Cenci

Niente dolcezza in un caffè molto zuccherato. Poso la tazzina ed esco.
Cammino, perduto tra le preococi decorazioni natalizie.
Già mi hanno stancato, mi scippano il sogno di bambino.
Forse è quest’aria tesa. Che cos’è? Tutta questa rabbia, questo crescente sospetto per tutto, cos’è.
Tutta quest’ansia, questa fatica che ti bracca e ti insegue fin dentro casa.
Tutti quei particolari complessi, unici, bellissimi. Immagini e sentimenti vecchi di qualche giorno soltanto. Dove sono?
Sfumati in un pensiero infetto, brutto e troppo stretto. Soffocati, ormai persi, più non li posso raccontare.

La bellezza muore così, in mezzo ad un viavai di occhi spenti e sacchetti pieni, o dentro uffici popolati di persone che di bellezza non ne hanno mai
incontrata.
Ne cerchi poi il cadavere nella notte. Senza criterio, come si cerca una
maglietta dentro ad un cassetto troppo grande e pieno e disordinato nella fretta del mattino.
Niente. Le parole a volte sono come le braccia nel cassetto: troppo corte per
arrivare in fondo.
Così le immagini, simili ad abiti sporchi e sgualciti nel cesto della
biancheria. Forse è tutto lì dentro.
Esci infreddolito, con la maglietta del giorno prima. Corri. Che vita sudicia.
Un altro giorno dimenticabile.
Domani penserò a come raggiungere le mie magliette linde e le mie memorie squisite, per perdermi con loro, i loro effluvi.
Oppure nulla si perde veramente.
Forse ogni cosa sparisce solo per un momento, o per un’epoca. Ha solo bisogno di riposare un poco, in fondo al cesto tiepido dei panni sporchi.
Abbiamo tutti bisogno di stare sporchi e inservibili, di confonderci nell’anonimato della confusione, di non esserci.
Poi torniamo. Tutto torna: lavato, stirato, profumato. Quasi come nuovo.
Non proprio.
I capi delicati, soccombono tra alte temperature, calcare e candeggina; e così le cose più fragili, le anime più sensibili: sono le più belle, ma soccombono prima, in questo mondo chimico.
Certi periodi sono come cicli di lavaggio sbagliati; certi episodi, come centrifughe troppo violente.
Anno dopo anno, prima o poi, tutti ci stingiamo, ci consumiamo, ci sfibriamo. Prima o poi ci ritroviamo infeltriti, scuciti, logori.
Diventeremo stampe sbiadite, elastici slabbrati, stoffa lisa sui gomiti.
Il meglio di noi sarà colato tra i fori del cestello.
A restarci, solo un gran bisogno di stenderci.
Accidenti

(23 novembre 2006)

Scritto, letto

Camminavo verso la stazione, convinto di essere in perfetto orario. Una volta giunto sul binario però, il treno del mio sonno era già partito. Nemmeno più la sagoma del ferro curvo, all’orizzonte.

Immobile sulla banchina deserta, mi sono un poco intristito al pensiero che avrei potuto uscire di casa con più calma, evitando la mia sfida già persa col freddo per qualche altra decina di minuti.

Mesto, sono tornato verso la sala d’aspetto. Mi sono seduto; ho cercato pazientemente di ingannare il tempo – sebbene poi sia sempre lui, a ingannare noi – scrivendo appunti e leggendo qualche articolo non molto interessante.  Ma ecco il segnale: sento chiaramente l’arrivo dello sbadiglio che annuncia la partenza del mio prossimo treno, l’ultimo. Devo andare. Mi affretto verso il sottopassaggio e mi ci tuffo dentro, poi inforco le scale che corrono verso la pensilina dove bivaccano, sparpagliate, le ultime parole della gior

(15 novembre 2009)

Loser

Come tanti: ho bisogno di fuggire
Ho bisogno di andare per ritrovarmi sotto ad un albero accogliente,
dentro ad una città mai vista,
davanti a un orizzonte differente
sopra un oceano lontano.
Ne ho bisogno per respirare aria nuova di zecca,
perché senza stupore si può morire
perché questa routine è un’eco di azioni
ed in essa il mio briciolo d’umanità si sbriciola,
giorno dopo giorno.
Ho bisogno di ricominciare ad osservare con occhi veri
e non più a posare lo sguardo, assorto e distratto,
su luoghi e persone che non vedo da tempo immemore
perché conosco tutto a memoria
con le palpebre chiuse vedrei la stessa cosa: i miei pensieri che si rigenerano
infiniti
poi potrei anche non andare a sbattere
perché ho già ampiamente misurato il mio mondo
e quando anche l’ultimo gradino e l’ultima porta sono stati calcolati,
ecco che tutto diventa prevedibile
e la geometria ci nega la sorpresa della natura imperfetta
anche la più bella delle cose è così triste su un foglio di carta millimetrata
quindi niente più passi da ponderare o angoli dietro cui sbirciare
quand’è così
ogni cosa cessa di essere particolare, sfaccettata
niente è così grande come avevamo immaginato, sperato, creduto
è piccolo, e lo sappiamo
dati alla mano
ed ecco che ci sta stretto.
Scrivo sempre le stesse cose
perché mi rifaccio sempre alle stesse immagini
che sono ormai fredde e sbiadite fotografie mentali
ma non ho più la fantasia di un tempo per reinventarle
quindi ho un’urgente necessità di ricominciare a vedere
perché continuo a parlare con così poco da raccontare
perché non so più descrivere
o forse non ne sono mai stato veramente capace
però va bene
vada per il misero scrittore
ma non posso farmi inghiottire da questa catena di montaggio
non sono fatto per essere un ingranaggio
né voglio morire così
continuando a respirare
continuando a fare niente
due tacche in meno del pensare
due occhi sani ma non vedente

Svégliati, Dormiente.

 

(sette cazzo di anni fa)

Giro in cerchio

a distanza di due anni e mezzo dall’ultima volta
ieri sono tornato a fare quello che mi viene più naturale
mettere un pennello tra la mia mano destra ed una tavola di legno
a rincorrere il colore, a scavarci dentro, a perdermici. a dimenticarmi di me

oggi: è tutto il giorno che faccio finta di scrivere
e mi pare di battere su tasti come montati al contrario
con la mano sinistra che guida la destra, debole e spaesata.
dipingere ancora è stato così: normale, come un gesto abitudinario.
ma che abbia cambiato le cose intorno? ché forse son diventato mancino.

(8 novembre 2009)

 

This is disease

crescere è qualcosa che ci accade nonostante tutto.
tradirci è qualcosa che scegliamo di fare o non fare.
a volte non ce ne accorgiamo neppure.
a volte sprechiamo troppo tempo, pensandoci.
ognuno degli individui che siamo stati, vive
e rispettato o tradito che sia ce lo abbiamo
qui, lì, da qualche parte
dentro la memoria o nell’indole
nel sangue del petto nelle braccia nei neuroni nei geni
ogni singola parte di noi è ovunque, e da nessuna parte.
a volte ci affanniamo a riesumare cadaveri di persone che non eravamo .
altre volte ci incontriamo in un ricordo senza riconoscerci.
nessun noi muore del tutto fino a che non moriamo noi tutti.
purtroppo a volte diventiamo stupidi prima di ritrovarci.
crescere. a volte mi chiedo se l’età adulta non sia che una malattia
che, per sciocchezza o per pigrizia, troppo spesso sottovalutiamo
la trascuriamo, e questa ci spella e ci appiattisce piano piano
rendendoci ogni giorno un po’ meno unici e particolari
un altro po’ più stupidi e ovvi
sempre più svogliati, smemorati
fino a quando smettiamo di cercarci
fino a che diventa impossibile ritrovarci

(3 novembre 2009)