#leccare

La settimana scorsa ho comprato una confezione da 8 vasetti di yogurt. La marca è una di quelle che in genere snobbo o guardo con disprezzo, persino, tanto più considerato che si tratta di una nota multinazionale alimentare. Ma cosa non ti fa fare l’esselunga, decidendo di mettere in offerta una marca anziché un’altra. Potere del marketing, che con le sue offerte da mercante ti spinge a comprare 8 vasetti di yogurt quando nel frigo ne avanzi ancora 6 della confezione comprata in precedenza, col suo relativo sconto. Tant’è che solo oggi ho inaugurato lo yogurt che esportasi in tutto il mondo. Non è un segreto: la prima cosa che faccio, appena tolto il coperchio del mio vasetto, è quella di leccare avidamente lo strato di yogurt che inevitabilmente coagula sotto di esso. Ma mentre le più simpatiche e piccine aziende iogurtière del Trentino o del Südtirol sono rimaste al caro, vecchio, rassicurante coperchietto di carta stagnola ruvida come la lingua di un gatto, la multinazionale del latticino fresco ha soldi da spendere anche per studiare un packaging che faccia sembrare nuovo e assai trendy il suo yogurt magro del cazzo. Potere del marketing verso cui, in questo caso, sono fortunatamente immune, se non addirittura allergico. E così, vasetti vagamente squadrati chiusi da uno scialbo coperchietto di carta plastificata, liscia e piatta come l’acqua di una risaia in un mezzogiorno senza vento di inizio maggio. E fossimo matti, siamo una multinazionale noi, vuoi che non ci mettiamo qualche altra sirena, su quel lato interno del coperchio di finto alluminio che tu, consumatore, senz’altro leccherai? (perché lo sappiamo, che lecchi: siamo una multinazionale e studiamo le abitudini dei nostri potenziali acquirenti, noi.) E così, terminato il mio bacio francese coi fermenti lattici, sulla superficie lucida dell’interno del coperchietto sono sbucate un po’ di scritte. Al centro, la versione in bianco & nero del logo del prodotto preceduto da quel nauseante “I”. E i social, non ci vuoi mettere i social network, nel 2014? “Seguici su [f] [uccellino]”, sotto l’ai lov logo. E tanto per non sbagliare, sopra quest’ultimo ci mettiamo anche un bel (omissis: col cavolo che vi faccio un favore, colossi del latticino! Per quanto, questo post lo leggeranno in sei o sette al massimo).
Ma dimmi tu in che cavolo di mondo sono finito se, per risparmiare un euro e cinquanta, mi ritrovo a comprare un litro diviso per otto di uno yogurt antipatico e scipito. Ditemi voi, che razza di mondo è diventato, se appena alzato uno si trascina nella sua cucina e comincia la sua giornata lucidando, con la lingua, un pezzo di plastica refrigerato. Dimmelo tu, che cazzo di mondo, se un mattino accendo il computer per scrivere di quella volta che mi capitò di leccare un hashtag, nientedimeno. E raccontare il fatto per sentirmi un po’ meno scemo.

(circa un anno fa)

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Amanuensi, specie protetta

Il corsivo vero, non lo stampatello minuscolo “sdraiato” che l’era dei computer ci propina, e che spesso è definito Italic. Ma di italico ha ben poco, questo, che usiamo per scrivere parole non tradotte da lingue straniere, titoli, concetti in senso lato o singoli termini su cui desideriamo focalizzare l’attenzione di chi ci legge.
Il corsivo vero è un altro. Il corsivo, lo conosciamo tutti, è lo stile che più di ogni altro ci aiuta a distinguere, se non addirittura a riconoscerla, la mano di chi ha scritto da quella di qualcun altro. Il corsivo è espressione della propria personalità. “La scrittura corsiva è come un orto: ognuno la coltiva in modo diverso”, mi hanno detto, in questo modo tanto brillante. Chissà com’è, la grafia corsiva di chi mi ha regalato questa similitudine dell’orto.
Certo, il corsivo perde di senso e dignità, se nessuno più insegna a scriverlo bene. Conosco persone della generazione precedente alla mia che sono arrivate alla prima media e che tuttavia possiedono un corsivo elegante ed estremamente leggibile, disciplinato eppure ricco. Conosco invece ventenni che studiano materie umanistiche all’università e che hanno una tale calligrafia da farmi dubitare del loro pollice opponibile.
Dove sono, i contadini della bella grafia? Quelli che sanno scrivere il vero corsivo, che ti consente di scrivere ogni parola senza staccare la penna da foglio, come in un’armonia di mano e polso e braccio, mentre la testa dirige. Il corsivo bello, in cui ogni iniziale maiuscola è una piccola opera d’arte e ogni lettera trova il modo migliore – ossia una curva morbida, un piccolo segmento o un ricciolo d’altri tempi – per legarsi bene a quella successiva. Nulla più del corsivo fa apparire la parola per ciò che è: una cosa a sé stante, una forma unica, e non una semplice somma di lettere messe l’una di fianco all’altra. Niente, come il corsivo, riempie di più le mani di chi scrive, o gli occhi di chi legge. Il corsivo è la scrittura che strizza l’occhio al segno e al disegno; o forse viceversa, ma non importa. Pur senza avvicinarsi ai picchi meravigliosi dei sinogrammi cinesi tradizionali – e dei loro corrispettivi nella scrittura giapponese, i cosiddetti kanji – il corsivo resta il culmine estetico della grafia occidentale. E al diavolo l’Occidente, per quel che è diventato; ma il corsivo, quello vero, conserviamolo fino al prossimo Medioevo. Per favore.

(19 maggio 2014)