Raggiungersi

Con questa pioggia
la casa silenziosa
sonno che arriva presto
vetri che tremano
neanche una boccata di nebbia
è tutto chiaro, spazzato dal vento
mi si calma il respiro.
Il respiro.
Inspiro dal naso,
mi sale la marea nel petto
poi torna ad abbassarsi, veloce.
Riprendo intanto La musica del caso
e mi raggiungo nel letto:
sdraiato, osservo il soffitto
le mani intrecciate dietro la nuca,

il libro sul costato
e mi dico, senza voce:

ma che inverno sudato
come una primavera precoce
solo più fredda e più buia.
Ancora accesa la piccola luce.
Mi guardo e mi riconosco nelle foto

di quest’anno interminabile
lungo lungo e molto storto,
come un adolescente con la scoliosi
venuto su troppo in fretta
con un punto di domanda
come colonna vertebrale.
Ma per quello che vale
penso e mi ridico
che forse son tornato davvero
dalla galassia lontana dov’ero
dallo spazio remoto e nero
e capisco di aver ricominciato
a volermi bene
anziché volermi soltanto:
senza formule, rinconciliato
al di là delle pose,
senza complicare apposta le cose.
Là fuori intanto
a intervalli casuali,
lungo fiumi chiamati viali
sento trascinarsi pneumatici
sull’asfalto inzuppato
che biascicando mi comunicano il passaggio
di vetture con motori infaticabili,
dirette verso chissà quali mete
magari di ritorno
verso chissà quali case.

Tutto compreso

«Tu hai bisogno di carezze», mi disse.

«E da cosa l’hai capito?» le risposi, con fare indagatore.

Temevo che il mio interesse per le cose povere, stortignaccole e umili la portasse a pensare che non mi stavo trattando bene. Come per la mia colazione in uno di quei bar tristi, perennemente semivuoti che non si sa come facciano ad andare avanti; eppure reali, autentici, nei quali – per esempio – puoi osservare il barista che, dopo aver servito il cappuccino ad un anziano cliente abituale, si premura anche di instillare negli occhi malandati la dose quotidiana di collirio oftalmico: servizio compreso nel prezzo. Tutto questo mentre fuori un vento sincero, deciso ma non violento, soffiava e si portava via la nebbia, le nuvole e un po’ della mia stanchezza.

Dalla foto della mia tazza su quel tavolo sgombro e pallido, ornato solo di una stropicciata Gazzetta dello Sport, lei avrebbe potuto dedurre che io mi stessi buttando giù, in quel continuo mio accontentarmi del minimo, in quel mio volermi adagiare nell’anonimato della modestia, per me così rincuorante. E invece, con una breve ed asciuttissima frase di risposta, mi fece capire come avesse a sua volta capìto. Non so come, ma comprendeva che quello fosse un mio modo per carezzarmi da solo, a modo mio. E a quel punto avrebbe voluto aggiungere la sua, di dose di carezze, con le sue mani in quel momento lontane.

Se solo lo avesse immaginato, che la sua comprensione profonda mi aveva carezzato in punti dove neppure il mio stesso palmo era riuscito ad arrivare. O chi lo sa, forse se lo immaginò nitidamente, con quella sua capacità di percepire limpida come il cielo di quella calma mattinata, col suo azzurro tirato a lucido dalla tramontana di fine autunno. I gingko biloba, ignari di tutto, grondavano oro dalle loro chiome brillanti e rigonfie, colorate da far invidia a una primavera.

L’oroscopo dei sensi

  • Vista: la usate tanto, troppo. E malissimo. Siete invece dei campioni nel senso della svista.
  • Gusto: più che altro, il vostro è disgusto. Al contrario, se si tatta di piacere, avete la tendenza a sprecarlo.
  • Tatto: se solo non ve lo dimenticaste, vi darebbe un mare di gioie. Per non parlare del fatto che vi salva la vita praticamente ogni giorno. (tralasciamo la questione di usare male la vista, per cui c’è persino chi lo confonde con il tattoo)
  • Udito: è un dono meraviglioso, ma c’è chi riesce a farne un uso orribile. C’è poi una cosa chiamata coscienza, che a differenza della musica, è in grado di veicolare la sua voce solo da un lato per volta. Ma, incredibilmente, l’orecchio a cui vi parla è sempre quello da cui non ci sentite.
  • Olfatto: non lo usate, se non per lamentarvi. E non avete neanche fiuto.
  • Sesto senso: ce lo avete più sviluppato di quanto crediate, ma lo usate più che altro per alimentare fobie. Se siete maschi, spesso lo snobbate per illudervi più virili.
  • Buonsenso (bonus): non è un senso vero è proprio, ma la maggior parte delle persone lo chiama ancora con quel nome. E mi domando a che pro, visto che si è estinto già dalla fine del secolo scorso.

#snobissimo