Perchance

siamo qui perché siamo tutti a pezzi
cioè. forse siamo a pezzi
forse siamo qui.
pezzi, sì

 

(19 nov ‘11)

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Giro in cerchio

a distanza di due anni e mezzo dall’ultima volta
ieri sono tornato a fare quello che mi viene più naturale
mettere un pennello tra la mia mano destra ed una tavola di legno
a rincorrere il colore, a scavarci dentro, a perdermici. a dimenticarmi di me

oggi: è tutto il giorno che faccio finta di scrivere
e mi pare di battere su tasti come montati al contrario
con la mano sinistra che guida la destra, debole e spaesata.
dipingere ancora è stato così: normale, come un gesto abitudinario.
ma che abbia cambiato le cose intorno? ché forse son diventato mancino.

(8 novembre 2009)

 

This is disease

crescere è qualcosa che ci accade nonostante tutto.
tradirci è qualcosa che scegliamo di fare o non fare.
a volte non ce ne accorgiamo neppure.
a volte sprechiamo troppo tempo, pensandoci.
ognuno degli individui che siamo stati, vive
e rispettato o tradito che sia ce lo abbiamo
qui, lì, da qualche parte
dentro la memoria o nell’indole
nel sangue del petto nelle braccia nei neuroni nei geni
ogni singola parte di noi è ovunque, e da nessuna parte.
a volte ci affanniamo a riesumare cadaveri di persone che non eravamo .
altre volte ci incontriamo in un ricordo senza riconoscerci.
nessun noi muore del tutto fino a che non moriamo noi tutti.
purtroppo a volte diventiamo stupidi prima di ritrovarci.
crescere. a volte mi chiedo se l’età adulta non sia che una malattia
che, per sciocchezza o per pigrizia, troppo spesso sottovalutiamo
la trascuriamo, e questa ci spella e ci appiattisce piano piano
rendendoci ogni giorno un po’ meno unici e particolari
un altro po’ più stupidi e ovvi
sempre più svogliati, smemorati
fino a quando smettiamo di cercarci
fino a che diventa impossibile ritrovarci

(3 novembre 2009)

La 45

– Sentirti inghiottire dal sonno e chiudere gli occhi sulla strada di casa, senza paura, sicuro che non andrai a schiantarti. Ovvero dormire così profondamente da trasformare un’ora in due, mentre qualcun altro sta guidando per te. E poco importa che sia uno scorbutico e grigio autista di pullman. La mia auto chiusa nella Milano che sta chiusa negli specchietti. La sera sui sedili e il tepore del corridoio, mentre dormo nascosto sotto alla giacca sulle mie ginocchia.

– 45?

– Non più, da molti mesi. Passano i mezzi pubblici ed anche il tempo. Mezzi e mesi, e anche mezzi mesi. Il corridoio caldo e i sedili buoni per svenire sono quelli di un pullman che va verso Sud; Milano era negli specchietti retrovisori perché me la stavo lasciando alle spalle; lei, e tutto quello che ci sta dentro. I suoi palazzi, i suoi tram, le sue foglie cadute, le sue strade, i suoi motori. Come quello della mia auto parcheggiata. E chissà se ora riposano i motori malsani dei bus della linea 45, costretti tutto il giorno in un percorso chiuso e triste che si tiene la città dietro e di fianco, per poi tornare a vedersela davanti. Autobus della periferia Sud-Est. Non ci salgo più e mi scappa da pensare: “per fortuna”. Come se mi avessero fatto qualcosa, quei poveri scatoloni di lamiera arancione, col corridoio freddo e informe che non è un corridoio, e striminziti sedili di plastica che paiono quelli di un ufficio postale. Come se la calca delle sette e cinquanta fosse colpa loro. Come se quell’odore acre di gomma bruciata fosse davvero in grado di rovinarmi la giornata. Le giornate… quelle resistono agli odori. Oppure si rovinano da sé.

 

 

(22 ottobre 2009)

Scemenze (in) serie

per favore,
non prendetemi troppo sul serio
non prendetemi sempre sul serio
solo perché spesso sembro serio.

più mi conoscerete e meno sarò serio, con voi
perché sempre più sfumati deboli saranno via via i miei scrupoli
e con essi il mio bisogno di farvi sapere che, nel caso, saprei essere scrupoloso e serio.

non che io sia più o meno sincero a seconda degli atteggiamenti,
ma solo quando mi sentirete scherzare e sbilanciarmi e dire cazzate,
solo allora potrete dirlo sul serio, di trovarvi di fronte al me più sincero.

 

(25 giugno 2010)

L’illusione

http://www.youtube.com/watch?v=2cqO1uL0DCk&feature=related

Miti. Di celebri, ne esiste almeno uno per il Passato ed almeno un altro relativo al Futuro.
Ma il ‘Mito del Presente’? Forse sbaglio o sono poco informato io, ma non mi pare goda o abbia goduto di molto successo. Del resto, come espressione in sé, non mi pare suoni granché bene: anzi, si direbbe quasi un ossimoro.

Il presente è l’unico tempo a noi più evidente, e al tempo stesso il più illusorio. Non può sublimare in fondo allo spirito come un ricordo, né dipingersi in cima alla fantasia come un sogno: a meno che non si scelga di vivere in un’eterna differita, rinunciando ai legami con il tempo e rinnegando la realtà, ancorché valori soggettivi. Siamo eternamente insoddisfatti del nostro eterno presente, non potendolo cogliere; per questo posiamo la nostra idea di felicità nei contorni immaginari dell’alone di luce che ci circonda e ci segue, il nostro minuscolo arco perduto dentro all’infinita scia cui apparteniamo.

Qualche volta esitiamo e ci domandiamo perché siamo lì, in quel preciso momento. Ci fermiamo, ci scopriamo a guardarci negli occhi; ci chiamiamo per nome, sussurrando. Ci sembra quasi che sia possibile fermarlo, il tempo, arrestando per un secondo il fiammeggiare perpetuo di quella pulsante scia brillante. Ci trasformiamo in una boccata di denso fumo azzurrino e per un attimo usciamo fuori da noi stessi, lasciando esalare l’anima attraverso i denti. Dall’esterno ci osserviamo con attenzione e stupore, come fossimo alberi o farfalle, o nuvole o ponti sopra a un fiume. Infine fissiamo la convessità della nuca, il pulsare concavo di una tempia, e ci sforziamo di spingere il nostro sguardo oltre la barriera opaca della fronte; ci domandiamo cosa accada dentro a quella diabolica scatola multiforme che chiamiamo Testa, lo scrigno ed insieme la struttura portante di quello che definiamo Io.

Difficilmente ne ricaviamo risposte del tutto soddisfacenti; ma ci sentiamo vivi, manifestazioni di una meraviglia, appartenenti a qualcosa di più grande dell’orizzonte e del cielo… delle stesse parole con cui cerchiamo disperatamente di esprimerci, e che invece sentiamo morire in quello stesso mentre, spirate nella eco del loro stesso suono. Capiamo che nulla è reale fuorché quello stesso momento che già non è più.

La vera felicità non è incosciente o stupida, ed è reale solo se comprendi che non potrà che appartenere a quel batter di ciglio in cui la vivi, e che potrebbe anche non sopravvivere al di fuori di esso. La felicità è una pausa consapevole ma stupefacente che prendiamo dalla nostra costante insoddisfazione di ciò che è oggi.
Presumere che la felicità possa essere trattenuta, posseduta; pretendere che possa entrare a far parte della nostra normalità; in fondo pensare che sia un punto d’arrivo, e non un lampo miracoloso ed assai casuale… è la peggior menzogna che possiamo raccontare a noi stessi, il modo più semplice per essere infelici e già morti, in piedi sulle nostre gambe.

(15 ottobre 2009)

Periferia del pensare

È rincasato mio fratello, un paio di minuti a parlare del più e del meno, e intanto mi sono perso le parole per strada. A cosa stavo pensando? Forse dovrei chiederlo ad A., se entrando in casa abbia per caso trovato qualche parola sul pavimento che valga come indizio. O forse dovrei interrompere le ricerche e andare a dormire, anche se domani la mattina sarà generosa e non verrà a svegliarmi. Ma poi guarderò l’orologio, e penserò qualcosa come « Ma non avevo detto che sono una persona migliore, quando vedo le prime luci del giorno? E se davvero l’ho capito, perché sono già le dieci e non più le sette? ». Poi certamente smetterò di interrogarmi, qualunque sia la domanda. Con un movimento sgraziato scenderò da letto, e mi trascinerò faticosamente verso il bagno. Assieme alla vescica mi si svuoterà anche la testa dai residui dell’irrealtà onirica. A cosa staro pensando, poco prima di afferrare la saponetta asciugata dalla notte? Forse alla barba lunga, forse alla colazione. O forse avrò già paura, di nuovo questa paura, e non mi piacerà guardarmi allo specchio. Vorrò soltanto tornarmene a letto, con le ginocchia che friggono e che mi chiedono di buttarmi ancora giù; quindi dovrò resistere alla mia indolenza, mentre penserò alle lenzuola bianche ed alla mia voglia di non avere alcuna voglia. Eccomi là, investito in pieno, in pieno giorno: il mattino è un’auto pirata. Mezzo morto di stanchezza e vigliaccheria, riverso su un fianco, nel lavandino, come una sbrodolatura di latte sul tavolo: sarò una lacrima bianca, e a cosa avrò pensato? Forse alla ovvia possibilità di rialzarmi da solo, al bisogno di essere fermo e sincero, alla stretta necessità di non rimandare la vita per tutta la vita. O forse a questo cazzo. Sì, proprio a questo.
mentre mi avvito come un cavatappi nel sughero di queste banalità, non ho ancora ritrovato la strada dove scorrono le parole a cui stavo pensando.

 

 
(12 ottobre 2009) 

Un copione esausto

ho perso tutti i numeri della rubrica
e qualcosa come 1500 sms.
parole e numeri.
dati ormai inutili, nella maggior parte dei casi.
informazioni anacronistiche – ma erano mattoncini d’affetto.
ieri mi faceva male, ero incredulo.
oggi mi fa rabbia, e scrivo.
domani mi darò da fare.
qualche decina di giorni ancora
e mi convincerò sia stato meglio così.

(poco più di un anno fa)

 

Petit monde laid

http://www.youtube.com/watch?v=atejQh9cXWI&feature=related

Sì, la bellezza.

Ma
ha sempre una vita così
breve
investita sotto ad un treno di lancette
illusa dall’amore che non è amore
morta ammazzata in un film porno
accecata dai flash e dai riflettori
perde l’equilibrio e vola giù

sfracellandosi al suolo.
A volte sopravvive all’ingenuità
per farsi poi massacrare dal denaro
o da quella vanità
che la svuota della sua essenza
come le milioni d’anime stomachevoli
che abitano in certi corpi d’angelo
compiaciute e stupide in sorrisi di cera
contenitori seducenti
come note di pianoforte

come funamboli sopra a un filo
che danzano
con la morte.
Ma quei sorrisi non sono musica
e anche gli angeli che non sono angeli

pure precipitano
prima o poi:
un cerchio d’asfalto si espande a macchia d’olio

spostando file concentriche di passanti
poi il tonfo sordo
un’insensata eco muta

un abbaglio di tenebra.
La dimenticanza sciacqua via il sangue
e con esso, quel che resta del senso
divorato dall’abitudine e dalla paura
un pezzetto in meno ogni giorno
fino a che
questa esistenza ci apparirà
per quel che temevamo fosse
una trappola
un’oscena mascherata
e non avremo nient’altro che

un orrore che non è orrore
un negativo senza positivo
orfano della sua definizione
come un raccapricciante vuoto
uno spazio senz’aria
in cui fluttuare, senza poter cadere o volare
nessun equilibrio e nessuna grazia
solo la deriva di una corrente invisibile
un guinzaglio di nulla
una corda deserta
tesa tra due palazzi crollati
dimenticata in un cielo sordido
ignorata da miliardi d’occhi polverosi
che più non si levan da terra.

Charles Bukowski disse:
La cosa più immensa della bellezza
è capire che è scomparsa.

(22 settembre 2009)
 

Siamo spiacenti

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Non è un luogo comune: qui in Italia, i mezzi pubblici sono spesso in grave ritardo.

http://www.mymovies.it/film/1988/ilmiovicinototoro/

Persone assiepate sotto la pensilina vecchia, sgocciolante d’acqua. Qualcuno fissa le scrostature estese della vernice tricolore. Alcuni si sono persi dietro ai vetri, ormai opachi e crepati. Altri hanno cambiato idea, e se ne sono andati verdi di collera dentro ad un elegante taxi bianco. Rossa è la ruggine ventennale che sgretola lo scheletro della pensilina e la passione dei passeggeri invecchiati, o scomparsi nel blu delle notti, forse inghiottiti nel nero della morte acerba.

Stavamo lì ed eravamo in tanti, fermi ad una fermata spettrale dove non si ferma niente. Il tempo ci ha pian piano decimati e fiaccati come colori che sbiadiscono lenti in decenni di pioggia. Infine ci siamo sentiti esausti, persino più rotti e grigi del marciapiede sbriciolato su cui abbiamo aspettato troppo a lungo. Ma proprio quando stavamo per abbandonarci ad una scontata rassegnazione, abbiamo udito il risveglio dell’altoparlante della stazione che ha gracchiato la riapertura del cielo.

Ed ora eccola, la sagoma del Gattobus, che si stacca dall’orizzonte e si gonfia di più a ogni minuto. Arriva, finalmente: ma chissà che non sia troppo tardi, oramai. Per alcuni, di sicuro. Quanto a me, ho la barba lunga come la noia di certe estati senza cinema e i capelli bianchi di disincanto. Sono stanco, accigliato, coi talloni doloranti. Eppure sono ancora qui, con una viva curiosità e un’impazienza che già mi suggeriscono un colore, una possibile risposta.

 

(21 settembre 2009)

Estatico

credo c’entri molto il mio passato
quando qualcuno finisce per amarmi,
perché mi ha sentito parlarne
per il mio modo di raccontarlo.
 
io sono il mio passato
non sono schiavo del mio passato
il mio passato è le mie gambe
e mentre percorro l’ennesimo chilometro,
il mio passato si specchia su un finestrino
e il mio volto ci scivola sopra con tutti i suoi segni
modellato su ossa scolpite nel calcio e nel passato,
teschio che conserva i due emisferi della mia memoria
il prodotto del mio passato.
ora sono il bambino su un marciapiede nell’estate dell’89
le mie gambine fatte di pochi chilometri e di un breve passato
cammino all’ombra di mia madre e dei platani di via della Stazione
forse desidero un gelato
forse ripenso al mio passato
di bambino ancor più piccolo
un’ombra colorata e poco dolorosa
che cammina insieme a me.
 
ameresti il mio passato assieme a me
la mia ossessione dolce
io sono il mio passato
sono la musica i disegni
le fotografie le cose scritte
ci vedo quel che sono diventato
rivedendo quel che sono stato.

io sono il mio passato
la mia voglia di ripensarlo
il mio modo di ricordarlo
e se per sbaglio tu lo amassi
tutto ameresti di me.

(1° luglio 2010)

9 marzo (fiore di carta)

un anno fa
ricordavo di certo meglio
quella piccola odissea malinconica
ormai parcheggiata chissà dove in ciò che sono
archiviata nel fascicolo del nove marzo
dell’anno prima di un anno fa.

due anni fa.
il tempo passa e passa la paura ma
l’amore che non hai coltivato
resta per sempre acerbo
e non marcisce mai.

ricordi rimasti appesi
come episodi senza seguito,
racconti senza finale.
fiori secchi dentro a un libro
che non sono più vivi ma
sopravvivono a ogni primavera.
e la vita sboccia

e continuamente appassisce
ma i ricordi appesi non invecchiano
li osservi e ti sembrano così vicini
poi guardi il calendario e pensi
non è possibile: sembra ieri.
non ci credo, e come vola il tempo
se è già passato un anno
da quella volta che ho detto:
“un anno fa a quest’ora”

ma il tempo è qui
e ci cammina accanto
deformato dalle percezioni.
è un foglio di carta sulla sabbia
che vola solo se… solo quando
arriva una folata di vento e
ci facciamo sorprendere
distratti a ricordare
gli anni passati

perduti.


sempre varrà di più
un fiore d’acqua coltivato
germogliato, esploso, sfogliato
che un fiore di carta mai sbocciato.
ché la vita vale
solo quando è reale
anche e specialmente
se fa male.
altrimenti è un’illusione
e ciò che avevi provato
era solo confusione

 

(9 marzo 2010)

 

Adiacenze Stazione

 

Scelgo il fiasco, no, il candelabro: tiro il dado e parto.
Alla prima occasione mi comprerò il Vicolo Corto.
Senza tante pretese e di poche spese, tutto mio.
Eh, sì: oggi una pedina del Monopoly ero io.

 
e

Le locomotive piovono sul vetro
e la pioggia suona, senza metro
la musica sferraglia sul binario
il giorno muore, senza orario:
respiro di un lumicino tetro,
visioni sonore fuori sipario.

Tundra

Vivere d’inverno è sopravvivere
cioè resistere al freddo umido della pianura
che diventa nebbia fitta o brina
o dolore nelle ossa, anche se giovani.

Sopravvivere è proteggersi
ovvero nascondersi nella fodera di un cappotto
o sotto la buccia delle arance
dietro al lembo di una fotografia estiva
dentro a una una tazza di vapore profumato di aromi
come un cerchio di lago termale per lillipuziani o gnomi
una doccia di tisana che piove da una bocca di roccia.

Intanto soffia il vento e infreddolito uno ritorna
a rintanarsi nel luogo più comune, la solita casa ovvero
un riquadro di parole evidenziate su un giornale di tanti anni fa.
L’aria si scalda attraversando i soliti termosifoni
l’acqua si scalda sulle solite, consumate fiammelle domestiche
sotto, il caffè bruciato delle sette ancora da scrostare.
E si tornano a frequentare le solite vitamine
così come i soliti pensieri ovvero le ossessioni.
La notte finisce e ritorna la domenica
con la sua alba di foschia o rugiada
che forse domani tornano il grigio e l’inverno
e nella notte si torna a osservare la neve, dietro la tenda
mentre pile di cristalli ricoprono le automobili parcheggiate mentre
dentro a queste la luce sparisce senza svanire, strana oscurità nel bianco.
Mausolei diventano i soliti abitacoli, che di solito guardi distratto mentre, statici
si stagliano su sfondi di paesaggi che mutano scorrendo veloci,
oltre il vetro,
sfocàti.

Ogni singola traccia nella neve
ogni singolo tergicristallo sepolto
ogni singolo cartello o ramo senza foglie
ogni singolo fotogramma sfiorato con lo sguardo
ogni singolo anello di ceramica poggiato nel lavandino
ogni singolo centilitro d’acqua ghiacciata
ogni singolo filo di lana intrecciato
ogni singolo frutto nel cestino
ogni singola parete di casa
ognuna di queste frasi
non è che una
delle solite cose
uno dei soliti luoghi
già visti raccontati e rivisti
in cui si torna per rifugiarcisi ancora
d’inverno. un luogo ben conosciuto,
giustamente poco frequentato,
eppure… sempre meno frequentato
tanto da apparire svuotato, dimenticato.
Quest’inverno, voi, rincasereste in un luogo così?
Non i muri e non le stoviglie
non le sciarpe o le altre cose
ma soprattutto, non le persone
insomma: nessuno rispose.

le due e i ventinove
cioè quasi i trenta
si è fatto tardi
un lampo

(è già passato un anno)