Addio all’adolescenza

faccio fatica ad innamorarmi delle cose.
del verde nuovo, di un vecchio treno, del cielo giovane
degli alberi che si curvano al vento, luccicando
quel vento che non spezza i fiori, soffiando
dell’aria che ora odora d’acqua
e grano e zucchero, letame, e polline e fiume
del giorno che sa di foglie e polvere
un autunno secco e luminoso e roseo
della mattina che suona di cucchiaini e clacson
di tutto
di niente.

quel che mi piaceva io
so solo descriverlo un po’
e neanche poi tanto bene, ora
e nemmeno in maniera tanto sincera
cercare le parole, poi farle giocare
mettendole in fila per i gradini
e in colonna per far le scale
che senso ha avuto mai?
il trucco c’è, ed è secco
e le croste mi danno fastidio
e le parole son sempre le stesse
le mie preoccupazioni, sempre uguali
come le mie maschere incrostate
e anche ora sto facendo fatica
a uscire dagli schemi scemi
ad appassionarmi di ciò che faccio, che scrivo
prima ancora di quello che vedo.
faccio fatica ad innamorarmi delle cose
e ho paura, paura da pisciarmi sotto
paura che un giorno possa perdere tutto
ossia la bellezza, ed il brutto suo doppio
ricavarne indifferenza per ogni cosa maledetta
persino per la gioia di essere, di riscoprirmi vivo
e smarrire così questa piena
mancanza di fretta
di morire, però
aspetta
ho ancora voglia.

faccio fatica, faccio solo più fatica
e allora fatico
gonfio il petto col fiatone e poi
aspetto
mi aspetto

 

 

(15 aprile 2009)

Sempre di domenica

 

la mia pasqua è iniziata tardi.

ieri, dopo il lavoro, sono passato a trovare un mio amico che se la passa male; sono stato a casa sua a chiacchierare fino alle 2 passate. sono arrivato a casa dopo le 3, e mi sono addormentato che erano già quasi le 4. stamattina mi sono svegliato la prima volta alle 9:30, poi di nuovo alle 10:45. mi sono alzato, controvoglia; mi sono lavato e ho fatto una piccola colazione. sono uscito a prendere una borsa che avevo lasciato in macchina. o forse cercavo un altro tipo di nascondiglio; difatti, una volta aperta l’auto, istintivamente mi sono seduto e ho chiuso la portiera. ho acceso il motore come un falò sulla strada, per scaldarmi. un minuto più tardi ero alla guida, girovagando senza destinazione, solo col pretesto di infuocare il motore perché l’aria calda dalle bocche arrivasse svelta sui miei piedi. venti minuti circa, e sono tornato dall’insulsa gita. casa era lì dentro, e ci sono rimasto un’altra mezz’ora o forse più, immobile nell’abitacolo, ad ascoltare la radio. poi, finalmente, sono rientrato in casa con la borsa in spalla. non ricordo molto di cosa sia successo nell’ora successiva. tant’è. dopo aver lavato l’ultima tazza mi ha preso, irresistibile, la debolezza di tornarmene a letto. ho giocato un po’ con il pc, ma mi sono stancato quasi subito. ho risposto a un paio di sms d’auguri. solitudine. entrava luce grigia dalla finestra. la pioggia ticchettava noiosa sul mio tetto, meno di due metri sopra le mie orecchie; ed io sentivo freddo, sempre più freddo. un’arietta gelida mi pizzicava la punta del naso, quasi fosse una mattina di gennaio. non ne volevo proprio sapere, di uscire dalle coperte. alla fine ho messo sotto anche la testa, e sono scomparso dalla stanza. sono stato altre due ore così, rannicchiato su un fianco, perso in un confuso dormiveglia. l’inaspettata e poco allegra telefonata dell’amico in difficoltà m’ha riportato alla realtà di una giornata nata storta. poi mi sono alzato, ho fatto finta di fare un po’ d’ordine e sono uscito di casa. un’ora e mezza di viaggio sotto il diluvio. un’ora e mezza su strade poco conosciute e molto scivolose, piene di buche. un’ora e mezza a strizzare gli occhi per leggere le poche e scostanti indicazioni stradali, rese ancor più confuse dall’ondeggiare ipnotico dei tergicristalli. pioveva, senza sosta. e la luce calava, e la strada non finiva, e lo sconforto cresceva. un’ora e mezza per arrivare qui, dove sono adesso, in un posto mai visto per una cena in sostituzione del tradizionale pranzo. un’ora e mezza per passare un po’ di tempo in famiglia; ma sono arrivato tardi, ed ero stanco, e la compagnia era anche fin troppo estesa. tutta brava gente, tra cui anche alcune persone che già conoscevo e che stimo; ma non ho trovato, al mio arrivo, la calda intimità che avevo immaginato, sperato, inseguito sotto a tutta quella pioggia. che peccato.

il dormiveglia pomeridiano deve avermi fatto bene, e in fondo, so per certo che esistono giornate infinitamente peggiori di questa. non che sia contento; ma l’idea mi conforta. viceversa, non avrei avuto voglia né spirito per mettermi a scrivere, per raccontare questa parentesi di niente, pazientemente.

 

 

4 aprile 2010

E di polvere t’€™orneremo

Io non so mica se sono in grado. Come faccio a sistemare tutto questo disordine?

Tutti quei vestiti in giro
le camicie a maniche corte
si sdraiano sui maglioni di lana
che sperano in un’ultima giornata di pioggia
per ritardare l’attimo in cui saranno rinchiusi nel fondo d’un armadio
e poi chissà cosa può succedere in settembre
una nuova felpa viene assunta
prepensionamento e tanti saluti
un filo a forma di lacrima pende
vecchio golfino in fondo ai sacchi dell’ipocrita beneficienza
ma anche un girocollo a forma di sardonico sorriso
pensando gli abiti novizi
che ancora non conoscono i veri rigori invernali
e non immaginano quanto sia triste il buio di un guardaroba
quando la primavera si inoltra nell’estate
e un umano capriccio decreta la tua vecchiaia.

La casa è un tempio greco
“Ordine Dorico? Ionico? Corinzio?” – bravi, avete studiato
ma no, non è in nessun ordine
è anzi un disordine di tante piccole colonne
di CD e vinili, e libri, e riviste
parecchi ancora da leggere, da ascoltare
ma queste rovine di tempio non hanno tempo
di essere viste, studiate, magari riordinate
nessun ordine cronologico o alfabetico mi indica il percorso
e se cerco una metopa non la trovo mai
e senza cronologia non c’è tempo
tempo di leggere, di ascoltare, di sentire
ruderi, frammenti di un tempio
che non ha tempo di essere deframmentato.

Universo in briciole
un po’ come i pezzi di De Gregori, e allora
briciole di cioccolato briciole di colomba

briciole di democrazia briciole di bomba
briciole di pane briciole di pelle morta
briciole di breccia briciole d’ogni sorta.

Non trovo la scopa
per spazzar via tutte queste briciole
questi vecchi indumenti
questi parlanti argomenti
queste troppe parole
questi tanti ricordi, troppi pensieri
che fanno disordine là dentro
immagini che si sbriciolano
e cadono verso chissà quale suolo, danzando
come le foglioline nuove degli alberi
trafitte da milioni di fili di sole
che scaldano l’aria
illuminano questa dimensione psichica del disordine
e la polvere ci scia sopra, guardala
la vedi in controluce che ancheggia
e che alza un po’ di grigia neve
e non arriva mai a valle.
Che cos’è la polvere?
Briciole di briciole di briciole
i maglioni sparsi si sbriciolano
i miei libri, i miei disegni
tutta la mia carta si sbriciola
anche il mio modo di scrivere si sbriciola, dentro
non rimane che la forma esterna
un bel pullover che, domani
saprà già di vecchio
ma le parole non le puoi sbattere in sacchi
e darle in beneficienza per sentirti in pari
non le vuole nes-su-no.
Non le vogliono i bambini, stanchi delle stesse prediche
non le vogliono i morti, esausti di ascoltare preghiere non sentite
e chissà, sbricioliamo la loro anima con la nostro tritatutto materiale
comprato a rate, briciole di soldi non nostri
che ci riducono in ogni tipo di povertà.

Così i morti
alcuni briciole di fuoco in urne, o in oceani, o su campi da fertilizzare
insieme ad altri morti, che fertilizzano da dentro quello stesso terreno
mentre vermi ed insetti sbriciolano le loro casse, e i vestiti del loro commiato
e fanno a brandelli le loro carni
briciole di persone che abbiamo amato
di mani che abbiamo strette e di guance che abbiamo accarezzato
di occhi che non abbiamo dimenticato
non sono che proteine, senz’anima
e la terra è ormai tiepida e ben nutrita
e mille fiori e piccoli alberi cercano di penetrare il freddo marmo
anche nei campi santi è primavera
e quindi, pensate, vita.

Così
briciola su briciola scivoliamo verso un altro maggio
e dentro le case i troppi oggetti inutili spettegolano come casalinghe
e si narrano la leggenda delle pulizie di primavera
ed io le osservo inquieto
ché il disordine non lascia tranquilli
tanto più quello interiore
delle troppe cose da fare
dubbi da sciogliere
impegni da rispettare
nozioni da studiare
vecchie questioni da affrontare
e pensieri da ripensare
ricordi da riassettare
per ritrovarli, per non dimenticarli.
Le case sono zeppe di cose
le teste di preoccupazioni
tante persone sono piene zeppe di sé
il televisore è zeppo di immagini e suoni
pubblicità
la rete è piena di pesci
o di parole, a seconda dei casi
le carceri sono piene di innocenti
e ma zeppe di criminali
anche se alcuni disonesti sono pieni di soldi
i telegiornali sono pieni di disonesti
e di morti
come la terra.
Allora ecco che la primavera è zeppa di vita
e di un energia invisibile ma vibrante
e dunque basta una scintilla
in un mondo pieno di mondi
e di cose
e di briciole
basta un nonnulla
a far scoppiare qualcosa
ché la stagione bella è esplosa
la mia testa è lì lì
che cosa scoppierà adesso?
Magari nulla
e come spesso accade
la sensazione che qualcosa sta per accadere non è che uno scherzo
della mente che si prende gioco di te
e delle tue troppo domande sciocche
e poi
finisce il gioco
e ti dice
“smettila
di pensare
e di andare a capo
e di considerarmi zeppa, non lo sono
le mie briciole, se vuoi, si aspirano in un attimo
prova infatti a chiudere gli occhi
a respirare profondo
a goderti questo aprile
e gli alberi ringiovaniti, i prati rinsaviti
e le nuvole
e dimentica quegli abiti polverosi
quelle colonne in rovina
quelle troppe cianfrusaglie
e ricorda
che la tua casa è zeppa, si, ma di te”

Ascolterei il consiglio
scapperei da tutti gli sgabuzzini possibili
e butterei via le chiavi
e giù per le strade
nascosto nella folla e da essa cullato, protetto
e poi ancora via
dalle vie zeppe di vivi
cercando frammenti di natura
per respirare briciole d’erba e di corteccia
e di raggi di sole, di vento e di stelle
polvere di pace
ah, che bel finale sarebbe
ma non trovo il tempo
coraggio non ne ho mai avuto
ho solo briciole di speranza in un petto bucato
e scivolano via come le monete dalle tasche scucite
briciole per terra che i piccioni divorano
e che non posso più ritrovare
e comunque non potrei tornare indietro come Pollicino
neanche se avessi i sassolini e le tasche rattoppate
che invece ora si svuotano
e lanimo si impoverisce
e si impoverisce il mondo d’umanità
si ingrandisce l’inferno di anime
si arricchisce la terra di morti
e rimangono solo poche speranze, e molte briciole, e troppe parole
e nessuna di queste cose
potrà servirvi
saprà aiutarmi
o riuscirà a salvarci
dalle bombe, dalle briciole, dagli inferni
o peggio
dall’essere dimenticati
come quei vecchi indumenti feriti, poi soffocati
morti ammazzati in sacchi della spazzatura,
neanche i poveri li vorranno indossare
e chissà poi dove
al termine dell’esistenza
saranno andati a finire
e noi come loro
chissà

 

 

 

Stretti

avrei voglia di starmene nel letto
a sentire lo scroscio della pioggia
e i clacson delle automobili
fuori c’è un aprile che pare novembre
scatta l’orario di punta
e troppi androidi bestemmiano in coda
immobili.
tutto questo
mi fa un po’ paura

avrei voglia di starmene nel letto
stretto stretto
accanto a qualcuno
sotto una coperta che protegga
dall’acqua sporca
dal traffico rabbioso
dai governi disonesti
dalle decine di brutte notizie
e mettiamoci anche la testa sotto
così che non si possa sentire più nulla
se non il suono lieve dei nostri due respiri
solidali, accordati in un’armonia fuori dal tempo
in cerca di un oblio che no, non potrà essere eterno
ma dimenticando la cognizione del tempo, sembrerà tale

dai, restiamo nascosti
almeno fino a domani
non facciamoci male
teniamoci per mano
senza torcerci le dita
ma al tempo stesso
stringendo più che possiamo

 

 

(14 aprile 2008) 

Tre anni dimmerda

(14 aprile 2008)

 
 
ore 03:08
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domani, cioè oggi. è lunedi
tra quattro ore suonerà la sveglia. tra ventiquattro ore
ci sarà qualcuno che festeggia in televisione
e farà proclami. comunque antipatico
e poco onesto. eppure io
non mi sento affatto preoccupato. sono incosciente
o forse pazzo
ma è come se fossi avvolto in un intreccio odoroso
come una pianta rampicante che mi si aggroviglia
sull’anima. voi lo sapevate?
anche le rampicanti
possono fiorire.
 
che casino. ma che profumo.

 

 
 
ore 17:11
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vi faccio notare che
piove.
governo ladro.  :(
 

 

 


(15 aprile 2008)

 

Originariamente inviato da xxx alle 00.05
 
Auguro a Berlusconi e Bossi non 5 ma 10 anni di governo.

 
Senza comunisti, senza par condicio e soprattutto liberi di fare e disfare.

 
Sfogatevi.
 
(Qui sulla riva del fiume si sta tanto bene.)

 
ti consoli così?
 
guarda che qui sulla riva del fiume l’acqua è inquinata. l’erba è radioattiva,
hanno riaperto le centrali nucleari.
e a me non restano nemmeno i soldi per comprarmi una canna da pesca. tantomeno
per comprarmi il pesce già pescato.
però mi costruiscono un ponte per farmi pagare un nuovo pedaggio.
dobbiamo stringere la cinghia, dicono da dieci anni. ma io mi son venduta pure
quella.
 
i cadaveri nel fiume saremo noi, tra dieci anni.
 
 
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Originariamente inviato da yyy alle 00:27
 
ma se già adesso le notizie più rilevanti che danno i telegiornali riguardano i
cappottini per cani nella stagione privavera estate 2008, figuriamoci da domani

in poi.
 
cmq sì a far parte dei lobotomizzati mi sarei comprata il cane per mettergli il
cappottino, non so se mi spiego.
 
in definitiva, io non sono per sedermi sulla riva del fiume, confido più nella
selezione naturale :D

 
ok

però guardati in giro: a me ‘sto Darwin non la racconta mica giusta.

(poi dicono che uno è pessimista)

 

Big Electric Cat

Emozione forte
primi brandelli di rete
cuore in gola
come i primi giri
su una giostra nuova.
Poi incontri
un micio con le cuffie
dal muso bianco e blu
con gli occhi verdi
a forma di foglia
che ti dice: “Seguimi!”
ed entri con lui
nella sua cuccia biancogrigia
e gli fai un po’ di elettroniche coccole
e gli sussurri ciò che vorresti
e lui, felino, lo caccia per te.
Poi aspetti paziente
il gatto non dira “miao”
ma miagolerà vera musica
quella che gli hai chiesto
la sua binaria preda
che gentile ti dona
e che potrai ascoltare
quando la barretta bianca
che, magica, ti è apparsa
diverrà tutta blu
come la porzione di cielo
che si scorge una finestra socchiusa…
Un miracolo melodico
che a lungo mi stupì
e che mi rese meno povero.
 
Poi vennero a prenderlo, il gatto
e ora non è più lui
non è ne selvatico né magico
né io
sono più in grado
di spalancare la bocca
per un miracolo che
hanno imparato in tanti
e che, ormai
ho veduto troppe volte.
 

 
Quale pezzo (di cielo) ho ricevuto per primo?

(10 aprile 2005)