Amanuensi, specie protetta

Il corsivo vero, non lo stampatello minuscolo “sdraiato” che l’era dei computer ci propina, e che spesso è definito Italic. Ma di italico ha ben poco, questo, che usiamo per scrivere parole non tradotte da lingue straniere, titoli, concetti in senso lato o singoli termini su cui desideriamo focalizzare l’attenzione di chi ci legge.
Il corsivo vero è un altro. Il corsivo, lo conosciamo tutti, è lo stile che più di ogni altro ci aiuta a distinguere, se non addirittura a riconoscerla, la mano di chi ha scritto da quella di qualcun altro. Il corsivo è espressione della propria personalità. “La scrittura corsiva è come un orto: ognuno la coltiva in modo diverso”, mi hanno detto, in questo modo tanto brillante. Chissà com’è, la grafia corsiva di chi mi ha regalato questa similitudine dell’orto.
Certo, il corsivo perde di senso e dignità, se nessuno più insegna a scriverlo bene. Conosco persone della generazione precedente alla mia che sono arrivate alla prima media e che tuttavia possiedono un corsivo elegante ed estremamente leggibile, disciplinato eppure ricco. Conosco invece ventenni che studiano materie umanistiche all’università e che hanno una tale calligrafia da farmi dubitare del loro pollice opponibile.
Dove sono, i contadini della bella grafia? Quelli che sanno scrivere il vero corsivo, che ti consente di scrivere ogni parola senza staccare la penna da foglio, come in un’armonia di mano e polso e braccio, mentre la testa dirige. Il corsivo bello, in cui ogni iniziale maiuscola è una piccola opera d’arte e ogni lettera trova il modo migliore – ossia una curva morbida, un piccolo segmento o un ricciolo d’altri tempi – per legarsi bene a quella successiva. Nulla più del corsivo fa apparire la parola per ciò che è: una cosa a sé stante, una forma unica, e non una semplice somma di lettere messe l’una di fianco all’altra. Niente, come il corsivo, riempie di più le mani di chi scrive, o gli occhi di chi legge. Il corsivo è la scrittura che strizza l’occhio al segno e al disegno; o forse viceversa, ma non importa. Pur senza avvicinarsi ai picchi meravigliosi dei sinogrammi cinesi tradizionali – e dei loro corrispettivi nella scrittura giapponese, i cosiddetti kanji – il corsivo resta il culmine estetico della grafia occidentale. E al diavolo l’Occidente, per quel che è diventato; ma il corsivo, quello vero, conserviamolo fino al prossimo Medioevo. Per favore.

(19 maggio 2014)

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