Sentim. po.

Sentim. po.,
senti un po’
già che oggi sei venuto a trovarmi
dopo tanto tempo
ti andrebbe di restare
un altro paio di giorni?
Di giorno io esco per andare al lavoro
attraversando rotatorie stradali e lunghi viali
tra i platani gialli e l’asfalto crepato
dalle piogge
ma tu puoi dormire fino a tardi
alzarti e confondere la colazione col pranzo
poi tanto io torno e la sera
ci mettiamo, dopo cena
un po’ insieme a conversare
anche ricordare dei tempi andati
in cui la tua presenza mi colpiva
talvolta con violenza
eppure mi meravigliava
ma non mi stupiva.
Hanno pure già acceso le luminarie
nel paese, sulla via centrale
ed è fottutamente presto, è come
per esempio, questi stessi versi
è come la musica attuale
come il football l’amarsi il comunicare
che prosperano oggigiorno:
così voraci veloci mordaci
rapidissimi praticamente istantantanei
un lampo
ma fuori tempo
e come una volta mi disse Paolo Conte
da dentro una rivista:
velocità e ritmo son due cose diverse
parola di musicista.
Però prima ho visto la notte ed era tersa
pareva dicembre
pure la luce di oggi era ancor grigia
ma splendeva diversa
comunque domani io
potrei fare la spesa e comprare
un sacchetto di noci
potremmo ascoltare voci
che cantano piano
o dischi di musica
che non conosciamo
e farci interrompere solo
dalla fame o dal sonno
o dal rombo di un aeroplano.
Tu pure potresti portare qualche album
intendo, di fotografie
immagini di quando eravamo piccoli
o anche solo giovani
e insieme giocare
a far finta che manchino solo
tre giorni a Natale.
Ti va di restare?

Trentanove

Sono ad oggi
uno di quegli alberi
col tronco secco le radici fuori terra
su un letto di foglie morte
cadute per sempre
trentotto rami nudi
un ramoscello solo, rivolto a Levante
ricoperto di fiori.

Una chioma minuta
una piccola sagoma
per piccoli orizzonti, sai
ma sento chiari i tepori
di una vicina cucina:
ora che ci penso
sono forse un bonsai.

+39

Ho un’età
che è un prefisso
per chiamare l’Italia
con questa voglia che avrei
di andarmene lontano
per avere poi
ancor più voglia di tornare
come il silenzio che solo
in silenzio mi fa tornare
il desiderio di parlare

Ho un nome che
è un suffisso
di un verbo infinito
rivolto a qualche tizio
e tra una desinenza e un desinare
ancora cerco un posto fisso
con questo bisogno che avrei
di girovagare di levare l’ancora e
circumnavigare
spingendomi fino alla soglia dell’abisso
con questa voglia che ho
di perdere per ritrovare
il senso
di tornare a cercare