Nord

Questa canzone è splendida
luminosa anche se tutta coperta di nuvole
piena di Nord e di autunno.
Solo certa musica ci riesce
a farmi venire voglia di cose che non amo
che non vorrei amare, che forse non dovrei
– ma è così, l’amore, che mica lo decidi –
come la nebbia e il cielo grigio e cupo
come la pioggerella delle otto del mattino
o le aurore ottobrine di un’ora prima
come la pioggia forte delle due di notte
o la mezza luna opaca di un’ora dopo
come l’autunno stesso
il suo sole malaticcio
e la sua quieta fiacchezza
così forte e sonnolenta, tra mezzogiorno e l’una
come i pranzi nei ristoranti
quei ristoranti degli anni settanta o ottanta
all’epoca eleganti, oggi caduti in disgrazia
con le tovaglie color salmone e le posate ossidate
e le tende pesanti e i menu plastificati con la copertina di cuoio
e i prezzi strani e i primi con la panna e pochi contorni
e i finestroni opachi con vista sul Monte Rosa
o sulle Tre Cime di Lavaredo, o sul Resegone
e il caffè raramente cattivo
il caffè è così buono e desiderabile,
cazzo, persino qua
nelle città sabaude e fredde e borghesi ai pie’ dei monti
o nei paesi annoiati attorno al Lago di Varese
o in quelli sperduti fin su nella Brianza lecchese
o ubriachi nella campagna vicentina o udinese
o dormienti fra il Piacentino il Lodigiano e il Pavese
annoiati sperduti ubriachi dormienti
come le risaie secche e fangose, fuori stagione, silenti
come i campi di mais col granturco lasciato lì a marcire
come i saliscendi erbosi e sdrucciolevoli delle Prealpi
come questa pianura tutta, rugginosa e ossidante
come il Settentrione di ‘sto paese disgraziato
ma basta un Conte armato di genio e piano e kazoo
riescono persino a farmi venire voglia
di restare, di non scappare più
e non per forza di sedermi
se non a un ristorante,
affacciato sulla strada statale
ristorandomi e riposando, prima di ripartire
e se la sanità mi accompagna, rimettermi a cercare
ma è autunno, le strade scivolano
e c’è molto da trovare anche se è vicino
molto bistrattato o nascosto
non segnato sulle mappe
ma da scoprire, seguendo il caso
senza attraversare troppo confini
arrivando lontani, ma vicinissimi
qui nei pressi
da soli
o non da soli
e i cipressi
sono sempre lunghi e verdi, verticali
sulle colline, fuori dai campisanti, lungo i viali
il mio pensiero sulle loro cime
lassù
ché possediamo qualcosa
che può correre per centinaia di chilometri
ad una velocità pazzesca, senza che si stanchi
è lo sguardo
corre, fino ai ghiacciai, i nevai
sempre alti, rosa e azzurri e bianchi
laggiù
anni luce dal viavai

(2014)

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La 45

– Sentirti inghiottire dal sonno e chiudere gli occhi sulla strada di casa, senza paura, sicuro che non andrai a schiantarti. Ovvero dormire così profondamente da trasformare un’ora in due, mentre qualcun altro sta guidando per te. E poco importa che sia uno scorbutico e grigio autista di pullman. La mia auto chiusa nella Milano che sta chiusa negli specchietti. La sera sui sedili e il tepore del corridoio, mentre dormo nascosto sotto alla giacca sulle mie ginocchia.

– 45?

– Non più, da molti mesi. Passano i mezzi pubblici ed anche il tempo. Mezzi e mesi, e anche mezzi mesi. Il corridoio caldo e i sedili buoni per svenire sono quelli di un pullman che va verso Sud; Milano era negli specchietti retrovisori perché me la stavo lasciando alle spalle; lei, e tutto quello che ci sta dentro. I suoi palazzi, i suoi tram, le sue foglie cadute, le sue strade, i suoi motori. Come quello della mia auto parcheggiata. E chissà se ora riposano i motori malsani dei bus della linea 45, costretti tutto il giorno in un percorso chiuso e triste che si tiene la città dietro e di fianco, per poi tornare a vedersela davanti. Autobus della periferia Sud-Est. Non ci salgo più e mi scappa da pensare: “per fortuna”. Come se mi avessero fatto qualcosa, quei poveri scatoloni di lamiera arancione, col corridoio freddo e informe che non è un corridoio, e striminziti sedili di plastica che paiono quelli di un ufficio postale. Come se la calca delle sette e cinquanta fosse colpa loro. Come se quell’odore acre di gomma bruciata fosse davvero in grado di rovinarmi la giornata. Le giornate… quelle resistono agli odori. Oppure si rovinano da sé.

 

 

(22 ottobre 2009)

From all the unborn chicken voices in my head

nacque nell’abitacolo e in esso trovò la morte
il pensiero storto che visse meno a lungo di un viaggio
pensiero uguale a decine di troppi altri, embrioni mai fecondati.
no, no: il pensiero mai nato è ormai morto. mica la sua natura infelice.

cosa ne resta?
ricordo solo che
non ne potevo più
della pioggerellina, gocce fini
che sbriciolavano la luce in brillantini
il tergicristallo troppo lento, no, ora troppo veloce
gli occhi stanchi di inseguire il nero di troppe pozzanghere
da evitare, quasi fossero crateri pieni d’acqua
come laghi del centro Italia in cui nuotare o annegare.
e il tepore troppo caldo prima
la frescura troppo fredda poi
la mia faccia ora troppo magra
ora troppo scura
e di sicuro troppo livida
nella luce gialla della notte
nell’ombra bianca della foschia
in cui si confonde il mio aspetto
sotto alla barba incolta che non voglio farmi più
come le persone che non ho più voglia di coltivare
come le persone che non voglio farmi più
nemiche, ché il tempo delle questioni di principio è terminato
la stagione delle cause perse che s’è sciolta
come la neve tenera di marzo
e la voglia di gridare quanto stronzo sia questo o quello
che quasi pareva vitale, immortale
è ormai strappata, caduta
come la pagina di quest’inverno dal calendario.
a proposito: auguri di Buona primavera
anche e soprattutto a certe persone,
cadute in certe piccole battaglie
combattute a colpi bassi di tastiere di computer e telefoni
e parole. le parole come lance, le intenzioni come punte di sasso
scagliate con violenza, fendono la dignità di chi non può rispondere
eccoli i feriti, trafitti e muti dormono giù in metropolitana.
e poi magari stanno svegli di notte
per provare a ricucirselo,
l’amor proprio
e cercando aiuto in cosa, se non nelle parole?
parole che mandano all’ospedale
parole che guariscono dal male
come un medicinale
che ti spezza se lo usi male
ma poi lo ritrovi sullo scaffale
che mormora nella vetrina buia del dottore.
e quindi queste parole mediche
che dovrebbero avere la proprietà di rivelare…
cosa? la leggendaria mappa che porta alla gioia?
il profumo dei fiori che sbocciano in mondi troppo lontani?
la luce delle sere in fondo agli orizzonti equatoriali?
la definizione di quel che siamo
o quella di ciò che dovremmo essere?
una nuova possibile via per diventare persone libere
o la solita, vecchia casella in cui farsi rinchiudere?
le grandi verità per capire o le piccole bugie per sorridere?
domande, e intanto la strada scorreva
e la notte umida piagnucolava
e il pensiero svaniva
mentre la fantasia recriminava
per le immagini di seconda mano
ed io pensavo, e non so il perché
a quelle coppie fatte così male
a quei bravi ragazzi fatti a pezzi da donne di poco valore
a quelle brave donne massacrate da maschi di scarsa morale
o più semplicemente a certi visi incantevoli
appoggiati su guance ben più sgradevoli
come sorrisi di seta in secchi di facce da stracci;
equilibristi eleganti frustrati da domatrici sgraziate
o danzatrici armoniose intristite da pessimi pagliacci
ma nessuno mi ha invitato al circo, che mi lamento a fare?
posso solo imbruttirmi al pensiero di certe discrepanze
per esempio: quanto sia difficile piacere a chi ci piace
posso solo incazzarmi per un pensiero che cessa di scorrere
che sto forzando, sforzandomi di evocarne il suono originale
che poi nella notte provo a oliare
con una canzone ascoltata a ripetizione
come un pensiero inceppatosi sulla stessa frase
le stesse parole che non rivelano mai niente
anch’esse scritte e riscritte fino allo sfinimento.

sfinito da quelle mura imbiancate che ancora non mi contengono
sfinito da quelle persone ferite di cui parlavo prima
che trovano e ritrovano in me un amico
e che sembra quasi che dipendano da me, a volte
se è vero che mi cercano per raccontarmi le loro disgrazie
e poi mi affidano la loro idea di possibile felicità
quasi che fosse un pezzo rotto che io posso aggiustare
ma io cosa faccio? a volte scelgo di sparire
magari cercando anch’io conforto nelle parole ma poi
penso alle rivelazioni sepolte in libri che non aprirò mai
alle cose giuste rimaste ignote per pigrizia o delusione o noia
nascoste nella pagina successiva a quella in cui ho fermato la mia voglia;
e penso alle verità che invece ho letto distrattamente
o quelle che non sono stato capace di riconoscere
o che magari ho capito, ma di cui non ho saputo beneficiare
oppure a quelle che ho trovato anni fa e non riesco più a ricordare.

intanto l’ora s’è fatta davvero tarda
tanto che il pensiero si è ormai decomposto:
una carcassa sotto alla luna, vicino al mare
una sagoma che brilla di luce tenera e di sale
ma che ciò nonostante dà ugualmente il voltastomaco
e che di certo non ha più senso rianimare:
e chi ne ha voglia? sono così stanco.
sì, stanco…
anche di dire che sono stanco:
“sono stanco, sono stanco” per giustificare ogni cosa
“sono stanco, sono stanco” non giustifica ogni cosa
sono stanco, sono stanco di giustificare ogni cosa.
stanco di starmene qui a scrivere cose senza valore
a farmi ingobbire dalle parole sullo schermo
ancora loro?
a barattare il mio sonno
con che cosa?
un pensiero morto da ore
che ormai non ricordo più
e che forse solo per pochi minuti
ho sentito
poi non mi è servito
a niente
e non mi dice più
niente

(22 marzo 2010)

Yield

E i semafori, di notte, si dimenticano di noi.
Li aspettiamo, fermi, all’ombra di un rosso eterno.
Li osserviamo, inermi; intanto si scioglie l’inverno, intorno.
Esitiamo ancora, arancioni e sfiniti. Infine, lampeggiamo anche noi.

Esistiamo ancora. Ma quand’è che scattiamo

 

 

(25 febbraio 2010)

Forse era il caldo (ci son giorni)

ci sono giorni in cui rallenti e ti metti a sedere
e ti senti vuoto, come se non avessi niente:
giorni in cui non senti di possedere
la tua auto e la tua patente,
i tuoi vestiti e il tuo pudore,
i tuoi occhiali ed i tuoi occhi
o quel che sbirci del mondo
dal buco dell’otturatore.
(giorni) in cui mangi e tocchi
e vedi e respiri e parli. ma sei morto.
poi, la svolta:
cinque minuti di note. e sei risorto.
talvolta non possiedi che l’udito
utile ad ascoltare una canzone
quella di cui sentivi il bisogno urgente
o di quella che non cercavi o volevi, inaspettata
ovvero di quella che suonava da sola, già prima, nella testa.

vi succede mai? ché ci son giorni in cui è la musica stessa
che viene a cercarci, uscendo dai sepolcri polverosi
a volte facendosi sentire senza farsi udire,
non sfiora il campanello ma suona.
si regala inconsapevole a noi
rendendoci meno poveri
nella nostra miseria
dello spirito

ci sono giorni in cui le parole di una canzone parlano di chissà che cosa
mentre ascoltiamo la melodia che ci ricorda delle miglia di distanza
che separa tutto ciò che possediamo dalla loro reale essenza
del tipo: possiamo comprare i dischi, ma le note, no.

23 agosto 2009

Quel cielo giallastro

Il Sahara sembra sia piovuto tutto sulla mia auto un tempo nera, ora appannata da un trasparente velo beige. I tergicristalli e l’acqua saponata hanno aperto un debole varco nella sabbia fangosa, sul parabrezza. Sul muso un cimitero di moscerini, falene, zanzare: minuscole carcasse, incastonate e confuse in una mimetica crosticina polverosa.

Ci sono guerre, o almeno ce ne sono state, che massacrano più esseri umani di quanti insetti possa uccidere io in un lungo viaggio nella notte fra le campagne, costeggiando fossi e risaie, prati, alberi e altri luoghi ameni per tutti quei piccoli esseri attratti dal bagliore omicida dei fari che squarciano il buio. Forse non esiste individuo, a questo mondo, che non abbia compiuto il suo personale sterminio di forme di vita… quali esse siano. Ma presto, l’acqua di una pioggia che non ha incontrato i deserti laverà via tutta quella morte: carne morta, rocce morte. Coleranno via dalla mia macchina, un tombino inghiottirà il loro rivolo. Brillerà la superficie di nuovo lucida del metallo, e di quei morti sfatti non resterà che questo pensiero opaco.

Anche le persone ammazzate vengono inghiottite dall’acqua e dall’oblio. Pioggia dopo pioggia, anno dopo anno, bugia dopo bugia. Risplende il metallo delle medaglie come la lamiera tornata nera, dopo la strigliata delle spazzole dell’autolavaggio; ma i volti sulle fotografie in bianco e nero no, sono tutti sbiaditi o strappati. E nessuno li può davvero ravvivare, ricongiungere, resuscitare. Non restano che la retorica stantia, le analisi dei libri di storia impolverati e certi piccoli pensieri casuali, torbidi come l’acqua con la sabbia, figli notturni di infelici associazioni mentali.

(3 giugno 2008)

Sempre di domenica

 

la mia pasqua è iniziata tardi.

ieri, dopo il lavoro, sono passato a trovare un mio amico che se la passa male; sono stato a casa sua a chiacchierare fino alle 2 passate. sono arrivato a casa dopo le 3, e mi sono addormentato che erano già quasi le 4. stamattina mi sono svegliato la prima volta alle 9:30, poi di nuovo alle 10:45. mi sono alzato, controvoglia; mi sono lavato e ho fatto una piccola colazione. sono uscito a prendere una borsa che avevo lasciato in macchina. o forse cercavo un altro tipo di nascondiglio; difatti, una volta aperta l’auto, istintivamente mi sono seduto e ho chiuso la portiera. ho acceso il motore come un falò sulla strada, per scaldarmi. un minuto più tardi ero alla guida, girovagando senza destinazione, solo col pretesto di infuocare il motore perché l’aria calda dalle bocche arrivasse svelta sui miei piedi. venti minuti circa, e sono tornato dall’insulsa gita. casa era lì dentro, e ci sono rimasto un’altra mezz’ora o forse più, immobile nell’abitacolo, ad ascoltare la radio. poi, finalmente, sono rientrato in casa con la borsa in spalla. non ricordo molto di cosa sia successo nell’ora successiva. tant’è. dopo aver lavato l’ultima tazza mi ha preso, irresistibile, la debolezza di tornarmene a letto. ho giocato un po’ con il pc, ma mi sono stancato quasi subito. ho risposto a un paio di sms d’auguri. solitudine. entrava luce grigia dalla finestra. la pioggia ticchettava noiosa sul mio tetto, meno di due metri sopra le mie orecchie; ed io sentivo freddo, sempre più freddo. un’arietta gelida mi pizzicava la punta del naso, quasi fosse una mattina di gennaio. non ne volevo proprio sapere, di uscire dalle coperte. alla fine ho messo sotto anche la testa, e sono scomparso dalla stanza. sono stato altre due ore così, rannicchiato su un fianco, perso in un confuso dormiveglia. l’inaspettata e poco allegra telefonata dell’amico in difficoltà m’ha riportato alla realtà di una giornata nata storta. poi mi sono alzato, ho fatto finta di fare un po’ d’ordine e sono uscito di casa. un’ora e mezza di viaggio sotto il diluvio. un’ora e mezza su strade poco conosciute e molto scivolose, piene di buche. un’ora e mezza a strizzare gli occhi per leggere le poche e scostanti indicazioni stradali, rese ancor più confuse dall’ondeggiare ipnotico dei tergicristalli. pioveva, senza sosta. e la luce calava, e la strada non finiva, e lo sconforto cresceva. un’ora e mezza per arrivare qui, dove sono adesso, in un posto mai visto per una cena in sostituzione del tradizionale pranzo. un’ora e mezza per passare un po’ di tempo in famiglia; ma sono arrivato tardi, ed ero stanco, e la compagnia era anche fin troppo estesa. tutta brava gente, tra cui anche alcune persone che già conoscevo e che stimo; ma non ho trovato, al mio arrivo, la calda intimità che avevo immaginato, sperato, inseguito sotto a tutta quella pioggia. che peccato.

il dormiveglia pomeridiano deve avermi fatto bene, e in fondo, so per certo che esistono giornate infinitamente peggiori di questa. non che sia contento; ma l’idea mi conforta. viceversa, non avrei avuto voglia né spirito per mettermi a scrivere, per raccontare questa parentesi di niente, pazientemente.

 

 

4 aprile 2010

Appassionato, autocratico

In auto.
Autoradio accesa. |>Playback CD. 
Album: Pink Floyd, “ The Dark Side of the Moon”.
Traccia: n. 05, “The Great Gig in the Sky”.
 
Le dici: “Shhh, attenta adesso, senti che meraviglia”.
 
Ma già dopo trenta secondi
lei vuole di nuovo
PARLARE.

 
No, no e no.
Non una parola di più, abbi pietà di me. E se la canzone non ti piace – che il cielo ti perdoni! – allora concentrati sul paesaggio.
Quando sento suonare “The Great Gig in the Sky”, l’unica voce che desidero ascoltare è quella che mi sta per cantare la grandezza del cielo.
Che tu abbia un cuore di dolce Linda McCartney ricoperto da una granella di croccante Eva Green, in quel momento non m’interessa.
In quei quattro minuti e mezzo circa, Clare Torry è per me l’unica donna che abbia mai avuto le corde vocali, su questa Terra.
In quei quattro minuti e mezzo, Richard Wright è l’unico uomo che anche tu dovresti conoscere, e amare assieme a me.

(poco prima che Rick Wright se ne andasse)

Riverso

Arriva sempre un po’ tardi, maggio
quando ti sei già troppo stancato di aspettarlo.
Non me n’ero nemmeno accorto, di questi alberi gonfi:
il sole s
infila tra i loro rami rigogliosi, accarezza la loro chioma
la schiena delle foglie è ombra che dipinge macchie blu sulla strada grigia.
 
Dove c’è luce c’è vita,
dove c’è vita c’è nostalgia
il ricordo delle luci già vissute.
 
Mi sciolgo e mi verso
nei prati che mi scorrono accanto
sono acqua calda che scioglie le camomille
evaporo tra l’erba. Come un infuso incapace di calmare
come un urlo, uno spavento un
dolore. Come una lingua che si scotta
il terrore di non esserci
di evaporare di fronte a chi mi aspetta
di mancare all’appuntamento con questa primavera
che scorre via, scorre via
non riesco ad afferrarla
come un incubo
come la febbre alta
le mani non hanno forza.
 
La strada si è aperta
il sole si infila tra i cumuli soffici
e gli alberi scappano via dall’acqua bollente
mio sguardo, mio sangue, mia paura
mio amore scivolato via
e tra i prati con le margherite
un’esplosione verde
una mongolfiera che fluttua
ma non si leva nel blu
che si offre al vento
balla un lento
con lui
vorrei essere di brezza
vorrei fermarmi
gettare l’auto nel fosso
o ripiegarla nella mia mano
vorrei raggiungermi nel prato bianco
vorrei fermarmi dinanzi all’olmo gravido
ammirarne il fuoco d’artificio che mormora quieto
e frusciando, nascondermici dentro
ad ascoltare il rumore da cui provengo
a guardare la scia da cui sono emerso, lontana
aggrappandomi alle foglie, seduto in cielo
contemplando maggio dall’alto
osservandomi un po’
prima di scordarmi
prima di tornare
a mancarmi
come un bersaglio mobile
come un ritardo
forse per avere
ancora una
scusa
pronta

Ghost in the machine

Sono lì davvero, oppure no
certe sere alla guida
nel controesodo d’una giornata
mi faccio domande
sorpasso un autotreno e lo fisso
ma è come se guardassi oltre
mentre lui taglia a me la strada io la taglio alla mia concentrazione
la mente imita il vortice d’una ruota motrice che gira veloce
io stordito mi chino
appoggio la testa sul volante
e dall’ulcera gastrica lascio che coli l’acido
che mi consuma, mi digerisce
e corrode anche l’auto, sotto di me
e ne vedo il fondo
e il fondo stradale.
Questa rabbia non mi stimola, mi zavorra
e butto tutto il suo peso sull’acceleratore,
e schizzo veloce, ancora di più.
Questa rabbia che cova sotto la cenere
provo a farla esplodere annaffiandola di benzina
si accende un fuoco
no
è solo la costellazione di luci rosse
del moto delle macchine accanto
credo di squarciarne la scia
e invece ne faccio parte
e rotolo verso casa.
Ormai ubriaco di malinconia sbando sulle statali
e ci sono sere che la sbronza è più violenta
e stordente
e l’abitacolo è vuoto
un corpo meccanico comanda la macchina
mentre il mio spirito trasuda dal parabrezza
e si posa su un semaforo si sdraia su un incrocio si getta in un fosso
si nasconde in una cabina del telefono
dorme in un’aiuola
la macchina torna a cercarmi, a prendermi
forse un’anima più grande della mia abita in quel metallo
in quelle quattro ruote, se mi accompagnano per l’universo
non sano ma sicuramente salvo
nonostante
la mia disattenzione costante
poso gli occhi ovunque fuorché davanti
ora su di un ratto che scampa verso i campi
ora su qualcosa di indefinito, distante
poi guardo da vicino le mie mani sul volante
mentre
qualcosa o qualcuno
frena per me.
 
Poi la rabbia finisce
a cosa mi ha portato?
mi ha solo sfibrato
un altro po’
e penso a questo e sono ancora là
in orbita intorno alla città
in questo eterno vagabondare di auto
e luci e fumi e suoni
e le strade si consumano
noi esausti come l’asfalto
ci sfaldiamo
diventiamo piatti
come le scolpiture degli pneumatici consunti
e i pensieri come il traffico
circolano dentro arterie prossime al collasso
e i tarli scavano gallerie nel cervello
ecco perché mi rimbomba la testa…
E intanto le idee nuove se ne stanno in coda anche loro
forse muoiono in tremendi incidenti
forse dormono in qualche area di servizio
comunque non arrivano a noi
che aspettiamo – cosa aspettiamo?
non lo sappiamo
e mentre ce lo chiediamo
ce ne stiamo in apprensione
come madri che aspettano i propri figli
e vegliano accanto al telefono
o sulla soglia, a braccia conserte
e l’ansia cresce e i figli sfrecciano, quasi più sciocchi e rabbiosi di me:
magari arrivano prima
ma magari sbattono
e uccidono il figlio di un’altra madre.
Cosa vi dicevo?
il sangue può scorrere in un cervello così come su un’autostrada
e in entrambi i casi
non porta con sé nulla di buono.
 
Che ore sono?
è tardi
le strade si svuotano
le energie parcheggiano
e i semafori lampeggiano
noi come loro
soli ad un in incrocio
brilliamo ad intermittenza
di una tiepida luce arancione
che doniamo a quelle poche persone
che ci attraversano l’esistenza
che ci danno precedenza
e che ci perdonano se siamo un po’ ripetitivi
a corrente alternata
con il vizio della rima baciata
con il vezzo della similitudine
pieni d’ansia e solitudine.
Cari semafori umani, amici miei lampeggianti
probabilmente va bene così
chiediamo un po d'attenzione in più, sì
ma lasciamo passare tutti
molto poco autoritari
magari un po’ noiosi e sbadati
forse menefreghisti
lasciamo che le cose accadano
e diciamo “io non c’entro”
ma prima o poi, vedrete
ci sostituiranno con una grande rotonda
magari adornata da fiori e lampioncini
insomma bella e brava
la prima della classe
più o meno rispettata da tutti.
Intanto noi
dismessi, obsoleti
spenti e arrugginiti
chissà che fine facciamo.
 
Ho l’anima in manutenzione
e sono triste
perché so
che spesso i lavori in corso
non servono a rendere le cose migliori
se ti va bene diventi più funzionale
più razionale ma
sempre più uguale
a tutto il resto
standardizzato
privo di quell’imprevisto
che rappresenta un bivio
o un crocevia
o un incrocio con scarsa visibilità.
Pensiamo solo a sentirci più sicuri
ci lasciamo ingabbiare in prigioni di ovatta
come i matti
così se sbagliamo non sentiamo il dolore
e non moriamo più
ciò nonostante
siamo sempre meno vivi.
 
Se ho paura di soffrire
ho paura di esistere:
questo dico io.
Ma questo è quelli che forse dicono migliaia di altri individui
però entro nelle loro case
e vedo i loro armadi che esplodono di antidolorifici e sedativi
ed altre droghe a forma di cibo
e poi alcol e ancora alcol
e chissà quante altre medicine potrei trovare
quanti espedienti con cui la gente prova a dimenticare.
È così, e non c’è niente da fare
e scusate il giro di parole
volevo solo dire
che gli androidi sono qui, adesso.
Li incontri per strada
ma anche a casa, quando torni
e se ora spegni il monitor
ne vedrai di certo un altro
nel riverbero scuro
lì, davanti a te
e penserai “Accidenti,
sembra quasi
umano”
 

 

(28 marzo 2007)

 

9 marzo (night in gale)

un anno fa a quest’ora
ero già uscito dal cinema vuoto
avevo guidato tra curve piovose
dentro a boschi di abeti scuri
spremendo gli occhi e i fari
i tergicristalli.

avevo attraversato semafori e valli
costeggiato laghi e piazze di cerchi
su e giù senza strappi né urli
come sopra un ottovolante triste
che non diverte, che non esiste

in picchiata per discese larghe e vuote
in arrampicata su tornanti erbosi
e l’orologio correva
e la radio parlava
e la cuffietta cantava
e la pioggia cadeva.

dentro un labirinto di cartelli verdi e blu
appoggiato al fianco sinistro della pista
correvo senza radar o bussola
in orbita attorno alla città
ma la rotonda girava
la strada finiva
il freno slittava
la cuffietta si preoccupava
e il giro ricominciava.

a quel punto le strade percorse erano tutte sovrapposte,
come linee rosse tracciate sull’immaginaria carta geografica:
l
unica porzione rimasta bianca era la meta che stavo evitando.
 

Passato il ponte, girata la curva
la macchinina nera si rigira su se stessa
ecco che arriva la bambina con il radiocomando rotto
si prende la macchinina esausta in braccio
e accarezzandola, la porta in salvo.

 
un anno fa a quest’ora
stavo scappando verso la riva
correndo per finta appresso alle papere
e tornando per finta a quel che credevo inevitabile
sciogliendomi tra il fumo e il luccichio dei lampioni sull’acqua
come fossi dietro al vetro rigato di condensa e di gocce
ma dalla parte sbagliata.

tutta quella strada
per scovare quell’angolo buio di terra
approdando come un naufrago, una zattera d’anima
con i pensieri di legno marcio, le parole stracciate e zuppe
quella sera io
sono quasi annegato
e anche oggi che sto sulla terraferma
oggi asciutto, posato, meno spaventato
non ho dimenticato
quell’odissea
della sera
di un anno fa.

(9 marzo 2009)