Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

Shelter from the storm

Vette himalayane per compensare le mie sciocche depressioni caucasiche.
Capanne di tronchi e foglie, dentro cui nascondere nidi d’erba e fango.
Proteggere ora gli stormi che riempiranno i cieli di domani.
Riparare dalle tempeste di oggi ciò che ora è ancor piccolo e delicato;
sottrarlo alla furia dei venti, ai pensieri violenti e alla barbarie degli umani.


I was burned out from exhaustion, buried in the hail
Poisoned in the bushes an’ blown out on the trail
Hunted like a crocodile, ravaged in the corn
‎”Come in”, she said, ‎”I’ll give you shelter from the storm”

É demais, é pesado, não há paz

e poi, alla fine, tutto si aggiusta.
le cose si rompono per farsi aggiustare
le giornate le fortune gli oggetti i coglioni
ma basta un pomeriggio ad aggiustare una settimana.

ricordarsi di non aver avuto tutto dalla vita
ma di aver avuto molto
un talento una possibilità
i soldi per un’auto
che sarà roba materiale
ma in questa vita materiale, serve
vale.
parlare nel pomeriggio e notare di aver avuto ancora altro
buoni maestri e buoni professori
buone compagnie e compagni buoni
la mostra dei lavori nell’atrio e un voto regalato
le risate sotto l’arco della finestra e una giornata di sole
una rogna che si rivela fortuna
un anno perso che diventa guadagnato
pagelle che s’impolverano e coccarde che muoiono
ricordi che vivono e amici che se ne vanno
ma che prima o poi ritornano
i traguardi svaniscono
le persone continuano a vivere
anche quando non sopravvivono.
le persone non sono auto
se investono (su) altre persone
non uccidono, ma (si) salvano
e mentre le strisce pedonali restano bianche
le righe mentali diventano nere
e penso e scrivo e parlo
con me
nel solco delle parole
scambiate con altri
e non voglio smettere mai
voglio solo scegliere con chi
ma voglio continuare a curare alberi
a raccogliere i frutti nelle notti
ricordandomi dei giorni di tempesta
del vento gelido che spezza i rami
e mentre mangio l’ennesima pesca
mi sbrodolo e guardo il pesco rimasto in piedi
e mi ripeto che poi, alla fine, tutto si aggiusta.

tornerò a guastarmi, a rompermi
così come ora mi sto rompendo di questa eco
che provo a coprire con la musica,
quella nelle cuffie
ché la musica delle parole
è incantesimo per serate migliori
quelle in cui mi aggiusto e sono in fiore
mentre oggi manca un po’ di acqua o smalto
come colore troppo secco o troppo acquoso
non riesco a dipingere come vorrei
ma non è importante
la musica, quella di prima, mi spinge fin dentro le quattro
e finché non finisce non finirò
di ticchettare sui tasti
mentre ho già dimenticato il motivo per cui ho cominciato
forse dovrei smettere di parlare senza dire niente
annacquando la goccia di colore
che mi ha portato qui.
qui, dove non mi diverto più
e allora tutto perde senso
e ritmo, e poesia
e allora, perché insistere?
e non un problema del chi o del come
né del perché
quando non ti diverti più devi smettere e basta
a meno che non si tratti di sopravvivere
ma tutto questo è così superfluo
e solo quando te ne allontani te ne rendi conto
e allora meglio aggiungere qualche altro metro di distanza
per evitare di farsi rompere
e di dover sperare in una serata o un poco di fortuna
per aggiustarsi ancora
anche se è solo una cicatrice che guarirà
come un segno di penna che non resterà
su una superficie che puoi lavare o coprire
con altri strati superficiali
che non restano
come i voti
la mete vuote
o altre minuscole guerre
inutili quanto le guerre grandi
per cosa, poi?
per una donna
un fazzoletto di terra
un rigurgito d’orgoglio
un momento di follia
una stupidità eterna
per le religioni e le sue distorsioni
per ostentare forza
perché meglio le bombe che ammettere
che forse ci si era sbagliati
per i soldi
per i soldi
per i soldi.
mille euro fanno comodo
per la prossima bolletta sbagliata
la prossima multa
ingiusta o no
la prossima tassa
il prossimo errore
la prossima debolezza.
ma quanto serve di più?
qual è il fondo dell’avidità?
io mi chiedo
se valgano di più i cinquemila euro
di un metro quadrato in zona Bovisa
o una notte estiva che non fa paura
che puoi perderti e non morire di freddo
e quando le gambe cedono
puoi fermarti a dormire sotto un albero
o all’ombra di un cartello stradale.
io mi chiedo se valgano di più
le royalties di un pezzo musicale
o la libertà di poterlo ascoltare
senza aver paura del mattino
e della sveglia
come io adesso
con la musica
che mi tiene tutto intero
infilandomi dentro alla sacca piatta e calma delle quattro e trenta
e scrivo e scrivo
e le note mi assecondano.
io mi chiedo se valga la pena
colpirsi alla spalle a vicenda
e conficcarsi punte di spillo a tradimento
per una promozione insignificante, per due lire bucate
per una scopata sopravvalutata, due ore buttate
per una briciola di potere, che di potere niente dà
per una vittoria morale, che di morale nulla ha
o altre ferite, altri rivoli di sangue dalla schiena
come di randagi incattiviti che si litigano l’osso
quanto vale, a cosa serve
quando poi là fuori
ci sono gli alberi e le pesche
e le stelle tremanti e i lampioni muti
le aurore le persone senza gli spilli
che non reclamano potere o sesso o soldi
ma chiedono solo un po’ di tempo
lo stesso che vuoi tu
per parlare
per ricordare
per riscoprire, lì accanto
gli oceani di bellezza
celati in fondo ad angoli di tranquillità
da riconquistare
per nascondertici dentro
quando hai voglia di farti aggiustare
cadendoci dentro
come una piuma sull’acqua
come una nota alla fine di una melodia
come questa, che inseguo
che ora sfuma
a cui devo questo pensiero
sfuma
come la visione tarda di uno di quegli oceani
e che mi fa pensare, giustamente
che non avrò tutto dalla vita
eppure
ho già avuto molto

(luglio ’10)

Addio all’adolescenza

faccio fatica ad innamorarmi delle cose.
del verde nuovo, di un vecchio treno, del cielo giovane
degli alberi che si curvano al vento, luccicando
quel vento che non spezza i fiori, soffiando
dell’aria che ora odora d’acqua
e grano e zucchero, letame, e polline e fiume
del giorno che sa di foglie e polvere
un autunno secco e luminoso e roseo
della mattina che suona di cucchiaini e clacson
di tutto
di niente.

quel che mi piaceva io
so solo descriverlo un po’
e neanche poi tanto bene, ora
e nemmeno in maniera tanto sincera
cercare le parole, poi farle giocare
mettendole in fila per i gradini
e in colonna per far le scale
che senso ha avuto mai?
il trucco c’è, ed è secco
e le croste mi danno fastidio
e le parole son sempre le stesse
le mie preoccupazioni, sempre uguali
come le mie maschere incrostate
e anche ora sto facendo fatica
a uscire dagli schemi scemi
ad appassionarmi di ciò che faccio, che scrivo
prima ancora di quello che vedo.
faccio fatica ad innamorarmi delle cose
e ho paura, paura da pisciarmi sotto
paura che un giorno possa perdere tutto
ossia la bellezza, ed il brutto suo doppio
ricavarne indifferenza per ogni cosa maledetta
persino per la gioia di essere, di riscoprirmi vivo
e smarrire così questa piena
mancanza di fretta
di morire, però
aspetta
ho ancora voglia.

faccio fatica, faccio solo più fatica
e allora fatico
gonfio il petto col fiatone e poi
aspetto
mi aspetto

 

 

(15 aprile 2009)

Anima o stenti

perché
io ve lo dico
anche se non vi interesserà
ma
ci sono ogni notte, sempre
anche quando
non faccio rumore
a meno che non mi sentiate
respirare
di nascosto
lieve
come la neve
a meno che non vediate
lo sbuffo d’anima tiepida
danzare nella tenebra gelida
una notte livida e limpida
dove la poesia giace
in letargo
sotto una teca di ghiaccio
dove anch’io, in fondo, giaccio
(se almeno riuscissi a trovarmi).
eccola là
abbandonata ad un sonno
stanco
perduta in un sogno
bianco
eccola
cristallizzata, sospesa
langue
e non riesco a scioglierla
no so liberarla
dalla prigione trasparente
dalla paralisi latente
langue

Io anche

 

 

(fine del 2005)

Cenci

Niente dolcezza in un caffè molto zuccherato. Poso la tazzina ed esco.
Cammino, perduto tra le preococi decorazioni natalizie.
Già mi hanno stancato, mi scippano il sogno di bambino.
Forse è quest’aria tesa. Che cos’è? Tutta questa rabbia, questo crescente sospetto per tutto, cos’è.
Tutta quest’ansia, questa fatica che ti bracca e ti insegue fin dentro casa.
Tutti quei particolari complessi, unici, bellissimi. Immagini e sentimenti vecchi di qualche giorno soltanto. Dove sono?
Sfumati in un pensiero infetto, brutto e troppo stretto. Soffocati, ormai persi, più non li posso raccontare.

La bellezza muore così, in mezzo ad un viavai di occhi spenti e sacchetti pieni, o dentro uffici popolati di persone che di bellezza non ne hanno mai
incontrata.
Ne cerchi poi il cadavere nella notte. Senza criterio, come si cerca una
maglietta dentro ad un cassetto troppo grande e pieno e disordinato nella fretta del mattino.
Niente. Le parole a volte sono come le braccia nel cassetto: troppo corte per
arrivare in fondo.
Così le immagini, simili ad abiti sporchi e sgualciti nel cesto della
biancheria. Forse è tutto lì dentro.
Esci infreddolito, con la maglietta del giorno prima. Corri. Che vita sudicia.
Un altro giorno dimenticabile.
Domani penserò a come raggiungere le mie magliette linde e le mie memorie squisite, per perdermi con loro, i loro effluvi.
Oppure nulla si perde veramente.
Forse ogni cosa sparisce solo per un momento, o per un’epoca. Ha solo bisogno di riposare un poco, in fondo al cesto tiepido dei panni sporchi.
Abbiamo tutti bisogno di stare sporchi e inservibili, di confonderci nell’anonimato della confusione, di non esserci.
Poi torniamo. Tutto torna: lavato, stirato, profumato. Quasi come nuovo.
Non proprio.
I capi delicati, soccombono tra alte temperature, calcare e candeggina; e così le cose più fragili, le anime più sensibili: sono le più belle, ma soccombono prima, in questo mondo chimico.
Certi periodi sono come cicli di lavaggio sbagliati; certi episodi, come centrifughe troppo violente.
Anno dopo anno, prima o poi, tutti ci stingiamo, ci consumiamo, ci sfibriamo. Prima o poi ci ritroviamo infeltriti, scuciti, logori.
Diventeremo stampe sbiadite, elastici slabbrati, stoffa lisa sui gomiti.
Il meglio di noi sarà colato tra i fori del cestello.
A restarci, solo un gran bisogno di stenderci.
Accidenti

(23 novembre 2006)

This is disease

crescere è qualcosa che ci accade nonostante tutto.
tradirci è qualcosa che scegliamo di fare o non fare.
a volte non ce ne accorgiamo neppure.
a volte sprechiamo troppo tempo, pensandoci.
ognuno degli individui che siamo stati, vive
e rispettato o tradito che sia ce lo abbiamo
qui, lì, da qualche parte
dentro la memoria o nell’indole
nel sangue del petto nelle braccia nei neuroni nei geni
ogni singola parte di noi è ovunque, e da nessuna parte.
a volte ci affanniamo a riesumare cadaveri di persone che non eravamo .
altre volte ci incontriamo in un ricordo senza riconoscerci.
nessun noi muore del tutto fino a che non moriamo noi tutti.
purtroppo a volte diventiamo stupidi prima di ritrovarci.
crescere. a volte mi chiedo se l’età adulta non sia che una malattia
che, per sciocchezza o per pigrizia, troppo spesso sottovalutiamo
la trascuriamo, e questa ci spella e ci appiattisce piano piano
rendendoci ogni giorno un po’ meno unici e particolari
un altro po’ più stupidi e ovvi
sempre più svogliati, smemorati
fino a quando smettiamo di cercarci
fino a che diventa impossibile ritrovarci

(3 novembre 2009)

Notturno

http://www.youtube.com/watch?v=rSQZWluOVFE

 

Giusta giusta per quest’ora scura. Giusto poco prima di chiudere il libro al silicio, ripiegando la copertina luminosa sui tasti, poco bianchi e molto neri, che non suonano ma raccontano l’ultimo pensiero notturno.
La musica… a volte solo certa musica sa liberare le parole, che risalgono la corrente della dimenticanza come se richiamate dalle note, sedotte dalla melodia. Invece l’acqua fuori ha smesso di scorrere, calamitata dal freddo che la appiccica sul ghiaccio delle superfici dure e brillanti. Su di esse si riflette l’ennesima notte spietata, nascosta sotto allo zero, appesa sopra ad una triste luna siberiana. Luccica così, la notte: ma anche stanotte, nessuno ha il coraggio di uscire a guardarla. Forse la musica non teme il freddo, se è vero che la ascolto e già mi sogno in aprile. Ma ormai è lo stesso, ché nessuno è più sveglio per ascoltarla, e sciogliere il gelo, ovunque stia.

 

(1 febbraio 2010)

 

No recollection

Forse già saprete sia possibile perdere anche ciò che non abbiamo mai posseduto: una giornata, la felicità altrui, un’anima conosciuta, uno sguardo ignoto, innumerevoli attimi. Incastrato nell’orologio, tra le mura, oggi ho perso qualcosa di mai avuto, perduto tra i cristalli e dentro me stesso.

I disagi se ne fregano che esisti, e così tu puoi ignorarli a tua volta. Baratterei quindi la vita ordinaria in cambio di cinque ore di ritardo, piedi inzuppati, scivoloni. Questi come giusto prezzo per una fotografia, una sola, identica a come l’abbia immaginata e preparata e voluta, guardando e riguardando nel mirino, pronto per lo schioccante scatto fatale.

Passano gli anni e i mesi, e un giorno ti ritorna alla mente una di quelle immagini in cui l’aurora candida circonda le cose, facendo sembrare questo mondo meno sudicio e imperfetto. Parli col tuo amico e gli chiedi tornare con la memoria alla nevicata di inizio 2009: la ricorda, e pure meglio di te. Era solo una qualunque giornata fino a quel momento, piatta e afosa; ma ora, con un amico ed un semplicissimo ‘Mi ricordo’, in un lampo pare di aver ritrovato quei momenti. E a loro volta, quelli erano momenti in cui sembrava di esser tornati bambini! Come quando certe sere, a tavola, capitava di favoleggiare coi tuoi fratelli sulla fantastica nevicata del 1985: le discese con lo slittino dal pendio davanti casa, il bob rosso con la leva del freno utile solo per cappottare, gli arancini di neve, le risate, una gamba rotta, il pupazzo coi denti di sassi e il naso di carota (bello come quelli disegnati sui libri di lettura), anzi no il naso era un manico di scopa rotto, e io che entro in una buca e sparisco nel bianco, e il tempo scomparso insieme ai colori… Aspetta: interviene mamma e riporta la conversazione ad una dimensione più realistica. Ma oggi non c’è alcuna madre a moderare l’immaginazione e così, in preda a una strana sorta di sete, ti metti a fantasticare su quegli attimi perduti cercando un po’ di bianca neve sciolta nei cassetti e nella credenza, tra vecchi libri e cianfrusaglie, tra i vetri di murano e i cento altri souvenir inutili. Seduto sul pavimento frughi tra pacchi di vecchie foto, e ritrovi finalmente un’immagine senza tempo che descrive larghe campiture bianche racchiuse da poche e sottili linee nere sopra ad un cielo granuloso e grigio di ghiaccio. Una lievissima vignettatura, quasi certamente involontaria, dona al paesaggio un’atmosfera crepuscolare, rendendo la luce meno piatta, facendola nascondere dietro vette o boschi che non esistono. Sprofondi nell’immagine come nella neve, e lasci che ti racconti di una bellezza soffice e muta su cui potresti non riuscire più ad atterrare.

Ma oggi, io, quella foto non la posso scattare per domani.
Mi mancherà. Provare a sostituirla rifacendola a parole, no, non basterà.
Sono l’armadio zeppo delle cose già viste troppe volte, sono lo spazio vuoto del disco fisso.
Sono la macchina fotografica che giace nel buio del cassetto.
Sono la neve che cola nel tombino.
Sono la mia amnesia.

 

 

(dicembre 2009)

Forse era il caldo (ci son giorni)

ci sono giorni in cui rallenti e ti metti a sedere
e ti senti vuoto, come se non avessi niente:
giorni in cui non senti di possedere
la tua auto e la tua patente,
i tuoi vestiti e il tuo pudore,
i tuoi occhiali ed i tuoi occhi
o quel che sbirci del mondo
dal buco dell’otturatore.
(giorni) in cui mangi e tocchi
e vedi e respiri e parli. ma sei morto.
poi, la svolta:
cinque minuti di note. e sei risorto.
talvolta non possiedi che l’udito
utile ad ascoltare una canzone
quella di cui sentivi il bisogno urgente
o di quella che non cercavi o volevi, inaspettata
ovvero di quella che suonava da sola, già prima, nella testa.

vi succede mai? ché ci son giorni in cui è la musica stessa
che viene a cercarci, uscendo dai sepolcri polverosi
a volte facendosi sentire senza farsi udire,
non sfiora il campanello ma suona.
si regala inconsapevole a noi
rendendoci meno poveri
nella nostra miseria
dello spirito

ci sono giorni in cui le parole di una canzone parlano di chissà che cosa
mentre ascoltiamo la melodia che ci ricorda delle miglia di distanza
che separa tutto ciò che possediamo dalla loro reale essenza
del tipo: possiamo comprare i dischi, ma le note, no.

23 agosto 2009

Dentro a questo che non scrissi


Sono un uomo senza passato
me ne infischio del mio passato
il mio passato è una bambina
di sette anni che andava in cartiera
e che io ho chiamato madre
i miei casi meschini
sono meno che merda
di fronte alla sua paura
alle sue piccole gioie così piccole
che la storia non potrà registrare
nel mio passato c’è un uomo
che ha impastato milioni di pani
e che io ho chiamato padre
il mio passato è il suo odio
per il suo padrone
il suo amore per i gatti
la sua docile morte
io amo il mio passato
Lenin Marx Giulio Cesare Mosè
sono il mio passato
Gesù Cristo e lo schiavo
che costruì le piramidi
tutti gli umiliati e gli offesi dei millenni
il pitecantropo e il suo fuoco magico
Leopardi Dante e Socrate e mia nonna
che insegnava a cantare nella sua chiesa paesana
le montagne sono il mio passato
i laghi prealpini e i loro pesci
le stelle e i loro pianeti
le candele e i loro altari
le trottole i mitragliatori
i nidi delle processionarie
il Vangelo il Corano di Vittorio
gli occhiali di Togliatti
i fuochi della Rivoluzione d'Ottobre
Robespierre e la sua ghigliottina
Gandhi e il suo fuso
Spinoza e il suo latino
Rabelais e i suoi giochi di parole
Breton Orazio Sacco e Vanzetti
Pinelli è il mio passato
la Ghirlandina e i suoi morti
San Gimignano e le sue torri
Dostoevskij primo amore
Tolstoj fiume senza parole
i bachi da seta sono il mio passato
i dinosauri Hitler Mussolini
Churchill Stalin Roosevelt Moscatelli
e persone che voi non conoscete
morti che io non ho conosciuto
tutto ciò che saprò
tutto quello che non saprò mai
e le alghe in fondo ai mari
i mari in fondo all’universo
l'universo in fondo ai suoi microbi
le lune in fondo ai loro cieli
le parole in fondo alle loro vene
i pazzi i profeti gli assassini i preti
i poeti i lebbrosi i dervisci
gli impiegati d’ordine
i manovali portatori di terra
lo zio disperso nelle Americhe del Sud
le sue ossa spolpate dalla lontananza
io sono il mio passato
il vostro presente
l’avvenire di tutti
me ne infischio del mio nome
posso perdermi senza rimpiangermi
come si perdono i capelli
sotto le forbici del parrucchiere
come si perde il sole ogni sera
come si perdono le parole
con cui si finge di vivere,
di essere un tale, quel tale,
questo tale,
questo stronzo.

 

Come isole

 

Tipicamente autunnale,
lasci la città ancora tiepida e luminosa
chiudi gli occhi sul sedile davanti
li riapri sul vetro a lato
e già fa freddo, e già è buio.
Così uguale a un qualsiasi ritorno
da un giorno di scuola a tempo prolungato
quando era novembre e non studiavi
“rimedierò poi, adesso non mi va”
era il tempo di nuove paure e diffidenze
di rinnovate timidezze.
Ci si conosceva quasi tutti, sì
ma l’estate portava via un po’ di memoria
in cambio di amici a tempo determinato
o come spesso accadeva, era avara
e offriva lunghi pomeriggi di silenzioso sole

e troppi gelati
e giochi noiosi.
Erano solo compagni di classe, in autunno
alcuni erano sempre lontani e scenografici
sagome grigie come colleghi in un ufficio finto
ma anche i più vicini e vivi non li trovavo divertenti
non ero poi molto contento di rivederli
accostavo le loro esistenze al mio sonno doloroso
e ai compiti per casa che non riuscivo mai a finire in tempo
loro, con cui avevo condiviso giochi e risate nella primavera precedente
erano ora rivali nel momento della di un’interrogazione troppo prematura
e diventavano persino nemici nel momento in cui ero io ad essere chiamato
e non mi strappavano più nemmeno un sorriso.
Poi la nebbia svaniva, e con essa le amnesie
ed ecco le sagome animarsi, i nemici allearsi
la grande finestra oltre il banco
guardavo i marciapiedi inzuppati d’acqua, le foglie macerate
ed ora mi piace pensare che quel manto rugginoso e lucido
fosse così scivoloso per poterci far scorrere velocemente, lontano dai timori
e scivolando via ci ritrovavamo sulla soglia di un nuovo anno.
Le feste che finiscono subito
l’inverno che non finisce mai
eppure è già marzo, il tempo è volato
“no, ma che dici”
“ma se è stato un attimo”
e chiacchierando è già maggio
alcuni sono rimasti compagni
altri si sono messi in testa di entrarti nel cuore.
Era proprio necessario?
Non posso neanche fissare la luna in pace
mi toccherà ricontarvi tutti, comparse comprese
e se dimenticherò qualcuno non me ne accorgerò
oppure mi dirò “pazienza, non è possibile ricordarsi di tutti”
ma se un giorno una visione dovesse rinverdire la mia memoria
allora sentirò forte il bisogno di scusarmi
con la comparsa scomparsa che comparsa non era
e mentre cercherò goffamente di spiegare queste cose
la comparsa ricomparsa mi guarderà con aria confusa
e forse si convincerà ch’io sia diventato pazzo

o un tossico, magari.
Avrà ragione in ogni caso:

la mente si ammala di ricordi,
e la nostalgia genera dipendenza.

Scorrono le ultime case,
stacco gli occhi dal finestrino e lo sguardo dagli autunni di ieri
mi caccio nella giacca
frenata
saltino
sono in strada.
Il vento fa roteare un ricciolo arancione
e la tentazione di imitarlo mi assale.
Anch’io un ricciolo di foglia che si lascia trascinare
così, riarso e fragile e moribondo
sull’asfalto, pronto a sfaldarmi un caldo crepitio
e invece no
non si può essere così deboli
già sdraiati sulla strada in cambio di qualche onda d’aria
mentre le altre foglie tue simili, quest’anno
rimangono aggrappate con tutta la forza
a quegli alberi che hanno ancora folte chiome
e le piogge tardano ad instaurare il loro regno triste
ed a spezzare questo verde abbraccio. No
io tardo con loro, senza  farmi spezzare
dalla stanchezza, e dalla nostalgia.
E quest’ultima è semmai forza
quella che mi fa restare intero
vivo
e non mi fa perdere la via di casa
come una corda invisibile
come quella striscia dipinta sulla strada
a cui t’aggrappi con tutte le forze quando,
inghiottito dalla notte
o dalla nebbia, o dai cattivi pensieri
la tua auto sbanda per un istante
e i tuoi occhi stanchi ci vedono così poco
ma non puoi morire in un abitacolo
e allora quella corda bianca è l’unica salvezza
e le mani stringono il volante
ma le vere mani sono ora le due ruote a sinistra
e non puoi mollare
non vuoi
non devi.

Cammino lento
non voglio approdare alla meta
senza che l’energia di questo pensiero si esaurisca
e poi, mi chiedo, in cosa si trasforma l’energia di un pensiero
se per definizione non può morire?
Può l’anima
essere lo specchio dell’universo
e come esso dilatarsi all’infinito
fino a sfaldarsi?
Il cuore è una supernova
collasserà su se stesso fino all’apatia
poi esploderà
creando un’ellisse luminosa
ed una nuvola di gas e materia balenerà tra le stelle
pare quasi di poterla già vedere
guardala
è un’immagine di sublime bellezza
e tanta più luce si vedrà
attorno a chi ha tanto amato
e quanta più materia viaggerà nello spazio
creando altri corpi, altra vita
l’unica memoria immortale
fatta non di immagini
ma di atomi
eravamo non polvere
ma stelle
e stelle torneremo, un giorno.
Magari è solo un dio che espira
poi inspirerà
il cosmo collasserà su se stesso
e tornerà ad essere grande come una biglia
solo allora ci ritroveremo

ci riuniremo
tutti.
E invece

la corsa non rallenta
le galassie si allontanano a velocità sempre crescente
gli spazi diventano via via più sconfinati.
Allora penso a noi umani
a noi puntini invisibili
noi anime stupite
che guardiamo la luce delle stelle
così lontana nello spazio e nel tempo
e quindi penso che anche noi non facciamo che allontanarci
e la luce delle persone cui abbiamo voluto bene
non riesce a seguirci, ma resta in un passato sempre più remoto
e noi, come fiondati da un’orribile energia propulsiva, ci dividiamo
e le nostre distanze diventano incolmabili
dilatate 
da distrazioni e pigrizie quotidiane
dall’orgoglio e dall’orologio
da questa vita stanca
ché siamo così deboli
è quindi di un’energia negativa si tratta
ma pur sempre energia,
non muore.

Non muore
la mia ostinazione
a tenere con me quel che resta di quei volti
quelle voci
quelle immagini
come avvolte da un’opaca pellicola
e come una pellicola
posso fermarmi su un fotogramma
ma non giro io la bobina
c’è un proiezionista sconosciuto
molto incostante
ma a volte si sveglia
cambia il rullo
ed ecco un filmato inaspettato
stop.
Un fotogramma dimenticato
torna indietro
stop.
Fammi una copia di questo
non si può
devi chiudere gli occhi
e stringere tra le palpebre quell’immagine, quel ricordo
ma è già così sfumato…
Ecco il segreto
per cui la sera ci si ritrova a scrivere
non è altro che il disperato tentativo
di fissare nelle parole certe immagini sfuggenti
certe sensazioni che ti trapassano
e che potrebbero non tornare più
così chiedi alle lettere di correre veloci
e di inseguire te stesso
e non è che la rincorsa verso il ricordo di un ricordo
che si è già trasformato
e suona così fittizio nelle parole
romanzato un poco
eppure sincero.
Ogni istantanea che ti attraversa
e che ti coglie sempre impreparato
provi poi a cercarla
e a raccontarla che la miglior metafora che puoi permetterti
ma al cospetto di quel lampo
ogni sforzo linguistico appare così flebile
ogni metafora così misera, insufficiente.
Tuttavia ricordo che una volta
fui colpito da una sensazione anche più potente del solito
e nostalgia e malinconia furono così energiche nello scuotermi
che provai subito a disegnare quell’attimo.
Così vidi questo:
io che cammino ignaro
poi qualcosa o qualcuno
passa e mi squarcia la gola
e mi versa dentro un liquido tiepido e salato.
A voi non è mai capitato?
Mi riferisco a quegli istanti
in cui hai la sensazione improvvisa che entri più ossigeno nei polmoni
come se l’aria entrasse direttamente dalla trachea, oltre che dal naso
e una frazione di secondo dopo
senti che dentro a quel collo come aperto
ci sia rovesciato dentro un liquido caldo ma

non così tanto da scottarti
anzi tiepido, doloroso e piacevole al tempo stesso
e lievemente salato
ne senti chiaramente il retrogusto in fondo al palato
e quel sapore l’hai già sentito, ti rammenta qualcosa
qualcosa che pensi sia importante
importante da rammentare
e allora lo cerchi con la lingua ma
è scappato via
e ti sta già riempiendo il petto
e quello è il momento cruciale
quando ti manca il fiato
sgrani gli occhi
e la mente mette a fuoco quella diapositiva
è tanto bello quanto triste
tanto che senti che piangere non basterebbe
e non ne avresti il tempo da quanto è tutto così rapido
ed il liquido salato e tiepido, così simile proprio alle lacrime
sta già colando via
sprizza da tutti i pori come l’acqua dal telefono della doccia
e tu, umana fontana
cerchi di fermare l’emorragia con le mani
di fermare quindi il tempo, o quantomeno di dilatarlo
ma due mani sono troppo poche
e in ogni caso troppo piccole
e il liquido piove via
si raffredda all’aria di novembre
e resti immobile in una pozzanghera gelida
che riflette questa luna bianca
e con essa
tutti i volti di coloro che ti mancano
e ai quali troppe cose non hai detto
e che per questo cerchi nelle notti.
Poi un ultimo riverbero
è forse il senso di colpa
forse una stella, metaforica o reale
ma ormai è lo stesso
ti devi muovere
arrivare finalmente a casa
e metterti a scrivere con i piedi ancora zuppi
per provare a fissare quelle immagini, cristallizzarle
nell’impossibilità di cristallizzare le persone
il tempo
l’universo
e con essi
tutta quell’energia invisibile che non smette di scuoterti
e che ti porta fino all’ultima parola, ansimando
quindi all’
ultimo respiro
prima di implodere
di non essere più.
Poi l’esplosione
e quanta paura ho di non far rumore
quanto mi fa male l’idea
che non mi vediate brillare
forse perché troppo lontani
e non perché non avrò abbastanza amato
ma perché l’avrò troppo poco dimostrato
e per questo
esser da tutti voi dimenticato
no, no
voglio essere anch’io versato
in voi, liquido tiepido e salato
per rendervi un po’ di quella vita
che in vita mi avete dato

 


(lunedì, 6 novembre 2006)

Rincasare

La nebbia che smussa gli angoli,
la luce dei lampioni che sembra svaporare,
un cane che abbaia.
È strano rincasare la notte
Sei solo nella via e ti sembra di esserne il re
senti la percussione dei tuoi passi
il sibilo del tuo respiro
un allarme lontano che squarcia appena la quiete.
Piccoli tasselli di luce gialla si accendono dietro una veneziana
Immagino ogni possibile umana attività:
una donna in cucina che si appena alzata
che vuol mangiare dopo il sesso;
un anziano insonne che era già in piedi
e mi ha sentito sfrecciare sul marciapiede;
o forse quella è la finestra di un bagno
semplice no?
Poi penso a tutte quelle altre finestre che guardano sulla strada
la luce è spenta in quelle stanze
e in quel buio chissà quante vecchie pettegole
mi faranno un identikit per sapere chicomequando
nel dubbio faccio una boccaccia, poi sorrido.
È strano rincasare la notte
a casa c’è più silenzio di quando ero solo
però mi aspettano svegli il gatto
e una cena da scaldare.
Un caffè notturno
la telefonata della buonanotte
mi collego un po’
la Rete è come il gatto e la cena
ancora sveglia cioè
io ho poche idee ma confuse
ancora sveglio, ma non ne sono proprio certo
sebbene sia facile capirlo:
se domani ritroverò questo pensiero scritto,
vorrà dire che non era un sogno.
Le coperte mi chiamano, sirene
amo il loro calore
ma le temo perché hanno il sapore della routine
e domani mi sveglierò sotto di loro, come stamattina
e poi tutto il resto
domani uguale a oggi uguale a ieri
anche i miei post sempre più uguali tra loro
chissà poi dove si va a nascondere
quella sensazione che qualcosa di speciale accadrà a breve
e che ti assale sempre nei momenti meno opportuni
quando non la puoi pensare né scrivere
però ti rimane
e allora finisci il tuo turno serale
torni a casa tra mille stranezze normalissime
e mentre le racconti
tenti di ricordare una sensazione che non sai nemmeno cos’è
ti basta il ricordo
per farti stare un po’ meglio
per allontanare l’idea che la tua vita sia traslata
per farti cedere al canto delle sirene
finalmente.
Così arrivo alla buonanotte che è quasi giorno
ma va bene
sono stanco di farmi domande inutili
e il cane di prima tace
e le signore impiccione sono tutte crollate
e le luci nelle stanze si accendono ancora, si
ma sono quelli che anche oggi si alzano per andare al lavoro
insomma, è troppo tardi
e non trovo buoni motivi per restare
sono già spento io
spegniamo anche le cose intorno
poi chiudiamo gli occhi
facciamoci cullare dal canto dei primi uccellini
e soffochiamo queste troppe parole sotto il cuscino
e poi sotto anche la testa
chissà che non smetta anch’essa di far baccano
e di farmi stare in pensiero
shhh

 

  

(29 ottobre 2005)

Vuoi solo che finisca

Non c’è nulla di edificante nel toccare con la punta delle dita il vero dolore altrui – ci si sente solo stanchi e desiderosi di dimenticare, o di svenire addormentati. E se un bambino impara a tenere la mano lontana dalla porta bollente del forno, a noi le scottature non insegnano un bel niente – perché da grandi smettiamo di imparare e perché, quando l’infanzia muore, certe porte cominciano a bruciare di dolore, e piangendo, ci chiamano.


(novembre 2009)

Tregua

Ho riscoperto quanto calore c’è nel centro del palmo della mano
ho allungato le maniche alle magliette
ho finalmente i capelli dell’anno scorso
ho voglia di raggiungerti nel letto
ho trasformato quadrati di polvere in dischi da riascoltare
ho convertito soprammobili rettangolari in libri che a breve leggerò
ho una borsa che non si bagna e un thermos che non si raffredda
ho la sensazione che ti stanchi di meno a rincorrermi nei pomeriggi
ho ricordato l’importanza di non sottovalutare le persone
ho problemi che restano irrisolti, ma anche la forza di non esserne ossessionato
ho idee semplici e obiettivi concreti
ho perso un po’ di fantasia ma ritrovato un po’ di lucidità
ho molte tasche in più addosso
ho un sorriso in più grazie al tuo regalo a quattro dimensioni
e ho ancora voglia di raggiungerti nel letto, e mostrarti quel sorriso
ho finalmente qualche buon motivo per lamentarmi
ho nuovamente qualche buon momento per scrivere
e tutto questo e anche di più
si chiama ottobre
ed io
sto quasi bene.

E allora non tradirmi, ottobre
con le settimane di pioggerellina incessante
con le pozzanghere nascoste
con i treni che ritardano
con gli autobus che non passano
non punirmi col vento,
se ho voluto darmi delle arie
con la giacca più leggera
non startene in agguato minacciando nebbia e monotonia
non esagerare con la malinconia
né con il traffico
e resisti fin che puoi
ché temo
che i miei pori siano sempre meno impermeabili all’umidità
e i miei occhi sempre più allergici al grigio
i miei novembre all’apatia
i miei dicembre alla noia
i miei umori alle cattive notizie
ed è sempre più difficile impedire
ai miei amici di allontanarsi
ai miei ricordi di sbiadire
alla mia conoscenza di imbarbarirsi
ed il mio volto sembra più bello
ma la mia anima la sento imbruttire.

Non sono pronto ad alcun inverno,
né a quello che allontana da sole
né a quello che ghiaccia i sentimenti
e anziché adeguarmi al gelo
mi intestardisco nel continuare a cercare
un po’ calore
nei palmi delle mani
nelle maniche
nei letti
nella musica
nelle parole
nelle notti
nei pomeriggi
nelle tasche
nei sorrisi
e in quel che resta degli amici, e della memoria
ed è caldo e non sbiadisce il ricordo
d’una giornata d’un ottobre di due anni fa
e in fondo è da allora
che fa un po’ meno freddo

(10 ottobre 2006)