Puer

Non ci vorrei proprio andare al lavoro, domani. Vorrei stare qui stanotte, sospeso nella notte, a fantasticare su argomenti a piacere. Vorrei starmene a letto. Sveglio, a fantasticare ancora, guardando fuori dalla finestra. La luce bianca e ferma dietro la tenda. La colazione che arriva solo quando ho voglia di tornare verticale. No che non mi voglio alzare. Lasciami dormire, sveglia. E tu lasciami in pace, dovere. Non ho voglia di essere un bravo androide responsabile, domani. Ho voglia di fallimento. Per mio conto, senza compatimento. Ho voglia di una scusa. Ho voglia di stare a casa. Lasciatemi stare. Lasciatemi piagnucolare. Meglio patetico che regolare.


(facebook status, 12 feb 2010)

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Tunnel of love

Senza musica, probabilmente, sarei già morto molte volte.
Chi è venuto a riportarmi in superficie, mezzo annegato, dal buio di tutte le profondità oceaniche? Chi ha lanciato la corda per raggiungermi, prima che la montagna mutasse il suo volto d’inverno e il nero crepaccio si chiudesse su di me? Chi non fece diventare carne di pesci la mia carne, un relitto colato a picco la mia carcassa spolpata, un nido per alghe e plancton il mio scheletro vagabondo. Chi evitò che diventassi una mummia o un fossile per gli uomini del futuro, gli atomi dei miei resti sopravvissuti alle catastrofi dei millenni. Il vigile del fuoco che salva i bambini e i gatti e i libri dal rogo che spezza le case e sbriciola gli alberi. L’abbraccio stretto del compagno in caduta libera dopo che il tuo paracadute ha deciso di non aprirsi. La terza mano sul volante che trema, il terzo occhio sulle strade troppo buie o nebbiose, l’asse di legno su una pozzanghera laterale, invisibile e mortale. Il braccio materno che strattona prima di un attraversamento pedonale, mentre un’auto sfreccia con brutale mancanza di freno e di esitazione, come guidata da un automa. Il contadino paziente che pianta gli alberi nuovi sulla collina ferita a sangue dal cemento, da un torrente arrabbiato cogli uomini e gonfio di pioggia autunnale, dalla mancanza stessa degli antichi alberi che trasforma i pendii in frane. Il miele che alliscia la gola diventata di ferro tagliente e rugginoso; il sonno quasi magico che placa la stanchezza di un semestre di lavoro duro; il profumo della cucina che fa di nuovo dono dell’appetito, andato perduto dopo settimane d’un male oscuro che pensavi te lo avesse sfregiato per sempre, l’amore eterno per il cibo, il dolce cibo di questo mondo. La luce del sole che indica il foro d’uscita della grotta; il canarino che smette di volare per dirti Sàlvati, almeno tu, prima che l’alito silenzioso ma mortifero della miniera risalga dalle viscere della Terra ed esploda, inondando di giorno il buio secolare del sottosuolo. La coperta coi buchi che ringhia contro le notti di un rigido inverno, in difesa del senzatetto che piange muto sulla sua miseria. La ammirevole ostinazione di un vecchio aeroplano che prende il cielo per la milionesima volta, quando chilometri più in basso l’aria è sconvolta dagli uragani, la terra è sventrata dai terremoti e il giorno è inghiottito dalla nube di cenere di un vulcano; la luccicante e serena solidità della rotaia, la sferragliante e sicura calma del treno che la percorre, lungo un’immensa pianura argillosa e acquitrinosa, o sabbiosa e riarsa, che a camminarci sopra ti fagociterebbe sino al bacino, o forse alle narici; l’inaffondabilità stupefacente di una zattera di tronchi di sughero quando le braccia non vogliono più saperne di nuotare, e la corrente è tumultuosa e indifferente; la misteriosa forza di una schiena umana, quando c’è la guerra e le caviglie si slogano nelle trincee e nella corsa, i piedi muoiono congelati nella neve ucraina o austriaca e le cosce si spappolano per le pallottole basse del fuoco incrociato. Il pozzo profondo come la notte, il pozzo che incanta e riflette il cielo, il pozzo chiaro di luna, il pozzo generoso d’acqua; il pozzo che se domandi risponde, a volte persino esaudisce, ma che se ti sporgi non ti tira giù nel suo ventre. Chi la salvò, la mia mente, dalla trappola senza ritorno della mancanza di senso? Chi impedì ai miei occhi di seccarsi per sempre dopo che il cinismo di posò su di me, stringendomi nella sua morsa gelida eppure tiepida, terribile eppure rassicurante? Chi mi rinfrescò la fronte durante la febbre mefitica della mia memoria, che voleva che io mi svegliassi e non ricordassi più il mio nome? Chi mi ha fatto compagnia nelle orecchie o nell’immaginazione, suonando sempre, negli autunni tristi. E nei pomeriggi dell’adolescenza, nelle notti senza sonno, nelle maratone di lavoro, nelle code infernali del traffico. Chi non ha mai avuto timore di entrare in un letto assieme a me. Chi mi accompagna la mano mentre scrivo; e se non lo fa, tutto diventa stentato e senza flusso, lento, farraginoso. Chi mi accompagna, punto. Chi non si cura dei miei stati d’animo, talvolta violenti eppure trascurabili, piccoli passaggi attraversati dalla piccolezza della mia statura d’animo. Chi c’è stato mentre volevo che qualcuno ci fosse; chi mi baciava con vigore e tenerezza anche quando mi sentivo brutto e sgraziato e credevo di non avere bocca alcuna, ch’ero troppo giovane per imparare a piacere, imparando a piacermi; chi tutt’ora mi accarezza la testa, dopo che io stesso l’ho massacrata di razionalità o solo finta intelligenza; chi non cesserà di sorridermi, anche quando sputerò veleno, inacidito dagli anni, tanto che vomiterò la mia bile persino su di essa, con spropositata ingiustizia, ma mai al punto di rinnegarla. Chi? Colei che quanto più tace tanto più mi chiama, così che io torni a cercarla davvero, pieno di sete. Si lascia trovare. E non mi nega passione e sollievo, pioggia e riparo, profondità e altitudine, appetito e sazietà, attracco e mare aperto, ristoro e poi ancora viaggio. Grande ed anche oltre, senza fine né finale, come questo grazie per il dono dell’udito e dell’aria intorno, che si lascia respirare ma anche percuotere, ovvero, suonare.

(1° dicembre 2014, molti anni fa)

 

Caldo, molle, fondo

In principio tu evitavi di dirmelo
ma che mi amassi io già lo sapevo
lo capivo quando stavo dentro di te e sentivo
che ti scottava.
Un calore così scioglie ogni cosa
come il metallo più duro che si fa molle
quando cade
dentro la lava.
Scottami, amore mio
che forse, dopo anni
mi sciolgo anch’io.

.

Il mio caldo e denso
il tuo più fluido
e ancor più caldo.
Venirti dentro
è come poggiare un cucchiaio pieno di miele
sul fondo di una tazza colma di latte, bollente.
Ogni cosa diventa più molle
i nostri muscoli e la nostra mente
infine ogni cosa si scioglie
come l’orgasmo che ci fonde
e che ci fa dire cose insensate, d’istinto
nel momento in cui smettiamo d’essere
eterogenei e distinti

.

L’ho capito oggi pomeriggio
che non ti voglio più.
Mi fa così incazzare riscoprire
che tutto debba, inevitabilmente, finire
e non accetto che finisca sempre in me, per primo
e di rabbia adesso ti afferro per le spalle, e ti giro
così che non debba guardarti negli occhi mentre,
a te parallelo, entrerò profondo come non ho fatto mai
tanto che insieme fonderemo e sprofonderemo
in questo materasso, che da domani più non riscalderò
e prima di andarmene ti giuro e ti nego
che scoperemo forte fino a sfondarne le molle
e il ricordo di quando ci scottavamo

.

(da qualche parte nel 2010)

Naufragio

Sorgente: Naufragio

…è passato un lustro da quando pubblicai questo scritto su Sydness (che all’epoca era ancora domiciliato su splinder, nda), nonché l’esatto doppio del tempo da quando lo scrissi. La prima cosa che mi vien da pensare, rileggendomi oggi, è: accidenti, quant’ero permeabile. E dire che a malapena pioviginava.

Dieci anni. Eppure, a guardarmi indietro, non mi vengono le vertigini. Il tempo, più che uno strapiombo, oggi mi sembra un pendio o una scalinata: necessariamente ti ci abitui, a vedere tuoi ieri che s’allontanano a mano a mano.

40° C

40
gradi all’ombra delle nuvole delle insegne delle pompe di benzina dei vagoni dei treni a gasolio delle stazioni elettriche delle pagine web delle risposte non scritte non date non trovate delle tende gialle dei tendoni sudati del niente degli alberi dei parchi esausti delle fontane blu stinte delle spine dei roveti delle more della musica delle notti delle note acute e dell’afa stessa e altre cose lisergiche così
quaranta ccì, dicevasi, sì
il caldo è una specie di lsd
per chi tossico non lo è stato mai
Si vive di notte a milioni
un immobile viavai
nelle stanze da letto,
in perfetta (?) solitudine
solo l’insonnia stessa
a tenere compagnia.
Niente giorno significa
niente canzoni del cazzo
solo musica (fino al termine) della notte
svegli a intermittenza
come lampeggianti
canzoni nella notte a milioni
a colmare ogni assenza
Verde!
Semafori arancioni

 

 

 

(20 luglio 2014)

Cancelli e cerchi

c’è qualcosa
che viene a chiamarti nella notte
ti tappa il naso
ti tocca la spalla nel buio
e cominci piano piano ad emergere
a svaporare
da una realtà
all’altra
sospeso a metà
tra il mondo dei sogni e quello dei vigili
un magico tragico brevissimo istante
e solo in quel momento senza dimensione
quella cosa senza nome
quasi ti sembra di poterla vedere, sfiorare
forse persino capire, ma
nell’attimo appena successivo
già riapri gli occhi
riacquisti il senno con un respiro
ed essa
svanisce.
la cerchi nel cesso
nello scroscio dello sciacquone
la cerchi in cucina
la luce del frigo come fosse una torcia
la cerchi nel fondo della bottiglia
in un sorso d’acqua bevuto a canna
poi torni sui tuoi passi
e la cerchi ancora nella semioscurità
e nel tepore del letto
non ancora svanito
scivoli di nuovo dentro le lenzuola
la cerchi sulla pelle delle sue guance
o forse la cerchi nel gesto stesso della tua carezza.
in ogni caso, è troppo tardi:
qualsiasi cosa sia, sei sveglio, e corri al pc per
provare a raccontarla
per raccontartela ancora
senza riuscire a raccontare niente
se non il solo tentativo in sé
scrivendo tanto e quasi niente
in attesa di capire – illuso
o solo in attesa di ritrovare il sonno – stanco.
non hai trovato nulla
e non ci hai capito nulla
voi ci avete capito qualcosa?
perché
se così non è
diventa inutile continuare a parlarne
e più mi sveglio e più mi sfugge
così ora
sarebbe cortese da parte vostra
essere più rapidi di me
e raccontarmi che cosa vi sveglia nella notte
che cosa attraversa le vostre case
le vostre stanze
i vostri letti
le vostre guance o le guance vostre
le vostre coscienze.
siate svelti abbastanza affinché
scrivendo
non vi scordiate cosa e perché
stavate cercando
prima che si cancelli
magari al chiarore della piccola luce ispiratrice
della cappa aspiratrice
e cosa inseguite
nelle notti insonni
nel fondo siberiano dei frigoriferi
o in quello dei cerchi concentrici di centomila sogni
rimasti sbarrati dietro i cancelli del subcosciente
e poi scordàti
come una chitarra che suona male
come questi versi soporiferi
che suonano male
scordateveli
questi non sono quelli che avevo in mente
e questo non è quello
che stavate cercando
non è niente, mi stavo solo
svegliando

 

 

(28 marzo 2006)

It’s 4 in the morning, the end of december

uesto blog
è certo il peggior blog
della breve storia dei blog.

osate contestarlo?
negatemi questo riconoscimento e morirete, ve lo giuro.
potrei anche ammazzarvi io, già, ma come? oh sì, potrei rapire il gran ciambellano (il quale, non avendo idee proprie, è un feticista delle idee altrui), e con una pistola puntata sulla tempia del server, costringerlo a farmi dare la sua prestigiosa collezione di carte di identità. mi appunterei i vostri indirizzi e vi aspetterei in ascensore tipo Max Von Sydow che prepara l’agguato al Condor – Redford. sono irresistibili, certe calme attese. e gli ascensori coi neon lividi e il loro rettangolo di moquette scollata agli angoli. e i killer professionisti con guanti di pelle sempre perfetti e un linguaggio del corpo disciplinatissimo ed elegante, ma meno palloso del teatro Kabuki. o forse no, forse era solo Von Sydow con quel suo personaggio, ad averci quel fascino e quei guanti. magnifica maschera e magnifico killer, in ogni caso, senza pietà ma pieno di scrupoli. come si chiamava… Joubert?

forse, sì.
era freddo, Joubert: molto più freddo del Freddo del freddo romanzo e dei ghiaccioli d’inverno. che freddo quest’anno. ce l’avete il riscaldamento, uhm? ah, ce l’avete pure autonomo, bene. tipico dei piccoli condomìni. però non avete l’ascensore? già, tipico dei piccoli condomìni. e ne avete paura, sì? tipico dei piccoli condòmini che rincasano soli. bene, allora vi freddo al freddo del vialetto in una notte di stelle gelate, appena varcate la soglia del cancelletto che separa le vostre vite private dai citofoni e dall’eterna scia di auto inanimate che scorrono sull’asfalto, guardate. oh, vi ammazzo a sangue freddo, sono un pezzo di ghiaccio. non è vero. mi brucia il sangue nelle vene, sono una testa calda. vado a rasarmi il cranio per rinfrescarlo un po’. ma non basterà.

volete bere una tazza di caffè caldo con me?
in verità, vi dico: ad un pomeriggio in un caffè passato a chiacchierare con l’idealista Cybill Shepherd, preferirei una notte nell’appartamento della fotografa Faye Dunaway a condividere con lei calore e tremore dei corpi e del terrore. ché era bellissima e ci aveva pura la moka, nella cucina del suo appartamento nuiorchèse coi viali di nuiorchèse solitudine novembrina appesi alle pareti. e se io fossi Redford capirei quella solitudine e sarei così biondo e spaventato che non potreste resistermi, e faremmo l’amore ed anche il caffè insieme. poi domani è un altro giorno: il secondo dei tre. guardatevi intorno: anche i Condor, nel loro piccolo, s’incazzano. anche se poi, come quasi tutto ciò che è bello e speciale, appartengono ad una specie in via d’estinzione.

ossia, sono destinati a scomparire.
moriranno: come Travis Bickle. come New York e le altre metropoli, tutte malate croniche. come il Condor, volato troppo in alto nelle Ande del potere. come me, che mi metto a sedere per scriver cose così ovvie. come te, che infili la chiave nella toppa del portoncino d’ingresso della palazzina del tuo appartamento, col cuore in gola. e come te, che leggi e pensi: questo non è il peggior blog della storia. magari no, ma di certo non sopravvivrà. come i miti di celluloide e di carta, come i blog che li raccontano e come i blog che non ne parlano; come tutto ciò che è scritto, come tutte le parole del mondo, che non potranno resistere ai 451 °F dei roghi di un nuovo medioevo.

ma questa
è un’altra storia. e morrà anch’essa,
come tutti quanti voi. ve l’ho giurato.

Sincerely, a friend

                   

                               (fine dicembre 2008)

Se noi non fossimo noi

Incontro un uomo con l’andatura insicura, lo sguardo spaesato; guarda il cielo, poi fissa il terreno. Strano nell’aspetto.
Lo studio mentre si avvicina.
La mano destra. Sudicia. Qualcosa di liquido. Grondante di… sangue?
Oddio. Sì, sembra proprio sangue.
Sospetto.
Quell’uomo è forse così stralunato perché ha commesso qualcosa di atroce?
Fifa.
Cambio velocemente strada, allungo il passo il più possibile; ma non troppo, non deve sembrare una fuga.

Raggiunta finalmente casa, chiudo la porta a doppia mandata.
Affanno.
Cerco conforto nella dispensa.
Trovato. Mi preparo un panino al formaggio.
Masticando il primo boccone vado a ricontrollare la porta. Ok.
Mi dirigo nuovamente verso il lavandino della cucina.
Fisso l’acciaio. Su di esso vedo proiettata la sagoma di quell’uomo.
L’allucinazione, seppur lenta e sfocata, mi crea un brivido.
Una briciola, cadendo, manda in frantumi l’immagine mentale e mi riporta alla realtà.

La cucina esiste, è l’odierno teatro dell’immaginazione. Anche la mano insanguinata esiste: è la mia. Maledette pellicine.

Ora: questo panino sarà pure sospetto, ma il punto è un altro.
Non voglio necessariamente estrapolare una saggia morale da questa storia: non ne ho né la voglia, né la presunzione. Mi preme però dire che il mondo è pieno di imprevedibilità, di cose non subito comprensibili, di persone e fatti bizzarri.
A volte la spiegazione ad esse può essere tanto banale da sembrare inventata.

Pensando a tutto questo, mi rendo conto di non essere in grado di formulare verità o di saper ragionare in modo scientifico.
Il mondo è assai più complesso, o forse è molto più semplice e calcolabile, ed anche ciò che a noi appare unico e magico lo si può in realtà formulare e riprodurre.
Già.
Eppure torno con la mente alle mie unghie sanguinanti e a quanto possa creare diffidenza o sconcerto una cosa tanto stupida. Quanto male può farci la quotidiana rinuncia all’irrazionalità?

Ogni lume che rischiara la vista è anche un lume con cui ci possiamo scottare,
se ad esso ci avviciniamo troppo. Così il lume della ragione, che siccome tale nella notte va spento, perché cadendo può creare un incendio.
Ed è così che la notte diventa il tempo dei pensieri sballati e senza scopo.
Una logica buffa e avvolta dalla nebbia, propria dei sogni, sembra impadronirsi anche di coloro che si ostinano a restar svegli in cerca sonno, di una spiegazione, di loro stessi.
Quanto tempo sprecato.

(14 ottobre 2006)

Prima che si sciacqui

Occhi serrati
calore e vapore
raggi liquidi e bollenti
bussano alla mia pelle
accordano i miei legamenti
mi addolciscono gli spigoli
delle spine delle vertebre.
Intanto
oltre la tendina
aldilà della finestra
dall’altro lato dei muri
immagino stia scendendo
una lieve pioggia
una strana danza
di bianchi magici e soffici
petali di fiori antartici
che ieri mi carezzavano la fronte
che oggi cadono sotto le palpebre
che domani, ahimè
il cielo terrà per sé.
Coriandoli come di seta
impastati con l’acqua fresca
che si fondono arrivati quaggiù
in questa invernale sciatta pianura
della quale si fan manto
cancellandone le linee
riprogettandone le forme
neutralizzandone i colori
una coperta di gelo
uno splendente velo
che rende brillante la notte
incantandola, incantandomi
e trasformando un momento
in un sogno ad occhi chiusi
privo di sonno
ma senza tormento.

Freddo inverno fuori
la neve plana ancora, dolce
mentre dentro
il getto caldo mi molce
mi irrora e dona
una sensazione di
protezione
binomio contrastante
piacere sognante
diventa così
piccolo pensiero
da collezionare.
Un giorno domestico
passato a riposare
ed a sbirciare fuori
da quelle finestre che
lasciano passare la luce che esplode
azzurro bianco ancora azzurro poi giallo
suolo che riflette il cielo che riflette il suolo
un’eco visibile e continua
che confonde la notte con il giorno
che cancella le ore nella sua bianchezza costante
prima che la pioggia la cancelli in qualche istante.

Un tempo
ero candido e quasi puro
come il foglio dietro queste lettere
come questo balletto
di fiocchi di cotone di un altro mondo
di cui questo è una prova di canto
sebbene a provarlo sia un cantore tremebondo.
Un tempo, dicevo
candidamente partorii questi
brevi versi
d’una lunga poesia che scrissi
e poi persi
e che adesso,
inaspettatamente
misteriosamente
sono tornati a galla
nel mare della memoria:

Freddo e neve / e ghiaccio, e l’aria greve / è l’anima palpabile / di quest’inverno interminabile.

Parole che grondano poche gocce
di quel climatico dolore
di quello spettro polare
di quell’esterno tremare
per il quale le mie ossa oggi
non hanno vibrato
e i denti non han battuto
ma han solo puntellato
dietro le labbra
un sorriso sobrio
figlio d’una calma tumultuosa
come la neve che cade
autentica e rara e silenziosa
come questa pace che cade
dentro
la sera
stasera

 

 

(22 febbraio 2005)

No recollection

Forse già saprete sia possibile perdere anche ciò che non abbiamo mai posseduto: una giornata, la felicità altrui, un’anima conosciuta, uno sguardo ignoto, innumerevoli attimi. Incastrato nell’orologio, tra le mura, oggi ho perso qualcosa di mai avuto, perduto tra i cristalli e dentro me stesso.

I disagi se ne fregano che esisti, e così tu puoi ignorarli a tua volta. Baratterei quindi la vita ordinaria in cambio di cinque ore di ritardo, piedi inzuppati, scivoloni. Questi come giusto prezzo per una fotografia, una sola, identica a come l’abbia immaginata e preparata e voluta, guardando e riguardando nel mirino, pronto per lo schioccante scatto fatale.

Passano gli anni e i mesi, e un giorno ti ritorna alla mente una di quelle immagini in cui l’aurora candida circonda le cose, facendo sembrare questo mondo meno sudicio e imperfetto. Parli col tuo amico e gli chiedi tornare con la memoria alla nevicata di inizio 2009: la ricorda, e pure meglio di te. Era solo una qualunque giornata fino a quel momento, piatta e afosa; ma ora, con un amico ed un semplicissimo ‘Mi ricordo’, in un lampo pare di aver ritrovato quei momenti. E a loro volta, quelli erano momenti in cui sembrava di esser tornati bambini! Come quando certe sere, a tavola, capitava di favoleggiare coi tuoi fratelli sulla fantastica nevicata del 1985: le discese con lo slittino dal pendio davanti casa, il bob rosso con la leva del freno utile solo per cappottare, gli arancini di neve, le risate, una gamba rotta, il pupazzo coi denti di sassi e il naso di carota (bello come quelli disegnati sui libri di lettura), anzi no il naso era un manico di scopa rotto, e io che entro in una buca e sparisco nel bianco, e il tempo scomparso insieme ai colori… Aspetta: interviene mamma e riporta la conversazione ad una dimensione più realistica. Ma oggi non c’è alcuna madre a moderare l’immaginazione e così, in preda a una strana sorta di sete, ti metti a fantasticare su quegli attimi perduti cercando un po’ di bianca neve sciolta nei cassetti e nella credenza, tra vecchi libri e cianfrusaglie, tra i vetri di murano e i cento altri souvenir inutili. Seduto sul pavimento frughi tra pacchi di vecchie foto, e ritrovi finalmente un’immagine senza tempo che descrive larghe campiture bianche racchiuse da poche e sottili linee nere sopra ad un cielo granuloso e grigio di ghiaccio. Una lievissima vignettatura, quasi certamente involontaria, dona al paesaggio un’atmosfera crepuscolare, rendendo la luce meno piatta, facendola nascondere dietro vette o boschi che non esistono. Sprofondi nell’immagine come nella neve, e lasci che ti racconti di una bellezza soffice e muta su cui potresti non riuscire più ad atterrare.

Ma oggi, io, quella foto non la posso scattare per domani.
Mi mancherà. Provare a sostituirla rifacendola a parole, no, non basterà.
Sono l’armadio zeppo delle cose già viste troppe volte, sono lo spazio vuoto del disco fisso.
Sono la macchina fotografica che giace nel buio del cassetto.
Sono la neve che cola nel tombino.
Sono la mia amnesia.

 

 

(dicembre 2009)

Forse era il caldo (ci son giorni)

ci sono giorni in cui rallenti e ti metti a sedere
e ti senti vuoto, come se non avessi niente:
giorni in cui non senti di possedere
la tua auto e la tua patente,
i tuoi vestiti e il tuo pudore,
i tuoi occhiali ed i tuoi occhi
o quel che sbirci del mondo
dal buco dell’otturatore.
(giorni) in cui mangi e tocchi
e vedi e respiri e parli. ma sei morto.
poi, la svolta:
cinque minuti di note. e sei risorto.
talvolta non possiedi che l’udito
utile ad ascoltare una canzone
quella di cui sentivi il bisogno urgente
o di quella che non cercavi o volevi, inaspettata
ovvero di quella che suonava da sola, già prima, nella testa.

vi succede mai? ché ci son giorni in cui è la musica stessa
che viene a cercarci, uscendo dai sepolcri polverosi
a volte facendosi sentire senza farsi udire,
non sfiora il campanello ma suona.
si regala inconsapevole a noi
rendendoci meno poveri
nella nostra miseria
dello spirito

ci sono giorni in cui le parole di una canzone parlano di chissà che cosa
mentre ascoltiamo la melodia che ci ricorda delle miglia di distanza
che separa tutto ciò che possediamo dalla loro reale essenza
del tipo: possiamo comprare i dischi, ma le note, no.

23 agosto 2009

Soulstizio

era di buon sapore ed era una vertigine,
come il vortice di spaghetti attorno alla forchetta,
la sera di primavera morbida che non puoi cadere e farti male
perché imbottita come una poltroncina reclinabile
di nuvole e voce. e la luce che non muore, non vuole
che solo molto più tardi si sdraia lenta
alla fine si addormenta. poi rinasce, si rimesce
in fondo alla prima tazza del mattino,
prima che il giorno sciacqui via l’alba
prima che il sonno mi sciacqui via da me stesso
prima che la pioggia sciacqui la via e il sonno via dagli occhi.
così il giorno dopo comincia alle due
il pomeriggio scola nella grondaia
dentro a un grigio sempre uguale
ma che non può fare male.
dentro al latte una pigrizia cereale;
il dubbio, la doccia, la telefonata a casa. poi fuori
a comprar benzina, chiacchiere prepagate e cose da mangiare.
è sera, la pasta si butta alle dieci
da buttare nella pancia colla birra e gli asparagi
e non si butta via niente. il caffè sale a mezzanotte
la nostalgia mezz’ora più tardi
e nel frattempo, penso all’estate che nasce
senza paura e con qualche desiderio
ma evitando ogni aspettativa mentre
la sera vestita d’autunno, fresca che ti devi imbottire,
si spegne asciutta dentro a questo pensare sparigliato
e il buio rimane in fondo alle pentole della cena
quel nero riflesso da lavare domani
qualsiasi domani sarà
mentre guardo le ore e vedo che un’altra ora se n’è andata
ma in fondo alla notte, in fondo, al solito cerco me stesso
messo in fondo ai pensieri da svendere al mercatino
come bicchieri di limonata, il chiosco di Charlie Brown.
ed eccomi lì, in fondo ai fumetti ai libri alla musica
ed eccola lì la luce, che nella musica risorge
e ogni volta il bagliore mi attrae ed io ci casco ma
se note e parole colmano la mancanza di molte sere tenere
allora casco dentro ad una rete che non può mancare
nemmeno d’estate, qualunque estate sia
qualunque stagione sarà
forse zuppa come una valigia rotta chiusa nella stiva
rotta come una voce perduta nella pioggia,
che proprio adesso ricomincia a tic-chet-tare,
sola come una lancetta chiusa nel suo orologio
rimasta spaiata. oppure spalancata come la prima risata
che risale dalle costole quando risorge un sole qualsiasi
mentre il male cambia consonante e muore sugli scogli
e la compagnia resiste e resta così, buona
e la sera non muore, e ritorna soffice
ed io non me ne vado, ovvero non cado
nel vortice di buon sapore ci certe sere lunghe
resisto e resto là, in fondo alle onde
in fondo a queste righe pornografiche
in cui infondo quel me stesso che più non son io
come il fondo dell’oceano che una vita non basta a scoprire
ma per adesso ci vedo fino in fondo, e mi rileggo
e capisco quanto profondo sia il mio bisogno di dormire

 

(21 giugno 2010)

Rincasare

La nebbia che smussa gli angoli,
la luce dei lampioni che sembra svaporare,
un cane che abbaia.
È strano rincasare la notte
Sei solo nella via e ti sembra di esserne il re
senti la percussione dei tuoi passi
il sibilo del tuo respiro
un allarme lontano che squarcia appena la quiete.
Piccoli tasselli di luce gialla si accendono dietro una veneziana
Immagino ogni possibile umana attività:
una donna in cucina che si appena alzata
che vuol mangiare dopo il sesso;
un anziano insonne che era già in piedi
e mi ha sentito sfrecciare sul marciapiede;
o forse quella è la finestra di un bagno
semplice no?
Poi penso a tutte quelle altre finestre che guardano sulla strada
la luce è spenta in quelle stanze
e in quel buio chissà quante vecchie pettegole
mi faranno un identikit per sapere chicomequando
nel dubbio faccio una boccaccia, poi sorrido.
È strano rincasare la notte
a casa c’è più silenzio di quando ero solo
però mi aspettano svegli il gatto
e una cena da scaldare.
Un caffè notturno
la telefonata della buonanotte
mi collego un po’
la Rete è come il gatto e la cena
ancora sveglia cioè
io ho poche idee ma confuse
ancora sveglio, ma non ne sono proprio certo
sebbene sia facile capirlo:
se domani ritroverò questo pensiero scritto,
vorrà dire che non era un sogno.
Le coperte mi chiamano, sirene
amo il loro calore
ma le temo perché hanno il sapore della routine
e domani mi sveglierò sotto di loro, come stamattina
e poi tutto il resto
domani uguale a oggi uguale a ieri
anche i miei post sempre più uguali tra loro
chissà poi dove si va a nascondere
quella sensazione che qualcosa di speciale accadrà a breve
e che ti assale sempre nei momenti meno opportuni
quando non la puoi pensare né scrivere
però ti rimane
e allora finisci il tuo turno serale
torni a casa tra mille stranezze normalissime
e mentre le racconti
tenti di ricordare una sensazione che non sai nemmeno cos’è
ti basta il ricordo
per farti stare un po’ meglio
per allontanare l’idea che la tua vita sia traslata
per farti cedere al canto delle sirene
finalmente.
Così arrivo alla buonanotte che è quasi giorno
ma va bene
sono stanco di farmi domande inutili
e il cane di prima tace
e le signore impiccione sono tutte crollate
e le luci nelle stanze si accendono ancora, si
ma sono quelli che anche oggi si alzano per andare al lavoro
insomma, è troppo tardi
e non trovo buoni motivi per restare
sono già spento io
spegniamo anche le cose intorno
poi chiudiamo gli occhi
facciamoci cullare dal canto dei primi uccellini
e soffochiamo queste troppe parole sotto il cuscino
e poi sotto anche la testa
chissà che non smetta anch’essa di far baccano
e di farmi stare in pensiero
shhh

 

  

(29 ottobre 2005)

Sole sgonfio

luglio era gonfio di luce e di ubriachezza
il caldo che sprangava la porta
costretti dentro casa.
 
la sera arrivava più tardi
e le vacanze, solo immagini appese,
sono ora necessità attese con ansia, stanchezza.
 
agosto mi ha rubato qualcosa.
forse la scrittura, forse proprio la sera
rendendola più repentina e meno rosa, più nera.
forse mi ha tolto la fantasia
i sogni d’acqua per il mare
la voglia di prendersi e portarsi via.
e ancora lo sento rubare
qualche cosa mai stata mia
di certo mi ruba l’estate
come ogni estate.
 
rimango solo
altrimenti smarrito
come un costume dismesso
mentre si presume, là fuori, l’arrivo
dell’autunno coi suoi colori mentre
in fondo a me stesso io
mi sento sempre
più sbiadito

(2010, primi di settembre)
 

E di polvere t’€™orneremo

Io non so mica se sono in grado. Come faccio a sistemare tutto questo disordine?

Tutti quei vestiti in giro
le camicie a maniche corte
si sdraiano sui maglioni di lana
che sperano in un’ultima giornata di pioggia
per ritardare l’attimo in cui saranno rinchiusi nel fondo d’un armadio
e poi chissà cosa può succedere in settembre
una nuova felpa viene assunta
prepensionamento e tanti saluti
un filo a forma di lacrima pende
vecchio golfino in fondo ai sacchi dell’ipocrita beneficienza
ma anche un girocollo a forma di sardonico sorriso
pensando gli abiti novizi
che ancora non conoscono i veri rigori invernali
e non immaginano quanto sia triste il buio di un guardaroba
quando la primavera si inoltra nell’estate
e un umano capriccio decreta la tua vecchiaia.

La casa è un tempio greco
“Ordine Dorico? Ionico? Corinzio?” – bravi, avete studiato
ma no, non è in nessun ordine
è anzi un disordine di tante piccole colonne
di CD e vinili, e libri, e riviste
parecchi ancora da leggere, da ascoltare
ma queste rovine di tempio non hanno tempo
di essere viste, studiate, magari riordinate
nessun ordine cronologico o alfabetico mi indica il percorso
e se cerco una metopa non la trovo mai
e senza cronologia non c’è tempo
tempo di leggere, di ascoltare, di sentire
ruderi, frammenti di un tempio
che non ha tempo di essere deframmentato.

Universo in briciole
un po’ come i pezzi di De Gregori, e allora
briciole di cioccolato briciole di colomba

briciole di democrazia briciole di bomba
briciole di pane briciole di pelle morta
briciole di breccia briciole d’ogni sorta.

Non trovo la scopa
per spazzar via tutte queste briciole
questi vecchi indumenti
questi parlanti argomenti
queste troppe parole
questi tanti ricordi, troppi pensieri
che fanno disordine là dentro
immagini che si sbriciolano
e cadono verso chissà quale suolo, danzando
come le foglioline nuove degli alberi
trafitte da milioni di fili di sole
che scaldano l’aria
illuminano questa dimensione psichica del disordine
e la polvere ci scia sopra, guardala
la vedi in controluce che ancheggia
e che alza un po’ di grigia neve
e non arriva mai a valle.
Che cos’è la polvere?
Briciole di briciole di briciole
i maglioni sparsi si sbriciolano
i miei libri, i miei disegni
tutta la mia carta si sbriciola
anche il mio modo di scrivere si sbriciola, dentro
non rimane che la forma esterna
un bel pullover che, domani
saprà già di vecchio
ma le parole non le puoi sbattere in sacchi
e darle in beneficienza per sentirti in pari
non le vuole nes-su-no.
Non le vogliono i bambini, stanchi delle stesse prediche
non le vogliono i morti, esausti di ascoltare preghiere non sentite
e chissà, sbricioliamo la loro anima con la nostro tritatutto materiale
comprato a rate, briciole di soldi non nostri
che ci riducono in ogni tipo di povertà.

Così i morti
alcuni briciole di fuoco in urne, o in oceani, o su campi da fertilizzare
insieme ad altri morti, che fertilizzano da dentro quello stesso terreno
mentre vermi ed insetti sbriciolano le loro casse, e i vestiti del loro commiato
e fanno a brandelli le loro carni
briciole di persone che abbiamo amato
di mani che abbiamo strette e di guance che abbiamo accarezzato
di occhi che non abbiamo dimenticato
non sono che proteine, senz’anima
e la terra è ormai tiepida e ben nutrita
e mille fiori e piccoli alberi cercano di penetrare il freddo marmo
anche nei campi santi è primavera
e quindi, pensate, vita.

Così
briciola su briciola scivoliamo verso un altro maggio
e dentro le case i troppi oggetti inutili spettegolano come casalinghe
e si narrano la leggenda delle pulizie di primavera
ed io le osservo inquieto
ché il disordine non lascia tranquilli
tanto più quello interiore
delle troppe cose da fare
dubbi da sciogliere
impegni da rispettare
nozioni da studiare
vecchie questioni da affrontare
e pensieri da ripensare
ricordi da riassettare
per ritrovarli, per non dimenticarli.
Le case sono zeppe di cose
le teste di preoccupazioni
tante persone sono piene zeppe di sé
il televisore è zeppo di immagini e suoni
pubblicità
la rete è piena di pesci
o di parole, a seconda dei casi
le carceri sono piene di innocenti
e ma zeppe di criminali
anche se alcuni disonesti sono pieni di soldi
i telegiornali sono pieni di disonesti
e di morti
come la terra.
Allora ecco che la primavera è zeppa di vita
e di un energia invisibile ma vibrante
e dunque basta una scintilla
in un mondo pieno di mondi
e di cose
e di briciole
basta un nonnulla
a far scoppiare qualcosa
ché la stagione bella è esplosa
la mia testa è lì lì
che cosa scoppierà adesso?
Magari nulla
e come spesso accade
la sensazione che qualcosa sta per accadere non è che uno scherzo
della mente che si prende gioco di te
e delle tue troppo domande sciocche
e poi
finisce il gioco
e ti dice
“smettila
di pensare
e di andare a capo
e di considerarmi zeppa, non lo sono
le mie briciole, se vuoi, si aspirano in un attimo
prova infatti a chiudere gli occhi
a respirare profondo
a goderti questo aprile
e gli alberi ringiovaniti, i prati rinsaviti
e le nuvole
e dimentica quegli abiti polverosi
quelle colonne in rovina
quelle troppe cianfrusaglie
e ricorda
che la tua casa è zeppa, si, ma di te”

Ascolterei il consiglio
scapperei da tutti gli sgabuzzini possibili
e butterei via le chiavi
e giù per le strade
nascosto nella folla e da essa cullato, protetto
e poi ancora via
dalle vie zeppe di vivi
cercando frammenti di natura
per respirare briciole d’erba e di corteccia
e di raggi di sole, di vento e di stelle
polvere di pace
ah, che bel finale sarebbe
ma non trovo il tempo
coraggio non ne ho mai avuto
ho solo briciole di speranza in un petto bucato
e scivolano via come le monete dalle tasche scucite
briciole per terra che i piccioni divorano
e che non posso più ritrovare
e comunque non potrei tornare indietro come Pollicino
neanche se avessi i sassolini e le tasche rattoppate
che invece ora si svuotano
e lanimo si impoverisce
e si impoverisce il mondo d’umanità
si ingrandisce l’inferno di anime
si arricchisce la terra di morti
e rimangono solo poche speranze, e molte briciole, e troppe parole
e nessuna di queste cose
potrà servirvi
saprà aiutarmi
o riuscirà a salvarci
dalle bombe, dalle briciole, dagli inferni
o peggio
dall’essere dimenticati
come quei vecchi indumenti feriti, poi soffocati
morti ammazzati in sacchi della spazzatura,
neanche i poveri li vorranno indossare
e chissà poi dove
al termine dell’esistenza
saranno andati a finire
e noi come loro
chissà