogiorno senza vento di inizio maggio. E fossimo matti, siamo una multinazionale noi, vuoi che non ci mettiamo qualche altra sirena, su quel lato interno del coperchio di finto alluminio che tu, consumatore, senz’altro leccherai? (perché lo sappiamo, che lecchi: siamo una multinazionale e studiamo le abitudini dei nostri potenziali acquirenti, noi.) E così, terminato il mio bacio francese coi fermenti lattici, sulla superficie lucida dell’interno del coperchietto sono sbucate un po’ di scritte. Al centro, la versione in bianco & nero del logo del prodotto preceduto da quel nauseante “I”. E i social, non ci vuoi mettere i social network, nel 2014? “Seguici su [f] [uccellino]”, sotto l’ai lov logo. E tanto per non sbagliare, sopra quest’ultimo ci mettiamo anche un bel (omissis: col cavolo che vi faccio un favore, colossi del latticino! Per quanto, questo post lo leggeranno in sei o sette al massimo).
Ma dimmi tu in che cavolo di mondo sono finito se, per risparmiare un euro e cinquanta, mi ritrovo a comprare un litro diviso per otto di uno yogurt antipatico e scipito. Ditemi voi, che razza di mondo è diventato, se appena alzato uno si trascina nella sua cucina e comincia la sua giornata lucidando, con la lingua, un pezzo di plastica refrigerato. Dimmelo tu, che cazzo di mondo, se un mattino accendo il computer per scrivere di quella volta che mi capitò di leccare un hashtag, nientedimeno. E raccontare il fatto per sentirmi un po’ meno scemo.

(circa un anno fa)

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Addio all’adolescenza

faccio fatica ad innamorarmi delle cose.
del verde nuovo, di un vecchio treno, del cielo giovane
degli alberi che si curvano al vento, luccicando
quel vento che non spezza i fiori, soffiando
dell’aria che ora odora d’acqua
e grano e zucchero, letame, e polline e fiume
del giorno che sa di foglie e polvere
un autunno secco e luminoso e roseo
della mattina che suona di cucchiaini e clacson
di tutto
di niente.

quel che mi piaceva io
so solo descriverlo un po’
e neanche poi tanto bene, ora
e nemmeno in maniera tanto sincera
cercare le parole, poi farle giocare
mettendole in fila per i gradini
e in colonna per far le scale
che senso ha avuto mai?
il trucco c’è, ed è secco
e le croste mi danno fastidio
e le parole son sempre le stesse
le mie preoccupazioni, sempre uguali
come le mie maschere incrostate
e anche ora sto facendo fatica
a uscire dagli schemi scemi
ad appassionarmi di ciò che faccio, che scrivo
prima ancora di quello che vedo.
faccio fatica ad innamorarmi delle cose
e ho paura, paura da pisciarmi sotto
paura che un giorno possa perdere tutto
ossia la bellezza, ed il brutto suo doppio
ricavarne indifferenza per ogni cosa maledetta
persino per la gioia di essere, di riscoprirmi vivo
e smarrire così questa piena
mancanza di fretta
di morire, però
aspetta
ho ancora voglia.

faccio fatica, faccio solo più fatica
e allora fatico
gonfio il petto col fiatone e poi
aspetto
mi aspetto

 

 

(15 aprile 2009)

When my legs no longer carry

oggi ho capito che la mia avventura, lì dove lavoro, deve finire entro la fine di quest’anno. o perché no: entro l’inizio del mese prossimo, se mi pagassero quanto vorrei. per cominciare, che aggiungano duecentoventi euro alla mia buonuscita, visto che sono così stanco che mi addormento sempre sui treni. e sul treno, oggi, mentre dormivo, m’è sparito il mio netbook. era praticamente nuovo, e devo pur dar la colpa a qualcuno o qualcosa: al sonno, al lavoro, ai treni, ai passeggeri ladri. figurarsi se la do a chi quel povero aggeggio se l’è dimenticato sul vagone, di fianco al sedile. quel rimbambito.

comunque sia, la giornata di oggi ha fatto davvero schifo.

fortuna che il mio profumo non svanisce nemmeno dopo tanta fatica. i miei fiori continuano a crescere, e sento che sono sempre più belli, anche quando non conosco o ricordo la loro forma. fortuna che alla fine torna sempre la luna. ed è di nuovo tempo di papaveri. fortuna che alla fine arriva sempre la sera. la luna illumina le assi di legno del ballatoio. luna che entra da tutte le finestre, e grande dorme anche di fianco al mio, di letto. è tempo di erba matura e di grilli adolescenti. evviva, alla fine arriva sempre il momento di ascoltare la musica.
tutte cose che valgono molto più dei miei stipendi e delle mie liquidazioni. più dei miei sciocchi averi, conservati o rotti o perduti. tutte cose che no, non puoi mica farne a meno. non puoi perderle perché non le puoi ricomprare. sarà perché arrivano alla fine. quando tutto comincia.

(18 maggio 2011)

From all the unborn chicken voices in my head

nacque nell’abitacolo e in esso trovò la morte
il pensiero storto che visse meno a lungo di un viaggio
pensiero uguale a decine di troppi altri, embrioni mai fecondati.
no, no: il pensiero mai nato è ormai morto. mica la sua natura infelice.

cosa ne resta?
ricordo solo che
non ne potevo più
della pioggerellina, gocce fini
che sbriciolavano la luce in brillantini
il tergicristallo troppo lento, no, ora troppo veloce
gli occhi stanchi di inseguire il nero di troppe pozzanghere
da evitare, quasi fossero crateri pieni d’acqua
come laghi del centro Italia in cui nuotare o annegare.
e il tepore troppo caldo prima
la frescura troppo fredda poi
la mia faccia ora troppo magra
ora troppo scura
e di sicuro troppo livida
nella luce gialla della notte
nell’ombra bianca della foschia
in cui si confonde il mio aspetto
sotto alla barba incolta che non voglio farmi più
come le persone che non ho più voglia di coltivare
come le persone che non voglio farmi più
nemiche, ché il tempo delle questioni di principio è terminato
la stagione delle cause perse che s’è sciolta
come la neve tenera di marzo
e la voglia di gridare quanto stronzo sia questo o quello
che quasi pareva vitale, immortale
è ormai strappata, caduta
come la pagina di quest’inverno dal calendario.
a proposito: auguri di Buona primavera
anche e soprattutto a certe persone,
cadute in certe piccole battaglie
combattute a colpi bassi di tastiere di computer e telefoni
e parole. le parole come lance, le intenzioni come punte di sasso
scagliate con violenza, fendono la dignità di chi non può rispondere
eccoli i feriti, trafitti e muti dormono giù in metropolitana.
e poi magari stanno svegli di notte
per provare a ricucirselo,
l’amor proprio
e cercando aiuto in cosa, se non nelle parole?
parole che mandano all’ospedale
parole che guariscono dal male
come un medicinale
che ti spezza se lo usi male
ma poi lo ritrovi sullo scaffale
che mormora nella vetrina buia del dottore.
e quindi queste parole mediche
che dovrebbero avere la proprietà di rivelare…
cosa? la leggendaria mappa che porta alla gioia?
il profumo dei fiori che sbocciano in mondi troppo lontani?
la luce delle sere in fondo agli orizzonti equatoriali?
la definizione di quel che siamo
o quella di ciò che dovremmo essere?
una nuova possibile via per diventare persone libere
o la solita, vecchia casella in cui farsi rinchiudere?
le grandi verità per capire o le piccole bugie per sorridere?
domande, e intanto la strada scorreva
e la notte umida piagnucolava
e il pensiero svaniva
mentre la fantasia recriminava
per le immagini di seconda mano
ed io pensavo, e non so il perché
a quelle coppie fatte così male
a quei bravi ragazzi fatti a pezzi da donne di poco valore
a quelle brave donne massacrate da maschi di scarsa morale
o più semplicemente a certi visi incantevoli
appoggiati su guance ben più sgradevoli
come sorrisi di seta in secchi di facce da stracci;
equilibristi eleganti frustrati da domatrici sgraziate
o danzatrici armoniose intristite da pessimi pagliacci
ma nessuno mi ha invitato al circo, che mi lamento a fare?
posso solo imbruttirmi al pensiero di certe discrepanze
per esempio: quanto sia difficile piacere a chi ci piace
posso solo incazzarmi per un pensiero che cessa di scorrere
che sto forzando, sforzandomi di evocarne il suono originale
che poi nella notte provo a oliare
con una canzone ascoltata a ripetizione
come un pensiero inceppatosi sulla stessa frase
le stesse parole che non rivelano mai niente
anch’esse scritte e riscritte fino allo sfinimento.

sfinito da quelle mura imbiancate che ancora non mi contengono
sfinito da quelle persone ferite di cui parlavo prima
che trovano e ritrovano in me un amico
e che sembra quasi che dipendano da me, a volte
se è vero che mi cercano per raccontarmi le loro disgrazie
e poi mi affidano la loro idea di possibile felicità
quasi che fosse un pezzo rotto che io posso aggiustare
ma io cosa faccio? a volte scelgo di sparire
magari cercando anch’io conforto nelle parole ma poi
penso alle rivelazioni sepolte in libri che non aprirò mai
alle cose giuste rimaste ignote per pigrizia o delusione o noia
nascoste nella pagina successiva a quella in cui ho fermato la mia voglia;
e penso alle verità che invece ho letto distrattamente
o quelle che non sono stato capace di riconoscere
o che magari ho capito, ma di cui non ho saputo beneficiare
oppure a quelle che ho trovato anni fa e non riesco più a ricordare.

intanto l’ora s’è fatta davvero tarda
tanto che il pensiero si è ormai decomposto:
una carcassa sotto alla luna, vicino al mare
una sagoma che brilla di luce tenera e di sale
ma che ciò nonostante dà ugualmente il voltastomaco
e che di certo non ha più senso rianimare:
e chi ne ha voglia? sono così stanco.
sì, stanco…
anche di dire che sono stanco:
“sono stanco, sono stanco” per giustificare ogni cosa
“sono stanco, sono stanco” non giustifica ogni cosa
sono stanco, sono stanco di giustificare ogni cosa.
stanco di starmene qui a scrivere cose senza valore
a farmi ingobbire dalle parole sullo schermo
ancora loro?
a barattare il mio sonno
con che cosa?
un pensiero morto da ore
che ormai non ricordo più
e che forse solo per pochi minuti
ho sentito
poi non mi è servito
a niente
e non mi dice più
niente

(22 marzo 2010)

Soulstizio

era di buon sapore ed era una vertigine,
come il vortice di spaghetti attorno alla forchetta,
la sera di primavera morbida che non puoi cadere e farti male
perché imbottita come una poltroncina reclinabile
di nuvole e voce. e la luce che non muore, non vuole
che solo molto più tardi si sdraia lenta
alla fine si addormenta. poi rinasce, si rimesce
in fondo alla prima tazza del mattino,
prima che il giorno sciacqui via l’alba
prima che il sonno mi sciacqui via da me stesso
prima che la pioggia sciacqui la via e il sonno via dagli occhi.
così il giorno dopo comincia alle due
il pomeriggio scola nella grondaia
dentro a un grigio sempre uguale
ma che non può fare male.
dentro al latte una pigrizia cereale;
il dubbio, la doccia, la telefonata a casa. poi fuori
a comprar benzina, chiacchiere prepagate e cose da mangiare.
è sera, la pasta si butta alle dieci
da buttare nella pancia colla birra e gli asparagi
e non si butta via niente. il caffè sale a mezzanotte
la nostalgia mezz’ora più tardi
e nel frattempo, penso all’estate che nasce
senza paura e con qualche desiderio
ma evitando ogni aspettativa mentre
la sera vestita d’autunno, fresca che ti devi imbottire,
si spegne asciutta dentro a questo pensare sparigliato
e il buio rimane in fondo alle pentole della cena
quel nero riflesso da lavare domani
qualsiasi domani sarà
mentre guardo le ore e vedo che un’altra ora se n’è andata
ma in fondo alla notte, in fondo, al solito cerco me stesso
messo in fondo ai pensieri da svendere al mercatino
come bicchieri di limonata, il chiosco di Charlie Brown.
ed eccomi lì, in fondo ai fumetti ai libri alla musica
ed eccola lì la luce, che nella musica risorge
e ogni volta il bagliore mi attrae ed io ci casco ma
se note e parole colmano la mancanza di molte sere tenere
allora casco dentro ad una rete che non può mancare
nemmeno d’estate, qualunque estate sia
qualunque stagione sarà
forse zuppa come una valigia rotta chiusa nella stiva
rotta come una voce perduta nella pioggia,
che proprio adesso ricomincia a tic-chet-tare,
sola come una lancetta chiusa nel suo orologio
rimasta spaiata. oppure spalancata come la prima risata
che risale dalle costole quando risorge un sole qualsiasi
mentre il male cambia consonante e muore sugli scogli
e la compagnia resiste e resta così, buona
e la sera non muore, e ritorna soffice
ed io non me ne vado, ovvero non cado
nel vortice di buon sapore ci certe sere lunghe
resisto e resto là, in fondo alle onde
in fondo a queste righe pornografiche
in cui infondo quel me stesso che più non son io
come il fondo dell’oceano che una vita non basta a scoprire
ma per adesso ci vedo fino in fondo, e mi rileggo
e capisco quanto profondo sia il mio bisogno di dormire

 

(21 giugno 2010)

Impollinato

“ Questa ghirlanda di nuvole bianche, questa neve soffice e asciutta, che vorticando mi culla la vista […] un balletto parte d’uno spettacolo più grande, con teatranti inconsapevoli in una messinscena di starnuti e occhi lucidi […] 

…ormai è da due o tre giorni che compro il biglietto.

È un magistrale trasformismo.
Batuffoli di ovatta, cotone angosciostatico
brandelli di nuvole, fiocchi d’aria
petali d’enormi fiori chiamati alberi
pezzi d’un gigante soffione
sbuffati da un dio.
Li osserva l’oca, perplessa
si domanda se sia roba sua
e spera di restare nuda (è un’oca)
ma pure teme di diventare un cuscino.

Stinti coriandoli di seta
di un Celeste carnevale
in bianco e nero,
sembrano ciò che rimane
della nebbia autunnale
ormai asciutta, rappresa
infeltritasi nel ciclo a caldo
un maglione pieno di buchi
attraverso i quali s’intravvedono
larghi squarci d’orizzonte.

Pioggia vegetale
parodia d’una grandinata
nevicata di segno opposto.
Ma gocce o chicchi o cristalli che siano
questi non puntano terra
bensì si ribellano, tornano su
una sfida alla gravità
tanto da apparire umani
per questo volere volare.
Si protendono verso il blu
tracciando volte mirabili
vagando liberi e inafferrabili;
i palmi delle mani
di eterni giocherelloni
li bramano, li inseguono
ma quando si chiudono
restano vuoti
e non si capacitano del come.

Il treno e l’automobile
la bicicletta ed il pedone
penetrano questa barriera morbida
solcando una roteante scia
bianca come la spuma
trasudata dal passaggio d’una prua.
E per strada c’è un tappeto
ma non lo puoi calpestare
sennò va in frantumi
come un fragilissimo vetro
bianco e sofficissimo e opaco.
In aria, a naso insù
ne seguo a fatica l’ardita coreografia
improvvisata, jazzistica, sgangherata alquanto.
Il collo prova a impararne i  passi
ma mi ritrovo col tramonto in viso
(tutt’altro a me inviso)
e così, in controluce
non pare più una danza
bensì una vibrazione,
granulosità pulsante dell’etere
come l’effetto neve della televisione.
Pupille macchiate
di chiazze lattiginose
emulsione sulla pellicola retinica
ASA millesei
celluloide di cellulosa
un film già proiettato
ogni primavera un remake.

Poi arriva la notte
ed il balletto sembra placarsi
ed io faccio mille giochi di parole
non so nemmeno come si chiamino in realtà
questi corpicini che applaudo
mentre danzano sul palcoscenico
di queste giornate
strane, lunghissime, insolite
eppure già stanche
viste
vissute

 

(13 maggio 2005)

Riascoltarsi

Ogni tanto mi rileggo, ma non sempre mi capisco.
Questo sembra essere direttamente proporzionale alla “invernalità” di ciò che ho scritto. Voglio dire che un messaggio congelato in una notte di gennaio mi suona molto più distante e criptico di pensiero sbocciato in aprile.
 
Ho pensato a una mente fatta a fisarmonica, o a cornamusa: la si può comprimere
o dilatare, e la stessa nota può vibrare nell’aria in modo differente.
 
Così le stagioni suonano la mia testa.
Ritrovo nella brina un’articolata melodia: una voce strozzata che si condensa nell’atmosfera gelida, difficile da ascoltare e da ricomporre, ma non completamente aliena.
Questi mesi cosa mi lasciano?
Forse un solo accordo, non stonato ma troppo prolungato, monotono.
Un suono sordo che si espande nell’afa e nella memoria di questa distratta,
stanca estate.
 
 
 

 
 

(9 settembre 2006)

Quando scrivere è una truffa

27/08/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС (Montag28) :

le vacanze a settembre sono forse la cura
ma che fatica aspettarle, e che paura
di non farcela, a reggere l’usura.

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27/08/10, V.F. :

Arriverà settembre che annienterà tutto;
vivo nella fine di agosto, listato a lutto,
e ne assaggio l'ultimo velenifero frutto.
Del suo sapore, del suo odore,
del suo tepore e del suo colore
avrò per i mesi futuri solo terrore.
Mi faccio scudo dietro una nera finestra,
io che della fuga sono maestra,
invidiando la coriacea vitalità della ginestra.

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28/08/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС :
 
Avrò nei mesi e per i mesi futuri
solo tremore, chiuso fra muri crepati
murato dietro a vetri sudati. Una zanzara
superstite detestabile di un’avara estate. Apro
la finestra, mi si ficca un freddo aspro nelle spalle;
mi scrollo. Fuggire: non ho maestria, né le palle. Resto:
mesto attenderò il ritorno, affatto lesto, di mesi meno duri.

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30/08/10, V.F. :

Se non vuoi evitare l'invernale embargo,
non ti resta che scivolare nel letargo;
della vita negazione,
provvisoria soluzione,
pei codardi vile vanto:
li protegge come un guanto
dalle tremende conseguenze dell'azione.
Si può vivere di pura contemplazione?

………………………………………………………………………………………………………………………….

01/09/10, ВОСТОЧНЫЙ-ЭКСПРЕСС :

accidioso forse, non vile
e vinto da questa vita ligia
ma ribelle alla stagione grigia
ché ho un fegato, e pure la bile.
desideroso e disperato abbastanza
quasi son pronto ad andare, a partire
per lasciare il Nord e questa mia stanza
via dalle nebbie, dal prolungato imbrunire.
solo cotone e lino, il sol acrilico sarà il vinile
e poi carta grafite metallo e silicio, nella valigia.
ed oltre molti confini o attraverso la palude Stigia
inventerò, nel cammino, nuovi vacui esercizi di stile

Riverso

Arriva sempre un po’ tardi, maggio
quando ti sei già troppo stancato di aspettarlo.
Non me n’ero nemmeno accorto, di questi alberi gonfi:
il sole s
infila tra i loro rami rigogliosi, accarezza la loro chioma
la schiena delle foglie è ombra che dipinge macchie blu sulla strada grigia.
 
Dove c’è luce c’è vita,
dove c’è vita c’è nostalgia
il ricordo delle luci già vissute.
 
Mi sciolgo e mi verso
nei prati che mi scorrono accanto
sono acqua calda che scioglie le camomille
evaporo tra l’erba. Come un infuso incapace di calmare
come un urlo, uno spavento un
dolore. Come una lingua che si scotta
il terrore di non esserci
di evaporare di fronte a chi mi aspetta
di mancare all’appuntamento con questa primavera
che scorre via, scorre via
non riesco ad afferrarla
come un incubo
come la febbre alta
le mani non hanno forza.
 
La strada si è aperta
il sole si infila tra i cumuli soffici
e gli alberi scappano via dall’acqua bollente
mio sguardo, mio sangue, mia paura
mio amore scivolato via
e tra i prati con le margherite
un’esplosione verde
una mongolfiera che fluttua
ma non si leva nel blu
che si offre al vento
balla un lento
con lui
vorrei essere di brezza
vorrei fermarmi
gettare l’auto nel fosso
o ripiegarla nella mia mano
vorrei raggiungermi nel prato bianco
vorrei fermarmi dinanzi all’olmo gravido
ammirarne il fuoco d’artificio che mormora quieto
e frusciando, nascondermici dentro
ad ascoltare il rumore da cui provengo
a guardare la scia da cui sono emerso, lontana
aggrappandomi alle foglie, seduto in cielo
contemplando maggio dall’alto
osservandomi un po’
prima di scordarmi
prima di tornare
a mancarmi
come un bersaglio mobile
come un ritardo
forse per avere
ancora una
scusa
pronta

E di polvere t’€™orneremo

Io non so mica se sono in grado. Come faccio a sistemare tutto questo disordine?

Tutti quei vestiti in giro
le camicie a maniche corte
si sdraiano sui maglioni di lana
che sperano in un’ultima giornata di pioggia
per ritardare l’attimo in cui saranno rinchiusi nel fondo d’un armadio
e poi chissà cosa può succedere in settembre
una nuova felpa viene assunta
prepensionamento e tanti saluti
un filo a forma di lacrima pende
vecchio golfino in fondo ai sacchi dell’ipocrita beneficienza
ma anche un girocollo a forma di sardonico sorriso
pensando gli abiti novizi
che ancora non conoscono i veri rigori invernali
e non immaginano quanto sia triste il buio di un guardaroba
quando la primavera si inoltra nell’estate
e un umano capriccio decreta la tua vecchiaia.

La casa è un tempio greco
“Ordine Dorico? Ionico? Corinzio?” – bravi, avete studiato
ma no, non è in nessun ordine
è anzi un disordine di tante piccole colonne
di CD e vinili, e libri, e riviste
parecchi ancora da leggere, da ascoltare
ma queste rovine di tempio non hanno tempo
di essere viste, studiate, magari riordinate
nessun ordine cronologico o alfabetico mi indica il percorso
e se cerco una metopa non la trovo mai
e senza cronologia non c’è tempo
tempo di leggere, di ascoltare, di sentire
ruderi, frammenti di un tempio
che non ha tempo di essere deframmentato.

Universo in briciole
un po’ come i pezzi di De Gregori, e allora
briciole di cioccolato briciole di colomba

briciole di democrazia briciole di bomba
briciole di pane briciole di pelle morta
briciole di breccia briciole d’ogni sorta.

Non trovo la scopa
per spazzar via tutte queste briciole
questi vecchi indumenti
questi parlanti argomenti
queste troppe parole
questi tanti ricordi, troppi pensieri
che fanno disordine là dentro
immagini che si sbriciolano
e cadono verso chissà quale suolo, danzando
come le foglioline nuove degli alberi
trafitte da milioni di fili di sole
che scaldano l’aria
illuminano questa dimensione psichica del disordine
e la polvere ci scia sopra, guardala
la vedi in controluce che ancheggia
e che alza un po’ di grigia neve
e non arriva mai a valle.
Che cos’è la polvere?
Briciole di briciole di briciole
i maglioni sparsi si sbriciolano
i miei libri, i miei disegni
tutta la mia carta si sbriciola
anche il mio modo di scrivere si sbriciola, dentro
non rimane che la forma esterna
un bel pullover che, domani
saprà già di vecchio
ma le parole non le puoi sbattere in sacchi
e darle in beneficienza per sentirti in pari
non le vuole nes-su-no.
Non le vogliono i bambini, stanchi delle stesse prediche
non le vogliono i morti, esausti di ascoltare preghiere non sentite
e chissà, sbricioliamo la loro anima con la nostro tritatutto materiale
comprato a rate, briciole di soldi non nostri
che ci riducono in ogni tipo di povertà.

Così i morti
alcuni briciole di fuoco in urne, o in oceani, o su campi da fertilizzare
insieme ad altri morti, che fertilizzano da dentro quello stesso terreno
mentre vermi ed insetti sbriciolano le loro casse, e i vestiti del loro commiato
e fanno a brandelli le loro carni
briciole di persone che abbiamo amato
di mani che abbiamo strette e di guance che abbiamo accarezzato
di occhi che non abbiamo dimenticato
non sono che proteine, senz’anima
e la terra è ormai tiepida e ben nutrita
e mille fiori e piccoli alberi cercano di penetrare il freddo marmo
anche nei campi santi è primavera
e quindi, pensate, vita.

Così
briciola su briciola scivoliamo verso un altro maggio
e dentro le case i troppi oggetti inutili spettegolano come casalinghe
e si narrano la leggenda delle pulizie di primavera
ed io le osservo inquieto
ché il disordine non lascia tranquilli
tanto più quello interiore
delle troppe cose da fare
dubbi da sciogliere
impegni da rispettare
nozioni da studiare
vecchie questioni da affrontare
e pensieri da ripensare
ricordi da riassettare
per ritrovarli, per non dimenticarli.
Le case sono zeppe di cose
le teste di preoccupazioni
tante persone sono piene zeppe di sé
il televisore è zeppo di immagini e suoni
pubblicità
la rete è piena di pesci
o di parole, a seconda dei casi
le carceri sono piene di innocenti
e ma zeppe di criminali
anche se alcuni disonesti sono pieni di soldi
i telegiornali sono pieni di disonesti
e di morti
come la terra.
Allora ecco che la primavera è zeppa di vita
e di un energia invisibile ma vibrante
e dunque basta una scintilla
in un mondo pieno di mondi
e di cose
e di briciole
basta un nonnulla
a far scoppiare qualcosa
ché la stagione bella è esplosa
la mia testa è lì lì
che cosa scoppierà adesso?
Magari nulla
e come spesso accade
la sensazione che qualcosa sta per accadere non è che uno scherzo
della mente che si prende gioco di te
e delle tue troppo domande sciocche
e poi
finisce il gioco
e ti dice
“smettila
di pensare
e di andare a capo
e di considerarmi zeppa, non lo sono
le mie briciole, se vuoi, si aspirano in un attimo
prova infatti a chiudere gli occhi
a respirare profondo
a goderti questo aprile
e gli alberi ringiovaniti, i prati rinsaviti
e le nuvole
e dimentica quegli abiti polverosi
quelle colonne in rovina
quelle troppe cianfrusaglie
e ricorda
che la tua casa è zeppa, si, ma di te”

Ascolterei il consiglio
scapperei da tutti gli sgabuzzini possibili
e butterei via le chiavi
e giù per le strade
nascosto nella folla e da essa cullato, protetto
e poi ancora via
dalle vie zeppe di vivi
cercando frammenti di natura
per respirare briciole d’erba e di corteccia
e di raggi di sole, di vento e di stelle
polvere di pace
ah, che bel finale sarebbe
ma non trovo il tempo
coraggio non ne ho mai avuto
ho solo briciole di speranza in un petto bucato
e scivolano via come le monete dalle tasche scucite
briciole per terra che i piccioni divorano
e che non posso più ritrovare
e comunque non potrei tornare indietro come Pollicino
neanche se avessi i sassolini e le tasche rattoppate
che invece ora si svuotano
e lanimo si impoverisce
e si impoverisce il mondo d’umanità
si ingrandisce l’inferno di anime
si arricchisce la terra di morti
e rimangono solo poche speranze, e molte briciole, e troppe parole
e nessuna di queste cose
potrà servirvi
saprà aiutarmi
o riuscirà a salvarci
dalle bombe, dalle briciole, dagli inferni
o peggio
dall’essere dimenticati
come quei vecchi indumenti feriti, poi soffocati
morti ammazzati in sacchi della spazzatura,
neanche i poveri li vorranno indossare
e chissà poi dove
al termine dell’esistenza
saranno andati a finire
e noi come loro
chissà