Tutto compreso

«Tu hai bisogno di carezze», mi disse.

«E da cosa l’hai capito?» le risposi, con fare indagatore.

Temevo che il mio interesse per le cose povere, stortignaccole e umili la portasse a pensare che non mi stavo trattando bene. Come per la mia colazione in uno di quei bar tristi, perennemente semivuoti che non si sa come facciano ad andare avanti; eppure reali, autentici, nei quali – per esempio – puoi osservare il barista che, dopo aver servito il cappuccino ad un anziano cliente abituale, si premura anche di instillare negli occhi malandati la dose quotidiana di collirio oftalmico: servizio compreso nel prezzo. Tutto questo mentre fuori un vento sincero, deciso ma non violento, soffiava e si portava via la nebbia, le nuvole e un po’ della mia stanchezza.

Dalla foto della mia tazza su quel tavolo sgombro e pallido, ornato solo di una stropicciata Gazzetta dello Sport, lei avrebbe potuto dedurre che io mi stessi buttando giù, in quel continuo mio accontentarmi del minimo, in quel mio volermi adagiare nell’anonimato della modestia, per me così rincuorante. E invece, con una breve ed asciuttissima frase di risposta, mi fece capire come avesse a sua volta capìto. Non so come, ma comprendeva che quello fosse un mio modo per carezzarmi da solo, a modo mio. E a quel punto avrebbe voluto aggiungere la sua, di dose di carezze, con le sue mani in quel momento lontane.

Se solo lo avesse immaginato, che la sua comprensione profonda mi aveva carezzato in punti dove neppure il mio stesso palmo era riuscito ad arrivare. O chi lo sa, forse se lo immaginò nitidamente, con quella sua capacità di percepire limpida come il cielo di quella calma mattinata, col suo azzurro tirato a lucido dalla tramontana di fine autunno. I gingko biloba, ignari di tutto, grondavano oro dalle loro chiome brillanti e rigonfie, colorate da far invidia a una primavera.