It’s 4 in the morning, the end of december

uesto blog
è certo il peggior blog
della breve storia dei blog.

osate contestarlo?
negatemi questo riconoscimento e morirete, ve lo giuro.
potrei anche ammazzarvi io, già, ma come? oh sì, potrei rapire il gran ciambellano (il quale, non avendo idee proprie, è un feticista delle idee altrui), e con una pistola puntata sulla tempia del server, costringerlo a farmi dare la sua prestigiosa collezione di carte di identità. mi appunterei i vostri indirizzi e vi aspetterei in ascensore tipo Max Von Sydow che prepara l’agguato al Condor – Redford. sono irresistibili, certe calme attese. e gli ascensori coi neon lividi e il loro rettangolo di moquette scollata agli angoli. e i killer professionisti con guanti di pelle sempre perfetti e un linguaggio del corpo disciplinatissimo ed elegante, ma meno palloso del teatro Kabuki. o forse no, forse era solo Von Sydow con quel suo personaggio, ad averci quel fascino e quei guanti. magnifica maschera e magnifico killer, in ogni caso, senza pietà ma pieno di scrupoli. come si chiamava… Joubert?

forse, sì.
era freddo, Joubert: molto più freddo del Freddo del freddo romanzo e dei ghiaccioli d’inverno. che freddo quest’anno. ce l’avete il riscaldamento, uhm? ah, ce l’avete pure autonomo, bene. tipico dei piccoli condomìni. però non avete l’ascensore? già, tipico dei piccoli condomìni. e ne avete paura, sì? tipico dei piccoli condòmini che rincasano soli. bene, allora vi freddo al freddo del vialetto in una notte di stelle gelate, appena varcate la soglia del cancelletto che separa le vostre vite private dai citofoni e dall’eterna scia di auto inanimate che scorrono sull’asfalto, guardate. oh, vi ammazzo a sangue freddo, sono un pezzo di ghiaccio. non è vero. mi brucia il sangue nelle vene, sono una testa calda. vado a rasarmi il cranio per rinfrescarlo un po’. ma non basterà.

volete bere una tazza di caffè caldo con me?
in verità, vi dico: ad un pomeriggio in un caffè passato a chiacchierare con l’idealista Cybill Shepherd, preferirei una notte nell’appartamento della fotografa Faye Dunaway a condividere con lei calore e tremore dei corpi e del terrore. ché era bellissima e ci aveva pura la moka, nella cucina del suo appartamento nuiorchèse coi viali di nuiorchèse solitudine novembrina appesi alle pareti. e se io fossi Redford capirei quella solitudine e sarei così biondo e spaventato che non potreste resistermi, e faremmo l’amore ed anche il caffè insieme. poi domani è un altro giorno: il secondo dei tre. guardatevi intorno: anche i Condor, nel loro piccolo, s’incazzano. anche se poi, come quasi tutto ciò che è bello e speciale, appartengono ad una specie in via d’estinzione.

ossia, sono destinati a scomparire.
moriranno: come Travis Bickle. come New York e le altre metropoli, tutte malate croniche. come il Condor, volato troppo in alto nelle Ande del potere. come me, che mi metto a sedere per scriver cose così ovvie. come te, che infili la chiave nella toppa del portoncino d’ingresso della palazzina del tuo appartamento, col cuore in gola. e come te, che leggi e pensi: questo non è il peggior blog della storia. magari no, ma di certo non sopravvivrà. come i miti di celluloide e di carta, come i blog che li raccontano e come i blog che non ne parlano; come tutto ciò che è scritto, come tutte le parole del mondo, che non potranno resistere ai 451 °F dei roghi di un nuovo medioevo.

ma questa
è un’altra storia. e morrà anch’essa,
come tutti quanti voi. ve l’ho giurato.

Sincerely, a friend

                   

                               (fine dicembre 2008)

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Siamo spiacenti

Tonari.no.Totoro.full.171756

Non è un luogo comune: qui in Italia, i mezzi pubblici sono spesso in grave ritardo.

http://www.mymovies.it/film/1988/ilmiovicinototoro/

Persone assiepate sotto la pensilina vecchia, sgocciolante d’acqua. Qualcuno fissa le scrostature estese della vernice tricolore. Alcuni si sono persi dietro ai vetri, ormai opachi e crepati. Altri hanno cambiato idea, e se ne sono andati verdi di collera dentro ad un elegante taxi bianco. Rossa è la ruggine ventennale che sgretola lo scheletro della pensilina e la passione dei passeggeri invecchiati, o scomparsi nel blu delle notti, forse inghiottiti nel nero della morte acerba.

Stavamo lì ed eravamo in tanti, fermi ad una fermata spettrale dove non si ferma niente. Il tempo ci ha pian piano decimati e fiaccati come colori che sbiadiscono lenti in decenni di pioggia. Infine ci siamo sentiti esausti, persino più rotti e grigi del marciapiede sbriciolato su cui abbiamo aspettato troppo a lungo. Ma proprio quando stavamo per abbandonarci ad una scontata rassegnazione, abbiamo udito il risveglio dell’altoparlante della stazione che ha gracchiato la riapertura del cielo.

Ed ora eccola, la sagoma del Gattobus, che si stacca dall’orizzonte e si gonfia di più a ogni minuto. Arriva, finalmente: ma chissà che non sia troppo tardi, oramai. Per alcuni, di sicuro. Quanto a me, ho la barba lunga come la noia di certe estati senza cinema e i capelli bianchi di disincanto. Sono stanco, accigliato, coi talloni doloranti. Eppure sono ancora qui, con una viva curiosità e un’impazienza che già mi suggeriscono un colore, una possibile risposta.

 

(21 settembre 2009)

Sotto esame

Sono le 4:38.
 
Sono sveglio, molto sveglio. Lucido, oserei persino dire.
 
Spizzico del cibo, sorseggio caffè tiepido, e intanto assumo pose fisiche e mentali così serie che mi vien da sorridere.
Da ridere, anzi. Ridendo, cade qualche briciola sulla tastiera e sul foglio degli appunti.
 
Che bravo stasera… uso internet per trovare informazioni, testi, qualsiasi cosa che sia utile allo studio.
E poi, cacchio, questo libro è pieno di citazioni di testi e autori che non conosco… rimandi filosofici e storici… figure di cui ignoravo l’esistenza.
OK, mi dico.
 
Elizabeth Eisenstein
Erica Jong
Marshall McLuhan
Pavel Florenskij
Fillia
Mathesis universalis
Aisthesis universalis
Proteus
Dictinna
 
 
Messi così fate paura (beh, quel McLuhan l’ho già sentito ma a che serve sentire se poi continui ad ignorare?). Google è il nome del prode mio alleato ed è grande, se si tratta di cavarvi fuori dalle caverne più oscure del sapere; la battaglia sarà dura, ma posso farcela.
 
E così, ricercando e appuntando tra un boccone, un sorso di caffè ormai freddo e un voluto sguardo assorto e corrucciato, mi fingo un po’ detective… insomma, non si finisce mai di giocare.
In cuffia c’è Vangelis.
Detective e cacciatore di androidi, ritiratore di replicanti, corridore sulla lama tagliente.
Mi credo (che sciocco) un po’ Deckard; come lui sono l’abitante della notte; sono colui che vive tra realtà reale e sogni sconosciuti; come lui, sono l’antieroe noir… quello che sbaglia, quello che non salverà il mondo, quello che forse finirà male alla fine della storia, quello che si sente fuori posto e che combatte il mondo che gli sta attorno, pur non avendone la forza.
 
Debole.
Debole nel mollare il buon lavoro svolto finora per gettare un occhio oltre la pagina a quadri, e dare una sbirciatina al forum per investigare su pensieri e piccole verità altrui.
 
Il companatico è finito, il pane come al solito gli è sopravvissuto di un morso.
Del caffè è rimasto solo il fondo bruno e denso dello zucchero non sciolto, buono da raccogliere con il polpastrello e da leccare.
Servirebbe un po’ d’acqua, adesso mi alzo.
 
Sono le 5:01.
 
Già sono lento di mio, figuriamoci se scrivo mentre mangio, succhio zucchero caffeinato e rileggo (ma non correggo) ogni frase appena scritta… e mentre rileggo, mi pulisco il dito, per non rendere appiccicaticcia tutta la tastiera. Sai che schifo, sennò.
 
La notte durerà ancora a lungo, ritornerò a indagare sui misteri dell’antropologia, di coloro che la insegnano, di chi ne pubblica libri a riguardo.
 
Ed io?
Giocherò ancora a fare il Blade Runner: ma non avrò bisogno di un videogame, per una volta.
 Prenderò altri appunti, farò più “copia/incolla” possibili, per creare quanti più file di testo… che vadano colmare la cartella di file ed il mio senso di colpa.
Pulirò la scrivania dalle briciole di pane, adagerò la tazzina nel lavabo e la sciacquerò prima che lo zucchero diventi cemento.
 
Insomma, è una notte come tante altre in fondo, ma nel cuore c’è un pizzico di serenità ritrovata; e tu ed io lo sappiamo che, nel bene e nel male, quello che ci lasciamo alle spalle è stato un giorno importante.
Comunque lo si veda.
 
E sono le 5:13.
Questo lunedì è ormai morto, ma andava conservato, imbalsamato insieme al suo ricordo, sebbene sia passato tanto tempo dall’ultima volta che ho scritto qui, a quest’ora.
Forse era tanto che, addirittura, di notte non pensavo proprio.
O meglio, non riflettevo.
Rifletto invece, stanotte, sebbene i riflessi siano quasi invisibili nell’oscurità.
Ma questo post è cromo opaco, è una pozzanghera torbida, è una finestra con le sbarre; riflette ciò a cui rifletto in malo modo, ma voglio io che sia così.
Tu puoi vederne l’immagine che ci ho proiettato sopra, e tenerla tutta per te.
Dolce o amara che sia, conservala e riguardala sincera, senza mentire a te stessa.
Quell’immagine siamo noi, spetterà a noi raccontarci che cosa ci vediamo dentro.

Control

 
sopravvivere
all’epilessia
al successo
ai medici
alla periferia.
morire
per vivere
oltre il corpo, nel tempo
e non sopravvivere, non più.
non insistere
nel quotidiano rincollare dei pezzi
di una vita che si sgretola
scivola via, fuori controllo
finché non lascia
scampo.
come le verità altrui
l’amore altrui
come questo nudo
bianco e nero,
della pellicola di grana
ruvida
che gratta la pelle taglia gli occhi
provoca un asciutto sanguinare
e non lascia
scampo.
ti inchioda lì
tra la poltrona ribaltabile
la notte che soffia fuori
e lo sforzo immane
di ritrovare il viso dello Ian vero
sotto i lineamenti dell’attore.
esci
la notte è fredda e silenziosa
nelle orecchie
solo l’eco tamburellante
della musica di Manchester
che non lascia
scampo.
grigio fuori
più che sullo schermo
fuori controllo fuori
più che dentro alla sala
ma sono così simili
le piccolezze e le bugie
impresse sulla pellicola
a quelle nostre
espresse con voce senza musica
ma senza musica
senza carisma
senza poesia
delle grandezze e delle verità
non c’è traccia, fuori
e si schianta la somiglianza
sulla porta a vetri del cinema
esci, osservi e
tremi
e ti viene il sospetto che
certe volte, questa vita
non sia che una crisi
ma muta, immobile, invisibile
nata dalla certezza che
sia fuori dal nostro controllo
e che non lasci
scampo.

Devo…

…ricominciare dalla magia.

e devo ritagliarmi più tempo libero. per perdermi nelle parole tra i colori sulle costine dei libri nei grandi scaffali polverosi; o nella luce di uno schermo nell’oscurità di un cinema mentre mi ritrovo assorto e sognante, gli occhi fissi sulla tremula parete di fondo della grande stanza. poi esco e penso e ricostruisco, e mentre mangio da solo, immagino di ritornare a casa e di descrivere la magia, sognando di trovare qualcuno allascolto.

andare e ritornare, perdermi e ritrovarmi. dentro e fuori dalla quarta dimensione, il tempo. ché solo tre son poche, e piatte, e troppo finite.

ogni tanto un breve viaggio nella quinta, quella magica
da solo, con le parole e la musica e le immagini.
almeno ogni tanto, almeno per un po’.