Caldo, molle, fondo

In principio tu evitavi di dirmelo
ma che mi amassi io già lo sapevo
lo capivo quando stavo dentro di te e sentivo
che ti scottava.
Un calore così scioglie ogni cosa
come il metallo più duro che si fa molle
quando cade
dentro la lava.
Scottami, amore mio
che forse, dopo anni
mi sciolgo anch’io.

.

Il mio caldo e denso
il tuo più fluido
e ancor più caldo.
Venirti dentro
è come poggiare un cucchiaio pieno di miele
sul fondo di una tazza colma di latte, bollente.
Ogni cosa diventa più molle
i nostri muscoli e la nostra mente
infine ogni cosa si scioglie
come l’orgasmo che ci fonde
e che ci fa dire cose insensate, d’istinto
nel momento in cui smettiamo d’essere
eterogenei e distinti

.

L’ho capito oggi pomeriggio
che non ti voglio più.
Mi fa così incazzare riscoprire
che tutto debba, inevitabilmente, finire
e non accetto che finisca sempre in me, per primo
e di rabbia adesso ti afferro per le spalle, e ti giro
così che non debba guardarti negli occhi mentre,
a te parallelo, entrerò profondo come non ho fatto mai
tanto che insieme fonderemo e sprofonderemo
in questo materasso, che da domani più non riscalderò
e prima di andarmene ti giuro e ti nego
che scoperemo forte fino a sfondarne le molle
e il ricordo di quando ci scottavamo

.

(da qualche parte nel 2010)

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40° C

40
gradi all’ombra delle nuvole delle insegne delle pompe di benzina dei vagoni dei treni a gasolio delle stazioni elettriche delle pagine web delle risposte non scritte non date non trovate delle tende gialle dei tendoni sudati del niente degli alberi dei parchi esausti delle fontane blu stinte delle spine dei roveti delle more della musica delle notti delle note acute e dell’afa stessa e altre cose lisergiche così
quaranta ccì, dicevasi, sì
il caldo è una specie di lsd
per chi tossico non lo è stato mai
Si vive di notte a milioni
un immobile viavai
nelle stanze da letto,
in perfetta (?) solitudine
solo l’insonnia stessa
a tenere compagnia.
Niente giorno significa
niente canzoni del cazzo
solo musica (fino al termine) della notte
svegli a intermittenza
come lampeggianti
canzoni nella notte a milioni
a colmare ogni assenza
Verde!
Semafori arancioni

 

 

 

(20 luglio 2014)

Sentivo

Quando andavo ancora dal barbiere. Ricordo, era il 1996. Metà giugno, la scuola era finita da poco. Camminavo verso il centro del paese. Luce bianca, aria immobile. Da qualche finestra aperta arrivavano voci di commento e rumori di fondo di una qualche partita degli europei di calcio. Due ragazzi su due motorini mi sfrecciano di fianco. Uno spazio espositivo di un negozio di mobili, che in seguito sarà rimpiazzato da una pizzeria d’asporto, si apriva sul lato della strada opposto al mio. A segnalare l’esistenza di quel piccolo show-room c’era un’insegna provvista di orologio e un indicatore di temperatura. I pallini rossi del pannello a led dell’insegna componevano due numeri a doppia cifra suddivisi dal segno dei due punti, come 15:09, o una chissà quale altra combinazione indicante una chissà quale ora del primo pomeriggio, cosiddetto. I due ragazzi sui loro cinquantini passano accanto a me, quindi sotto l’insegna del negozio; proprio in quel momento, l’orologio lascia spazio al termometro. Il ragazzo che è in testa dice qualcosa in merito all’andare da qualche parte; l’amico che lo segue a ruota, alza il braccio verso l’insegna e dice, “Oh, ma dove vuoi andare, ci son quaranta gradi!”. Lo chiamavano Pier, e non ho idea di che fine abbia fatto. Mi stava tremendamente antipatico, era l’ennesimo fra i tanti mezzi bulli di cui era popolata la provincia; sebbene pure lui, a sua volta, all’epoca era sfottuto per via delle sue sopracciglia folte e unite al centro della fronte, altrimenti dette monociglio, come si usa in gergo, forse per risparmiar fiato e fatica lessicale. In sella al suo fifty, mentre dava velatamente del coglione al suo socio per via di quel caldo terrificante, Pier mi sembrò per la prima volta umano. Se quei due avessero avuto il casco addosso, che nel ‘96 non era ancora obbligatorio per viaggiare su cilindrate così piccole, probabilmente non avrebbero potuto dar vita a quel siparietto del tutto trascurabile, che pure avranno dimenticato e che molto probabilmente sono l’unico a ricordare. Io, da disumano vero, mi sentivo a mio agio in quella calura, in quella nuvola pesante, in quell’aria immobile che anche il tempo sospende. I due motorini erano ormai lontani, in fondo alla lunga via. In fondo alla tasca dei jeans avevo le diciottomila lire per pagare il barbiere, dal salone del quale sarei uscito con i capelli cortissimi e un’antiquata ricevuta scritta a biro. Assieme ai jeans chiari indossavo una semplice t-shirt bianca; ai piedi, un paio di clark’s taroccate. Mi piacevo, com’ero vestito. Sentivo il caldo umido molcermi gli spigoli, ancora giovani ma già duri, delle mie ossa; ed era come se ci nuotassi, dentro quel vapore avvolgente, che dilatava lo scenario a tal punto da renderlo irreale, trasfigurato, quasi psichedelico. Sì, stavo bene. Il pannello dell’insegna del negozio dei mobili dava una lettura chiara di quel pezzo di strada, in quello strappo di pomeriggio. Io avanzavo lento, sul marciapiede. Per qualche istante, su quella strada, era come se potessi arrivare e sentire ogni cosa. I miei pori erano spalancati, come le finestre che portavano in strada i televisori accesi. Quasi nessuno sarebbe uscito. Quasi tutto sarebbe entrato.


Oh they’re touching
They’re touching each other
They’re feeling
They push and move
And love each other, love each other
They fit together like two hands, two hands

I am a face
in the painting on the wall
I pose and shudder
And watch from the foot of the bed
Sometimes I think I can
Feel everything

The wind is blowing
My hair in their direction
The wind is bending my hair
There are no windows in the painting
No open windows, no open windows, no


(un anno fa – o meglio, diciannove)