La ragione è scritta sui rovi

A volte penso: come esseri viventi, in natura, nasciamo possedendo già ogni cosa. Ma il tempo cambia le cose: ora le cura, ora le guasta, talvolta non basta. Ed ecco che la storia di ogni persona vengono inoculati, come inevitabili vaccinazioni, i desideri, fisiologici come colture di batteri, che spingendoci a volere sempre un po’ di più, ci portano via via ad avere sempre un qualcosa di meno.

Così rotonda e pura, la pienezza dell’infanzia: non solo la nostra, anche quella della Terra. Poi: irrompe nella Storia la comparsa degli uomini, l’invenzione della storia stessa, quella del denaro, quella della guerra. E a quel che già c’era – i terremoti nepalesi o irpini o californiani o giapponesi, gli uragani tropicali, i vulcani filippini o australi, un asteroide ogni milione di anni, altri danni astrali – si sommano i figli degli uomini, con la loro cosiddetta civiltà, ben presto infettati da un’incurabile e infinita malattia chiamata avidità. Carestie e siccità, Chernobyl e Fukushima, il Vietnam dopo Hiroshima: funghi atomici e disastri nucleari, i veleni nei mari, la Louisiana e centomila altre petroliere, le pesti nere, i nipoti degli uomini, il loro presunto progresso, la loro sconfinata stupidità. La moria delle minuscole api che ci condannerà a una scomparsa certa e forse lenta, ma molto più prossima dell’implosione del gigantesco Sole; l’estinzione di intere specie animali o vegetali, così come la morte di una sola bestia, o di una bestia sola; la caduta di un solo alberello, la secchezza di un solo ruscello, l’avvelenamento di qualsiasi fiume; della vita come la conosciamo, lo spegnimento di un qualunque barlume.  

È vero, mi sono perso. Un ragionamento che non porta in sé soluzioni è una sconfitta. Un esercizio inutile che non fa testo, come un bel dipinto arrotolato o un manifesto impolverato, perso chissà dove, fra gli scaffali d’una soffitta. Nel percorrere il nostro tempo mortale così come nel volerlo indagare, l’esito è spesso analogo, se non uguale: non facciamo altro che perdere, perdere, perdere. Perderci. O essere smarriti, come monete sul viale, scivolati dalla tasca bucata di chi con sé ci portava. O sottratti dalle dita di chi a noi ci teneva, non importa. Non importa se avremo torto oppure ragione. Non importa quanto avremo speso e neppure cosa avremo accumulato: nulla potrà essere venduto, tutto sara sperperato. Alla fine della strada, comunque vada, avremo perduto. Spogliati, come alberi sfogliati dai venti e dall’autunno. Nullatenenti, per sempre nudi, su noi stessi riversi: alla fine, saremo persi.

(2015)