Should be

Quando qualcosa che non ci fa bene
o che non ci piace neanche un poco
ci disturba a punto che, se potessimo,
lo proibiremmo.
Al che diciamo: dovrebbe essere illegale.
E così
dovrebbero essere illegali tutti i singoli chilometri di distanza,
tutta l’educazione o la paura o la mancanza
compresa l’assenza di sincerità verso noi stessi;
storture varie che corrompono i pensieri, li filtrano,
oppure gelano la voce, nella gola
ossia, ci fanno dire il contrario di ciò che avremmo voluto dire
ovvero, non ci fanno dire niente.
Illegale tutto questo parlare e raramente dire,
tutto questo desiderare senza poi volere veramente,
tutto questo camminare senza mai arrivare,
o ancora arrivarci e poi scoprire di desiderare
soltanto il cammino in sé e per sé.
Dovrebbe essere illegale la confusione,
dovrebbe esserlo il desiderio stesso,
che ci fa collidere e poi allontanare,
che ci fa stancare e perdere tempo.
Sperare dovrebbe essere illegale.
Illegale volere oggi, e domani chissà.
Illegale domani chissà, e dopodomani no.
Illegale dopodomani no, tra una settimana di nuovo sì
e tra un mese un anno sei anni, chissà.
Avere intenzioni solide che poggiano su sentimenti gassosi.
Promettere dovrebbe essere illegale.
Amare dovrebbe essere illegale.
Anzi
tutto questo dovrebbe essere perfettamente legale,
come già è, che la legalità, a pensarci,
tanto giusta non lo è mica.
Babele di regole e burocrazia
rete fitta di lacci e lacciuoli
di cavilli e cavi
da cui magari ti cavi fuori
ma è meglio se li governi,
che sennò finiscono per legarti
per stringerti caviglie e polsi,
comprimerti il petto.
Ma anche considerata la mancanza di senso,
più che dichiarare fuorilegge ogni avversità
forse tutto dovrebbe essere solo semplificato
e semplicemente, delegittimato
sminuito, smitizzato
sbertucciato, ridotto a contorno
preso in molti modi fuorché sul serio.
Mancarsi e non cercarsi,
volersi e non aversi,
aversi e non volersi,
cercarsi e poi mancarsi:
mica la legge dovrebbe tutelarlo, tutto questo.
Ché la legge non tutela, così come
non ci tuteliamo noi.
No, non dovrebbe essere illegale:
semplicemente, non dovrebbe essere.

 

(un annetto fa)

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Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

Nord

Questa canzone è splendida
luminosa anche se tutta coperta di nuvole
piena di Nord e di autunno.
Solo certa musica ci riesce
a farmi venire voglia di cose che non amo
che non vorrei amare, che forse non dovrei
– ma è così, l’amore, che mica lo decidi –
come la nebbia e il cielo grigio e cupo
come la pioggerella delle otto del mattino
o le aurore ottobrine di un’ora prima
come la pioggia forte delle due di notte
o la mezza luna opaca di un’ora dopo
come l’autunno stesso
il suo sole malaticcio
e la sua quieta fiacchezza
così forte e sonnolenta, tra mezzogiorno e l’una
come i pranzi nei ristoranti
quei ristoranti degli anni settanta o ottanta
all’epoca eleganti, oggi caduti in disgrazia
con le tovaglie color salmone e le posate ossidate
e le tende pesanti e i menu plastificati con la copertina di cuoio
e i prezzi strani e i primi con la panna e pochi contorni
e i finestroni opachi con vista sul Monte Rosa
o sulle Tre Cime di Lavaredo, o sul Resegone
e il caffè raramente cattivo
il caffè è così buono e desiderabile,
cazzo, persino qua
nelle città sabaude e fredde e borghesi ai pie’ dei monti
o nei paesi annoiati attorno al Lago di Varese
o in quelli sperduti fin su nella Brianza lecchese
o ubriachi nella campagna vicentina o udinese
o dormienti fra il Piacentino il Lodigiano e il Pavese
annoiati sperduti ubriachi dormienti
come le risaie secche e fangose, fuori stagione, silenti
come i campi di mais col granturco lasciato lì a marcire
come i saliscendi erbosi e sdrucciolevoli delle Prealpi
come questa pianura tutta, rugginosa e ossidante
come il Settentrione di ‘sto paese disgraziato
ma basta un Conte armato di genio e piano e kazoo
riescono persino a farmi venire voglia
di restare, di non scappare più
e non per forza di sedermi
se non a un ristorante,
affacciato sulla strada statale
ristorandomi e riposando, prima di ripartire
e se la sanità mi accompagna, rimettermi a cercare
ma è autunno, le strade scivolano
e c’è molto da trovare anche se è vicino
molto bistrattato o nascosto
non segnato sulle mappe
ma da scoprire, seguendo il caso
senza attraversare troppo confini
arrivando lontani, ma vicinissimi
qui nei pressi
da soli
o non da soli
e i cipressi
sono sempre lunghi e verdi, verticali
sulle colline, fuori dai campisanti, lungo i viali
il mio pensiero sulle loro cime
lassù
ché possediamo qualcosa
che può correre per centinaia di chilometri
ad una velocità pazzesca, senza che si stanchi
è lo sguardo
corre, fino ai ghiacciai, i nevai
sempre alti, rosa e azzurri e bianchi
laggiù
anni luce dal viavai

(2014)

Communication breakdown (it’s always the same)

Oggi ho inanellato solo incomprensioni e insuccessi verbali, come se le mie corde vocali o le mie dita sulla tastiera si fossero messe a partorire parole molto diverse da quelle che avevo loro comandato. E senza volerlo né accorgermene – com’è stato? – non lo so, mi sento equivoco, o forse equivocato. Come un mancino che usa la destra, come un re Mida all’incontrario, come il gallo che visse senza testa; come l’acqua del Pacifico in un acquario angusto, come la mente che si pensa nel giusto quand’è in fallo; come un motore robusto che inquina niente, ma va a ritroso e non è omologato.

(13 mesi fa)

Loser

Come tanti: ho bisogno di fuggire
Ho bisogno di andare per ritrovarmi sotto ad un albero accogliente,
dentro ad una città mai vista,
davanti a un orizzonte differente
sopra un oceano lontano.
Ne ho bisogno per respirare aria nuova di zecca,
perché senza stupore si può morire
perché questa routine è un’eco di azioni
ed in essa il mio briciolo d’umanità si sbriciola,
giorno dopo giorno.
Ho bisogno di ricominciare ad osservare con occhi veri
e non più a posare lo sguardo, assorto e distratto,
su luoghi e persone che non vedo da tempo immemore
perché conosco tutto a memoria
con le palpebre chiuse vedrei la stessa cosa: i miei pensieri che si rigenerano
infiniti
poi potrei anche non andare a sbattere
perché ho già ampiamente misurato il mio mondo
e quando anche l’ultimo gradino e l’ultima porta sono stati calcolati,
ecco che tutto diventa prevedibile
e la geometria ci nega la sorpresa della natura imperfetta
anche la più bella delle cose è così triste su un foglio di carta millimetrata
quindi niente più passi da ponderare o angoli dietro cui sbirciare
quand’è così
ogni cosa cessa di essere particolare, sfaccettata
niente è così grande come avevamo immaginato, sperato, creduto
è piccolo, e lo sappiamo
dati alla mano
ed ecco che ci sta stretto.
Scrivo sempre le stesse cose
perché mi rifaccio sempre alle stesse immagini
che sono ormai fredde e sbiadite fotografie mentali
ma non ho più la fantasia di un tempo per reinventarle
quindi ho un’urgente necessità di ricominciare a vedere
perché continuo a parlare con così poco da raccontare
perché non so più descrivere
o forse non ne sono mai stato veramente capace
però va bene
vada per il misero scrittore
ma non posso farmi inghiottire da questa catena di montaggio
non sono fatto per essere un ingranaggio
né voglio morire così
continuando a respirare
continuando a fare niente
due tacche in meno del pensare
due occhi sani ma non vedente

Svégliati, Dormiente.

 

(sette cazzo di anni fa)

La 45

– Sentirti inghiottire dal sonno e chiudere gli occhi sulla strada di casa, senza paura, sicuro che non andrai a schiantarti. Ovvero dormire così profondamente da trasformare un’ora in due, mentre qualcun altro sta guidando per te. E poco importa che sia uno scorbutico e grigio autista di pullman. La mia auto chiusa nella Milano che sta chiusa negli specchietti. La sera sui sedili e il tepore del corridoio, mentre dormo nascosto sotto alla giacca sulle mie ginocchia.

– 45?

– Non più, da molti mesi. Passano i mezzi pubblici ed anche il tempo. Mezzi e mesi, e anche mezzi mesi. Il corridoio caldo e i sedili buoni per svenire sono quelli di un pullman che va verso Sud; Milano era negli specchietti retrovisori perché me la stavo lasciando alle spalle; lei, e tutto quello che ci sta dentro. I suoi palazzi, i suoi tram, le sue foglie cadute, le sue strade, i suoi motori. Come quello della mia auto parcheggiata. E chissà se ora riposano i motori malsani dei bus della linea 45, costretti tutto il giorno in un percorso chiuso e triste che si tiene la città dietro e di fianco, per poi tornare a vedersela davanti. Autobus della periferia Sud-Est. Non ci salgo più e mi scappa da pensare: “per fortuna”. Come se mi avessero fatto qualcosa, quei poveri scatoloni di lamiera arancione, col corridoio freddo e informe che non è un corridoio, e striminziti sedili di plastica che paiono quelli di un ufficio postale. Come se la calca delle sette e cinquanta fosse colpa loro. Come se quell’odore acre di gomma bruciata fosse davvero in grado di rovinarmi la giornata. Le giornate… quelle resistono agli odori. Oppure si rovinano da sé.

 

 

(22 ottobre 2009)

L’ultimo giorno

come correre tenendo in braccio un pacco troppo grande e pesante e liscio. ti
tremano le braccia, ti sudano i polpastrelli, e le mani non ce la fanno più.
scivola via, la vita.
mentre cade, strizzi gli occhi e resti sospeso in un eterno istante. ecco che un
secondo vale più di quei pomeriggi troppo brevi e quelle serate troppo stanche
in cui senti che il tempo è così stretto da lasciarti i segni. in quel secondo,
sei pronto a redimerti purché nulla, in quel pacco, sia tanto rotto da non poter
essere più aggiustato.

(28 ottobre 2008)

Soulstizio

era di buon sapore ed era una vertigine,
come il vortice di spaghetti attorno alla forchetta,
la sera di primavera morbida che non puoi cadere e farti male
perché imbottita come una poltroncina reclinabile
di nuvole e voce. e la luce che non muore, non vuole
che solo molto più tardi si sdraia lenta
alla fine si addormenta. poi rinasce, si rimesce
in fondo alla prima tazza del mattino,
prima che il giorno sciacqui via l’alba
prima che il sonno mi sciacqui via da me stesso
prima che la pioggia sciacqui la via e il sonno via dagli occhi.
così il giorno dopo comincia alle due
il pomeriggio scola nella grondaia
dentro a un grigio sempre uguale
ma che non può fare male.
dentro al latte una pigrizia cereale;
il dubbio, la doccia, la telefonata a casa. poi fuori
a comprar benzina, chiacchiere prepagate e cose da mangiare.
è sera, la pasta si butta alle dieci
da buttare nella pancia colla birra e gli asparagi
e non si butta via niente. il caffè sale a mezzanotte
la nostalgia mezz’ora più tardi
e nel frattempo, penso all’estate che nasce
senza paura e con qualche desiderio
ma evitando ogni aspettativa mentre
la sera vestita d’autunno, fresca che ti devi imbottire,
si spegne asciutta dentro a questo pensare sparigliato
e il buio rimane in fondo alle pentole della cena
quel nero riflesso da lavare domani
qualsiasi domani sarà
mentre guardo le ore e vedo che un’altra ora se n’è andata
ma in fondo alla notte, in fondo, al solito cerco me stesso
messo in fondo ai pensieri da svendere al mercatino
come bicchieri di limonata, il chiosco di Charlie Brown.
ed eccomi lì, in fondo ai fumetti ai libri alla musica
ed eccola lì la luce, che nella musica risorge
e ogni volta il bagliore mi attrae ed io ci casco ma
se note e parole colmano la mancanza di molte sere tenere
allora casco dentro ad una rete che non può mancare
nemmeno d’estate, qualunque estate sia
qualunque stagione sarà
forse zuppa come una valigia rotta chiusa nella stiva
rotta come una voce perduta nella pioggia,
che proprio adesso ricomincia a tic-chet-tare,
sola come una lancetta chiusa nel suo orologio
rimasta spaiata. oppure spalancata come la prima risata
che risale dalle costole quando risorge un sole qualsiasi
mentre il male cambia consonante e muore sugli scogli
e la compagnia resiste e resta così, buona
e la sera non muore, e ritorna soffice
ed io non me ne vado, ovvero non cado
nel vortice di buon sapore ci certe sere lunghe
resisto e resto là, in fondo alle onde
in fondo a queste righe pornografiche
in cui infondo quel me stesso che più non son io
come il fondo dell’oceano che una vita non basta a scoprire
ma per adesso ci vedo fino in fondo, e mi rileggo
e capisco quanto profondo sia il mio bisogno di dormire

 

(21 giugno 2010)

Come isole

 

Tipicamente autunnale,
lasci la città ancora tiepida e luminosa
chiudi gli occhi sul sedile davanti
li riapri sul vetro a lato
e già fa freddo, e già è buio.
Così uguale a un qualsiasi ritorno
da un giorno di scuola a tempo prolungato
quando era novembre e non studiavi
“rimedierò poi, adesso non mi va”
era il tempo di nuove paure e diffidenze
di rinnovate timidezze.
Ci si conosceva quasi tutti, sì
ma l’estate portava via un po’ di memoria
in cambio di amici a tempo determinato
o come spesso accadeva, era avara
e offriva lunghi pomeriggi di silenzioso sole

e troppi gelati
e giochi noiosi.
Erano solo compagni di classe, in autunno
alcuni erano sempre lontani e scenografici
sagome grigie come colleghi in un ufficio finto
ma anche i più vicini e vivi non li trovavo divertenti
non ero poi molto contento di rivederli
accostavo le loro esistenze al mio sonno doloroso
e ai compiti per casa che non riuscivo mai a finire in tempo
loro, con cui avevo condiviso giochi e risate nella primavera precedente
erano ora rivali nel momento della di un’interrogazione troppo prematura
e diventavano persino nemici nel momento in cui ero io ad essere chiamato
e non mi strappavano più nemmeno un sorriso.
Poi la nebbia svaniva, e con essa le amnesie
ed ecco le sagome animarsi, i nemici allearsi
la grande finestra oltre il banco
guardavo i marciapiedi inzuppati d’acqua, le foglie macerate
ed ora mi piace pensare che quel manto rugginoso e lucido
fosse così scivoloso per poterci far scorrere velocemente, lontano dai timori
e scivolando via ci ritrovavamo sulla soglia di un nuovo anno.
Le feste che finiscono subito
l’inverno che non finisce mai
eppure è già marzo, il tempo è volato
“no, ma che dici”
“ma se è stato un attimo”
e chiacchierando è già maggio
alcuni sono rimasti compagni
altri si sono messi in testa di entrarti nel cuore.
Era proprio necessario?
Non posso neanche fissare la luna in pace
mi toccherà ricontarvi tutti, comparse comprese
e se dimenticherò qualcuno non me ne accorgerò
oppure mi dirò “pazienza, non è possibile ricordarsi di tutti”
ma se un giorno una visione dovesse rinverdire la mia memoria
allora sentirò forte il bisogno di scusarmi
con la comparsa scomparsa che comparsa non era
e mentre cercherò goffamente di spiegare queste cose
la comparsa ricomparsa mi guarderà con aria confusa
e forse si convincerà ch’io sia diventato pazzo

o un tossico, magari.
Avrà ragione in ogni caso:

la mente si ammala di ricordi,
e la nostalgia genera dipendenza.

Scorrono le ultime case,
stacco gli occhi dal finestrino e lo sguardo dagli autunni di ieri
mi caccio nella giacca
frenata
saltino
sono in strada.
Il vento fa roteare un ricciolo arancione
e la tentazione di imitarlo mi assale.
Anch’io un ricciolo di foglia che si lascia trascinare
così, riarso e fragile e moribondo
sull’asfalto, pronto a sfaldarmi un caldo crepitio
e invece no
non si può essere così deboli
già sdraiati sulla strada in cambio di qualche onda d’aria
mentre le altre foglie tue simili, quest’anno
rimangono aggrappate con tutta la forza
a quegli alberi che hanno ancora folte chiome
e le piogge tardano ad instaurare il loro regno triste
ed a spezzare questo verde abbraccio. No
io tardo con loro, senza  farmi spezzare
dalla stanchezza, e dalla nostalgia.
E quest’ultima è semmai forza
quella che mi fa restare intero
vivo
e non mi fa perdere la via di casa
come una corda invisibile
come quella striscia dipinta sulla strada
a cui t’aggrappi con tutte le forze quando,
inghiottito dalla notte
o dalla nebbia, o dai cattivi pensieri
la tua auto sbanda per un istante
e i tuoi occhi stanchi ci vedono così poco
ma non puoi morire in un abitacolo
e allora quella corda bianca è l’unica salvezza
e le mani stringono il volante
ma le vere mani sono ora le due ruote a sinistra
e non puoi mollare
non vuoi
non devi.

Cammino lento
non voglio approdare alla meta
senza che l’energia di questo pensiero si esaurisca
e poi, mi chiedo, in cosa si trasforma l’energia di un pensiero
se per definizione non può morire?
Può l’anima
essere lo specchio dell’universo
e come esso dilatarsi all’infinito
fino a sfaldarsi?
Il cuore è una supernova
collasserà su se stesso fino all’apatia
poi esploderà
creando un’ellisse luminosa
ed una nuvola di gas e materia balenerà tra le stelle
pare quasi di poterla già vedere
guardala
è un’immagine di sublime bellezza
e tanta più luce si vedrà
attorno a chi ha tanto amato
e quanta più materia viaggerà nello spazio
creando altri corpi, altra vita
l’unica memoria immortale
fatta non di immagini
ma di atomi
eravamo non polvere
ma stelle
e stelle torneremo, un giorno.
Magari è solo un dio che espira
poi inspirerà
il cosmo collasserà su se stesso
e tornerà ad essere grande come una biglia
solo allora ci ritroveremo

ci riuniremo
tutti.
E invece

la corsa non rallenta
le galassie si allontanano a velocità sempre crescente
gli spazi diventano via via più sconfinati.
Allora penso a noi umani
a noi puntini invisibili
noi anime stupite
che guardiamo la luce delle stelle
così lontana nello spazio e nel tempo
e quindi penso che anche noi non facciamo che allontanarci
e la luce delle persone cui abbiamo voluto bene
non riesce a seguirci, ma resta in un passato sempre più remoto
e noi, come fiondati da un’orribile energia propulsiva, ci dividiamo
e le nostre distanze diventano incolmabili
dilatate 
da distrazioni e pigrizie quotidiane
dall’orgoglio e dall’orologio
da questa vita stanca
ché siamo così deboli
è quindi di un’energia negativa si tratta
ma pur sempre energia,
non muore.

Non muore
la mia ostinazione
a tenere con me quel che resta di quei volti
quelle voci
quelle immagini
come avvolte da un’opaca pellicola
e come una pellicola
posso fermarmi su un fotogramma
ma non giro io la bobina
c’è un proiezionista sconosciuto
molto incostante
ma a volte si sveglia
cambia il rullo
ed ecco un filmato inaspettato
stop.
Un fotogramma dimenticato
torna indietro
stop.
Fammi una copia di questo
non si può
devi chiudere gli occhi
e stringere tra le palpebre quell’immagine, quel ricordo
ma è già così sfumato…
Ecco il segreto
per cui la sera ci si ritrova a scrivere
non è altro che il disperato tentativo
di fissare nelle parole certe immagini sfuggenti
certe sensazioni che ti trapassano
e che potrebbero non tornare più
così chiedi alle lettere di correre veloci
e di inseguire te stesso
e non è che la rincorsa verso il ricordo di un ricordo
che si è già trasformato
e suona così fittizio nelle parole
romanzato un poco
eppure sincero.
Ogni istantanea che ti attraversa
e che ti coglie sempre impreparato
provi poi a cercarla
e a raccontarla che la miglior metafora che puoi permetterti
ma al cospetto di quel lampo
ogni sforzo linguistico appare così flebile
ogni metafora così misera, insufficiente.
Tuttavia ricordo che una volta
fui colpito da una sensazione anche più potente del solito
e nostalgia e malinconia furono così energiche nello scuotermi
che provai subito a disegnare quell’attimo.
Così vidi questo:
io che cammino ignaro
poi qualcosa o qualcuno
passa e mi squarcia la gola
e mi versa dentro un liquido tiepido e salato.
A voi non è mai capitato?
Mi riferisco a quegli istanti
in cui hai la sensazione improvvisa che entri più ossigeno nei polmoni
come se l’aria entrasse direttamente dalla trachea, oltre che dal naso
e una frazione di secondo dopo
senti che dentro a quel collo come aperto
ci sia rovesciato dentro un liquido caldo ma

non così tanto da scottarti
anzi tiepido, doloroso e piacevole al tempo stesso
e lievemente salato
ne senti chiaramente il retrogusto in fondo al palato
e quel sapore l’hai già sentito, ti rammenta qualcosa
qualcosa che pensi sia importante
importante da rammentare
e allora lo cerchi con la lingua ma
è scappato via
e ti sta già riempiendo il petto
e quello è il momento cruciale
quando ti manca il fiato
sgrani gli occhi
e la mente mette a fuoco quella diapositiva
è tanto bello quanto triste
tanto che senti che piangere non basterebbe
e non ne avresti il tempo da quanto è tutto così rapido
ed il liquido salato e tiepido, così simile proprio alle lacrime
sta già colando via
sprizza da tutti i pori come l’acqua dal telefono della doccia
e tu, umana fontana
cerchi di fermare l’emorragia con le mani
di fermare quindi il tempo, o quantomeno di dilatarlo
ma due mani sono troppo poche
e in ogni caso troppo piccole
e il liquido piove via
si raffredda all’aria di novembre
e resti immobile in una pozzanghera gelida
che riflette questa luna bianca
e con essa
tutti i volti di coloro che ti mancano
e ai quali troppe cose non hai detto
e che per questo cerchi nelle notti.
Poi un ultimo riverbero
è forse il senso di colpa
forse una stella, metaforica o reale
ma ormai è lo stesso
ti devi muovere
arrivare finalmente a casa
e metterti a scrivere con i piedi ancora zuppi
per provare a fissare quelle immagini, cristallizzarle
nell’impossibilità di cristallizzare le persone
il tempo
l’universo
e con essi
tutta quell’energia invisibile che non smette di scuoterti
e che ti porta fino all’ultima parola, ansimando
quindi all’
ultimo respiro
prima di implodere
di non essere più.
Poi l’esplosione
e quanta paura ho di non far rumore
quanto mi fa male l’idea
che non mi vediate brillare
forse perché troppo lontani
e non perché non avrò abbastanza amato
ma perché l’avrò troppo poco dimostrato
e per questo
esser da tutti voi dimenticato
no, no
voglio essere anch’io versato
in voi, liquido tiepido e salato
per rendervi un po’ di quella vita
che in vita mi avete dato

 


(lunedì, 6 novembre 2006)

Rincasare, un lustro dopo

la lunga notte del viaggiatore di ritorno.
le case si srotolano sulla pianura: luci si allargano come maglie di lana dalla trama sempre più sfaldata. la nicchia morbida d’un cappuccio, issata sulle orecchie, col suo arco che copre appena le tempie, guanciale di chi riposa seduto e mescolato dai salti d’asfalto delle molle. lo spiazzo deserto della fermata e la scossa della frenata scorbutica, ma senza stridii di ferro che squarcino il silenzio. la nebbia sospesa a mezz’aria, sfiora il manto del viale di porfido come se ne fosse il respiro. le strade che risalgono dalla stazione, tra lampioni bruciati e cani sempre svegli ma lontani. le foglie lucide, già tinte d’autunno, che di notte si coloran di semafori. il lupo che cammina col naso nascosto e osserva e pensa, pensa come se scrivesse, ché le parole nascono da sole e già stampate; basta un libro giusto, testo che suggerisca un ritmo ed evochi dizionari conosciuti e poi dimenticati, ma non così bello da suscitare una voglia carnale e malsana di copiare, o di smetterla del tutto. i passi batton come tasti, la distanza è quasi colma.un rivolo di latte gelato e altre scodelle con la pappa grigia dei gatti, nel cortile. le gambe che mitragliano sulla scala ansimante, spari d’adrenalina che uccidono la lunga notte del lupo viaggiatore e ciò che resta del suo dormire.

(un anno fa)

Rincasare

La nebbia che smussa gli angoli,
la luce dei lampioni che sembra svaporare,
un cane che abbaia.
È strano rincasare la notte
Sei solo nella via e ti sembra di esserne il re
senti la percussione dei tuoi passi
il sibilo del tuo respiro
un allarme lontano che squarcia appena la quiete.
Piccoli tasselli di luce gialla si accendono dietro una veneziana
Immagino ogni possibile umana attività:
una donna in cucina che si appena alzata
che vuol mangiare dopo il sesso;
un anziano insonne che era già in piedi
e mi ha sentito sfrecciare sul marciapiede;
o forse quella è la finestra di un bagno
semplice no?
Poi penso a tutte quelle altre finestre che guardano sulla strada
la luce è spenta in quelle stanze
e in quel buio chissà quante vecchie pettegole
mi faranno un identikit per sapere chicomequando
nel dubbio faccio una boccaccia, poi sorrido.
È strano rincasare la notte
a casa c’è più silenzio di quando ero solo
però mi aspettano svegli il gatto
e una cena da scaldare.
Un caffè notturno
la telefonata della buonanotte
mi collego un po’
la Rete è come il gatto e la cena
ancora sveglia cioè
io ho poche idee ma confuse
ancora sveglio, ma non ne sono proprio certo
sebbene sia facile capirlo:
se domani ritroverò questo pensiero scritto,
vorrà dire che non era un sogno.
Le coperte mi chiamano, sirene
amo il loro calore
ma le temo perché hanno il sapore della routine
e domani mi sveglierò sotto di loro, come stamattina
e poi tutto il resto
domani uguale a oggi uguale a ieri
anche i miei post sempre più uguali tra loro
chissà poi dove si va a nascondere
quella sensazione che qualcosa di speciale accadrà a breve
e che ti assale sempre nei momenti meno opportuni
quando non la puoi pensare né scrivere
però ti rimane
e allora finisci il tuo turno serale
torni a casa tra mille stranezze normalissime
e mentre le racconti
tenti di ricordare una sensazione che non sai nemmeno cos’è
ti basta il ricordo
per farti stare un po’ meglio
per allontanare l’idea che la tua vita sia traslata
per farti cedere al canto delle sirene
finalmente.
Così arrivo alla buonanotte che è quasi giorno
ma va bene
sono stanco di farmi domande inutili
e il cane di prima tace
e le signore impiccione sono tutte crollate
e le luci nelle stanze si accendono ancora, si
ma sono quelli che anche oggi si alzano per andare al lavoro
insomma, è troppo tardi
e non trovo buoni motivi per restare
sono già spento io
spegniamo anche le cose intorno
poi chiudiamo gli occhi
facciamoci cullare dal canto dei primi uccellini
e soffochiamo queste troppe parole sotto il cuscino
e poi sotto anche la testa
chissà che non smetta anch’essa di far baccano
e di farmi stare in pensiero
shhh

 

  

(29 ottobre 2005)

Tregua

Ho riscoperto quanto calore c’è nel centro del palmo della mano
ho allungato le maniche alle magliette
ho finalmente i capelli dell’anno scorso
ho voglia di raggiungerti nel letto
ho trasformato quadrati di polvere in dischi da riascoltare
ho convertito soprammobili rettangolari in libri che a breve leggerò
ho una borsa che non si bagna e un thermos che non si raffredda
ho la sensazione che ti stanchi di meno a rincorrermi nei pomeriggi
ho ricordato l’importanza di non sottovalutare le persone
ho problemi che restano irrisolti, ma anche la forza di non esserne ossessionato
ho idee semplici e obiettivi concreti
ho perso un po’ di fantasia ma ritrovato un po’ di lucidità
ho molte tasche in più addosso
ho un sorriso in più grazie al tuo regalo a quattro dimensioni
e ho ancora voglia di raggiungerti nel letto, e mostrarti quel sorriso
ho finalmente qualche buon motivo per lamentarmi
ho nuovamente qualche buon momento per scrivere
e tutto questo e anche di più
si chiama ottobre
ed io
sto quasi bene.

E allora non tradirmi, ottobre
con le settimane di pioggerellina incessante
con le pozzanghere nascoste
con i treni che ritardano
con gli autobus che non passano
non punirmi col vento,
se ho voluto darmi delle arie
con la giacca più leggera
non startene in agguato minacciando nebbia e monotonia
non esagerare con la malinconia
né con il traffico
e resisti fin che puoi
ché temo
che i miei pori siano sempre meno impermeabili all’umidità
e i miei occhi sempre più allergici al grigio
i miei novembre all’apatia
i miei dicembre alla noia
i miei umori alle cattive notizie
ed è sempre più difficile impedire
ai miei amici di allontanarsi
ai miei ricordi di sbiadire
alla mia conoscenza di imbarbarirsi
ed il mio volto sembra più bello
ma la mia anima la sento imbruttire.

Non sono pronto ad alcun inverno,
né a quello che allontana da sole
né a quello che ghiaccia i sentimenti
e anziché adeguarmi al gelo
mi intestardisco nel continuare a cercare
un po’ calore
nei palmi delle mani
nelle maniche
nei letti
nella musica
nelle parole
nelle notti
nei pomeriggi
nelle tasche
nei sorrisi
e in quel che resta degli amici, e della memoria
ed è caldo e non sbiadisce il ricordo
d’una giornata d’un ottobre di due anni fa
e in fondo è da allora
che fa un po’ meno freddo

(10 ottobre 2006)

 

Petit monde laid

http://www.youtube.com/watch?v=atejQh9cXWI&feature=related

Sì, la bellezza.

Ma
ha sempre una vita così
breve
investita sotto ad un treno di lancette
illusa dall’amore che non è amore
morta ammazzata in un film porno
accecata dai flash e dai riflettori
perde l’equilibrio e vola giù

sfracellandosi al suolo.
A volte sopravvive all’ingenuità
per farsi poi massacrare dal denaro
o da quella vanità
che la svuota della sua essenza
come le milioni d’anime stomachevoli
che abitano in certi corpi d’angelo
compiaciute e stupide in sorrisi di cera
contenitori seducenti
come note di pianoforte

come funamboli sopra a un filo
che danzano
con la morte.
Ma quei sorrisi non sono musica
e anche gli angeli che non sono angeli

pure precipitano
prima o poi:
un cerchio d’asfalto si espande a macchia d’olio

spostando file concentriche di passanti
poi il tonfo sordo
un’insensata eco muta

un abbaglio di tenebra.
La dimenticanza sciacqua via il sangue
e con esso, quel che resta del senso
divorato dall’abitudine e dalla paura
un pezzetto in meno ogni giorno
fino a che
questa esistenza ci apparirà
per quel che temevamo fosse
una trappola
un’oscena mascherata
e non avremo nient’altro che

un orrore che non è orrore
un negativo senza positivo
orfano della sua definizione
come un raccapricciante vuoto
uno spazio senz’aria
in cui fluttuare, senza poter cadere o volare
nessun equilibrio e nessuna grazia
solo la deriva di una corrente invisibile
un guinzaglio di nulla
una corda deserta
tesa tra due palazzi crollati
dimenticata in un cielo sordido
ignorata da miliardi d’occhi polverosi
che più non si levan da terra.

Charles Bukowski disse:
La cosa più immensa della bellezza
è capire che è scomparsa.

(22 settembre 2009)
 

Sole sgonfio

luglio era gonfio di luce e di ubriachezza
il caldo che sprangava la porta
costretti dentro casa.
 
la sera arrivava più tardi
e le vacanze, solo immagini appese,
sono ora necessità attese con ansia, stanchezza.
 
agosto mi ha rubato qualcosa.
forse la scrittura, forse proprio la sera
rendendola più repentina e meno rosa, più nera.
forse mi ha tolto la fantasia
i sogni d’acqua per il mare
la voglia di prendersi e portarsi via.
e ancora lo sento rubare
qualche cosa mai stata mia
di certo mi ruba l’estate
come ogni estate.
 
rimango solo
altrimenti smarrito
come un costume dismesso
mentre si presume, là fuori, l’arrivo
dell’autunno coi suoi colori mentre
in fondo a me stesso io
mi sento sempre
più sbiadito

(2010, primi di settembre)
 

Riascoltarsi

Ogni tanto mi rileggo, ma non sempre mi capisco.
Questo sembra essere direttamente proporzionale alla “invernalità” di ciò che ho scritto. Voglio dire che un messaggio congelato in una notte di gennaio mi suona molto più distante e criptico di pensiero sbocciato in aprile.
 
Ho pensato a una mente fatta a fisarmonica, o a cornamusa: la si può comprimere
o dilatare, e la stessa nota può vibrare nell’aria in modo differente.
 
Così le stagioni suonano la mia testa.
Ritrovo nella brina un’articolata melodia: una voce strozzata che si condensa nell’atmosfera gelida, difficile da ascoltare e da ricomporre, ma non completamente aliena.
Questi mesi cosa mi lasciano?
Forse un solo accordo, non stonato ma troppo prolungato, monotono.
Un suono sordo che si espande nell’afa e nella memoria di questa distratta,
stanca estate.
 
 
 

 
 

(9 settembre 2006)