Dal fronte

Non ho abbastanza fantasia per scrivere, né sufficiente realismo. Non importa, vado avanti. Le giornate scorrono veloci, ma le settimane molto lente. Sole al mattino e luna grande la notte, eppure il tempo a me sembra ugualmente scialbo, bruttino. Come talvolta si dice per qualcuno, scioccamente, è un tempo che è brutto dentro. Una persona, stamattina, mi ha scritto che se si è tristi anche quando il sole splende, vuol dire che il problema non solo c’è ma è pure grosso. Non avevo tempo per risponderle, ho semplicemente annuito. Fa un po’ troppo freddo per i miei gusti, sostengono i miei piedi e mimano le mie mani, con la punta del mio naso che si colora in una rossa e umida approvazione. Mi sono impigrito oltre il consentito, anche se fingo di rimproverarmi e me lo consento lo stesso. Ho addosso qualche chilo in più rispetto all’anno scorso, mi muovo un po’ meno e mangio di più, però meglio. Insomma, mi sono fatto più grassoccio: e detta così, considerata la mia proverbiale magrezza, sembra un ossimoro o una presa in giro. Se Benjamin Malaussène affermava che il congiuntivo fosse “un piccolo piacere di bocca”, io sono più terra-terra e dico lo stesso della verdura di stagione. Anzi, no, ché se penso alla cicoria di campo, alle cime di rapa o alla catalogna cimata, – solo per citare la punta dell’iceberg – l’aggettivo non può essere ‘piccolo’, associato al piacere. Certo: anche la frutta aiuta a sopravvivere all’inverno, d’inverno. Ho spesso pensato che la buccia delle arance, con la sua trama densa e il suo interno di cotone, fosse una sorta di coperta sotto la quale infilarsi, nascondersi. Chissà se gli spicchi soffrono e si mancano, quando li dividiamo per sempre. La vitamina C abbonda. Così le divagazioni, così la musica, come sempre. Ho elaborato la morte di Bowie peggio di quanto pensassi; ci sto ancora rimuginando su, non riesco neppure a finire un articoletto su di lui iniziato ormai dieci giorni fa. Quando ascolto un suo pezzo mi fermo, se alla musica è associato un video, lo guardo, senza fare più nient’altro. L’anno scorso ormai non si vede più, come la costa quando si è salpati da una mezz’ora buona, e l’effetto di stupore che dà il mare aperto comincia a diminuire d’intensità. Il blu d’oltremare, screziato dalla coda di schiuma bianca della nave, è ciò che manca a questa similitudine. Non c’è costa, solo terra, perlopiù pianeggiante. Le salite, in metafora, non mi hanno mai del tutto convinto: sono belle, le salite. Arrampicarsi, portare il peso in avanti per bilanciare la pendenza, spostare lo sguardo innanzi e in alto, mai indietro… camminare e fare fatica, una sana fatica. È quando non ci si stanca abbastanza nel corpo, che si arranca con la mente. La stasi umida di pianura, quella sì, è insalubre. Ma per adesso devo andare, è quasi pronta la cena. Appena avrò qualche novità di rilievo, ti scriverò nuovamente. Oppure non ne avrò, e ti scriverò per diletto.


P.S.

“I never done good things,
I never done bad things,
I never did anything  out of the blue…
Want an axe to break the ice,
wanna come down right now”


(gennaio 2016)