Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

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It’s 4 in the morning, the end of december

uesto blog
è certo il peggior blog
della breve storia dei blog.

osate contestarlo?
negatemi questo riconoscimento e morirete, ve lo giuro.
potrei anche ammazzarvi io, già, ma come? oh sì, potrei rapire il gran ciambellano (il quale, non avendo idee proprie, è un feticista delle idee altrui), e con una pistola puntata sulla tempia del server, costringerlo a farmi dare la sua prestigiosa collezione di carte di identità. mi appunterei i vostri indirizzi e vi aspetterei in ascensore tipo Max Von Sydow che prepara l’agguato al Condor – Redford. sono irresistibili, certe calme attese. e gli ascensori coi neon lividi e il loro rettangolo di moquette scollata agli angoli. e i killer professionisti con guanti di pelle sempre perfetti e un linguaggio del corpo disciplinatissimo ed elegante, ma meno palloso del teatro Kabuki. o forse no, forse era solo Von Sydow con quel suo personaggio, ad averci quel fascino e quei guanti. magnifica maschera e magnifico killer, in ogni caso, senza pietà ma pieno di scrupoli. come si chiamava… Joubert?

forse, sì.
era freddo, Joubert: molto più freddo del Freddo del freddo romanzo e dei ghiaccioli d’inverno. che freddo quest’anno. ce l’avete il riscaldamento, uhm? ah, ce l’avete pure autonomo, bene. tipico dei piccoli condomìni. però non avete l’ascensore? già, tipico dei piccoli condomìni. e ne avete paura, sì? tipico dei piccoli condòmini che rincasano soli. bene, allora vi freddo al freddo del vialetto in una notte di stelle gelate, appena varcate la soglia del cancelletto che separa le vostre vite private dai citofoni e dall’eterna scia di auto inanimate che scorrono sull’asfalto, guardate. oh, vi ammazzo a sangue freddo, sono un pezzo di ghiaccio. non è vero. mi brucia il sangue nelle vene, sono una testa calda. vado a rasarmi il cranio per rinfrescarlo un po’. ma non basterà.

volete bere una tazza di caffè caldo con me?
in verità, vi dico: ad un pomeriggio in un caffè passato a chiacchierare con l’idealista Cybill Shepherd, preferirei una notte nell’appartamento della fotografa Faye Dunaway a condividere con lei calore e tremore dei corpi e del terrore. ché era bellissima e ci aveva pura la moka, nella cucina del suo appartamento nuiorchèse coi viali di nuiorchèse solitudine novembrina appesi alle pareti. e se io fossi Redford capirei quella solitudine e sarei così biondo e spaventato che non potreste resistermi, e faremmo l’amore ed anche il caffè insieme. poi domani è un altro giorno: il secondo dei tre. guardatevi intorno: anche i Condor, nel loro piccolo, s’incazzano. anche se poi, come quasi tutto ciò che è bello e speciale, appartengono ad una specie in via d’estinzione.

ossia, sono destinati a scomparire.
moriranno: come Travis Bickle. come New York e le altre metropoli, tutte malate croniche. come il Condor, volato troppo in alto nelle Ande del potere. come me, che mi metto a sedere per scriver cose così ovvie. come te, che infili la chiave nella toppa del portoncino d’ingresso della palazzina del tuo appartamento, col cuore in gola. e come te, che leggi e pensi: questo non è il peggior blog della storia. magari no, ma di certo non sopravvivrà. come i miti di celluloide e di carta, come i blog che li raccontano e come i blog che non ne parlano; come tutto ciò che è scritto, come tutte le parole del mondo, che non potranno resistere ai 451 °F dei roghi di un nuovo medioevo.

ma questa
è un’altra storia. e morrà anch’essa,
come tutti quanti voi. ve l’ho giurato.

Sincerely, a friend

                   

                               (fine dicembre 2008)

“Sei un fotografo emozionale”, disse

Gelido vento orientale in prua, arranco e mi inclino come fossi in salita.
Sotto l’ombrello vedo in trasparenza le gocce di pioggia che non mi hanno bagnato.
Una scarpa slacciata, un guinzaglio abbandonato nell’erba.
Umido e rigido ma leggero, come un ventaglio nell’afa estiva.
Non imparerò mai a suonare uno strumento come si deve.
So fare altre cose.
Non scriverò mai una canzone che mi piaccia ascoltare.
So dire altre cose.
Ma intanto, sto zitto in questo nulla.
Non ho i capelli che vorrei, il naso che vorrei, le spalle che vorrei.
Bravo ad immaginarmi bello, questo sì. A volte sento oppure sogno che, a forza di pensarla, potrei rendere reale tale bellezza. A volte sorrido al pensiero di questa possibilità. Altre volte, quasi confondo quest’altra realtà con l’unica che sia misurabile con gli occhi; poi mi ritrovo ad esibire una sicurezza misteriosa, che mai mi è appartenuta.
Stamattina mi specchio nella vetrina di un bar… e cerco di essere più sincero.
Non sono uscito da uno dei miei avatar, non assomiglio a chissà quale mito.
Io, soltanto io. E il vento ha spezzato l’ombrellino, e la luce è fioca e grigia.
E il laccio della scarpa è zuppo, e non ho voglia di chinarmi per riannodarlo.

Altri pensieri che più non ricordo.
Delicati, non opprimenti, ma non per questo felici.
Quanto dura un caffè? Il tempo di rivederli e dimenticarli ad un tempo.

(gennaio 2008)

Soulstizio

era di buon sapore ed era una vertigine,
come il vortice di spaghetti attorno alla forchetta,
la sera di primavera morbida che non puoi cadere e farti male
perché imbottita come una poltroncina reclinabile
di nuvole e voce. e la luce che non muore, non vuole
che solo molto più tardi si sdraia lenta
alla fine si addormenta. poi rinasce, si rimesce
in fondo alla prima tazza del mattino,
prima che il giorno sciacqui via l’alba
prima che il sonno mi sciacqui via da me stesso
prima che la pioggia sciacqui la via e il sonno via dagli occhi.
così il giorno dopo comincia alle due
il pomeriggio scola nella grondaia
dentro a un grigio sempre uguale
ma che non può fare male.
dentro al latte una pigrizia cereale;
il dubbio, la doccia, la telefonata a casa. poi fuori
a comprar benzina, chiacchiere prepagate e cose da mangiare.
è sera, la pasta si butta alle dieci
da buttare nella pancia colla birra e gli asparagi
e non si butta via niente. il caffè sale a mezzanotte
la nostalgia mezz’ora più tardi
e nel frattempo, penso all’estate che nasce
senza paura e con qualche desiderio
ma evitando ogni aspettativa mentre
la sera vestita d’autunno, fresca che ti devi imbottire,
si spegne asciutta dentro a questo pensare sparigliato
e il buio rimane in fondo alle pentole della cena
quel nero riflesso da lavare domani
qualsiasi domani sarà
mentre guardo le ore e vedo che un’altra ora se n’è andata
ma in fondo alla notte, in fondo, al solito cerco me stesso
messo in fondo ai pensieri da svendere al mercatino
come bicchieri di limonata, il chiosco di Charlie Brown.
ed eccomi lì, in fondo ai fumetti ai libri alla musica
ed eccola lì la luce, che nella musica risorge
e ogni volta il bagliore mi attrae ed io ci casco ma
se note e parole colmano la mancanza di molte sere tenere
allora casco dentro ad una rete che non può mancare
nemmeno d’estate, qualunque estate sia
qualunque stagione sarà
forse zuppa come una valigia rotta chiusa nella stiva
rotta come una voce perduta nella pioggia,
che proprio adesso ricomincia a tic-chet-tare,
sola come una lancetta chiusa nel suo orologio
rimasta spaiata. oppure spalancata come la prima risata
che risale dalle costole quando risorge un sole qualsiasi
mentre il male cambia consonante e muore sugli scogli
e la compagnia resiste e resta così, buona
e la sera non muore, e ritorna soffice
ed io non me ne vado, ovvero non cado
nel vortice di buon sapore ci certe sere lunghe
resisto e resto là, in fondo alle onde
in fondo a queste righe pornografiche
in cui infondo quel me stesso che più non son io
come il fondo dell’oceano che una vita non basta a scoprire
ma per adesso ci vedo fino in fondo, e mi rileggo
e capisco quanto profondo sia il mio bisogno di dormire

 

(21 giugno 2010)

Salva con nome

Tanti pensieri per la testa e nessuna voglia di scrivere.
I pensieri sono immagini, perché doverli tradurre in parole?

Sono capricciose le parole. A volte ti sembra di possedere la loro anima; poi, un secondo dopo, ti sono scivolate via come la sabbia che sfugge dal pugno. Scapperanno? Riuscirò a corrergli dietro? Riuscirò ad afferrarle?
A quanto pare la parole sono come farfalle: devi prenderle al volo quando le hai sotto tiro, sennò tanti saluti. Vedrai altre farfalle nella tua vita, ma non ne ammirerai più un’altra identica a quella che avevi, per un attimo, sfiorato. Però poi mi chiedo: è giusto catturare una farfalla e chiuderla, egoisti?
Forse non è giusto, ma lo farei: sono un animo meno gentile di quanto sembri. Ma a cosa serve far tanta fatica per riuscire a prenderla? Ne vale la PENA? Questo non lo so. Insomma, perché bisogna catturare le nostre più belle parole per rinchiuderle in un testo? E se muoiono è perché hai toccato le la polvere iridescente delle loro ali, intaccandone la purezza? E se anche loro finiscono l’ossigeno, nella tua gabbia a forma di pagina?
E per che cosa, per chi, perché. Per amore dell’arte, della letteratura? Per illuderci talentuosi? Per una dedica? Per autocompiacimento?

Mi piace scrivere, ma è sempre un eterno esercizio. Non è facile come respirare, vedere, bere, … disegnare. È bello e difficile come stare in apnea sott’acqua, come osservare e capire, come sorseggiare e gustare… come dipingere.
Eccolo, l’esercizio: l’architettura c’è, si vede, non è granché riuscita ed è pure poco spontanea.
Perché intestardirsi su qualcosa che spontaneo non è? Davvero per fissare i pensieri? E dire che finora non ne ho espresso alcuno.
Di certo si tratta di fissare qualche cosa… è voler catturare la vanessa, è cercare di fermare l’emorragia di arena.
Voler rendere visibile l’invisibile.
Voler fermare il tempo (ancora?).
Voler rendere immoto quello che viaggia alla velocità della luce.
Robe da pazzi. O da stupidi, probabilmente.

Viviamo nell’era dei dati. Tutto ciò che esiste diventa dato, se non sei registrato non esisti più. Non il tuo cuore pulsante, non i tuoi polmoni, non la tua testa, non la tua bocca…
E chi ha non ha paura del buio?
Il buio annulla, nel buio non esisti: e tu non vuoi questo.
Allora sotto, a registrare, appuntare, fissare, salvare.
SALVA, ti chiede il PC: termine quanto mai emblematico.
Tutto è salvare; anche l’andare alle feste, l’avere un cellulare o un indirizzo e-mail sui quali poter essere rintracciati, il chattare, il fare +1 sui forum.
Per utilità? Per divertimento? Sicuro, ma anche per dimostrare al mondo presente che esistiamo, e per non farci dimenticare da quello futuro: “Io c’ero”, appunto.
Noi, riversati nel server globale per far sapere ai presunti vivi che presumibilmente lo siamo anche noi.

Persino le esperienze sono dati.
Che cos’è oggi un viaggio, se non le foto che hai fatto?  Di certo non è lo spostamento, viaggi talmente veloce che non hai nemmeno la percezione di aver attraversato centinaia di kilometri.
Ti ritrovi lì, con l’ansia di guardare quante più cose possibili. Il racconto non basta più, nessuno crede più al verbo. Il tuo dato su pellicola o il tuo puzzle di megapixel è la tua vacanza… non c’è più nulla nei tuoi occhi, perché il tuo ricordo è un’esclusiva del rullino o della scheda di memoria.
C’è chi esplora gli anfratti più belli e magici e misteriosi del pianeta, poi torna a casa… ed è amaro  rendersi conto, capire che si è vista tanta bellezza attraverso la feritoia del mirino, realizzare che lo sguardo fissava uno piccolo schermo LCD e non l’immensità dell’orizzonte.


I pensieri corrono, e io li trasformo in dati di inchiostro binario.
Perché?
Non basta questa brezza notturna a se stessa?
Questo sassofono nelle orecchie, questo aroma di caffè, questo coro di grilli e rane; le risa dei bambini al parco, la via deserta battuta dal vento, il fulmine nel cielo e il tuono nel petto, la polpa dolce delle pesche e le piantine di basilico che illuminano di verde il mio balcone.
Non bastano così, per quello che sono? È necessario che io le descriva?
A chi interessa se ne faccio pensieri nella notte?
Ed è un bene oppure no, traslare in parola scritta pensieri che non accrescono la conoscenza collettiva?

Eccomi qua, con il paradosso dei pensieri sulla parola e sul dato che diventano essi stessi testo e file. Contraddizioni.
Perché ho salvato?

Mi tocco i muscoli, mi guardo nel riverbero dello schermo, ascolto il mio respiro.
Esisto, cazzo se esisto. A chi lo devo dimostrare?

E se poi non scrivessi… se non salvassi e non pubblicassi… forse sparirei?
Non mi sembra nemmeno un’idea troppo cattiva.
Non salvare più, non salvarmi più.
Non scrivere parole, non creare immagini… niente foto di sé stessi, niente firme sui documenti, niente tracce.
Dire “Io non c’ero” e poi sparire, scivolare nelle tenebre.
Affascinante, certo, ma serve coraggio.
E infatti ci sono, posterò questo messaggio e lo renderò visibile a centinaia di testimoni.

Anch’io sono un pezzo del Grande Archivio, anch’io un’espressione indelebile in un mondo da dimenticare.
P.S.

Potevi essere invisibile, SYD, ma dì la verità: sei un vigliacco che parla con se stesso per attirare l’attenzione! O forse è solo la dose delle 4 e mezza di filosofia spicciola, la tua… o forse, nulla più che una visione.
Peccato, potevi essere tu quella visione, e gli altri si chiederebbero se davvero ti hanno visto o meno.
Ma adesso piantala di dire cazzate e di parlare in terza persona.
Chiudi questo pensiero sballato e troppo lungo, scappa dal dato, diventa visione.
Chiudi il tuo cancello.
Cancellazione.

Ciao SYD
SYD

 

(15 luglio 2005)

Naufragio

Intento a sbrigare le ultime pratiche per archiviare questa giornata, fatta di pensieri guasti
inevitabilmente rumorosi – prova che son davvero rotti.
Il fatto è che non puoi tirarti indietro
non puoi ruotare gli occhi, fischiettare e buttarli via
sono lì, da affrontare
spero almeno di trovare gli attrezzi adatti prima che cedano del tutto
prima che ricapitino altre notti come ieri
di quelle in cui rimani a piedi nel mezzo d’una notte
passata in bianco, a cercare di capire.
Metafore deboli
le cose meccaniche non provano dolore
fanno un po’ di fracasso, sì
ma non ansimano
non hanno il tormento
rischiano di spaccarsi se non sono ben lubrificate
ma spiegateglielo voi ad un congegno o ad un motore
che cosa sia un senso di colpa
raccontategli voi di come sia possibile
che non esista olio che possa impedire
l’inevitabilità di certe cose
e non c’è meccanico che possa riparare la paura
forse un abbraccio
come quello in cui ho poi trovato sollievo, e affetto c
on cui ho ritrovato il sonno
eppure rimane
tutto
tremendamente
difficile.

Mattina iniziata troppo presto
tanto che quasi non mi accorgo di come non ci sia nessuno per le strade nessuno nelle stazioni
nessuno sui treni
però poi apro gli occhi e vedo
allora penso a tutti quelli che sorridono nei loro letti, al riparo dal mondo
ma non sono i loro giacigli caldi a scaldarmi l’umore
quanto l’accorgermi che non è affatto una mattina così malvagia.
Le rotaie scivolano lucide, le stazioni scorrono rapide
e la pioggia ha sciacquato il cielo
che è meno grigio di certi giorni di sole
anzi, è bianchissimo
e l’aria sembra più leggera
per ogni goccia un granello di smog
in ognuno di quei letti una briciola di stress.
Così uno prova a sorridere
ma quello che scompare fuori, lo si ritrova dentro
un luogo dove la moquette si tiene la polvere stretta stretta
e non ci sono bianche gocce a spingerla giù
a portarla con sé.
Un luogo fatto di mezzucci e omuncoli
e di piccole cattiverie per minuscoli pezzi di potere.
Provo a coprire l’amaro con brioche e caffè caldo
aspetto la campanella
poi via
tra file di macchine che oggi non solcheranno l’asfalto
tra panchine zuppe e solitarie
tra file di alberi gocciolanti e bui
scappo dalla città vuota, in cerca di casa.
Ma tanta attesa mi attendeva, in quella stazione dei pullman:
desolata, dimenticata
tra facce che si cercano per farsi un po’ di compagnia
tra braccia che s’intrecciano per ripararsi un po’ dal freddo
ed io immerso in molta acqua
in troppe preoccupazioni
piove ovunque sulla testa
una pioggerellina fattasi quasi vapore, fina
e piovono i Cure nelle orecchie
ed è un suono liquido per davvero
e piovono immagini negli occhi
come quella del mio volto che si specchia nelle pozzanghere
come le impronte delle mie scarpe con cui gioco a timbrare il marciapiede
e piovono frasi nella mente
così semplici e belle che le vorrei fotografare con una penna,
sulla pellicola a quadretti del blocco
e penso che in serata potrei posarle sulla rete
un post un po’ triste scritto con parole felici.
Ma le braccia non si vogliono districare
ché l’umido vuole entrare
nelle ossa nelle tempie
ossa ossidate
rugiada che arrugginisce
no, oggi non è il caso
né di questi piatti giochi di parole
né di quest’autunno che vedo là fuori
che sento qua dentro
e ora forse lo capisco, il perché
delle foglie che in questo periodo hanno il colore morente della ruggine
o quello dimenticato del rame uguale a quelle pentole che non si usano più
e mentre mi avventuro in questi paragoni avventurosi,
la mia attesa si esaurisce
come il mulinello d’acqua in quel tombino che fisso inebetito.

Poi tutto il resto
un viaggio che sa di tregua
al capolinea il paesino pieno di turisti
per loro il cimitero come la riviera per i tedeschi
questa via piena di gente che non vuoi incontrare
approdi al portone su per le scale, a perdifiato
varchi la soglia e chiudi forte e veloce la porta dietro di te
come per spingere fuori la malinconia
come per vincere una corsa ed entrare
prima che quelle persone, quell’acqua, quei pensieri ti raggiungano
come se quel legno potesse davvero proteggerti in qualche modo
eppure davvero ti senti già meglio.
La casa non è però un focolare già acceso
è vuota di persone, ma zeppa di cose da sbrigare
le mura umide da scaldare ma
c’è anche il suono del pentolino che borbotta e
dentro c’è l’acqua fumante per il tè e
c’è lo zucchero che aspetta sul fondo della tazza e…
Insomma, un po’ di pace
scocca anche per me l’ora del giorno festivo
e anche se è già buio, che importa.
Così finalmente mi assopisco
dopo ore mi risveglio col volto livido e tragicomico di Benigni
e il canto commovente e ipnotico di Offenbach.
Intanto mi accorgo che quasi non ricordo più nulla di oggi ma
ecco che – incosciente! – mi viene il tarlo di salvarne il salvabile
perché lo voglio buttare giù
nel senso di renderlo testo, sì
ma anche inteso come un tappo da ingoiare
o una zavorra che ci si scrolla di dosso
proprio come gli alberi odierni,
che si liberavano di foglie e goccioloni
magari per sentirsi l’animo meno morto
ma forse ci son cose che vanno fatte sgocciolare verso il dentro
che bisogna buttare giù
per deglutirle, digerirle
e farle proprie
come le esperienze. Com’è che si dice?
“Chi non sa ricordare il passato, è condannato a riviverlo”
qualcosa del genere.
E allora no
domani sia pure un giorno ordinario e noioso
e oggi rimanga oggi
sapendo che tornerà a breve a trovarmi, va bene
ma nel frattempo riprendo fiato
mi concentro
chiudo gli occhi e poi
pronto ad immergermi
a guardare negli occhi tutto quel che ho sommerso
e che ora spinge per tornare in superficie
per vedere la luce
come quella che tra poco farà capolino
eccola, dietro l’orizzonte.
Buongiorno,
ieri è passato.


(2005, notte tra ognissanti e i morti)

 

 

 

 

Runaway Blues

La gente che invade le strade.
Ragazzine ovunque
piene di soldi di papà che diventano buste di carta.
Voglia di bere una birra
mi accontento di un dolcetto al cioccolato
e di una bottiglietta d’acqua.
Ma dove sono finiti gli amici?
Tu che lavori sempre
Io che spreco il tempo
e che penso ai soldi, che triste
anche se a volte ne sono costretto.
Dov’era la bellezza del mondo oggi?
Non certo nei miei occhi
né in quelli degli altri
che, tra file di capi firmati
potevano vedere la mia polo stinta
il mio colletto spiegazzato
la borsa che mi scivolava dalla spalla.
Con i capelli pettinati male
la barba lunga e non curata
il colorito pallido
l’aria un po’ spaesata
mi sentivo sciatto, giuro
e in questo mondo di 180 bpm
(forse troppo veloce per me)
e di “vedessi, che pantaloni fighi che ho preso!”,
perché nessuno guarda più il cielo?
Non siete stanchi voialtri?
Davvero sapete mascherare i vostri quotidiani dolori

o addirittura non ne avete?
Non sentite anche voi questo rumore da Oriente,
il suono sordo della terra che trema, che si spacca
e il tonfo assordante di trentamila morti?
Trentamila e uno, trentamila e due, trentamila e trenta
e più il numero cresce più diventa astratto, difficile da immaginare
e la tragedia non spaventa più
non commuove più
e già non la ricordi più.
Ma non vi chiedete anche voi se
a volte, rompendo un uovo sul bordo del tavolo
ci sia un’anima che vi scivola fra le mani?
Minuscola anima senza piume – trasuda oltre le pareti della cucina
come le anime disperate del Pakistan che evaporano dai discorsi di ieri.

Rieccomi qua
con le mie solite contraddizioni:
prima guardo con sospetto a chi si chiama fuori dalla massa
e poi, questa diffidenza diventa tale da portarmi a fare lo stesso.
In testa le domande
sempre inutili
ed una canzone che mi tiene compagnia:

…Oh, my children
the times are jaded
The simple life
is complicated…

Adrian Belew – “1967”  2:59

Come saranno le ragazzine tra sessant’anni?
Loro, la generazione che più di tutte è andata in giro con i reni scoperti
ci saranno ancora abbastanza poveri
che venderanno i reni a quelle anziane ragazzine ricche?
Come saranno i ragazzini, domani?
Strafottenti e “duri” nel gruppo e vigliacchi da soli, come adesso?
Oppure saranno arroganti anche in solitaria?
Quanto mi fanno paura
anche se sono più grande di loro
fortuna che non lo sanno.
Sennò, chissà
forse mi mangerebbero vivo
l’ennesima prodezza di cui potersi vantare
o forse no
forse mi confiderebbero che anche loro hanno paura
paura di tutto quel che non conoscono, come tutti
paura di me, ragazzo con la faccia da adulto
e un’espressione che pare sempre così seria
che, assieme ad una corteccia di barba
mi fa un pochino da scudo.

Il sole cala,
torno verso la metropolitana.
Quando brucerà il mio corpo,
di me rimarranno solo due tazze di cenere.
Dove sarà finito il resto?
Chi respirerà le mie polveri?
Chi inalerà il mio cuore divenuto fumo?
Ricominciano le domande cazzute e sterili
ma rinsaviscono anche i presagi spiacevoli
come la sensazione che oggi tutto giri al contrario.
Non piangere, ragazzo
è l’adolescenza che ti fa sentire la morte nel cuore
o forse è uno di quei bulletti che ti ha preso in giro
e tu piangi per lo scherno
o forse perché vorresti assomigliare a loro, e non riesci
non ti metterai a piangere, dai
succedeva anche a me, lo sai.
Mi risponderesti, e diresti che lo sai
(questo se davvero ti avessi parlato)
“in fondo”, mi faresti notare, “sei un povero stronzo come me”
avresti ragione, ed io scrollerei il capo per annuire
e ridendo ti direi: “touché!”.
Un attimo
non andrebbe così
tu non risponderesti affatto
o magari sì, ma
mi faresti solo presente
che dovrei farmi gli affari miei
(beh, in fondo è quello che ho fatto nella realtà)
e che non so il motivo della tua tristezza
e che – non lo avevo notato – c’è già il tuo amico a farti compagnia.
Già
il solito difetto
quello di cercare somiglianze negli altri, nei momenti di sconforto
forse per sentirmi meno solo
e invece no
non sono uguale neanche a te, ragazzino
così come mi sento del tutto diverso
da quel signore pelato palestrato incravattato
che mi precede con aria snob
e che, facendomi mangiare il fumo del suo sigaro,
mi fa tossire. o forse è colpa di questo smog tutto intorno?
Questo alone opaco e insano
che sbiadisce anche le poche giornate di sole
grigie e torbide come il fumo che ho in testa a forza di pensare
pensare e immaginare di fuggire
lontano da questa cappa che mi non mi fa respirare
da questo circo in cui io non ho abilità
né la tua, che sai evitare col motorino lo stress del traffico
né la tua, che conosci i nomi di mille posti, mille locali
di te, professionista del divertimento
che mi chiedi perché la faccio tanto difficile;
o ancora la tua
che riesci a non prendere tutto sul serio.
Forse non so imparare
o forse non voglio
Altrimenti perché scappare?

Via
da questa città
da questo rumore
da questo fumo
da questi giorni troppi simili tra loro;
via da questi uomini in divisa
controllori, li chiamano
ho pensato che controllassero le coscienze quando, un giorno
nella mia ricerca disperata di un abbonamento che pareva perduto,
mi guardarono così male, così a lungo, così a fondo
quasi che volessero mortificare l’ennesimo farabutto.
Proprio io, che mi sento in colpa per tutto
che chiedo scusa se ho mangiato l’ultimo biscotto della scatola
o se, in ufficio, mi faccio prestare trenta centesimi da un collega
per un bicchierino di acqua scura ai distributori automatici.
E allora via
da questi troppi caffè schifosi
da questo senso di inadeguatezza
quello di questo pomeriggio, che ho provato in parte a raccontarvi
ma che mi assale sempre più spesso, dopo l’estate;
e mi cade una malinconia dietro alla bocca
come quella che mi fa cantare, a voce bassa e denti stretti,
strofe e note forse delicate, ma mai allegre
come quelle della canzone che non mi lascia mai…

Cadence and cascade
Kept a man named Jade

Cool in the shade
While his audience played.

King Crimson – “Cadence and Cascade”

Una canzone troppo lenta per te, che ascolti solo metal
troppo bianca per te, che ascolti solo soul

troppo melodica per te, che ascolti solo punk
e troppo bella per te, che ascolti solo merda.

“Ma ascolti davvero ‘sta roba?”
Sì, l’ascolto eccome
e mi vergogno di essere così disinformato
su quello che accade oggi in musica
qualcun altro si vanta di questo
invece io mi sento ripetente, rimandato
come quando sento un neologismo
e faccio finta di conoscerne il significato
perché non voglio sembrare un uomo delle caverne.
Via da questa caverna dunque,
via da queste sciocchezze
via da quest’idea di sentirsi diversi
tanto tutti si sentono diversi dagli altri
e questo rende tutti un po’ simili.
Via dal ricordo di oggi
via da questa domenica
scappo sotto le coperte
e penso a posti lontani e bellissimi
in cui poter fuggire
e mentre dormirò
la malinconia e i problemi
troveranno di certo un modo per raggiungermi
ancora.
Per questo domani mi sveglierò
e, dopo essermi maledetto per aver dormito così poco
ritornerò a questi pensieri
e li definirò stupidi
e andando al lavoro, mi piegherò

abbandonandomi all’idea che certi tormenti
siano in qualche modo invincibili, ineluttabili
utili solo ad animare le mie notti ed il mio scrivere

e la routine della settimana via via m’inghiottirà
divorandosi pure questa mia voglia di evadere.

Qualcuno mi ricordi che nulla è inevitabile se non la morte (davvero?);
qualcun altro mi convinca che la lotta nobilita l’uomo più della fuga;
ma cosa più importante
qualcuno me lo faccia notare, se ho il viso corrucciato
voglio essere libero di incazzarmi, ma non voglio diventare un musone:
i problemi ce li hanno tutti, e quelli degli altri sono sempre i peggiori. O no?
Poco importa
c’è che non voglio perdere il mio sorriso
se ogni tanto mi gira storta
perché da tante cose vorrei fuggire,
ma non voglio abbandonare quello che, di me
ho imparato ad amare.

Buonanotte Syd
io vado a letto, a domani.
Tu rimani?

Oppure fuggi?

 

(ottobre 2005)