Affrancare, affrancarsi

Immaginate di scrivere con i vostri sentimenti più sinceri e con la vostra miglior prosa una lettera per qualcuno che avete a cuore. E poi immaginate quel foglio cesellato di parole accuratamente ripiegato, ficcato dentro una busta da lettere ben chiusa. Una bella busta bianca, immacolata e muta, senza la traccia di un indirizzo e priva di un qualunque francobollo, posata su un tavolo o sul fondo di un cassetto a prendere polvere.

Di questo si tratta: non comunicare con i destinatari dei nostri pensieri è qualcosa di completamente inutile e ozioso. E tanto più lo è quanto più quei pensieri sono importanti, urgenti, a loro modo vivi. Come dire: è proprio un gran peccato, tenerseli tutti per sé.

Del resto, una cosa bella di cui nessuno sarà mai a conoscenza non è reale bellezza: è solo il nulla assoluto. Come quando non riveliamo a una persona che le vogliamo bene finché ne abbiamo la possibilità. Perché? Un rimpianto eterno per non sopportare un attimo di vergogna?

La vita mortale è un po’ come una batteria della quale non conosciamo la carica: non sappiamo esattamente quando si esaurirà, potrebbe durare ancora a lungo, ma potrebbe anche abbandonarci da un momento all’altro. E il pudore? Be’, è una grande virtù, purché ci aiuti ad essere selettivi nel nostro mondo intimo e non sia, invece, una scusa per erigere un muro di cemento armato tra noi e il resto del mondo.

Il punto è semplice: rimandare, procrastinare, avere troppi scrupoli, censurarsi… sono elegantissime idiozie. Così spesso preferiamo i modi discreti alla franchezza, o un educato imbarazzo all’essere spontanei e concreti; intanto, il tempo ci scappa di mano.

Ma come ci facciamo male da soli, noi umani, non lo sapremo mai fino in fondo.

In questo gioco macabro, prigioniero e carceriere sono divisi soltanto da uno specchio.