Caro Mario (malgré tout)



Mario Luzi  (20 ottobre 1914 – 28 febbraio 2005)


Ma se avesse ragione,
caro Mario,
chi dice che il tutto
si specchia nel niente?
Se tutto fosse possibile
– Tutto, incredibilmente

ma poi, al termine del giorno,
non restasse che il trepidare in sé 
delle attese?
Il senso desidera e vede
quel che desidera vedere:
ma se, anche nel risveglio del fiume,
ogni probabilità che fluisce
non fosse che apparente.
E se ciò che arriva per primo
non fosse tutto ciò che realmente è
nel suo immanente potenziale:
trascorsa la novità, l’ordinario si sostituisce
allo speciale;
e mentre il verde dei salici scurisce
il sensibile si fa trasparente.

Affrancare, affrancarsi

Immaginate di scrivere con i vostri sentimenti più sinceri e con la vostra miglior prosa una lettera per qualcuno che avete a cuore. E poi immaginate quel foglio cesellato di parole accuratamente ripiegato, ficcato dentro una busta da lettere ben chiusa. Una bella busta bianca, immacolata e muta, senza la traccia di un indirizzo e priva di un qualunque francobollo, posata su un tavolo o sul fondo di un cassetto a prendere polvere.

Di questo si tratta: non comunicare con i destinatari dei nostri pensieri è qualcosa di completamente inutile e ozioso. E tanto più lo è quanto più quei pensieri sono importanti, urgenti, a loro modo vivi. Come dire: è proprio un gran peccato, tenerseli tutti per sé.

Del resto, una cosa bella di cui nessuno sarà mai a conoscenza non è reale bellezza: è solo il nulla assoluto. Come quando non riveliamo a una persona che le vogliamo bene finché ne abbiamo la possibilità. Perché? Un rimpianto eterno per non sopportare un attimo di vergogna?

La vita mortale è un po’ come una batteria della quale non conosciamo la carica: non sappiamo esattamente quando si esaurirà, potrebbe durare ancora a lungo, ma potrebbe anche abbandonarci da un momento all’altro. E il pudore? Be’, è una grande virtù, purché ci aiuti ad essere selettivi nel nostro mondo intimo e non sia, invece, una scusa per erigere un muro di cemento armato tra noi e il resto del mondo.

Il punto è semplice: rimandare, procrastinare, avere troppi scrupoli, censurarsi… sono elegantissime idiozie. Così spesso preferiamo i modi discreti alla franchezza, o un educato imbarazzo all’essere spontanei e concreti; intanto, il tempo ci scappa di mano.

Ma come ci facciamo male da soli, noi umani, non lo sapremo mai fino in fondo.

In questo gioco macabro, prigioniero e carceriere sono divisi soltanto da uno specchio.

La ragione è scritta sui rovi

A volte penso: come esseri viventi, in natura, nasciamo possedendo già ogni cosa. Ma il tempo cambia le cose: ora le cura, ora le guasta, talvolta non basta. Ed ecco che la storia di ogni persona vengono inoculati, come inevitabili vaccinazioni, i desideri, fisiologici come colture di batteri, che spingendoci a volere sempre un po’ di più, ci portano via via ad avere sempre un qualcosa di meno.

Così rotonda e pura, la pienezza dell’infanzia: non solo la nostra, anche quella della Terra. Poi: irrompe nella Storia la comparsa degli uomini, l’invenzione della storia stessa, quella del denaro, quella della guerra. E a quel che già c’era – i terremoti nepalesi o irpini o californiani o giapponesi, gli uragani tropicali, i vulcani filippini o australi, un asteroide ogni milione di anni, altri danni astrali – si sommano i figli degli uomini, con la loro cosiddetta civiltà, ben presto infettati da un’incurabile e infinita malattia chiamata avidità. Carestie e siccità, Chernobyl e Fukushima, il Vietnam dopo Hiroshima: funghi atomici e disastri nucleari, i veleni nei mari, la Louisiana e centomila altre petroliere, le pesti nere, i nipoti degli uomini, il loro presunto progresso, la loro sconfinata stupidità. La moria delle minuscole api che ci condannerà a una scomparsa certa e forse lenta, ma molto più prossima dell’implosione del gigantesco Sole; l’estinzione di intere specie animali o vegetali, così come la morte di una sola bestia, o di una bestia sola; la caduta di un solo alberello, la secchezza di un solo ruscello, l’avvelenamento di qualsiasi fiume; della vita come la conosciamo, lo spegnimento di un qualunque barlume.  

È vero, mi sono perso. Un ragionamento che non porta in sé soluzioni è una sconfitta. Un esercizio inutile che non fa testo, come un bel dipinto arrotolato o un manifesto impolverato, perso chissà dove, fra gli scaffali d’una soffitta. Nel percorrere il nostro tempo mortale così come nel volerlo indagare, l’esito è spesso analogo, se non uguale: non facciamo altro che perdere, perdere, perdere. Perderci. O essere smarriti, come monete sul viale, scivolati dalla tasca bucata di chi con sé ci portava. O sottratti dalle dita di chi a noi ci teneva, non importa. Non importa se avremo torto oppure ragione. Non importa quanto avremo speso e neppure cosa avremo accumulato: nulla potrà essere venduto, tutto sara sperperato. Alla fine della strada, comunque vada, avremo perduto. Spogliati, come alberi sfogliati dai venti e dall’autunno. Nullatenenti, per sempre nudi, su noi stessi riversi: alla fine, saremo persi.

(2015)

With random precision

Non toglietemi mai la possibilità di sbagliare. Ovvero, la libertà di farlo – ovvero, la libertà.

Se dalla mie scelte dipendessero altre vite, credo che non potrei.
Se manovrassi una gru o conducessi un treno o un tram urbano, non so se potrei.
Una svolta troppo larga, una curva troppo veloce, una sola distrazione.
Non dico che non ne sarei capace: dico che sarebbe troppo.
Quando non avevo ancora la patente, sognavo corse disperate e manovre folli. Restavo vivo per miracolo, controllando qualcosa che controllare non sapevo. Poi mi svegliavo, e pensavo: non imparerò mai a guidare. Invece, con qualche piccola fatica, imparai. E a parte qualche graffietto in parcheggi troppo azzardati, solo una volta persi davvero il controllo. E mi bastò; e se poi riuscii a perdonarmelo, fu solo perché l’unica vita che misi in pericolo era la mia.

I processi creativi sono tutta un’altra storia.
In essi, un errore è un’opportunità.
Chi mi ha visto disegnare, forse s’illude che io abbia una totale padronanza degli strumenti.
Niente di vero: ho solo la serenità di chi è pronto ad accogliere gli inevitabili sbagli.
Nessuna vita in pericolo. Nessuna possibilità di creare dolore.
Non temo gli sbagli che possono essere salvati, ossia ricoperti, sovraincisi, mascherati. O, nelle giornate giuste, trasformati in qualcosa di meglio.
Parallelamente, non amo cancellare. Non butto via niente. Non voglio fingere, né barare. Per questo, per esempio, preferisco la penna biro alla matita.
Ma non mi spaventa la possibilità di perdere il controllo, se questo non mette in pericolo persone, valori, pensieri.
Mi piace il caso.
Mi piace quando, per opera di esso, si genera una novità imponderabile e per questo spontanea, assoluta.
Mi piace quando un incidente di percorso non è che una porta che si apre su altri orizzonti.
Mi piace trasformare i difetti in imperfezioni, gli scivoloni in tuffi, le incomprensioni in significati aggiuntivi.
Mi piace poter sbagliare senza doverne avere paura.
Amo quello che si crea senza esser stato ponderato.
Ho un gran bisogno di sbagliare.
Lasciatemelo fare.

Nebbia a banchi

Alle volte è come se riuscissi a comprendere l’umanità tutta fuorché me stesso. Altre volte è come se non conoscessi nessuno per davvero, fuorché me stesso. Quando accade la prima ipotesi è tutto più faticoso ma, al contempo, più stimolante e vitale. Quando a manifestarsi è la seconda possibilità, invece, tutto sembra più facile e comodo, ma in realtà è anche più amaro.
Com’è strano. Pare quasi un paesaggio nella nebbia: le cose intorno continuano a esistere, ma non possiamo vederle. E l’occhio resta solo a fissare le linee verniciate sull’asfalto. L’auto si perde nella pianura bianca, il viaggio perde la sua armonia. E la mente si perde a camminare in bilico sulla linea continua ______ , ora tratteggiata – – – – – . Bisogna saltare. O cadere tra un segmento e l’altro, come ad un tratto, nello spazio vuoto tra due trattini.
Ma questa nota è come l’insufficiente luce arancione del lampione che non riesce a illuminare la curva troppo stretta: sono finito fuori strada.


(assegno post datato un decennio fa)

20 di Scirocco

E così, come d’improvviso, ci diamo reciprocamente il benvenuto in questi attesi anni 20; che però non sono gli Anni Venti così come eravamo abituati a considerarli fino a qualche giorno fa e dei quali credevamo di avere una vaga idea  – ossia i 20 del Novecento, cosiddetti ruggenti, da cui siamo lontani ormai un secolo pieno. Da non credere: questi nuovi vénti ci toccherà persino viverli, stavolta.

In realtà è sempre la solita storia: il nuovo decennio, volendo fare i precisini, inizierà soltanto il 1° gennaio dell’anno prossimo. Allo stesso modo in cui il primo anno del III millennio d.C. fu banalmente il 2001 e non il Duemila tondo. Perché? Perché in termini cronistorici si conta da 1 a 10, non da 0 a 9. Non sto scherzando.

Un paio di sere fa, preparando la cena, mi è venuto a trovare un paradosso. Adoro simili visite, ho un forte debole per tutto ciò che è assurdo o che rappresenta un controsenso. Così come mi piace assai ciò che un senso non ce l’ha proprio. Ad ogni modo, il paradosso mi ha suggerito più o meno questo: «sai cos’è che senz’altro non è più in voga? l’espressione stessa (essere) in voga». Non so, trent’anni fa ci saremmo limitati a dire che esserlo ancora fosse il colmo per un canottiere andato in pensione. E ne avremmo persino ridacchiato.

Certezze ce ne sono poche, questo sì. Il mondo è cambiato, inevitabilmente; ma verosimilmente sono cambiato pure io con esso. Ché probabilmente si cambia sempre assieme, come un’immagine viva che cambia congiuntamente al suo riflesso nello specchio o alla sua ombra proiettata dalla luce del fuoco sulla parete di quella vecchia caverna. Insomma, tutto muta e tutto si muove. Evolve, certo, ma non necessariamente progredisce. Anzi: più passano gli anni – i miei – e più ho l’impressione spiacevole che ciò che mi circonda stia tendenzialmente degenerando, perlopiù. Per esempio la mia scrittura, come quando faccio abuso di avverbi.

Appunto per il nuovo decennio non ancora iniziato: “Se nulla accade, dovremmo esserne grati”.

Peraltro credo proprio che la gratitudine sia il sentimento preferito in assoluto del me del presente. Anche se ultimamente sembra essere molto poco in voga, la gratitudine. Appunto.

Chissà, magari negli anni Trenta torneranno di moda idee al momento impensabili o non più pensate, parole non più dette e sentimenti non più sentiti, fantasie dimenticate per colori attualmente stinti e tante altre cose che, nel frattempo, avremo creduto estinte.

Raggiungersi

Con questa pioggia
la casa silenziosa
sonno che arriva presto
vetri che tremano
neanche una boccata di nebbia
è tutto chiaro, spazzato dal vento
mi si calma il respiro.
Il respiro.
Inspiro dal naso,
mi sale la marea nel petto
poi torna ad abbassarsi, veloce.
Riprendo intanto La musica del caso
e mi raggiungo nel letto:
sdraiato, osservo il soffitto
le mani intrecciate dietro la nuca,

il libro sul costato
e mi dico, senza voce:

ma che inverno sudato
come una primavera precoce
solo più fredda e più buia.
Ancora accesa la piccola luce.
Mi guardo e mi riconosco nelle foto

di quest’anno interminabile
lungo lungo e molto storto,
come un adolescente con la scoliosi
venuto su troppo in fretta
con un punto di domanda
come colonna vertebrale.
Ma per quello che vale
penso e mi ridico
che forse son tornato davvero
dalla galassia lontana dov’ero
dallo spazio remoto e nero
e capisco di aver ricominciato
a volermi bene
anziché volermi soltanto:
senza formule, rinconciliato
al di là delle pose,
senza complicare apposta le cose.
Là fuori intanto
a intervalli casuali,
lungo fiumi chiamati viali
sento trascinarsi pneumatici
sull’asfalto inzuppato
che biascicando mi comunicano il passaggio
di vetture con motori infaticabili,
dirette verso chissà quali mete
magari di ritorno
verso chissà quali case.

Tutto compreso

«Tu hai bisogno di carezze», mi disse.

«E da cosa l’hai capito?» le risposi, con fare indagatore.

Temevo che il mio interesse per le cose povere, stortignaccole e umili la portasse a pensare che non mi stavo trattando bene. Come per la mia colazione in uno di quei bar tristi, perennemente semivuoti che non si sa come facciano ad andare avanti; eppure reali, autentici, nei quali – per esempio – puoi osservare il barista che, dopo aver servito il cappuccino ad un anziano cliente abituale, si premura anche di instillare negli occhi malandati la dose quotidiana di collirio oftalmico: servizio compreso nel prezzo. Tutto questo mentre fuori un vento sincero, deciso ma non violento, soffiava e si portava via la nebbia, le nuvole e un po’ della mia stanchezza.

Dalla foto della mia tazza su quel tavolo sgombro e pallido, ornato solo di una stropicciata Gazzetta dello Sport, lei avrebbe potuto dedurre che io mi stessi buttando giù, in quel continuo mio accontentarmi del minimo, in quel mio volermi adagiare nell’anonimato della modestia, per me così rincuorante. E invece, con una breve ed asciuttissima frase di risposta, mi fece capire come avesse a sua volta capìto. Non so come, ma comprendeva che quello fosse un mio modo per carezzarmi da solo, a modo mio. E a quel punto avrebbe voluto aggiungere la sua, di dose di carezze, con le sue mani in quel momento lontane.

Se solo lo avesse immaginato, che la sua comprensione profonda mi aveva carezzato in punti dove neppure il mio stesso palmo era riuscito ad arrivare. O chi lo sa, forse se lo immaginò nitidamente, con quella sua capacità di percepire limpida come il cielo di quella calma mattinata, col suo azzurro tirato a lucido dalla tramontana di fine autunno. I gingko biloba, ignari di tutto, grondavano oro dalle loro chiome brillanti e rigonfie, colorate da far invidia a una primavera.

L’oroscopo dei sensi

  • Vista: la usate tanto, troppo. E malissimo. Siete invece dei campioni nel senso della svista.
  • Gusto: più che altro, il vostro è disgusto. Al contrario, se si tatta di piacere, avete la tendenza a sprecarlo.
  • Tatto: se solo non ve lo dimenticaste, vi darebbe un mare di gioie. Per non parlare del fatto che vi salva la vita praticamente ogni giorno. (tralasciamo la questione di usare male la vista, per cui c’è persino chi lo confonde con il tattoo)
  • Udito: è un dono meraviglioso, ma c’è chi riesce a farne un uso orribile. C’è poi una cosa chiamata coscienza, che a differenza della musica, è in grado di veicolare la sua voce solo da un lato per volta. Ma, incredibilmente, l’orecchio a cui vi parla è sempre quello da cui non ci sentite.
  • Olfatto: non lo usate, se non per lamentarvi. E non avete neanche fiuto.
  • Sesto senso: ce lo avete più sviluppato di quanto crediate, ma lo usate più che altro per alimentare fobie. Se siete maschi, spesso lo snobbate per illudervi più virili.
  • Buonsenso (bonus): non è un senso vero è proprio, ma la maggior parte delle persone lo chiama ancora con quel nome. E mi domando a che pro, visto che si è estinto già dalla fine del secolo scorso.

#snobissimo

Sentim. po.

Sentim. po.,
senti un po’
già che oggi sei venuto a trovarmi
dopo tanto tempo
ti andrebbe di restare
un altro paio di giorni?
Di giorno io esco per andare al lavoro
attraversando rotatorie stradali e lunghi viali
tra i platani gialli e l’asfalto crepato
dalle piogge
ma tu puoi dormire fino a tardi
alzarti e confondere la colazione col pranzo
poi tanto io torno e la sera
ci mettiamo, dopo cena
un po’ insieme a conversare
anche ricordare dei tempi andati
in cui la tua presenza mi colpiva
talvolta con violenza
eppure mi meravigliava
ma non mi stupiva.
Hanno pure già acceso le luminarie
nel paese, sulla via centrale
ed è fottutamente presto, è come
per esempio, questi stessi versi
è come la musica attuale
come il football l’amarsi il comunicare
che prosperano oggigiorno:
così voraci veloci mordaci
rapidissimi praticamente istantantanei
un lampo
ma fuori tempo
e come una volta mi disse Paolo Conte
da dentro una rivista:
velocità e ritmo son due cose diverse
parola di musicista.
Però prima ho visto la notte ed era tersa
pareva dicembre
pure la luce di oggi era ancor grigia
ma splendeva diversa
comunque domani io
potrei fare la spesa e comprare
un sacchetto di noci
potremmo ascoltare voci
che cantano piano
o dischi di musica
che non conosciamo
e farci interrompere solo
dalla fame o dal sonno
o dal rombo di un aeroplano.
Tu pure potresti portare qualche album
intendo, di fotografie
immagini di quando eravamo piccoli
o anche solo giovani
e insieme giocare
a far finta che manchino solo
tre giorni a Natale.
Ti va di restare?

Trentanove

Sono ad oggi
uno di quegli alberi
col tronco secco le radici fuori terra
su un letto di foglie morte
cadute per sempre
trentotto rami nudi
un ramoscello solo, rivolto a Levante
ricoperto di fiori.

Una chioma minuta
una piccola sagoma
per piccoli orizzonti, sai
ma sento chiari i tepori
di una vicina cucina:
ora che ci penso
sono forse un bonsai.

+39

Ho un’età
che è un prefisso
per chiamare l’Italia
con questa voglia che avrei
di andarmene lontano
per avere poi
ancor più voglia di tornare
come il silenzio che solo
in silenzio mi fa tornare
il desiderio di parlare

Ho un nome che
è un suffisso
di un verbo infinito
rivolto a qualche tizio
e tra una desinenza e un desinare
ancora cerco un posto fisso
con questo bisogno che avrei
di girovagare di levare l’ancora e
circumnavigare
spingendomi fino alla soglia dell’abisso
con questa voglia che ho
di perdere per ritrovare
il senso
di tornare a cercare

Puer

Non ci vorrei proprio andare al lavoro, domani. Vorrei stare qui stanotte, sospeso nella notte, a fantasticare su argomenti a piacere. Vorrei starmene a letto. Sveglio, a fantasticare ancora, guardando fuori dalla finestra. La luce bianca e ferma dietro la tenda. La colazione che arriva solo quando ho voglia di tornare verticale. No che non mi voglio alzare. Lasciami dormire, sveglia. E tu lasciami in pace, dovere. Non ho voglia di essere un bravo androide responsabile, domani. Ho voglia di fallimento. Per mio conto, senza compatimento. Ho voglia di una scusa. Ho voglia di stare a casa. Lasciatemi stare. Lasciatemi piagnucolare. Meglio patetico che regolare.


(facebook status, 12 feb 2010)