Emocromo

Notte

Sapete cosa. Non è solo un fatto di quanto sia lungo il giorno. È anche, o forse è soprattutto, la lentezza con cui cala la sera. Qui sul tetto, l’emotività è come il cielo e le cime degli alberi: più chiara e limpida, meno oppressa da ombre di palazzi o sagome di persone, più rassegnata e libera di tremolare al vento. Serata lunga, ostinata che non vuol farsi notte. Così malinconica, l’ostinazione. Come un campanile buio e solo, senza campane e senza chiesa; come un neon stanco che imita palpebre assonnate che sbattono, tentennando fra luce e ombra. Sbattono le ciglia della sera infinita. Se la melancolia fosse nuvola, come una di queste macchie di cenere sul drappo cremisi dell’orizzonte, stasera sarebbe fissa in mezzo al cielo. Nemmeno questa brezza vespertina che mi ruba l’acqua dai capelli, la sposterebbe. Domani è il solstizio, o forse è già oggi, o forse è una sera tanto lenta che adesso è già dopodomani, chi lo sa.


Giorno

Sapete cosa. Non è solo un fatto di quanto corta sia la notte. È anche, o forse è soprattutto, la velocità con cui si leva il mattino. Là sul tetto, l’emotività credo sia come il cielo e le cime degli alberi: rischiarata e in accensione, meno oppressa da ombre di palazzi o sagome di persone, ma anche già rassegnata ad seccarsi nell’aria calda che si farà. Nottata breve, smaniosa di rifarsi già giorno. Così poco malinconica, la smania. Come un campanile che suona sei rintocchi, appiccicato alla sua sciocca chiesa; come un neon nuovo e lindo, col suo bianco che mai si affloscia e mai singhiozza. Singhiozza il buio e s’attenua la sagoma dell’unghia di luna che resta. Se la melancolia fosse nuvola, come uno di questi cumuli che prendono il fuoco del sole per incendiare il vestito celeste che si spiega, stamane pioverebbe svelta a spegnersi da sé e a farsi rivolo d’acqua e polvere nei gomiti delle strade sudicie. Persino quest’umidità mattutina che mi inietta acqua nelle ossa, si sentirebbe di più. Oggi è il solstizio, o forse era domani, o forse sarà una giornata tanto lenta che adesso è ancora ieri, chi lo sa.



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It’s 4 in the morning, the end of december

uesto blog
è certo il peggior blog
della breve storia dei blog.

osate contestarlo?
negatemi questo riconoscimento e morirete, ve lo giuro.
potrei anche ammazzarvi io, già, ma come? oh sì, potrei rapire il gran ciambellano (il quale, non avendo idee proprie, è un feticista delle idee altrui), e con una pistola puntata sulla tempia del server, costringerlo a farmi dare la sua prestigiosa collezione di carte di identità. mi appunterei i vostri indirizzi e vi aspetterei in ascensore tipo Max Von Sydow che prepara l’agguato al Condor – Redford. sono irresistibili, certe calme attese. e gli ascensori coi neon lividi e il loro rettangolo di moquette scollata agli angoli. e i killer professionisti con guanti di pelle sempre perfetti e un linguaggio del corpo disciplinatissimo ed elegante, ma meno palloso del teatro Kabuki. o forse no, forse era solo Von Sydow con quel suo personaggio, ad averci quel fascino e quei guanti. magnifica maschera e magnifico killer, in ogni caso, senza pietà ma pieno di scrupoli. come si chiamava… Joubert?

forse, sì.
era freddo, Joubert: molto più freddo del Freddo del freddo romanzo e dei ghiaccioli d’inverno. che freddo quest’anno. ce l’avete il riscaldamento, uhm? ah, ce l’avete pure autonomo, bene. tipico dei piccoli condomìni. però non avete l’ascensore? già, tipico dei piccoli condomìni. e ne avete paura, sì? tipico dei piccoli condòmini che rincasano soli. bene, allora vi freddo al freddo del vialetto in una notte di stelle gelate, appena varcate la soglia del cancelletto che separa le vostre vite private dai citofoni e dall’eterna scia di auto inanimate che scorrono sull’asfalto, guardate. oh, vi ammazzo a sangue freddo, sono un pezzo di ghiaccio. non è vero. mi brucia il sangue nelle vene, sono una testa calda. vado a rasarmi il cranio per rinfrescarlo un po’. ma non basterà.

volete bere una tazza di caffè caldo con me?
in verità, vi dico: ad un pomeriggio in un caffè passato a chiacchierare con l’idealista Cybill Shepherd, preferirei una notte nell’appartamento della fotografa Faye Dunaway a condividere con lei calore e tremore dei corpi e del terrore. ché era bellissima e ci aveva pura la moka, nella cucina del suo appartamento nuiorchèse coi viali di nuiorchèse solitudine novembrina appesi alle pareti. e se io fossi Redford capirei quella solitudine e sarei così biondo e spaventato che non potreste resistermi, e faremmo l’amore ed anche il caffè insieme. poi domani è un altro giorno: il secondo dei tre. guardatevi intorno: anche i Condor, nel loro piccolo, s’incazzano. anche se poi, come quasi tutto ciò che è bello e speciale, appartengono ad una specie in via d’estinzione.

ossia, sono destinati a scomparire.
moriranno: come Travis Bickle. come New York e le altre metropoli, tutte malate croniche. come il Condor, volato troppo in alto nelle Ande del potere. come me, che mi metto a sedere per scriver cose così ovvie. come te, che infili la chiave nella toppa del portoncino d’ingresso della palazzina del tuo appartamento, col cuore in gola. e come te, che leggi e pensi: questo non è il peggior blog della storia. magari no, ma di certo non sopravvivrà. come i miti di celluloide e di carta, come i blog che li raccontano e come i blog che non ne parlano; come tutto ciò che è scritto, come tutte le parole del mondo, che non potranno resistere ai 451 °F dei roghi di un nuovo medioevo.

ma questa
è un’altra storia. e morrà anch’essa,
come tutti quanti voi. ve l’ho giurato.

Sincerely, a friend

                   

                               (fine dicembre 2008)

Una c’èsta di panni smessi

C’è un catino di pietra
pieno d’acqua ghiacciata
c’è un albero di Natale
fa ombra a uno spaventoso
regalo per un bambino
c’è una città senza due torri
e senza più artisti
c’è un televisore stanco
che costringo a parlarmi per ore
c’è sempre un po’ di vino nell
universo
o nei sorrisi delle persone tristi
c’è una ragazza insonne
insanamente innamorata di me
c’è sempre polvere sotto i letti
al mio e al tuo e al vostro
c’è un film che non ho ancora visto
ed altri diecimila e forse più
c’è tanta fantasia da prendere nella notte
anche se gioca a nascondino
c’è tanto pane buono, ma un tozzo
è nelle nostre pattumiere, cazzo
c’è una tazza vuota sul tavolo
e un poco di zucchero, e briciole di tè
c’è molto amore non ricevuto
c’è troppo amore non dato
c’è un uomo pieno di soldi
che non si ricorda più il suo nome
c’è molto da piangere
e c
è ancor più da temere
e pure ci sono molte risate
nuove o mai usate
ma c’è un senso in questa vita
se c’è qualcuno che sta in pena per te
e intanto
ci sono molte fotografie da scattare ancora
ci sono molte parole da dire ancora
c’è un ragazzo nella notte
che crede di poter raccontare
in una notte sola
tutto quello che c’è
ma è un illuso
ed ora
lo caccio via, che c’è
da dormire, riposare
e domani lavorare
c’è da uscire dalla corazza
fatta di parole
e c’è una raffica di pallottole
da prendere in corpo
c’è molto da sanguinare
ma c’è un senso in questa vita
non tanto nel trovare una corazza che non sia metafora
quanto nell
avere qualcuno che ti curi le ferite
e c’è un
intera umanità di crocerossine ed infermieri
aspettano solo un gesto, ci aspettano là fuori
eppure c
è troppa gente
che si ostina a prendere i farmaci
e muore
sola.

No, dài
cercate la vostra ambulanza
ce n’è una anche per voi
e c’è una fine a questa
nata come un pensiero
sfociata in un appello da due lire
e c’è che
c’è troppo da dire
e molta poca dimestichezza nel riuscire
a trasformare, a dare vita
a quello che in testa appare
così nitido
e che arriva alle dita
così sporco
e c’è l’inchiostro
virtuale o vero
comunque nero
che mi rimane
più sulle mani che sul foglio
impronte digitali sulle mie cartelle
mentre l’anima rimane dentro la pelle
qui, da qualche parte, in fondo alle orbite
almeno la sento, c’è
o almeno credo
anche perché
chissà se lanima davvero 
c’è.

Elettrica luna melensa

Alogena luna
Di vetro e plastica e acciaio
che al più regoli maree
e moti ondosi d’un acquaio
 
Anche se sono distante
ho visto la tua falce
nella sua stanza
mentre irradiavi il suo viso
di luce pallida e danzante
il lato solcato da un sorriso
di un pianeta che
è blu
durante il giorno
bello, si
seppur disadorno
che tu
luna di fabbrica
rendi argento nella notte
ma solo quando e se
con l’interruttore e con il jack
ti chiede di mostrarti.
 
Il cielo è ora coperto:
se ti attacco io la spina
riesci a filtrare
oltre quella cortina
di minacciose nubi?
'Ché lei si sente vuota
senza blu né argento
senza sole senza vento
neanche un alito
che spazzi via il grigiore
che apra le danze
al tuo pallore,
elettrico tepore.
Lasciami parlare
al tuo spettro amico
compagno di studio
e di conversazione lunga chilometri
di parole e di distanze
cosi che gli possa indicare
la strada verso il suo specchio
che con un riflesso possa andare
oltre
la coltre
di pensieri guastati
di dolori passati
di odierne paure
di difficoltà venture
di nubi ostili
 
Così nuovamente potrai
ricreare immagini con le ombre
su quel volto chiaro
e dipingerai un plettro scuro
sotto il naso
e disegnerai due archi profondi
che ne celino lo sguardo
cosicché io non debba
sentirne la mancanza.
 
Ma può accadere
che io diventi soffio d’aria
che renda sgombra
la sua testa dalle nuvole
da quell’ombra
troppo grigia e piatta.
Allora, luna di latta
vorrò tagliarti il filo
che ti bagna di linfa corrente
e berrò io gli elettroni
e prenderò la scossa
per non prendere il fulmine
'ché non voglio tu riveli
le sue superfici dolci
e le sue forme gaie
'ché il mio palmo vuol svelare
 
Ricorderò la gioia
e la paura della bellezza,
luna di rame?
Forse, un giorno
quando avrò il coraggio
di uscire
dalla tua metà oscura
di guardare
il sole con gli occhi
il pianeta negli occhi
di viaggiare
a cavallo dei tuoi raggi
per arrivare
in quel mondo
per planare
su quelle pianure
per vedere
quanto fertili sono le sue campagne
quanto maestose le sue montagne
quanto
è bruna la sua terra
è giallo il suo grano
è caldo il suo sole
il suo cielo è blu
 
O forse sei tu
luna isonovemilauno
satellite al tungsteno
che quaggiù m’illudi?
Tu
che hai imparato
il sottile segreto
delle sirene
tra gli scaffali
d’un ipermercato
dove lei t’ha comprato
profittando di un’occasione
di fine anno
la vittima ultima
del tuo inganno.
 
Tu
elettrodomestica puttana
artificiosa, artificiale luna
m’hai fregato
hai centrato
il tuo bersaglio
me
che
sono qui sveglio
a sognare di un pianeta
sì reale e visibile
ma forse irraggiungibile
o forse poco vivibile
un autoconvincimento
degno d’una volpe sotto la vite
che voleva vendemmiare.
 
Riuscirò a cogliere quel grappolo
o forse no
ma non credo sia maturo
così come non è maturo
il mio restar qui desto
in una notte che è quasi mattino
a scrivere gli slegati versi
di questa mia
con rime casuali e forzose
stonata melodia
su metriche coraggiose
è una bugia
'ché non ho usato metro
per una poesia
che canta di una piccola luna
con il cuore di vetro
una tra milioni di altre uguali
uguale a questa mia
che rende il buio meno pesto
che prima m'illuminava il foglio
e ora la scatola di tasti bianchi
con cui scrivere questo testo
e che illumina questo spazio
senza essere una metafora
e che ringrazio
e se maledico te
innocente e ignara
luna da scrivania
lampada tra le stelle
e solo perché
un giorno, di notte
avesti la sfortuna
di illuminare un viso non mio
 
Una maschera gentile
che sa bene parlare
che sa dove colpire
che non mi fa dormire
che mi fa scrivere
un delirio onirico
e un poco erotico
mascheratosi malamente
da moderna cantilena
dedicata ad una luna
che non sa ascoltare
a meno che non sia
che lei non voglia
affatto sentire
una nenia non sua
e che non sento mia
se è una canzone
per chi non ha colpa
di quella mia malattia
che si chiama desiderio
e che sballa il mio orario
e la mia fantasia
che non muore
con il sonno
né col mattino
che oggi non vedrò

(15 dicembre 2004)
 

 

Le solite stronzate

Effettivamente sì
i pensieri notturni non sono mancati
ma sarebbe come a dire che non mi sono scordato di respirare
giusto?
Paura ne ho avuta
ma sarebbe come a dire che non sono diventato una quercia
(aspetta
ma siamo sicuri che gli alberi non abbiano paura
chessò
di un fulmine che li squarci in due?)
Banalità, come queste stronzate che penso, poi scrivo
vuote come questa moda di girare intorno alle cose senza spiegarle
stupide che come questa paura che ho avuto di perdermi (perdermi?) in un server
e di non ritrovare più tutte quelle parole che costituiscono la carne del me virtuale
o forse non è una cosa stupida, ma è lo stesso, adesso non ho voglia di raccontarla
né di spiegare il come, il quanto, il perché
con altre parole che un giorno potrei smarrire
e che sicuramente perderò, ma
adesso
ho solo in testa un giro di pianoforte di una canzone
non ricordo neanche quale
poi un’immagine
di questa luna a metà, crescente
ho pensato a una moneta di carbone che viene intinta lentamente nell’argento
questa, e un’altra metafora che non ricordo buona per la luna calante
le volevo usare per una poesia
o altra simile porcheria
o forse per un bel post di quelli che a volte vi piacciono
ma non è questo
e le metafore suonano un po’ forzate stanotte
e non è che abbia tante cose da dire, stanotte
o forse
sono come la bocca di quel Piero
ed ho le mani che stringono parole
troppo gelate per sciogliersi alla luna
o alla lampadina
“ancora metafore?” – uno si domanda
e invece no
sto davvero scrivendo con i guanti tagliati
braccato da questo freddo che mi circonda la casa
e che mi aspetta al varco, domattina presto
e forse mi attende negli incubi
scuro e pauroso e malefico
e il mio inferno è senz’altro senza fuoco
è semmai come una landa brulla e dimenticata nell’inverno
proprio come quella campagna che prima scorsi dal finestrino
dentro il pullman serale del ritorno
e in fondo a un campo nero vidi me, dannato
con i piedi che sprofondavano nel fango immondo
e ghiacciato
e la terra bruna e la notte senza luna
a rendere quell’inferno più buio del baratro più profondo
a fare di me un dannato errabondo e solo
perduto e assiderato
senza nemmeno un sottile filo di fumo da seguire
né la piccola luce di una casa lontana
puntino giallo ingoiato da un’orizzonte di nebbia
un velo gonfio e opaco e bianco, così nero
così spento,
no
sono cieco
se nemmeno vedo più l’arco d’argento.

Oh
che tono severo
per sdrammatizzare dovrei dire “cazzo, che incubo”
penso tuttavia che opterò per un “ciao a tutti, e buonanotte”
metterò un punto in un punto a caso
e incarterò il post per consegnarlo a questa sorta di archivio
(sì, gli scaffali hanno traballato, ma mi fido)
e nel frattempo ho ancora quel giro di piano in mente
mi sa che è una canzone di Bersani
e – cazzo! – mi si son scaldate le mani
e, giuro, non è un artificio per dar ritmo al testo
ma fa lo stesso, non cambia niente
è troppo tardi per cominciare a scrivere
così tardi che ormai è già presto.

Ah già.
Ciaoatuttiebuona
beh, notte.

(12 dicembre 2005)

Istanti d’€™insani istinti

a volte lo spirito gratta le pareti del guscio
e decide per quel giorno che, la vita,
quel giorno ti deve fare schifo.

e ancora continua.
ma farsi del male, certi attimi
non pare una cosa tanto assurda o illogica
e neppure difficile. un gesto innaturale che diventa banale.
forse uno cerca soltanto di ferirsi un varco
in quelle pareti lavate dal sangue, ed entrarsi dentro
per afferrarlo, il maledetto, e fermare
quell’interiore scavare
chiassoso

Domani, passato anteriore

Oggi, come certe domeniche di una quindicina d’anni fa. Imploso.

A casa, girando a vuoto come un pesce nella boccia. Paralizzato dall’accidia, sordo al richiamo dei compiti da fare, ma pronto a lasciarmi sedurre da qualsiasi inutile distrazione. Il tardivo bilancio della sera mi dice che sono sciocco, colpevolmente pigro. Ho preferito lasciarmi schiacciare dalla noia prima, e dalla coscienza poi, anziché fare qualcosa di utile. Magari di necessario, come pensare a procurarmi un buon alibi.

Domani è lunedì. Mi dovrò alzare presto, così presto, e l’autobus non mi aspetterà. Come un mezzofondista correrò nell’alba, inseguendo il fantasma dell’implacabile bruco azzurro. Già mi pare di vederlo, nella mia paura: si stacca dalla pensilina prima che io riesca ad attraversare, vivo, l’incrocio. Corro ansimante, con corpo e respiro scoordinati, facendo quindi il doppio della fatica. La bocca spalancata e la sciarpa annodata male che lasciano entrare l’aria gelida e dolorosa delle sette. La borsa a tracolla che sbatte a ogni passo sul fianco sinistro; il braccio destro che, cingendo la pesante cartella di verde cartone rigido, non può remare nell'aria assieme al suo compagno. Esplode il cuore, si spaccano i denti e si sfaldano le ginocchia mie. Salgo mentre le porte hanno cominciato a chiudersi, allungando la testa in avanti e gettando il piede sulla pedana come fosse uno sprint al fotofinish tra me e la cattiva sorte.

Non è finita, la corsa. Ora tocca a te farmi arrivare in orario, vecchia scatola di lamiera che non sei altro. Portami in quella città, scorbutico torpedone a gasolio, in quell’edificio grigio che imparerò ad amare solo l’anno prossimo. Fammi arrivare là, dove mi attende una verifica di chimica che non vorrei verificare e che precede una consegna di tavole che non ho saputo nemmeno incominciare.

Oh… avrei tanta voglia di restare a letto, stamattina.
Suona la sveglia accanto al mio orecchio sordo; sono ancora un adolescente pieno di lamenti e speranze e contraddizioni. Come mi sento? Bene, purtroppo. Io vorrei, ma di febbre non ne ho mai… e so già che, se alla fine l’influenza arriverà, mi farà certo pentire di averla desiderata. E nel ronzio del dormiveglia, mentre sogno colonnine di mercurio impazzite, trilla ancora la sveglia. Provo a schiudere le palpebre incollate: una luce fredda e biancastra filtra dai piccoli buchi della tapparella. Con grande fatica esco dalle coperte, finalmente mi alzo, e con le braccia incrociate sul petto e le gambe tremolanti cammino verso la finestra. Sbircio fuori: una corazza splendente si è posata su lampioni e ringhiere e fili d’erba. Muore l’illusione: è soltanto brina, rugiada dicembrina. Già, siamo alla fine del 1994, e da qualche anno la neve sembra aver perso la voglia di cadere in questa pianura. E se anche cadrà, sarà sempre maledettamente troppo poca per una scusa, o un giorno di vacanza. Troppo poca per un ricordo, ché mi toccherà aspettare un paio d’anni ancora per una battaglia di palle di neve in un intervallo lunghissimo, nel cortile della scuola, quando un alone chiaro ed una eco di risate riempiranno l’aria. Quell’aria luminosa e vociante che si imprimerà profonda, in questa memoria che non mi lascia dormire, e che mi fa svegliare ora, così tardi, sempre troppo tardi.

Intermittente

La maglietta che sa ancora di bucato, appoggiata sul termosifone del bagno, è un brivido tiepido dopo la doccia. Il maglioncino di cotone leggero che non si vede sotto al golf a maglie larghe, con la zip; sulla schiena il geometrico fiocco di neve di lana bianca e azzurra. I jeans più spessi che ho scivolano sopra alla calzamaglia: così buffa addosso a un uomo, così calda. Gli anfibi tosti e pesanti, con la punta di ferro e la suola di gomma dura e alta, a “carroarmato”. Li uso molto poco, ma tanto li cerco quando è di due sommergibili coi lacci che ho bisogno.

La lucina arancione del caricatore lampeggia ancora, ma tra un po’ la batteria sarà piena d’energia. La inserisco nell’alloggiamento della macchina fotografica, quindi infilo la macchina nella sua piccola tracolla impermeabile. Pronto per andare fuori: da altissimi e invisibili ciliegi di ghiaccio cadono fiocchi di fiori maturi. I petali dacqua fanno danzare la vibrazione giallastra dei lampioni, quasi come fosse un’eco della piccola luce del caricabatterie. Si rigenera, pulsando, lanima dentro al bianco.

Il grosso giaccone antracite con la fodera interna gialla. I guanti di pelle finta, la goletta di pile da sciatore: io che non scio, o se proprio devo, scivolo. Il berretto nero con la striscia bianca orizzontale e la scritta NYC, che lascia scoperte appena le campanule delle mie orecchie.

Sono pronto per uscire, uscire nella notte a fotografare l’anima e la neve.

https://www.youtube.com/watch?v=akVwwqlanDA

Se solo avessi ancora un lettore MpQualcosa, ah, che colonna sonora porterei con me. Mi accontenterò di immaginarla, o canticchiarla, che tanto sarò solo, solo con le mie orme ed il mio respiro nel cappuccio.

/!\ : strada dissestata

ma porca puttana.

l’asfalto più tenero – ovvero: o troppo vecchio, o costato di meno – è stato ferito, squarciato brutalmente. penso sia colpa della neve delle scorse settimane o di qualche altro coltello di ghiaccio.
un manto croccante, crepato butterato perforato, con la granella minerale ai lati: se non fosse per il grigio chiaro, potrebbe anche sembrare un enorme snack appiattito, andato a male.
e invece è una strada.
le ruote della mia macchina cadono nelle buche, si sbucciano, certo perdono un po’ di gomma dalle spalle come pelle dalle ginocchia. gli ammortizzatori sono invece pugili suonati: acciaccati, stanchi e pieni di lividi.

ieri i piccoli crateri erano pieni d’acqua, e facevano la danza delle pioggia per coltivare la loro proibita illusione: essere visibili su google maps ed essere disegnati dal cartografo de agostini. [magari fare un figlio con Trasimeno (parlo delle buche) o con Bolsena (i buchi)]. qualcuno è ancora lì, vuoto e nudo, e spera ancora. qualcun altro è invece stato farcito di nerissimo nuovo asfalto, troppo umido per essere compatto. la ghiaietta sudicia di riempimento, spazzata da un centrifugo pneumatico di passaggio, si scolla dal suo tappo e se ne va a spasso, desiderosa com’è di farsi un giretto sulla ruota panoramica – che poi è anche la ruota posteriore dell’auto che mi precede. alla fine del giro, il sassolino cannone: ma non è un amore e con le mani non lo prenderò. il bastardo si schianta però sul mio parabrezza, il quale strilla di dolore. è una collisione violenta, uno scontro fra duri. il vetro, si sa, è speciale: incassa, e per il momento, resiste; ma soffre. c’è chi sta peggio di lui: è il fascione paraurti davanti, che subisce una vera e propria raffica di mitragliatrice al catrame. in questo trambusto, anche le mie ruote davanti perdono il controllo… e tirano fiondate al fondo del motore.
rallento, e mi par di sentire una voce appena percettibile. è il giovane cuore del maratoneta meccanico che mi implora: “abbi pietà, domani lasciami a casa a riposare. prendi i mezzi pubblici, per favore”.

sussulti, poche toppe fatte male per troppi squarci, botte; ferite e lamenti.
bicromia di nero e grigio.
sembra un qualche periodo di una qualche vita, uguale.

 

(dicembre 2008)

Brain Damage

vorrei scrivere banalità sulla vita considerata sentimento o malattia mortale
vorrei ridere senza ragione, quasi che sia felicità il danno cerebrale
desideri che s’assomigliano, forse sintomi dello stesso male.


ergo, non posso essere del tutto infelice
poiché non posso essere del tutto sano di mente

se, scritto un messaggio, lo rielaboro affinché la bisettrice
delle frasi sia il segmento d'una retta, alle “e” conclusive tangente.